Grande Sud

Tutti i primati di un Grande Sud

Arrivando alla stazione centrale di Napoli in treno da Roma una delle prime cose ad incrociare lo sguardo dell’osservatore è l’imponente skyline del Centro Direzionale di Napoli, che emerge dal marasma dei palazzi più bassi. Sorto nel quartiere di Poggioreale su un ex area industriale dismessa di oltre 110 ettari, su progetto dell’architetto giapponese Kenzo Tange, cui fu affidato il progetto nel 1982.

Negli anni sessanta il comune, seguendo la corrente di “ricostruzione” della penisola, pensò di destinare a quell’area un intervento urbanistico su larga scala che rendesse Napoli una metropoli moderna, inutile dire che, sebbene l’intento fosse più che degno di nota, le future manutenzioni mancarono, degradando l’area.

Il progetto, in se, aveva però alcuni spunti molto interessanti: il Centro Direzionale doveva servire a “smistare” il traffico in un luogo centrale della metropoli, non a caso fu pensato un sistema sotterraneo di parcheggi e passaggi che di fatto integravano perfettamente il nuovo progetto con il nucleo della città – trasferendo il traffico su livelli inferiori e rendendo pedonale una vastissima area.

Al progetto parteciparono vari architetti italiani, che si dedicarono alla progettazione dei simbolici grattacieli: Massimo Pica Ciamarra realizzò le due Torri Enel, Nicola Pagliara progettò le Torri del Banco di Napoli e il palazzo dell’Edilred, Renzo Piano il palazzetto dell’Olivetti, Corrado Beguinot realizzò invece l’imponente Torre Telecom Italia, fino al 2010 la torre più alta del paese.

La pioneristica “invenzione” di un centro direzionale per uffici in una città come Napoli la rese protagonista di un ennesimo primato, essendo il centro direzionale il primo agglomerato di grattacieli dell’Europa Meridionale (ed indi d’Italia) – la sua realizzazione, cui doveva seguire una sempre più forte modernizzazione (purtroppo, mai avvenuta) fu per lungo tempo al centro del dibattito sul costruire la città; Il centro Direzionale fu, in breve, un tentativo ben riuscito (ma non terminato) di rendere Napoli la metropoli che dovrebbe essere, rappresentando il sogno interrotto bruscamente di una crescita economica del paese che si immaginava proprio negli anni sessanta, quando si pensò la prima volta a quest’opera.

Immagine tratta da Storia d’Italia – Fratelli Fabbri Editori, 1965

Sotto il dominio Aragonese, un Re illegittimo oppose resistenza allo strapotere dei Baroni, combattendoli sui campi di battaglia della Basilicata, facendo per un attimo tremare il dominio assoluto della nobiltà napoletana.

La Chiesa di Porta Capuana, la Chiesa del Gesù Nuovo e Porta Capuana sono solo alcune delle opere realizzate sotto il lungimirante dominio di Ferdinando I di Napoli. Figlio illegittimo di Alfonso V d’Aragona, al tempo influentissimo monarca dell’odierna Catalogna, cui madre pare fosse una certa Gueraldona Carlino, nobildonna Napoletana.

Nacque a Valencia nel 1424, ma partì giovanissimo per Napoli con il padre, che lo voleva al comando del nuovo regno del Sud Italia. Ferdinando dimostrò di essere un ragazzo brillante, coraggioso, e divenne presto Cavaliere sul campo di Maddaloni dove Renato d’Angiò-Valois, che era stato sfidato al duello, non si presentò. La legittimazione del giovane Ferdinando passò tra le mani di diversi pontefici: del resto non tutti vedevano di buon occhio l’investitura su un trono importante come quello di Napoli di un bastardo, un figlio illegittimo, anche se di uno dei monarchi più influenti d’Europa.

Alla fine Ferdinando ricevette l’investitura Papale da Papa Pio II e dopo aver arginato un aspro scontro con gli Angioini, anche con l’aiuto degli Sforza di Milano, regnò per un ventennio portando pace e prosperità a Napoli. Ferrante, o Don Ferrante come venne ribattezzato dai Napoletani, emanò varie leggi di stampo sociale che di fatto minavano lo strapotere dei Baroni, favorendo i piccoli artigiani e i contadini. Quest’opera di modernizzazione provocò l’immediata reazione dei Baroni del Regno in Basilicata – Ferrante, del resto, tentò -invano- dissolvere l’intricato sistema feudale che ammorbava il Regno di Napoli e di fatto gli impediva (e gli impedirà diversi secoli dopo) di competere con le altre potenze europee.

Tavola Strozzi, raffigura Napoli durante il Regno Aragonese, trionfante sugli Angioini

La congiura venne sedata, ma la fine del Regno era vicina, Ferrante, avendo sfidato i potentissimi Baroni Napoletani  (ed indi l’intera nobiltà feudale del regno) si ritrovò isolato quando la minaccia proveniva invece dall’esterno (Carlo VIII di Francia stava per calare in Italia) – non ebbe il tempo di vedere il proprio regno invaso, perché morì prima, sancendo, di lì a pochi anni, la fine della sua dinastia.

Ferdinando I ebbe il tempo di realizzare maestose opere a Napoli prima di lasciarla, prima fra tutte la Chiesa del Gesù Nuovo (ove sono conservate le reliquie di Giuseppe Moscati), Porta Capuana (che collegava le antiche mura di Napoli con la strada per Capua).

Alla sua città fece lascito delle proprie riforme, ma venne schiacciato dallo strapotere della nobiltà feudale Napoletana, che continuerà ad essere nodo di disgiunzione del regno, anche sotto i Borbone.

Briganti lucani: la banda di Pietro Bianchi

Carmine Crocco, Luigi Alonzi, Michelina de Cesare, nomi del brigantaggio italiano, figure controverse, su cui pende la spada di Damocle del dover considerare giuste o meno le loro azioni: erano Eroi o Briganti?

Siamo nel 1860, un anno prima dell’Unità d’Italia, quando Francesco II di Borbone regge l’ultimo stendardo di resistenza del fu Regno di Due Sicilie dalla fortezza di Gaeta, assediata dalle truppe sabaude. Il malcontento inizia a serpeggiare, le promesse degli invasori disilludono mandrie di popolani convertiti da poco da sudditi dei Borbone a sudditi dei Savoia, passando attraverso un breve periodo rivoluzionario, visionario, sognatore, regalato dalle promesse dei Garibaldini, ormai già echi lontani.

È un periodo di crisi economica, sociale, morale prima di tutto. In un secolo di atrocità e conflitti, scandito da un divario sociale insormontabile, le promesse rivoluzionarie delle camicie rosse, poi trasformatesi in una nuova invasione monarchica, segnarono per sempre i destini delle popolazioni del Sud Italia e posero le basi a quella che, diversi anni dopo, verrà chiamata “questione meridionale”.

Elementi della banda del brigante Agostino Sacchitiello di Bisaccia, uno dei luogotenenti di Carmine Crocco

La caduta di Gaeta e la formazione del Governo Borbonico in esilio, guidato da Francesco II, segna la data d’inizio del banditismo postunitario come fenomeno generatore di quel fenomeno di lotta sociale che il revisionismo storico ha iniziato a chiamare “guerra civile”.

Ex militari, contadini disillusi, ma anche criminali, latitanti e camorristi (e questo non deve sorprendere, dacché i camorristi inflazionavano l’intero sistema del Sud molto prima dell’Unità d’Italia, e furono utilizzati da ambedue le parti per raggiungere i loro fini) fanno fronte comune, generano scompiglio negli ex territori delle Due Sicilie in funzione antiunitaria.

In Basilicata emerge la figura predominante di Carmine Crocco, che arrivò a guidare un esercito di oltre duemila uomini; nel Basso Lazio e nella Campania il già celebre Chiavone (Luigi Alonzi), che entra in quel periodo tra i ranghi borbonici del governo in esilio. Le rappresaglie generate da questo dilagante fenomeno “costrinsero” le alte cariche del neonato Regno d’Italia e promulgare la così detta “Legge Pica”, che di fatto legalizzava tribunali militari per crimini connessi al brigantaggio.

Caricatura di Francesco II come brigante, essendo considerando dalla cronaca del tempo mandatario del fenomeno del brigantaggio postunitario.

L’emanazione di tale legge fu pretesto di repressione violenta del legittimismo borbonico e spesso campo fertile a massacri ingiustificati. Con il tempo il brigantaggio (quello inteso come politicamente schierato al ritorno della monarchia borbonica) andò scomparendo, anche a causa dello scioglimento del governo borbonico in esilio, decisione presa da Francesco II (che nel frattempo veniva dipinto dall’opinione pubblica e dalla stampa del tempo come un Brigante) per evitare lo scoppio di una vera guerra civile.

