Strade di Napoli

La storia e le origini dei nomi delle strade di Napoli

Cesare Rosaroll

Cesare Rosaroll-Scorza nacque il 28 novembre del 1809 a Roma. Suo padre era Giuseppe Rosaroll, generale napoletano dell’esercito del Regno delle Due Sicilie. Nel 1820 Giuseppe si unì alla rivolta scoppiata a Napoli affinché i Borbone concedessero una costituzione. Quando i tumulti vennero soppressi, il generale fu costretto all’esilio. Prima si diresse in Spagna, poi partecipò alla rivoluzione in Grecia, morendo in combattimento nel 1825.

Cesare seguì il padre durante gli anni di esilio e, dopo la sua morte, tornò a Napoli. Nel 1830 entrò nell’esercito borbonico come soldato semplice di cavalleria. Tuttavia, il giovane aveva fatto proprie le idee che avevano portato il padre alla rivolta ed all’esilio. Nel 1833, infatti, ordì una congiura contro il re Ferdinando II insieme al caporale Vito Romano ed al tenente Francesco Angelotti.

Luigi Settembrini, nel libro “Ricordanze della mia vita”, racconta dettagliatamente di questo complotto e della sua tragica conclusione. Il piano era quello di assassinare il re durante una rassegna affinché gli succedesse suo fratello, il principe di Capua, che avrebbe concesso la tanto agognata Costituzione. Gli unici che avrebbero dovuto conoscere i dettagli erano i tre congiurati, ma il sergente Paolillo origliò una conversazione fra Rosaroll e Romano e li denunciò.

Una volta smascherati, i due decisero di togliersi la vita l’un l’altro per evitare torture ed il disonore del carcere: il colpo di Cesare uccise sul colpo Vito, ma lui, invece, venne solo ferito dall’amico morente. Lui ed Angelotti vennero catturati e condannati a morte, ma le drammatiche preghiere dei due sul patibolo convinsero il re a risparmiare loro la vita ed a mandarli in carcere. Nel 1839, Angelotti venne ucciso mentre tentava di fuggire dal bagno di Procida.

Rosaroll fu più fortunato. Nel 1848, infatti, Ferdinando II concesse finalmente la Costituzione e fece formare un governo con a capo Carlo Troya, famoso per la sua avversione alla monarchia. Tutti quelli condannati fino a quel momento ricevettero l’amnistia e Cesare tornò ad essere un uomo libero. Il nuovo governo decise subito di fornire aiuto in Lombardia, dove le truppe piemontesi combattevano con gli austriaci in quella che verrà ricordata come la prima guerra d’indipendenza italiana.

Rosaroll fu fra i 15.000 uomini inviati da Napoli al comando del generale Guglielmo Pepe. Ferdinando II non accettò a lungo la monarchia costituzionale e, quando il Parlamento votò l’abolizione della monarchia, cancellò la Costituzione che aveva sottoscritto e dichiarò il tradimento del governo. Il 31 luglio del 1848 l’esercito borbonico inviato in Lombardia venne richiamato a Napoli, ma molti militari disobbedirono e continuarono a lottare.

Fra questi ultimi c’erano Cesare Rosaroll e persino il generale Pepe. Con un gruppo di volontari marciarono su Venezia, assediata dalle truppe asburgiche. Cesare trovò la morte in questo suo atto eroico, venendo ferito a morte presso Maghera il 27 giugno del 1849.

Oggi, a Cesare Rosaroll è dedicata una strada che collega Porta Capuana con via Foria. La scelta di intitolare una importante via del centro di Napoli a questo personaggio storico si inserisce nel progetto toponomastico, avviato dopo l’Unità d’Italia, di onorare chi si era opposto alla monarchia borbonica, spesso però cancellando denominazioni storiche che raccontavano secoli di vita della città.

Fonti:
– Luigi Settembrini, “Ricordanze della mia vita”

È una delle strade più famose e affollate di Napoli che, non a caso, Stendhal definì la via più popolosa e gaia del mondo”: ma il suo nome è via Roma o via Toledo? La toponomastica napoletana, infatti, a tal proposito gioca brutti scherzi, registrando in questo caso più cambi di nome.

