Il primo cimitero d’Europa per poveri fu costruito a Napoli dai Borbone

366 fosse

Alla fine del Settecento la scienza medica ebbe una grande diffusione. Di conseguenza si iniziò a pensare a come migliorare l’ambiente urbanistico e atmosferico delle città per non alimentare la nascita di malattie. Si pose ben presto un grande problema: dove costruire i cimiteri? Il paese che prima di tutti si impegnò per rinnovare le consuetudini cimiteriali fu la Francia. Già nel 1737 il parlamento parigino iniziò un’inchiesta medica sull’igiene dei cimiteri e dopo meno di trent’anni vietò di seppellire i corpi dei defunti all’esterno delle chiese, prevedendo la creazione di grandi fosse comuni al di fuori della mura cittadine.

Cimitero-delle-366-Fosse-Napoli-Fossa
fossa numerata

Indubbiamente questo tipo di problema iniziò ad essere percepito anche in Italia. Dove seppellire i defunti? Ma soprattutto, dove deporre i corpi dei più bisognosi di cui nessuno si curava neanche dopo la morte? Possiamo affermare che pensare di abbandonare delle povere anime senza dedicare loro una degna sepoltura era un’idea improponibile soprattutto per Napoli, città in cui il culto dei morti è sempre stato molto diffuso. Non è un caso quindi che proprio nella capitale del Regno delle Due Sicilie nacque la prima area interamente dedicata ad accogliere le salme delle classi meno abbienti. Il cimitero di Santa Maria del Popolo, conosciuto come cimitero delle 366 fosse o dei Tredici, fu fatto costruire nel 1762 da Ferdinando IV di Borbone. Il re commissionò l’opera all’architetto Ferdinando Fuga già artefice del Real Albergo dei Poveri, voluto da Carlo di Borbone, del palazzo dei Granili, ora crollato, e della facciata della chiesa dei Girolamini. Il cimitero fu costruito su un terrazzamento naturale collocato sulla collina di Poggioreale nella parte orientale della città. Da re illuminato quale Ferdinando fu, egli realizzò una perfetta “macchina della morte”.

Macchinario regalato dalla baronessa inglese
Macchinario regalato dalla baronessa inglese

Le fosse erano 366 così come i giorni dell’anno bisestile, ogni giorno se ne apriva solo una in cui venivano deposti tutti i defunti di quella giornata. Le fosse, a pianta quadrata profonde circa sette metri, erano allineate diciannove per file. Trecentosessanta erano posizionate nel cortile all’aperto, altre sei erano al coperto. Tutte le sepolture erano segnate da una lastra con sopra il numero inscritto in un cerchio. La sequenza procedeva da sinistra a destra, ma cambiando file la progressione cambiava andamento, da destra e sinistra, e così via. Le lapidi di basalto, che sigillavano le fosse, furono disposte in modo che i becchini si trovassero a lavorare ogni giorno su una fila differente da quella del giorno precedente. I corpi erano lasciati cadere nelle fosse senza cura né attenzione, fino a quando, nel 1875, una baronessa inglese che aveva perduto la figlia in seguito a un’epidemia di colera, decise di donare al cimitero un macchinario, realizzato da una fonderia napoletana, che calasse con calma e precisione le salme all’interno delle sepolture. Pur non potendo consentire al familiare di identificare il luogo preciso in cui poter piangere il defunto, il cimitero funzionò fino al 1890 accogliendo più di settecentomila corpi.

Fonti: Paolo Giordano, “Il disegno dell’architettura funebre”, Firenze, Alinea, 2006

Francesco Marino, “Edilizia funeraria”, Rimini, Maggioli, 2008

Agnese Palumbo, Maurizio Ponticello, “Misteri, segreti e storie insolite di Napoli”, Roma, Newton Compton, 2012

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