Fatto sta che i Briganti divennero Partigiani, difensori della patria sconfitta e continuarono a combattere per la sovranità della propria nazione con fervore, sebbene alcuni di loro utilizzassero il legittimismo borbonico per vessare ulteriormente le popolazioni locali e per nascondere un passato da criminale, cercando una malsana e sadica redenzione in nome di una causa che non gli apparteneva. La questione, quindi, rimane irrisolta: si tratta di Eroi o Briganti? Malfattori o partigiani del loro tempo, a cui va anche perdonata (dato appunto il loro tempo) la violenza perpetrata?

Nei giorni tra il 15 e il 17 giugno 2017, Napoli è stata teatro di un convegno di alta finanza conosciuto col nome di “The rise of modern banking in Naples. A comparative Prospective”. Nel bellissimo palazzo Ricca, sede della Fondazione Banco di Napoli, si sono dati appuntamento alcune tra le principali cariche dell’economia mondiale per dibattere circa la storia delle banche, il processo ed i cambiamenti che hanno portato alla nascita della banca moderna. L’idea che funge da principio fondante della banca esiste da sempre.

Già Greci e Romani avevano partorito un sistema molto simile a quello ancora oggi esistente. In pochi sanno però che è stato grazie all’intraprendenza e alle peculiarità dei banchi napoletani che la banca è cambiata, divenendo l’istituzione che tutti conosciamo. La ricostruzione storica, avvenuta al convegno, è partita da lontano. La genesi della banca moderna si sarebbe avuta proprio a Napoli tra XIV e XV secolo.

Elemento distintivo del banco napoletano è la sua nascita per gemmazione da istituti filantropici atti a tendere una mano nei confronti dei più bisognosi. Gli istituti principali che hanno legato il loro operato anche ad operazioni di tipo finanziario sono: 4 ospedali (Annunziata, Incurabili, S. Eligio e S. Giacomo e Vittoria), due Monti dei Pegni che elargivano prestiti su pegno senza interesse ai poveri e lo Spirito Santo, un istituto di ricovero per giovani donne a rischio.

La centralità dei banchi napoletani nel processo che ha portato alla nascita della banca moderna è testimoniata dalle fonti del prezioso Archivio storico del Banco di Napoli, e tale centralità risiederebbe nella capacità di determinare quelli che sono i tre principi fondamentali della banca moderna.

Il primo di questi è la circolazione cartacea tramite fedi di credito. A causa di una carenza di metallo in tutta l’Europa dell’epoca, la carta divenne elemento essenziale per garantire una rapida e comoda circolazione del danaro. L’intuizione risultò geniale e conobbe una grande diffusione.

La seconda innovazione introdotta dai “banchieri” napoletani fu la creazione del credito per accrescere il volume della moneta in circolazione. L’incremento del volume di moneta era possibile grazie alla concessione di prestiti derivati dall’emissione di fedi di credito non coperte da precedenti depositi.

L’ultima novità fu quella dello scoperto di conto corrente. Essa consentiva al beneficiario di effettuare una serie di prelievi fino ad un tetto, deciso dalla banca, corrispondente ad una cifra proporzionata alle necessità del correntista. Tale formula favoriva principalmente i mercanti che potevano agire con meno vincoli economici.

Il convegno di Napoli non si è limitato solo a rivisitare la storia della banca moderna ma si è soffermato anche sulla situazione economica attuale che vede il sistema economico-bancario in una condizione di fragilità e crisi. L’evento è terminato con l’augurio che le probabili soluzioni, che attualmente si stanno studiando per risolvere i problemi del nostro tempo, possano essere brillanti ed efficaci quanto le innovazioni finanziarie che furono escogitate a Napoli secoli orsono.

Fonti:
La banca moderna? È nata a Napoli su Il Sole 24 ore
Un convegno sulla nascita della banca moderna a Napoli su Repubblica

Reggia di Caserta

Reggia di CasertaLa Reggia di Caserta è indiscutibilmente uno dei simboli del nostro passato. Sede storica dei regnanti di Napoli fin dall’indipendenza, la Reggia ebbe un ruolo importantissimo nella storia di Napoli e dell’Italia intera, oltre a simboleggiare una nazione che è stata grande.

Il palazzo fu fatto costruire per ordine di Carlo I di Borbone, al tempo Re di Napoli, nel 1752. A Re Carlo si devono importantissime costruzioni, come il San Carlo, la Reggia di Portici e di Capodimonte, che fecero di Napoli il più importante centro della cultura del tempo.

L’intenzione era quella di realizzare un palazzo reale che fosse degno della dinastia dei Borbone, non meno imponente della reggia di Versailles. Il luogo scelto per l’allestimento del mastodontico cantiere furono le campagne di Caserta, un luogo oltremodo florido, non molto distante dalla capitale, e decisamente meno “sensibile” ad attacchi esterni via mare. Dopo aver acquistato (a prezzo scontato) il terreno dal duca Michelangelo Caetani (che aveva avuto trascorsi antiborbonici) il progetto fu affidato all’allora già celebre architetto Luigi Vanvitelli.

Vanvitelli, congruamente alle richieste del Re, fece attuare un piano urbanistico su larga scala attorno al sito del cantiere, pianificando strade, percorsi e, di principale importanza, ordinando la costruzione dell’Acquedotto Carolino, che doveva attraversare San Leucio e distribuire acqua -oltre che per le monumentali fontane della Reggia- a tutte le costruzioni confinanti.

La costruzione, affidata a manovali a basso costo (i così detti ‘barbareschi’, reperiti sulle navi pirata del nord Africa durante le operazioni di repressione piratesca attuate dalle navi napoletane in quel periodo), durò circa 20 anni e impiegò un investimento economico non indifferente.

Nel frattempo Carlo III salì al trono di Spagna e la Reggia rimase parzialmente incompiuta fino alla morte di Vanvitelli padre, per essere poi terminata da Carlo, figlio del suddetto. In gran parte a quest’ultimo fu affidata la realizzazione del Parco che, pur ridotto rispetto alle misure iniziali, risulta essere un magistrale lavoro di prospettiva: su diversi livelli si distribuiscono sei fontane, tutte “servite” dalla Grande Cascata, visibile fin dall’ombra della Reggia, che distribuisce acqua all’intero Parco.

La reggia, fulgido esempio del barocco Napoletano, è oggi un capolavoro architettonico che ricopre oltre 47.000 metri quadrati, risultando la residenza reale più grande al mondo. Una volta entrati, e superati tre immensi porticati, si raggiunge un magnifico scalone a doppia rampa che accompagna il visitatore in ambienti luminosissimi, specchiati dai raffinati Marmi di Mondragone, con le pareti tappezzate dalla seta prodotta a San Leucio: i migliori materiali del Mezzogiorno furono utilizzati per realizzare quella che oggi è uno dei capolavori simbolo del nostro paese.

Marte

Marte

Costruttore di cannocchiali kepleriani più potenti di quelli di Galileo Galilei, realizzò il primo disegno di Marte e ne colse la rotazione: il suo nome è Francesco Fontana, astronomo napoletano, che si dedicò allo studio del pianeta rosso tra il 1630 ed il 1650. Lo scienziato nacque a Napoli nel 1580 e morì nella sua città nel 1656; sconosciuti sono i giorni e i mesi dei due eventi.

Fortissimo il legame del napoletano col pianeta Marte, tanto che oggi, uno dei crateri lì presenti porta il suo nome. A ricordarlo è stato Massimo Della Valle, direttore dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte: “Il legame tra Napoli e Marte esiste da 400 anni. L’Unione Astronomica Internazionale ha dedicato a Fontana un cratere sulla Luna e uno su Marte, potremmo auspicare che in tempi brevi sia dedicata una via o un parco nella sua città natale”.

Queste le parole pronunciate dal direttore dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte, in occasione dell’evento grazie al quale, presso l’Accademia Aeronautica di Pozzuoli, è stato seguito il viaggio della sonda Exomars verso Marte, al cui interno vi è una stazione meteo: DREAMS è il suo nome, e vuol mettere in evidenza, secondo quanto dichiarato da Francesca Esposito, capo del team che l’ha progettata, il sogno che accomuna tutti gli scienziati della squadra di raggiungere a tutti i costi Marte.

Di grande portata, la manifestazione è seguita da studenti universitari e da scuole napoletane e campane, oltre che dalla comunità scientifica. Forte l’interesse ed il coinvolgimento da parte della platea, e grande l’emozione di Massimo Della Valle, fiero e soddisfatto della città di Napoli, ancora una volta al centro di una manifestazione di grande valore.

“Una missione che parla molto italiano e che parla anche napoletano”: questo, invece, l’intervento del Dottor Pietro Schipani dell’INAF.

Progetto degli ingegneri borbonici
Progetto degli ingegneri borbonici

Il territorio italiano e soprattutto quello dei paesi a ridosso della dorsale appenninica sono tra i più esposti al mondo ad attività sismica e da secoli hanno dovuto fare i conti con i terremoti e i danni da esso causati. Pochi sanno che le prime case antisismiche furono fatte costruire dai Borbone che redassero il primo regolamento antisismico d’Europa.