Originariamente la via si chiamava Toledo, e fu voluta dal Viceré Don Pedro de Toledo per bonificare la fogna che da Montesanto convogliava le acque reflue della collina del Vomero, per poi proseguire verso il mare. Via Toledo è una strada particolarissima perché contiene al suo interno le arterie dei Quartieri Spagnoli, inizialmente edificati per l’uso di appartamenti militari.

La strada, lunga circa 1.2 km, riscosse grande successo da parte della cittadinanza.

Il cambio di nome, invece, è legato ad un avvenimento storico. Nel 1870, infatti, l’esercito di Vittorio Emanuele II riuscì a creare un varco tra le mura aureliane, conquistando la città, ponendo fine al potere temporale del Papa: Roma fu riunita all’Italia con il plebiscito del 2 ottobre.

Quel successo sembrò generare entusiasmo anche a Napoli e il 10 ottobre il sindaco Paolo Emilio Imbriani la ribattezzò “via Roma” per celebrare l’annessione di Roma all’Italia,

Questa decisione, in realtà, spaccò in due l’assemblea: perché cambiare nome proprio a via Toledo? Per risolvere la questione, si decise di nominare la strada “via Roma già via Toledo”. 

Ma dopo quasi un secolo, nel 1980, per volere della Giunta Valenzi, l’arteria partenopea riacquistò il suo nome originario, mentre via Roma fu destinata a una strada del quartiere di Scampia.

Piazzale Tecchio
Piazzale Tecchio
Foto di Google Maps

Per anni il suo nome, a Napoli, è stato ricordato attraverso un piazzale a lui dedicato, antistante lo stadio San Paolo. Fino a ieri per l’esattezza, quando il sindaco Luigi de Magistris – in occasione della Giornata della Memoria celebrata oggi – ha voluto dedicare ad altri la via cittadina e così dimenticare una brutta pagina di storia nazionale e locale. Già, perché Vincenzo Tecchio era uomo del Fascismo, che ha servito attraverso la politica, ma anche mediante i giornali.

Nato a Napoli il 26 aprile 1895 (e mortovi il 9 settembre 19253), diviene avvocato grazie all’acquisizione della Laurea in Giurisprudenza, ma alla carriera forense preferisce ben presto quella politica.  Infatti, svolge il ruolo di deputato per ben tre legislature consecutive, dalla ventottesima alla trentesima. Siamo negli anni che vanno dal 1929 al 1943. Soprattutto siamo negli anni dell’ascesa e poi della caduta del Fascismo e di Benito Mussolini.

Sotto l’egida del Duce, Vincenzo Tecchio è prima alla Camera del Regno (dal 1929 al 1939) e poi presso la Camera dei Fasci e delle Corporazioni (dal 1939 al 1943). In quest’ultimo quinquennio, per l’esattezza dal 2 maggio 1934 al 2 marzo 1939, Tecchio presiede la Commissione per l’esame dei bilanci e dei rendiconti consuntivi, venendo ad essere, dunque, il braccio economico della dittatura mussoliniana.

Ma oltre all’impegno propriamente politico, Vincenzo Tecchio è salito agli onori (o meglio, orrori) della cronaca per aver contribuito – alla guida di un gruppo di tecnici – alla costruzione della Mostra d’Oltremare, sorta dopo l’abbattimento delle abitazioni dell’allora rione Castellana; e ancor di più per aver controllato la stampa napoletana grazie all’acquisizione del quotidiano “Roma” da parte delle società editrice Il Mezzogiorno, di cui era presidente.

Napoli – Ogni strada di Napoli racchiude una storia, una tradizione o una leggenda e spesso questo passato riemerge nel nome. Ad esempio c’è una piccola stradina, nei pressi di Porta Capuana, chiamata Vico della Serpe. Potrebbe sembrare uno dei tanti stretti vicoli presenti nella zona Vicaria, ma il suo passato e l’origine del nome affondano le radici in una leggenda quasi del tutto sconosciuta.

La storia ci è stata tramandata da Fra Serafino Montorio, che l’ha scritta nel suo “Zodiaco di Maria, ovvero le dodici provincie del Regno di Napoli”, pubblicato a Napoli nel 1715. Fino ad allora Porta Capuana era l’ingresso alla città e, quindi, tutte le zone oltre di essa erano al di fuori della cinta muraria. In particolare, il luogo dove oggi sorge Vico della Serpe faceva parte di una vasta palude insalubre.

Il frate racconta che all’interno della palude viveva un mostro, un “draco”. Sia in greco che in latino questa parola può indicare sia un drago a tutti gli effetti che un serpente, due figure che comunque nella mitologia si distinguono difficilmente. In ogni caso questa bestia poteva pietrificare esseri umani col solo sguardo, avvelenarli con miasmi infernali, stritolarli fra le sue spire e dilaniarli con i suoi artigli affilati.

Nella leggenda un nobile, tale Gismondo, decide di attraversare la nefasta palude incurante del pericolo. Il suo obiettivo è infatti quello di raggiungere Napoli ad ogni costo e pregare all’altare dove San Pietro celebrò messa. Secondo la tradizione cristiana il primo apostolo si fermò nella nostra città al suo arrivo in Italia e qui iniziò a diffondere il culto cristiano. Gismondo era pronto persino ad affrontare il mostro, ma questo non apparve e lui arrivò incolume a Napoli.

Nella notte al devoto apparve la Madonna che gli disse di aver ucciso la bestia per rendere sicuro il suo passaggio e per salvare la città dalla sua pestilenza. In cambio, Gismondo avrebbe dovuto edificare a suo nome un tempio, una chiesa, dove avesse trovato il corpo esanime del serpente. Solo allora il popolo napoletano sarebbe stato davvero libero dal male. Il mattino seguente il nobile si recò nella palude e trovò il cadavere della bestia, ormai inoffensiva.

In quel punto fondò la Chiesa di Santa Maria ad Agnone. Lo stesso nome “Agnone” sarebbe una trasformazione di “Anguone”, dal latino “anguis”, che tradotto significa “grossa serpe”. La chiesa nell’Ottocento divenne un carcere femminile e venne completamente rasa al suolo dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Unica testimonianza della storia raccontata da Fra Serafino resta il nome “Vico della Serpe”, in memoria di quella bestia sconfitta dalla Vergine.

Nell’iconografia cristiana non è la prima volta che la Madonna schiaccia e uccide una figura draconica: rappresenta come la purezza di Maria allontani il peccato, la bestialità, il maligno. Eppure potrebbe esserci dell’altro. Forse la leggenda potrebbe essere un modo epico di raccontare una bonifica particolarmente vasta e “miracolosa” eseguita nella zona di Porta Capuana e poi consacrata con la nascita della chiesa perduta.

Tuttavia potrebbe esserci un’altra spiegazione al nome di Vico della Serpe e della chiesa di Santa Maria ad Agnone. Uno dei più grandi studiosi di Storia Patria Napoletana, Bartolomeo Capasso, ritrovò proprio nella zona della stradina un pezzo di marmo raffigurante un serpente. Secondo la mitologia greca il serpente era il simbolo della medicina, ancora oggi campeggia sul simbolo delle farmacie, e rappresentava il dio Asclepio, per i latini Esculapio, patrono appunto dell’arte medica.

Lo studioso ipotizzò che al posto della chiesa cristiana sorgesse, al tempo dei romani, un tempio dedicato proprio a questa divinità. Il nome del vico e l’epiteto Agnone deriverebbero quindi non dalla leggenda cristiana, ma direttamente dalla mitologia greca e dall’antico luogo di culto che si ergeva in quelle zone.