Tutto iniziò dopo il 5 febbraio del 1783, una data terribile per la Calabria e per il sud intero. Uno degli eventi più tragici della storia e un terremoto di una magnitudo elevatissima, tra i più alti che l’Europa abbia mai visto. Le zone colpite furono quelle di Reggio Calabria, Vibo Valentia e Catanzaro che videro la morte di 30.000 persone. Il governo borbonico subito si mise all’opera per la ricostruzione emanando un regolamento antisismico, il primo della storia.

Questo prevedeva la costruzione di una muratura rinforzata da un telaio di elementi lignei “inventata” dall’ingegnere Francesco La Vega, definita poi nel corso dell’Ottocento “casa baraccata“. Questo sistema si basava sugli ultimi studi dell’ingegneria settecentesca e su una tecnica costruttiva antica già in uso in Calabria.

Domus di Pompei costruita in Opus Craticium
Domus di Pompei costruita in Opus Craticium

Ma l’ingegnere spagnolo come ideò questa tecnica antisismica? In realtà non si trattava di niente di nuovo, ci avevano già pensato gli antichi romani. Agli inizi del XVIII secolo Carlo III di Borbone decise di avviare un’intensa campagna di scavo ad Ercolano e successivamente a Pompei e Stabia. Le attività di recupero e lo studio dei reperti archeologici furono dirette dal 14 marzo 1780 proprio da Francesco La Vega. Durante queste operazioni l’ingegnere ebbe modo di osservare, proprio nelle città vesuviane, il cosiddetto Opus Craticium (opera a graticcio) cioè pareti intelaiate da elementi lignei.

Mileto (Vv), Palazzo del Vescovo
Mileto (Vv), Palazzo del Vescovo

Grazie all’impiego di questa soluzione, le costruzioni successive al 1738, tra le quali anche il Palazzo del Vescovo di Mileto (Vv), riuscirono a resistere anche ai terremoti più devastanti, come quelli che colpirono la Calabria nel 1905 e nel 1908 con magnitudo 6.9 e 6 della scala Richter. Così come le abitazioni turche (Hımış) costruite con la tecnica dell’intelaiatura lignea hanno sfidato il sisma del 1999.

Turchia-Cannavale

Hımış turca dopo il sisma del 1999, accanto un edificio moderno colassato. © Randolph Langenbac

 

Fonti:

N. Ruggieri, Bollettino Ingegneri

Prof. Randolph Langenbac

Acquario di Napoli
Acquario di Napoli
Acquario di Napoli

Napoli – L’acquario di Genova è attualmente uno dei più famosi al mondo e, senza ombra di dubbio, il più conosciuto d’Italia: tantissimi turisti, ogni anno, si recano nel capoluogo ligure col solo obiettivo di ammirare le creature custodite al suo interno. Quello che molti non sanno, però, è che più di un secolo prima della nascita dell’attrazione di Genova, a Napoli nasceva uno dei primissimi acquari in Europa per studiare e conoscere le meraviglie degli abissi. La fondazione della Stazione Zoologica di Napoli nacque, infatti, nel marzo 1872 grazie al sogno visionario di Anton Dohrn, fondatore e primo direttore. L’acquario che si trova al suo interno è il più antico d’Italia, il secondo in Europa e il più antico d’Europa ancora in attività.

Anton Dohrn
Anton Dohrn

Nato a Stettino nel 1840, oggi parte della Polonia, Dohrn studiò zoologia e medicina in varie università tedesche, ma senza molto entusiasmo. Gli studi restrittivi del tempo non riuscirono a smuovere l’interesse del giovane, sognatore ed irrequieto per natura. Tuttavia, in quel tempo, le scienze naturali vennero stravolte dalle rivoluzionarie idee evoluzionistiche di Charles Darwin, teorie che riuscirono a scuotere l’inquieto studioso e a diventare per lui una ragione di vita.

In questo clima rivoluzionario, molti studiosi avevano concentrato le proprie attenzioni sulle creature marine, che meglio degli altri esseri manifestavano le trasformazioni evolutive spiegate da Darwin, e, per unire lo studio ad un mero guadagno economico, iniziarono a sorgere i primi acquari per analizzare da vicino le creature e per mostrarle al curioso pubblico. Queste strutture, però, erano sempre dipendenti da altri enti, come Università e centri di ricerca, rimanendo, di fatto, delle attrazioni fini a loro stesse.

Dohrn aveva sognato qualcosa di meglio: una sede che avrebbe riunito sia l’attrazione turistica che la ricerca scientifica, un acquario che offrisse anche tutte le conoscenze e le attrezzature per fungere da laboratorio e tavolo di lavoro per tutti i biologi marini. Napoli era la sede ideale per questo ambizioso progetto: una città affacciata sul mare, al centro esatto del Mediterraneo e, quindi, utilissima per raccogliere le specie più disparate, senza dimenticare, poi, l’incredibile numero di visitatori che vantava la città.

Acquario - foto storica

Il progetto era perfetto, ma mancavano le risorse. Il Comune di Napoli cedette, a titolo gratuito, una parte dell’attuale Villa Comunale, allora Parco Reale, mentre tantissimi scienziati e magnati donarono gran parte dei loro averi per la costruzione della struttura. Il 14 aprile del 1875 la Stazione Zoologica fu ufficialmente inaugurata: oltre all’acquario vero e proprio, un’edificio di più di 500 metri quadri con oltre 30 vasche, fu costruita anche un’enorme biblioteca. Questa era il vero cuore pulsante del sogno di Dohrn che donò tutti i suoi antichi volumi alla nuova istituzione. Ancora in tempi recenti, studiosi venivano a Napoli solo per consultare i rari libri raccolti dal biologo.

acquario di napoli

La Stazione Zoologica attirò, come previsto, l’interesse scientifico globale ed i campioni biologici raccolti al suo interno venivano spediti in ogni angolo del mondo, tanto erano importanti gli studi degli esperti napoletani. Oggi l’importanza scientifica dell’acquario di Napoli non è mutata, nonostante la sua attrattiva turistica sia stata surclassata dal più conosciuto acquario di Genova. Dopo essere divenuta un ente pubblico a tutti gli effetti, negli anni ’80, la Stazione ha assunto il nome del suo fondatore ,”Anton Dohrn”, ed è un importante polo di ricerca e formazione. All’interno della storica biblioteca i giovani vengono formati sulla biologia marina, in tutte le sue forme, e vengono raccolti preziosi campioni per conoscere e scoprire il Golfo di Napoli.

Università Parthenope

Napoli – L’Università degli Studi di Napoli “Parthenope” nasce nel 1919, grazie all’iniziativa del Vice Ammiraglio Leonardi Cattolica, che è dunque da considerarsi il fondatore dell’Ateneo. Leonardi decise, insieme al Regio Istituto di Incoraggiamento, di promuovere a Napoli un centro superiore di cultura ed istruzione nel quale il mare venisse “studiato in quanto è, in quanto produce ed in quanto mezzo di scambio”. La nuova istituzione avrebbe dovuto preparare i giovani ad una “consapevole valorizzazione dei problemi economici relativi al mare”.

Nacque, così, il Regio Istituto Superiore Navale, articolato in due sezioni: Magistero, per la formazione dei docenti di Discipline Nautiche; Armamento, per la formazione di dirigenti di aziende armatoriali ed assicuratori marittimi. Soltanto nel 1930 l’Istituto Superiore Navale ottenne un pieno riconoscimento del proprio carattere universitario. Nel periodo tra il 1939 ed il 1940 l’Istituto cambiò la propria denominazione, assumendo un nome in grado di rappresentare maggiormente l’utilità e lo spirito dell’Ateneo: diventa così Istituto Universitario Navale, semplicemente il “Navale”, nel linguaggio quotidiano di studenti ed addetti ai lavori.

Università Parthenope

Nel corso dei decenni, l’Istituto è stato sempre legato alla sua funzione principale, quella di trattare il mare sotto ogni suo aspetto economico e commerciale. Tuttavia l’offerta formativa si è allargata, specialmente a partire dagli anni Ottanta, con lo scopo di raggiungere ed interessare un bacino di utenza sempre più vasto. Questo processo di ampliamento ha raggiunto il suo apice all’inizio dell’anno accademico 1999/2000: insieme alle due storiche Facoltà di Economia e Scienze Nautiche, l’Istituto, adesso, contava le Facoltà di Giurisprudenza, Ingegneria e Scienze Motorie.

Questo ampliamento ha avuto un impatto notevole sul numero di studenti iscritti annualmente che, dai mille vantati fino al 1985, attualmente superano quasi sempre i 16.000. Grazie a questo enorme bacino di utenza ed al numero di percorsi formativi offerti, l’Ateneo è riuscito ad ottenere anche lo status di Universitas Studiorum, cessando così di essere un “Istituto universitario” per diventare “Università”.