 

Napoli – Pur trovandosi nel cuore del Centro Storico di Napoli, via del Sole non è particolarmente frequentata da turisti e curiosi. Si tratta di una semplice e spoglia stradina che sale con un ripido pendio da via dei Tribunali, costeggiata per gran parte del cancello del Vecchio Policlinico: pochi negozietti, nessuna decorazione e pochi palazzi interessanti. Tuttavia, dal 1833 la strada ospitò la prima caserma dei pompieri dell’Italia preunitaria: istituita da Napoleone nel 1806.

Eppure, c’è un altro particolare che collega indissolubilmente la strada all’antica storia di Napoli: il nome. La strada è perennemente assolata e sprovvista di alberi che possano portare un po’ d’ombra, ma questo non giustifica il nome di via del Sole. Secondo quanto sostenuto da Giovanni Attinà la ripida salita, al tempo dei Cumani, quindi alle origini di Neapolis, conduceva all’acropoli, il luogo dove sorgevano i templi.

In particolare, l’attuale via del Sole sarebbe stata sovrastata dal tempio di Helios, dio del sole. Il nome sarebbe quindi un richiamo a quell’antica meta. Tuttavia, ci sono delle realtà che, in parte, smantellano questa teoria. I Romani avevano eretto il tempio di Apollo, corrispettivo latino di Helios, dove ora sorge la Basilica di Santa Restituta, su via Duomo. La stessa strada, al tempo il decumano superiore, era detta “vicus solis” per la presenza di tale luogo di culto.

È difficile pensare che i Romani abbiano distrutto e ricostruito un tempio allo stesso dio, con così poca distanza. Del resto l’attuale via del Sole non sarebbe mai potuta sbucare sull’originario “vicus solis”, essendone una parallela. Insomma, le soluzioni possibili sono due: o, effettivamente, il tempio di Helios che avrebbe sovrastato via del Sole è stato distrutto e ricostruito altrove dal popolo occupante; oppure la nuova strada ha preso il nome in onore del vicino “vicus solis”.

Napoli affascina per la sua grande storia, tradizione e cultura. Via Toledo, il duomo, largo di Palazzo, via San Gregorio Armeno sono zone davvero molto conosciute che ogni anno attirano migliaia e migliaia di turisti da tutto il mondo.

Alla grandiosità e all’imponenza dei siti più noti di Napoli fanno da contraltare luoghi più ameni e meno noti che oggi non godono di fama e non sono meta di viaggiatori e curiosi, ed anzi spesso sono poco conosciuti anche dai napoletani stessi. Con questo, però, non si vuole dire che tali aree non abbiano anch’esse un passato importante e storia degni di essere ricordati e raccontati.

Si pensi alla miriade di vicoli, vicoletti e stradine delle quali Napoli è piena. Compagini queste spesso associate al degrado, alla malavita e al pattume ma che invece possono divenire emblema di decoro ed umiltà; sicuramente colmi di fascino, contribuiscono ad arricchire la componente magica tipica della città.

E tra queste tante viuzze ce ne sono alcune che si contraddistinguono sulle altre a causa di racconti singolari, dettagli stravaganti e curiosità. È questo il caso di via del Cerriglio, considerata dalla tradizione popolare come il vicolo più stretto di Napoli.

Come se non bastasse a questa specifica strada è legata una vicenda storica molto precisa. Fin dal 1300, infatti, in tale località sorge una locanda denominata per l’appunto: locanda del Cerriglio. Tale taverna era frequentata da personaggi del calibro di: Giovan Battista Della Porta, Giambattista Basile, Giulio Cesare Cortese, Carlo Celano, Antonio Genovesi e Benedetto Croce.

Tra le tante figure illustri ce n’è stata una che ha particolarmente legato il suo nome a questo ritrovo. Stiamo parlando di Michelangelo Merisi, detto il “Caravaggio”. Questi, la notte del 24 settembre 1609, venne aggredito e sfregiato da quattro sicari.

Molto probabilmente gli organizzatori dell’imboscata furono i familiari di Rainuccio Tomasoni, l’uomo ucciso dall’artista a Roma a causa di un futile litigio. L’aggressione fu così violenta che, in un primo momento, si disse che addirittura il Merisi rimase ucciso dalle ferite riportate, notizia che poi si rivelò infondata.

Si pensa che, quindi, l’origine toponomastica del vicolo sia legata alla secolare presenza di questa locanda che da poco ha riaperto i battenti. Altri sostengono che nel luogo dove sorgeva la taverna vi fosse un gruppo di querce altrimenti dette “cerigli”. Ad onor del vero, ancora oggi, non è possibile diradare le nebbie del mistero.

Uno dei lasciti più importanti dei romani è, senza ombra di dubbio, la conoscenza nel campo dell’architettura e dell’urbanistica. Gran parte delle più importanti città europee si erge su fondamenta millenarie ed in tutto il mondo si ripetono gli stessi schemi e progetti inventati dai nostri antichi progenitori. La Montagna Spaccata, situata nella zona dei Campi Flegrei, è l’esempio lampante del genio architettonico dei romani.

Al tempo il porto di Puteoli, oggi Pozzuoli, era un’importantissima risorsa per tutta la penisola: merci e ricchezze di qualunque genere arrivavano da ogni angolo del Mediterraneo. Il problema era trovare un modo per trasportarle fino a Roma. La via Antica Consolare Campana, lunga 21 miglia, partiva dall’Anfiteatro Flavio di Puteoli e si snodava tra alcuni antichi crateri, passando per i territori di Quarto, Marano, Qualiano, Giugliano ed Aversa, finendo sulla via Appia, collegata direttamente a Roma.

Tuttavia, all’altezza del quarto miglio (dove oggi sorge Quarto), l’asse viario veniva interrotto da un’enorme collina dal diametro di circa 900 metri: uno delle più antiche bocche vulcaniche dei Campi Flegrei. Circumnavigare il luogo rallentava moltissimo i trasporti, già non semplici all’epoca. Così, i romani decisero che se la collina intralciava i commerci doveva venire “spaccata”. La strada, oggi denominata “Montagna Spaccata”, è il risultato dell’importantissima impresa urbanistica.

Il taglio è largo 78 metri nella parte superiore e alto 50. Mura di sostegno furono realizzate sui due lati, lungo i 290 metri di lunghezza. Un lavoro impeccabile che dimezzò i tempi di percorrenza dell’Antica Consolare Campana e garantì lo sviluppo incredibile del porto di Puteoli come base commerciale.

Sono tutt’oggi visibili i resti di quello che sembra essere stato un arco in tufo destinato a sostenere le spinte laterali del terreno: una struttura realizzata talmente bene più di due millenni fa da resistere intatta al terremoto del 1980. C’è ancora molto da scoprire sull’operato dei romani nei Campi Flegrei: basti pensare che gli incendi degli ultimi tempi hanno fatto riemergere un altro tratto di mura della “Montagna Spaccata”.

Arrivare in cima al Vesuvio, oggi, è una piacevole passeggiata da fare con tutta la famiglia: la strada che dall’altitudine di 750 metri, a Ercolano, porta fin quasi al cratere è agevole per automobili ed autobus turistici ed offre, inoltre, un incantevole panorama sul nostro Golfo. Tuttavia, non è sempre stato così facile. Goethe, nel suo “Viaggio in Italia”, raccontava della sua “scalata” fin sopra al cratere del vulcano e descriveva il tutto come una faticosa e rischiosa avventura.

Il diario di viaggio dello scrittore tedesco venne pubblicato nel 1816, ma la situazione rimase pressoché invariata fino agli anni ’50 del secolo scorso. Nel frattempo era nata la rivoluzionaria funicolare vesuviana, ma nel 1944 era stata chiusa a seguito dei danni subiti durante l’eruzione del 18 marzo. Quindi, se bambini, anziani, intere famiglie, gruppi turistici e gite scolastiche possono godere delle bellezze offerte dal Vesuvio lo si deve solo ed esclusivamente al lavoro ed all’impegno di un solo uomo: Antonio Matrone.