Università Parthenope - Sede storica
Università Parthenope – Sede storica

In questo processo è stato abbandonato il vecchio nome di “Navale”, troppo legato ad un ciclo di studi specialistico, per assumere l’attuale “Parthenope”. Nome non casuale, rapportabile immediatamente alla via in cui si trova la sede storica dell’Istituto, via Parthenope, appunto, e comunque legato al mare ed a Napoli, richiamando la leggendaria sirena che le diede il nome.

scuola medica salernitana
scuola medica salernitana
Miniatura della Scuola Medica Salernitana

Le origini sono ancora avvolte nel mistero. Una leggenda narra che fu creata dalla volontà di quattro maestri: il latino Salerno, il greco Ponto, l’ebreo Elino e l’arabo Adela. La storia invece tramanda due possibili inizi. Secondo alcuni la Scuola Medica Salernitana nacque grazie alla presenza sul territorio di diversi monaci benedettini esperti nell’arte delle cure. Per altri, il complesso fu creato da vescovi autori di trattati di medicina che realizzarono un primo nucleo della Scuola all’interno del chiostro della Cattedrale principale. Contro questa idea vi sarebbero però documenti che accertano la nascita del chiostro nel Duomo nell’XI secolo, quando cioè la Scuola Salernitana era già nata. La teoria più accreditata porrebbe le basi del complesso nella volontà di alcune libere associazioni di maestri e studenti impegnati nella diffusione delle arti mediche.

Regimen_Sanitatis_Salernitanum

La Scuola Medica, grazie alla quale Salerno fu identificata come “Hippocratica Civitas”, prendeva spunto dagli insegnamenti di Ippocrate e Galeno considerando le malattie uno squilibrio in atto al’’interno del corpo umano. Lo scrittore e medico Garioponto, morto nel 1056, spiega perfettamente nel suo Passionarium le idee sulle quali si basa la teoria salernitana. In quest’opera, inoltre, si riscontrano per la prima volta le basi del linguaggio medico moderno grazie a nuove parole come ‘cicatrizzare’ e ‘cauterizzare’. Contemporaneo al dottore fu Costantino l’Africano, medico cartaginese che portò alla Scuola le conoscenze arabe. Tra l’XI e il XII secolo furono membri dell’Istituto anche due medici ebrei: Cofone il vecchio e Cofone il giovane. Del primo sono pervenute solo alcune pagine di farmacologia; del secondo, invece, sono sopravvissute il De arte medendi e il De aegritudinum curatione. Non si sa a chi dei due appartenga l’opera Anatomia porci, il primo trattato nel quale si afferma che l’anatomia del maiale sia la più vicina a quella umana. Idea che rimarrà in voga fino al Rinascimento. Nel XII secolo la Scuola inaugurò un nuovo insegnamento composto da lezioni teoriche e pratiche. Si diffusero, infatti, le dissezioni degli animali realizzate per la prima volta dal medico Matteo Plateario. Ma è nel secolo successivo che fu pubblicata l’opera più importante del complesso salernitano: il Regimen Sanitatis Salernitanum o De conservanda bona valetudine o Flos medicine. Trattato simile a un’enciclopedia, il Regimen, scritto da tutti i principali medici dell’Istituto, espone cure per ogni patologia raccogliendo in un’unica opera tutti i lasciti della tradizione greca e araba. La prima stampa fu pubblicata e commentata, nel 1480, dal medico e alchimista catalano Arnaldo da Villanova.

Importante all’interno della Scuola fu il ruolo che ebbero le donne. Per la prima volta potevano esercitare ed insegnare all’interno di una struttura che riconosceva il loro ruolo e la loro bravura. Fra tutte le “Mulieres Salernitanae”, Trotula de Ruggiero fu la più famosa.

FedericoII
Federico II di Svevia

Dopo essere stata riconosciuta come una vera e propria università pubblica da Federico II di Svevia, nel 1231, la Scuola Medica Salernitana si vide negare la possibilità di erogare lauree nel 1811 da un decreto di Gioacchino Murat che riconosceva solo l’università di Napoli come ufficiale. Questa decisione portò alla fine della più antica e celebre istituzione medica del mondo occidentale.

Fonti: Maria Pasca, “La Scuola medica salernitana”, Napoli, Electa, 2005

real museo mineralogico
Real Museo Mineralogico

Nella strada universitaria per eccellenza, sorge uno dei più importanti complessi di Napoli: il Real Museo Mineralogico. Lo stabile è situato lì dove un tempo aveva sede la biblioteca del Collegio Massimo dei Gesuiti. Costruita su due livelli, alla fine del Seicento, la biblioteca divenne sede universitaria quando i gesuiti furono espulsi dal Regno di Napoli con un decreto del 1777.

L’edificio fu poi scelto da re Ferdinando IV di Borbone, nel 1801, per realizzare il primo museo mineralogico d’Italia. La base dei prodotti custoditi nel complesso fu formata da una serie di campioni che Matteo Tondi, scienziato e mineralogista pugliese, e Carminantonio Lippi, geologo, vulcanologo e mineralogista campano, raccolsero durante i loro viaggi in Galizia, Germania, Transilvania, Islanda, Boemia, isole Britanniche e isole Orcadi. Come conseguenza della nascita del Real Museo, nel 1806, fu istituita all’Università di Napoli la prima cattedra di Mineralogia, affidata proprio a Tondi. Nel 1842 ai minerali presenti si aggiunsero quelli della collezione privata dell’abate Teodoro Monticelli acquistata dal direttore del museo, Arcangelo Sacchi. Questa raccolta è chiamata Vesuviana poiché comprende minerali proveniente o legati all’attività del Vesuvio. Attualmente il Museo annovera anche la Collezione Grandi Cristalli, costituita da sedici reperti tra i quali una coppia di cristalli di quarzo ialino proveniente da un filone pegmatitico del Madagascar donato a Carlo di Borbone nel 1740, e la Collezione Tufi Campani, formata da 660 reperti come la fluoborite, corrispondente alla discreditata nocerite,  la hörnesite e la condrodite.

collezione vesuviana
Cristalli di osumilite con habitus prismatico esagonale submillimetrici, trasparenti ed incolori in un proietto dell’eruzione del Vesuvio del 1872

Il Real Museo Mineralogico raggiunse il suo massimo prestigio quando, dal 20 settembre al 5 ottobre del 1845, fu scelto come sede del Settimo Congresso degli Scienziati Italiani. La conferenza, presieduta da Nicola Santangelo, Ministro degli Interni del Regno, accolse più di milleseicento scienziati. Tre anni dopo, nel momento in cui Ferdinando II emanò la Costituzione, il salone del Museo ospitò le prime riunioni della Camera dei Deputati. Nel 1853 Nicola Lucignano, membro del Consiglio generale della Pubblica Istruzione, scelse questo monumentale complesso per recitare l’orazione commemorativa in occasione della distribuzione della medaglia con l’effigie di Tommaso d’Aquino, nominato protettore dell’Università di Napoli. Infine, nel 1860, l’edificio ospitò anche uno dei dodici seggi elettorali per la votazione sull’annessione al Regno d’Italia. Nel 1930 e nel 1980 il Museo fu danneggiato dai due terremoti che colpirono la città. Incisero sul suo sviluppo anche gli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale, ma fortunatamente le collezioni furono quasi integralmente salvate dai professori Antonio Parascandola e Antonio Scherillo. Quest’ultimo, negli anni Cinquanta, riorganizzò l’intera disposizione del complesso, che aprì definitivamente al pubblico nel 1960. L’edifico fu però chiuso, per alcuni anni, dopo il sisma dell’Ottanta. Nel 1992 il Real Museo Mineralogico, insieme con altri tre storici musei, ha costituito il Centro Musei delle Scienze Naturali e Fisiche dell’Università di Napoli Federico II, uno dei poli scientifici italiani di maggior attrazione.

Fonti:  Donata Brianta, “Europa mineraria”, Milano, Franco Angeli, 2007

“Il progresso delle scienze, lettere ed arti”, Napoli, Tipografia Flautina, 1836

Sito del Centro Musei delle Scienze Naturali e Fisiche

Incurabili

Ebbe tra i primari Giuseppe Moscati, uno dei più importanti dottori napoletani. Ma non fu solo merito del cosiddetto “medico dei poveri” se l’Ospedale degli Incurabili è stato uno dei principali nosocomi di tutto il Meridione al punto da essere identificato come “ospedale del Reame”.

 

La sua storia inizia molti anni prima. Fu costruito nel 1522 da Maria Laurenzia Longo, nobildonna spagnola arrivata a Napoli dalla Catalogna insieme con il marito giurista Giovanni Longo, reggente del Consiglio Collaterale di Napoli. Quando il coniuge morì, Maria aveva poco più di quarant’anni, eppure aveva una forte paralisi che le impediva di camminare. Si racconta che la nobildonna pregando la Madonna affermò che se fosse guarita avrebbe dedicato la sua vita agli infermi. Dopo poco Maria guarì e iniziò a fare volontariato presso i diversi ospedali napoletani. Non contenta dei servizi resi decise di fare di più. Accettando il consiglio del sacerdote Gaetano da Thiene, fondatore della Congregazione dei chierici regolari detta dei Teatini, decise di costruire un ospedale. Acquistò così alcune terre nella zona di sant’Aniello, lì dove l’aria era ritenuta più salubre, e fece edificare il Santa Maria del Popolo degli Incurabili. Con il passare del tempo la nobildonna riuscì ad ampliare il complesso grazie alle donazioni di illustri benefattori. Fece costruire anche un monastero per le donne che volevano redimersi e un convento per le religiose dedite alla vita di clausura. In particolare fondò, insieme con Maria Ayerba d’Aragona, duchessa di Termoli, l’ordine delle Trentatré o delle cappuccinelle. Fu proprio in questo convento che Maria si ritirò fino alla sua morte.

Ma perché il cosiddetto ospedale degli Incurabili fu così importante? Con questo complesso nacque il primo edificio destinato a tutti i malati che, con cure gratuite, ricoveri e ricerca scientifica, si cercava di salvare. Furono chiamati a esercitare in questo ospedale tutti i più importanti medici del Regno che tenevano, all’interno dell’anfiteatro, lezioni di anatomia durante le quali mostravano come eseguire operazioni chirurgiche su cadaveri. Il complesso era diviso in reparti (chirurgia, urologia, ostetricia e altri), possedeva una propria biblioteca e pubblicava una rivista scientifica. La scuola per futuri medici era particolarmente severa e ispirò i modelli dei moderni colleges inglesi. Gli insegnamenti si basavano sulla libertà e sull’autonomia delle scelte professionali. A completare il complesso, nel Settecento, si aggiunse anche il Collegio Medico Cerusico di cui furono clinici Domenico Cirillo e Domenico Cotugno. Con quest’ultimo si diffuse, in particolare, l’idea moderna di ospedale in cui non si va più a morire ma per guarire e trovare sollievo dalla malattia.

Fonti: Agnese Palumbo, “101 donne che hanno fatto grande Napoli”, Roma, Newton Compton, 2010

Camillo Albanese, “Le curiosità di Napoli”, Roma, Newton Compton, 2007

orto botanico

orto botanico

Risale agli inizi del XIX secolo la realizzazione ad opera dei francesi di un progetto che, già concepito in precedenza da Ferdinando IV di Borbone, era stato ostacolato dai moti rivoluzionari del 1799. Si tratta della realizzazione del Real Orto Botanico di Napoli, il cui decreto di fondazione riporta la data del 28 Dicembre 1807 e la firma di Re Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone.

I terreni sui quali ancora oggi sorge il Real Orto Botanico, già individuati in epoca borbonica, furono espropriati ai rispettivi proprietari, in parte i Religiosi di Santa Maria della Pace e in parte l’Ospedale della Cava, attraverso l’articolo 1 del decreto di fondazione.

La realizzazione della nuova struttura, in via Foria, destinata all’istruzione del pubblico oltre che alla moltiplicazione delle piante utili alla salute, all’agricoltura e all’industria, fu affidata agli architetti Giuliano De Fazio e Gaspare Maria Paoletti. Il primo si occupò, oltre che della facciata monumentale realizzata in uno stile analogo a quello dell’adiacente Palazzo Fuga, del viale ad essa perpendicolare, della Stufa Temperata e del viale che conduce al Castello. E’ opera di Paoletti, invece, l’intera progettazione e realizzazione della parte inferiore dell’Orto Botanico.

Un decreto del 25 Marzo 1810 nominava primo direttore del Real Orto Botanico Michele Tenore, grande appassionato di Botanica che si occupò tanto dell’attività scientifica quanto delle relazioni esterne. E’ a lui che si deve la crescita esponenziale di specie coltivate nell’Orto Botanico che, alla fine della sua esperienza, giunsero addirittura a 9000. A Michele Tenore successe Guglielmo Gasparrini, il quale si occupò di risistemare alcune aree cadute in stato di abbandono durante gli ultimi anni di mandato del suo predecessore.

Dalla morte di Gasparrini all’arrivo di Fridiano Cavara, nel 1906, si successero ben tre direttori che dovettero fronteggiare notevoli difficoltà economiche che condussero la struttura verso un lento percorso di degrado. Una delle più importanti iniziative del Cavara, che pure si occupò della realizzazione di un laghetto e di due vasche destinate alla coltivazione delle piante lacustri, fu l’istituzione nel 1928 della “Stazione sperimentale per le piante officinali“, destinata alla coltivazione delle piante medicinali e alla loro sperimentazione.

Successore di Cavara fu Biagio Longo, il quale si trovò a dover fronteggiare uno dei periodi più bui dell’intera Storia dell’Orto Botanico. Sotto i suoi stessi occhi quel gioiello che i suoi predecessori avevano fatto crescere e prosperare con tanti sacrifici divenne vittima di guerra. Qualsiasi struttura metallica fu estirpata per essere riconvertita ad usi militari, coltivazioni di beni di prima necessità furono introdotte su larga scala, parte delle strutture ospitate dall’Orto Botanico furono adibite a caserma e i prati utilizzati come parcheggio per gli automezzi militari. Al termine della sua direzione, Longo non potè fare altro che constatare il totale disfacimento dell’Orto Botanico.

Giuseppe Catalano successe a Longo nel 1948 ma fu solo nel 1963, con la direzione di Aldo Merola, che avvenne la lenta rinascita del Real Orto Botanico che acquisì, proprio in questi anni, autonomia economica e amministrativa. Tuttavia, non c’è pace per la città e il terremoto del 1980 fa sì che l’orto botanico torni ad essere ancora una volta, come già durante la seconda guerra mondiale, rifugio per la popolazione. Quando nel 1981 Paolo De Luca succederà a Giuseppe Caputo nella direzione non potrà far altro che rimboccarsi le maniche e avviare, ancora una volta, il progetto di ricostruzione di uno dei luoghi più suggestivi della città partenopea.

vesuvio

Vesuvio

Sul versante occidentale del Vesuvio, a seicentotto metri di quota, fu realizzato il primo Centro Vulcanologico, Sismologico e Meteorologico del mondo. Il Reale Osservatorio Vesuviano fu fondato nel 1841 per volere di Ferdinando II di Borbone, che decise di accogliere le pressanti richieste dell’amministrazione napoletana interessata già dagli inizi dell’Ottocento a costruire un’istituzione dedicata allo studio dei vulcani. La struttura, collocata in un edificio neoclassico realizzato dall’architetto Gaetano Fazzini su un piccolo colle al riparo delle colate laviche, fu inaugurata ufficialmente nel 1845 in occasione del VII Congresso degli Scienziati Italiani.

Osservatorio_vesuviano

In particolare la realizzazione del centro si ebbe grazie all’impegno del fisico parmense Macedonio Melloni, che visse a Napoli per circa sedici anni. E fu allo stesso studioso che fu affidata la direzione del centro per circa tre anni. In seguito, dal 1848, anno in cui il capoluogo campano fu pervaso dai moti rivoluzionari, fino al 1854, l’Osservatorio rimase inattivo. Solo nel 1855, quando fu nominato direttore lo studioso dell’elettricità atmosferica, sismologo e vulcanologo Luigi Palmieri, la struttura iniziò realmente la propria attività di ricerche e studi. In questo stesso anno il fisico beneventano fu premiato dall’Accademia delle Scienze di Lisbona per aver inventato l’elettrometro bifilare a induzione.

Elettrometro bifilare ad induzione di Palmieri
Elettrometro bifilare ad induzione di Palmieri

Palmieri rimase direttore fino al 1896, nonostante nel 1860 fosse diventato professore di Fisica Terrestre presso l’Università di Napoli. Durante gli anni di dirigenza lo studioso poté assistere in prima linea anche a una vera eruzione del Vesuvio. Nel 1872, infatti, durante l’evento naturale si trovava all’interno dell’Osservatorio. Da lì osservò e registrò i vari fenomeni eruttivi che poi trascrisse negli “Annali dell’Osservatorio Vesuviano” rivista da lui fondata e che pubblicò dal 1859 al 1873. Grazie agli studi di Palmieri oggi sappiamo che sul nostro pianeta è presente l’Elio, che le fasi eruttive si susseguono secondo un andamento tipico e che prima di un’eruzione il suolo si solleva. Inoltre fu sempre Palmieri a inventare il sismografo elettromagnetico e a far istallare presso il centro vulcanologico una stazione telegrafica che trasmettesse alle autorità napoletane i dati relativi all’attività del Vesuvio.

Eruzione del Vesuvio 1944
Eruzione del Vesuvio 1944

 

Dopo la morte dello studioso la direzione passò prima a Eugenio Semola, poi al geologo Raffaele Vittorio Matteucci, decorato con una medaglia d’oro per i contributi che apportò al progresso della scienza, e infine a Giuseppe Mercalli. Quest’ultimo, in particolare, è ancora oggi ricordato per aver inventato la scala omonima, che classifica l’intensità di un terremoto in base ai suoi effetti visibili sulle costruzioni, e aver classificato le tipologie di eruzione vulcaniche. A Mercalli succedette Alessandro Malladra che riorganizzò il servizio meteorologico dell’Osservatorio e concentrò i suoi studi in particolare sulla morfologia dei crateri vulcanici. Nel 1935 al segretario del Comitato Vulcanologico Internazionale succedette il fisico Giuseppe Imbò che riammodernò la struttura con nuove apparecchiature geofisiche ispirandosi al modello degli osservatori giapponesi. Egli studiò particolarmente l’eruzione del Vesuvio del 1944 nonostante il centro fosse stato requisito dalle truppe alleate. Da allora l’Osservatorio ha continuato le attività di ricerca geofisica, geochimica e vulcanologica. All’interno dell’edificio è possibile osservare numerose esposizioni di strumenti scientifici e collezioni mineralogiche, strumentali e artistiche. Inoltre è possibile visionare diversi filmati, fotografie e stampe d’epoca realizzati durante le eruzione vulcaniche avvenute tra il 1865 e il 1944. Dal 23 maggio 2015 il centro è stato riconosciuto dalla Società Europea di Fisica tra i siti storici per la Fisica.

Fonti: Luigi Amodio, Gabriele Di Donato, “Tradizione e strutture scientifiche”, Napoli, Guida, 2006
Silvano Vinceti, “Parco nazionale del Vesuvio”, Roma, Armando, 2008
Sito dell’Osservatorio Vesuviano 

366 fosse

366 fosse

Alla fine del Settecento la scienza medica ebbe una grande diffusione. Di conseguenza si iniziò a pensare a come migliorare l’ambiente urbanistico e atmosferico delle città per non alimentare la nascita di malattie. Si pose ben presto un grande problema: dove costruire i cimiteri? Il paese che prima di tutti si impegnò per rinnovare le consuetudini cimiteriali fu la Francia. Già nel 1737 il parlamento parigino iniziò un’inchiesta medica sull’igiene dei cimiteri e dopo meno di trent’anni vietò di seppellire i corpi dei defunti all’esterno delle chiese, prevedendo la creazione di grandi fosse comuni al di fuori della mura cittadine.

Cimitero-delle-366-Fosse-Napoli-Fossa
fossa numerata

Indubbiamente questo tipo di problema iniziò ad essere percepito anche in Italia. Dove seppellire i defunti? Ma soprattutto, dove deporre i corpi dei più bisognosi di cui nessuno si curava neanche dopo la morte? Possiamo affermare che pensare di abbandonare delle povere anime senza dedicare loro una degna sepoltura era un’idea improponibile soprattutto per Napoli, città in cui il culto dei morti è sempre stato molto diffuso. Non è un caso quindi che proprio nella capitale del Regno delle Due Sicilie nacque la prima area interamente dedicata ad accogliere le salme delle classi meno abbienti. Il cimitero di Santa Maria del Popolo, conosciuto come cimitero delle 366 fosse o dei Tredici, fu fatto costruire nel 1762 da Ferdinando IV di Borbone. Il re commissionò l’opera all’architetto Ferdinando Fuga già artefice del Real Albergo dei Poveri, voluto da Carlo di Borbone, del palazzo dei Granili, ora crollato, e della facciata della chiesa dei Girolamini. Il cimitero fu costruito su un terrazzamento naturale collocato sulla collina di Poggioreale nella parte orientale della città. Da re illuminato quale Ferdinando fu, egli realizzò una perfetta “macchina della morte”.

Macchinario regalato dalla baronessa inglese
Macchinario regalato dalla baronessa inglese

Le fosse erano 366 così come i giorni dell’anno bisestile, ogni giorno se ne apriva solo una in cui venivano deposti tutti i defunti di quella giornata. Le fosse, a pianta quadrata profonde circa sette metri, erano allineate diciannove per file. Trecentosessanta erano posizionate nel cortile all’aperto, altre sei erano al coperto. Tutte le sepolture erano segnate da una lastra con sopra il numero inscritto in un cerchio. La sequenza procedeva da sinistra a destra, ma cambiando file la progressione cambiava andamento, da destra e sinistra, e così via. Le lapidi di basalto, che sigillavano le fosse, furono disposte in modo che i becchini si trovassero a lavorare ogni giorno su una fila differente da quella del giorno precedente. I corpi erano lasciati cadere nelle fosse senza cura né attenzione, fino a quando, nel 1875, una baronessa inglese che aveva perduto la figlia in seguito a un’epidemia di colera, decise di donare al cimitero un macchinario, realizzato da una fonderia napoletana, che calasse con calma e precisione le salme all’interno delle sepolture. Pur non potendo consentire al familiare di identificare il luogo preciso in cui poter piangere il defunto, il cimitero funzionò fino al 1890 accogliendo più di settecentomila corpi.

Fonti: Paolo Giordano, “Il disegno dell’architettura funebre”, Firenze, Alinea, 2006

Francesco Marino, “Edilizia funeraria”, Rimini, Maggioli, 2008

Agnese Palumbo, Maurizio Ponticello, “Misteri, segreti e storie insolite di Napoli”, Roma, Newton Compton, 2012

manicomio aversa real morotrofio primo ospedale psichiatrico
“La Nave dei Folli” di Hieronymous Bosch

“Il pazzo è un sognatore sveglio” sosteneva Sigmund Freud, uno dei più importanti neurologi e psicoanalisti mai esistiti, nonché fondatore della psicoanalisi. Eppure non sempre i malati di mente sono stati trattati come sognatori. Per i Greci i pazzi erano coloro che perdevano la dignità, nel Medioevo i folli erano posseduti dal demonio e per questo venivano condannati al rogo, nel Cinquecento erano visti semplicemente come diversi e addirittura Erasmo da Rotterdam nel suo “Elogio alla follia” ipotizzò che un pizzico di pazzia fosse necessaria per comprendere il significato più profondo della vita. Nel Seicento per follia si intendeva la componente creativa e sensibile dell’uomo, un carattere assolutamente positivo come si evince dal “Don Chisciotte” di Cervantes. Nel Settecento i matti iniziavano nuovamente a essere considerati negativamente e a essere rinchiusi nelle carceri. È alla fine di questo secolo che si iniziò a pensare a come curare, in appositi centri, coloro considerati malati di mente. Infatti, per tutto il XIX secolo, in Europa, si pensò che l’unica struttura in cui si potessero aiutare i malati di mente fosse il manicomio. Se inizialmente questo problema fu affrontato soprattutto in Francia e Inghilterra, agli inizi dell’Ottocento fu preso in considerazione anche dal Regno delle Due Sicilie.

Nel 1813 Gioacchino Murat, nominato re di Napoli da Napoleone cinque anni prima, fondò ad Aversa la “Real Casa de’ Matti”, il primo ospedale psichiatrico italiano. Il francese, che si ispirò alle nuove teorie psichiatriche propugnate nella Madre Patria da Pinel, per costruire il complesso utilizzò i locali del soppresso convento di Santa Maria Maddalena. L’Ospedale divenne un punto di riferimento per l’organizzazione dei successivi manicomi italiani e anche stranieri. La fama del complesso si diffuse sempre più grazie a una serie di terapie terapeutiche intraprese da Giovanni Linguiti. Quando i Borbone tornarono a Napoli, come decretato dal Congresso di Vienna nel 1815, il manicomio fu soprannominato “Real Morotrofio” e diventò sempre più importante al punto che re Ferdinando IV vi portava i nobili in visita. L’umanista e storico Gaetano Parente scriveva che questi rimanevano “attoniti del vedere per esempio un biliardo fra i pazzi, dell’udirli a suonare e cantare e talvolta recitar commedie e conversare con chicchessia affabilmente; non più catene, (…) alla reclusione antica sostituito il beneficio della vita attiva ed i giocondi passatempi e le salubri passeggiate per l’aprica campagna”.

Il Real Morotrofio oggi

Particolarmente importanti per il successo del manicomio furono due medici: Biagio Miraglia e Giovanni Sannicola. Il primo pubblicò, nel 1843, il “Giornale medico-storico-statistico del Regno delle Due Sicilie per la parte Citeriore del Faro”, considerato il primo periodico psichiatrico italiano. Successivamente, nel 1854, scrisse i due volumi del “Trattato di frenologia”, in cui avanzava l’ipotesi dell’origine organica delle malattie mentali. Dopo sette anni Miraglia annunciò, proprio al “Real Morotrofio”, la fondazione della Società Frenopatica Italiana che può essere considerata alle origini dell’attuale Società Italiana di Neurologia. Sannicola diventò medico dell’ospedale nel 1836 e pubblica, insieme con il nipote, il giornale “Il Linguiti”, repertorio psicologico e medico delle malattie mentali. Dal 1944 al 1946 l’ospedale psichiatrico perse momentaneamente la sua funzione originale e fu considerato centro per i profughi di guerra. La chiusura definitiva arrivò nel 1978 con la legge Basaglia che impose la chiusura di tutti i manicomi.

Fonti:  Candida Carrino, Nicola Cunto, “La memoria dei matti”, Napoli, Filema, 2006

Giuseppe Francioni Vespoli, “Itinerario per lo regno delle due Sicilie”, Napoli, Stamperia Francese, 1828

Alessandro Marra, “La Società economica di Terra di Lavoro”, Milano, FrancoAngeli, 2006

Adriana Caprio, Anna Giordano, Marcello Natale, “Terra di lavoro”, Napoli, Guida, 2003

statua di santa Rosalia nella Cappella di Sansevero

È la patrona di Palermo dal 1666, ma ciononostante vi è anche a Napoli una statua realizzata in suo onore. Santa Rosalia, figlia di Ruggero Sinibaldi nata nel XII secolo, apparteneva alla famiglia dei conti dei Marsi e di Sangro. Fu per questo che il principe di Sansevero decise di far costruire all’interno della propria cappella un’opera che rendesse omaggio alla sua antenata più illustre. Nella terza cappelletta a sinistra, che separa la “Soavità del giogo coniugale” dalla “Pudicizia”, è situata la statua di Santa Rosalia. Elogiata anche da Antonio Canova per la morbidezza dei lineamenti, fu realizzata da Francesco Queirolo nel 1756. La donna, con la testa leggermente inclinata verso destra, è rappresentata nell’atto di pregare mentre è inginocchiata su un cuscino. Il capo è cinto da una corona di rose in onore del suo nome e a completare il monumento funebre vi sono una lapide commemorativa, in marmo rosso, e due angioletti.

santuario di santa Rosalia a Palermo

Santa Rosalia fu una vergine eremita che visse a Palermo durante il Regno di Sicilia di Guglielmo I detto il Malo. Figlia di un nobile feudatario visse in un periodo particolarmente positivo in cui in Sicilia, dopo la cacciata degli Arabi, era stata ristabilita dai Normanni la pace e la fede. Influenzata da questo clima di fervore religioso, la giovane decise di distaccarsi da quelli che erano i suoi beni terreni e di allontanarsi dalla sua famiglia esiliandosi, per circa dodici anni, in una grotta situata nei pressi di Bivona. A confermare questa tesi è stata trovata, nel 1624, sulla parete d’ingresso della grotta questa scritta: “Ego Rosalia Sinibaldi Quisquine et Rosarum Domini filia amore d.ni mei jesu cristi in hoc antro habitari decrevi” ossia “Io Rosalia di Sinibaldo, figlia del Signore della Quisquina e del Monte delle Rose, per amore del mio Signore Gesù Cristo, ho deciso di abitare in questa grotta”. Successivamente la donna tornò a Palermo prima di rifugiarsi nuovamente presso un’altra grotta situata accanto ad un antico altare, prima pagano e poi dedicato alla Madonna, sul monte Pellegrino. Qui fu trovata morta dai suoi fedeli il 4 settembre del 1160, anche se alcune ricerche affermano che la morte sia avvenuta dieci anni dopo.

carro di santa Rosalia durante “u fistinu”

Perché Rosalia fu nominata santa? Nel 1624 la peste si diffuse a Palermo provocando centinaia di vittime. Una notte lo spirito della giovane apparve in sogno a una malata. Successivamente apparve anche a un certo Vincenzo Bonelli, un saponaro che dopo aver perso la moglie a causa dell’epidemia era salito sul monte Pellegrino per gettarsi dal precipizio. La futura santa chiese all’uomo di recuperare le proprie reliquie e di portarle in processione in tutta Palermo. Così fece e da quel momento la peste abbandonò la città. Rosalia fu inclusa, nel 1630 da papa Urbano VIII, nel Martirologio romano. Da allora questa processione detta “u fistinu” si ripete nel capoluogo siciliano ogni anno tra il 14 e il 15 luglio. Il 4 settembre invece avviene la tradizionale “acchianata”, cioè salita, dei fedeli sul monte Pellegrino dove sorge il santuario in onore di “Santuzza” com’è chiamata Rosalia dai palermitani.

Fonti: Pietro Sanfilippo, “Vita di santa Rosalia”, Palermo, Francesco Lao, 1840

Marina Picone, “La cappella Sansevero”, Napoli, Azienda Autonoma di soggiorno, cura e turisimo, 1959

Paolo Collura, “Santa Rosalia nella storia e nell‘arte”, Palermo, Santuario del Montepellegrino, 1977

Sito santuario di Santa Rosalia

 

Osservatorio astronomico

Osservatorio astronomico di Capodimonte

“La più sublime, la più nobile tra le Fisiche Scienze ella è senza dubbio l’Astronomia.
L’uomo s’innalza per mezzo di essa come al di sopra sé medesimo,
e giunge a capire la causa dei fenomeni più straordinarie”

Giacomo Leopardi

Svariate citazioni, numerosi libri e manuali scientifici sono stati scritti nel corso degli anni per descrivere l’Astronomia, scienza che, sin dall’antichità, ha affascinato gli uomini, letteralmente rapiti dall’immensità e dal fascino misterioso dell’Universo e del cielo.
La parola “osservare” deriva dal latino “observare” che significa “serbare, custodire, considerare”. In effetti, osservare il cielo vuol dire in qualche modo considerare i suoi molteplici, affascinanti e misteriosi aspetti, “custodirli” dentro di sé per poi rielaborarli e metterli su carta. Lo strumento di cui ci si avvale per studiare il profondo e sconfinato Universo è il telescopio. A tal proposito non possono non essere menzionati gli osservatori astronomici, strutture adibite appositamente per l’osservazione dello spazio cosmico.

Universo
Universo

Facendo un passo indietro, ritornando al 1700, secolo dei Lumi, ripercorreremo la storia un po’ intricata legata alla nascita dell’Osservatorio di Capodimonte, il primo Istituto italiano in assoluto adibito a tale funzione. Si annovera anch’esso tra uno dei tantissimi ed importanti primati del Regno delle Due Sicilie, che hanno fatto la storia.
Correva l’anno 1753, il più prospero per quanto riguarda il progresso della scienza astronomica nel Sud Italia: non a caso la disciplina fu inserita per la primissima volta tra i programmi delle scuole superiori, grazie all’intervento del giovanissimo re Carlo di Borbone, che approvò il piano di riforma dello Studio napoletano, a cura di Celestino Galiani. Oltre alla riorganizzazione delle cattedre dei docenti, la cattedra di politica e di etica venne sostituita da quella di astronomia e nautica.

Il matematico Pietro De Martino fu il primo a detenere la cattedra di astronomia presso l’Università, nel 1734, seguito da Felice Sabatelli e da Ferdinando Messia da Prado. Inizialmente si trattò di un insegnamento prettamente teorico, in quanto non c’era ancora a disposizione una Specola, ovvero un vero e proprio osservatorio volto ad espletare tale funzione. Esistevano infatti soltanto alcune Specole private, più che altro gestite da religiosi, quali la Specola del Collegio Reale delle Scuole Pie, gestita da padre Nicola Maria Carcani, gli Osservatori privati, a San Carlo alle Mortelle, di Lord Acton e del principe Ferdinando Vincenzo Spinelli di Tarsia. L’Università stessa proponeva studi scientifici basati per lo più sulla matematica e sulla medicina.

Nel 1791 re Ferdinando IV diede inizio ai lavori di edificazione della Specola, scegliendo come location la parte nord-orientale del Real Museo di Capodimonte, che ben presto sarebbe stato trasformato nel “Museo Generale ed Accademia delle Arti e delle Scienze”. Il progetto architettonico fu affidato all’architetto romano Pompeo Schiantarelli, ma purtroppo i lavori non furono mai portati a termine. Dopo l’ascesa al trono di Giuseppe Bonaparte e grazie all’introduzione del decreto del 29 gennaio 1807, che incise fortemente anche sulla fondazione dell’Orto Botanico, il Monastero di San Gaudioso sulla collina di Sant’Agnello fu destinato alla fondazione della Specola, in corrispondenza dell’acropoli della greca Neapolis. L’astronomo Giuseppe Cassella iniziò ad essere operativo, utilizzando pochi ma personali strumenti, ma il caso volle che morì prematuramente proprio in seguito all’osservazione di una cometa, nel 1808. La sua morte dunque coincise anche con la fine dell’esistenza della Specola di San Gaudioso.

Osservatorio astronomico di Capodimonte
Osservatorio astronomico di Capodimonte

Con Re Gioacchino Murat si ebbe una vera e grande svolta: in primis nel 1809 Federico Zuccari, giovanissimo insegnante di Geografia Matematica nel Collegio Militare, fu nominato direttore della Specola. A tal proposito trascorse, guidato dall’astronomo Barnaba Oriani, due anni presso la Specola di Brera per perfezionare al massimo le sue conoscenze. Solo il 4 novembre del 1812, anno precedente alla fondazione del Museo Zoologico, iniziarono a Napoli i veri e propri lavori per l’edificazione dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, grazie al decreto del Re ed al progetto coordinato da Zuccari e dall’architetto Stefano Gesse. Il luogo prescelto fu la colina di Miradois (dallo spagnolo “mira a todos” ovvero “guarda tutto”) nei pressi della Reggia Borbonica di Capodimonte, che prendeva il nome dalla villa cinquecentesca del marchese di Miradois, reggente della Gran Corte della Vicaria. Purtroppo non andò tutto liscio: per quanto il progetto fosse degno, peccava comunque di funzionalità, tant’è che i lavori proseguirono con molta lentezza. Furono spesi molti fondi da parte di Zuccari, che non riusciva a gestire il denaro, in quanto la ditta appaltatrice si rivelò davvero disonesta.
Il decreto del 1817 fu decisivo: padre Giuseppe Piazzi ideò un piano vincente per il locali tecnici, seppure con grossa difficoltà. I lavori, tra alti e bassi, terminarono nel 1819, quando Ferdinando I, tornato sul trono di Napoli già nel 1815, approvando lo stanziamento degli ultimi finanziamenti all’interno del piano globale di revisione urbanistica della capitale. In questo stesso anno furono messi a punto il piazzale, il fossato, il muro di cinta, le decorazioni e le stanze sotterranee, che portarono alla tanto attesa inaugurazione. Ancora oggi è possibile vedere scorgere due “targhe” dedicati alla dinastia Borbone: una scritta dedicata al Re Ferdinando “FERDINANDUS I / ASTRONOMIAE INCREMENTO / MDCCCXIX” ed un bassorilievo che ritrae il re che viene incoronato da Urania, opera di Claudio Monti. Nacque così la prima struttura in Italia destinata in maniera esclusiva alla funzione di Osservatorio Astronomico.

Nel 1820, grazie agli astronomi Antonio Nobile ed Ernesto Capocci, fu effettuata la prima misurazione delle distanze meridiane del Sole e di undici stelle e l’anno successivo ci si dedicò alle prime osservazioni astronomiche. Nel 1833 subentrò Ernesto Capocci, nipote di Federico Zuccari. Ben presto fu impegnato, in collaborazione con Leopoldo Del Re, nella compilazione della carta celeste, con l’assegnazione di una regione da osservare compresa tra -15° e +15° di declinazione e 18 e 19 ore di ascensione retta, utilizzando il cerchio meridiano di Reichenbach, misurando in tre anni le posizioni di circa 7900 stelle. Riscontrò inoltre la posizione di circa cento stelle doppie. Infine, fino al 1860, subentrò Leopoldo Del Re.

Ecco un breve ma interessante video, a cura di Valoridinapoli, nel quale si ripercorre a grandi linee la storia dell’Osservatorio, attraverso una serie di bellissime immagini esplicative.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=vJhYohuRYeI[/youtube]

 

Fonti
http://www.oacn.inaf.it/

Napoli

Napoli, tra tutti i suoi primati, vanta anche quello di avere la più antica Scuola di sinologia e orientalistica di tutta l’Europa: l’Orientale. Con la predilezione per le tematiche che riguardano l’Asia e l’Africa, non trascura però le culture che sono espressione degli usi e costumi del mondo occidentale rappresentato dall’Europa e dall’America.

L’Orientale, che ha la sede centrale a via Chiatamone, nacque dalla trasformazione, nel dicembre del 1888, del Real Collegio Asiatico evoluzione a sua volta, all’indomani dell’Unità d’Italia, dell’antico Collegio dei Cinesi. Quest’ultimo fu fondato nel 1724 da Matteo Ripa, missionario che dal 1711 al 1723 aveva lavorato come pittore e incisore su rame alla corte dell’imperatore mancese Kangxi. Quando il sacerdote tornò a Napoli, portò con sé quattro giovani cinesi e un maestro di lingua e scrittura mandarinica. Costituì così il primo nucleo della scuola impegnata, da allora, nella formazione religiosa e nell’ordinanza sacerdotale di giovani cinesi destinati a diffondere il cattolicesimo nel loro paese. Il primo riconoscimento ufficiale arrivò, nel 1732,  dal papa Clemente XII. In questi anni fu costruito, annesso al Collegio, anche un convitto per la formazione e l’educazione di napoletani dove, nel Settecento, soggiornarono anche il vescovo e compositore sant’Alfonso Maria de’ Liguori e il missionario, proclamato beato nel 1996 da papa Giovanni Paolo II, Gennaro Maria Sarnelli.

Carlo VI d’Asburgo

Con il passare del tempo, con lo scopo di formare nuovi sacerdoti, furono ammessi alla scuola anche studiosi provenienti dall’Impero Ottomano. Altro obiettivo del Collegio era creare anche interpreti ed esperti nelle lingue dell’India e della Cina al servizio della Compagnia di Ostenda, costituita nei Paesi Bassi con il favore di Carlo VI d’Asburgo, per stabilire rapporti commerciali tra i paesi dell’Oriente Estremo e l’Impero Asburgico, nel cui ambito rientrava il Regno di Napoli.

Dal 1736 al 1888, la Congregazione della Sacra Famiglia di Gesù Cristo si occupò dell’educazione dei collegiali e dei convittori. Durante questi anni, dopo l’Unità d’Italia, il Collegio dei Cinesi fu trasformato in Real Collegio Asiatico, struttura divisa in due parti: missionaria e laica, per gli studiosi di lingue asiatiche. Intanto nella scuola si iniziò a insegnare anche arabo e russo, oltre, a partire dal 1878, hindi, urdu, persiano e greco moderno.

Nel 1888 la sezione missionaria della scuola fu eliminata del tutto e il nuovo Istituto fu trasformato in un’università, mentre precedentemente, il Real Collegio Asiatico era considerato una scuola superiore secondaria.

palazzo du Mesnil dell’Orientale

Agli inizi del Novecento l’università passò dal ministero della Pubblica Istruzione al controllo del ministero delle Colonie. Fu affidata all’accademico italiano Carlo Alfonso Nallino un’opera di riqualificazione volta a trasformare l’Istituto nel centro di formazione del personale coloniale. Quando, con la Seconda Guerra Mondiale, l’Italia perse quasi tutte le colonie, la scuola non riuscì più a garantire una carriera ai propri studenti e trasformò il proprio corso di laurea in “Scienze Politiche per l’Oriente”.

Attualmente l’università possiede tre dipartimenti: Asia Africa e Mediterraneo, Scienze Umane e Sociali e Studi Letterari, Linguistici e Comparati.

Fonti: Vincenzo Pavoni, Renato Sironi, “Quale università”, Alpha Test, Milano, 2011

Antonio Schiavulli, “La guerre lirica”, Giorgio Pozzi, Ravenna, 2009

omosessuali
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Affresco della cd. “Tomba del Tuffatore” di Paestum

Gli atti omosessuali, nei tempi antichi, erano una pratica diffusa e tutt’altro che anomala. Era normale vedere due uomini in atteggiamenti omosessuali durante un simposio, oppure due donne insieme nel gineceo.

Con l’avvento del Medioevo le cose cambiarono nettamente. La Chiesa cattolica puniva con la morte chi andava con persone dello stesso sesso ed è stato così per molti secoli, fino ad oggi in cui l’omosessualità è “tollerata”, anche se non mancano episodi spiacevoli di omofobia.

Ma una cosa che non tutti sanno è che le leggi sull’omosessualità vigenti nel Regno delle Due Sicilie erano le più illuminate dell’Italia prima dell’unificazione. Nel codice penale del Regno l’omosessualità non era nemmeno citata, infatti quando si parlava di reati sessuali (stupro, sevizie, ratto, violenza su minori, oltraggio al pudore e simili), il codice se ne occupava a prescindere dal sesso dei soggetti. Si riteneva, quindi, che il sesso della vittima fosse, dal punto di vista penale, un particolare per niente importante.

Nel regno borbonico, insomma, i rapporti sessuali fra persone dello stesso sesso non erano proibiti ed erano considerati normali e leciti. In Piemonte e in Sardegna le cose erano diverse: nel codice penale del Regno di Sardegna l’omosessualità era considerata un crimine perseguibile dalla legge. L’articolo 425 del codice sabaudo puniva gli atti omosessuali su denuncia o in caso di pubblico scandalo. Quando nacque l’Italia Unita, il codice sabaudo venne imposto a tutto il territorio nazionale e al nostro Mezzogiorno e tutti gli omosessuali del Regno iniziarono ad avere timore di una persecuzione, ma l’impianto di quell’articolo riuscì dappertutto tranne che nell’ex Regno delle due Sicilie, dove fu infatti abrogato.

Incompatibile coi costumi del popolo meridionale, che da secoli considerava l’omoerotia un elemento naturale della vita quotidiana, la legge fu adattata così: la pratica omosessuale era un crimine a Torino ma non a Napoli, a Milano ma non a Bari, a Bologna ma non a Cosenza, a Cagliari ma non a Palermo. Dunque solo nel nostro Sud, si potevano coltivare i propri gusti erotici senza nessun timore di denunce, condanne ed arresti.

Questo duplice regime durò fino alla promulgazione, nel 1889, del codice Zanardelli, dove l’omosessualità veniva considerata del tutto lecita, a patto che fosse praticata in privato. Una dimostrazione del fatto che il nostro “arretrato” Sud è sempre stato molto più aperto dell'”avanzatissimo” Nord.