Nel 1950, il Cavaliere Matrone, originario di Boscotrecase, si rese conto di quanto fosse difficile raggiungere l’altitudine dei 1000 metri in automobile: i mezzi di locomozione che, ormai, si stavano diffondendo in tutto il mondo non potevano percorrere le ripide salite fra i boschi. Così, prese la decisione di costruire a sue spese una strada percorribile e sicura. Non aveva nessun interesse economico, solo un incredibile attaccamento alla sua terra.

Come racconta Giuseppe Imperato in un articolo dedicato al Matrone, per realizzare il suo progetto e raccogliere i fondi necessari vendette tutte le sue proprietà, fortunatamente consistenti: poderi, residenze e terre. In pochissimi anni, metro dopo metro, la strada verso i 1000 m venne ultimata ed Antonio e sua moglie Genoveffa si trasferirono in una nuova proprietà fatta costruire proprio sui 750 m di altitudine, dove era iniziato tutto.

Nel 1955 il tratto venne reso percorribile dalla Regione ed inaugurato a febbraio. Accorsero autorità da Napoli e da tutta Italia, persino le telecamere della RAI si mossero per immortalare la colossale impresa di Antonio Matrone. Lui stesso ricevette i migliori complimenti per il suo lavoro, al punto da venir chiamato da tutti “ingegnere” pur non avendo alcuna laurea. Pochi anni dopo, la strada venne gradualmente acquistata, a titolo gratuito, dalla Regione Campania.

Solo molto tempo dopo la morte di Matrone, quel tratto da lui creato prese anche il suo nome, mentre una targa apposta da sua moglie lo ricorda vicino al luogo in cui si trasferì: “Entusiasta del Vesuvio con prodiciosa attività, vincendo ostacoli umani e naturali Antonio Matrone costruì singolare Strada realizzando antico sogno di far giungere l’auto fino alla cima del Vulcano non vide la fine di così ardua impresa ma Egli sarà sempre ricordato come il Pioniere delle strade vesuviane.”

Ancora oggi, percorriamo via Cav. Antonio Matrone per raggiungere la cima del Vesuvio e quasi nulla è cambiato da quando venne costruita, nel bene e nel male. Se il lavoro del Cavaliere fu impeccabile al punto da superare più di mezzo secolo intatto, allo stesso modo dovrebbe essere l’impegno delle autorità moderne per preservarlo ed adeguarlo alle esigenze attuali.


Chi a Napoli non è mai passato per ‘e quatto palazze? Stiamo parlando di Piazza Nicola Amore, tra le più importanti del centro storico della città, situata lungo il Rettifilo o Corso Umberto I.

Conosciuta dal popolo partenopeo come i quattro palazzi propri per i quattro edifici identici in stile neo-rinascimentale che la circondano, fu voluta e costruita nel 1880 dall’allora sindaco Nicola Amore durante il Risanamento, ovvero il periodo dei grandi interventi urbanistici che modificarono il volto di Napoli.

Il nome originario da attribuirle era Piazza Agostino Depretis, così come quella che conosciamo come via Depretis, doveva assumere il nome via Nicola Amore. Nel 1894 fu però deciso di invertire i toponimi.

Il 7 febbraio del 1904, al centro della piazza, fu inaugurata una statua in marmo costruita dallo sculture Francesco Jerace in onore del già citato sindaco. Nei primi mesi del 1938 fu spostata a Piazza Vittoria, dove si trova tutt’ora, per non intralciare la passeggiata, da piazza Garibaldi a Mergellina, che il Führer Adolf Hitler avrebbe fatto il 5 maggio dello stesso anno in occasione della grande parata navale.

La scultura fu quindi sostituita dapprima da una coppa giratoria, poi da un’aiuola fiorita.

Statua Nicola Amore – Piazza Vittoria

Attualmente Piazza Nicola Amore si presenta come un cantiere a cielo aperto a causa dei lavori di costruzione della stazione metropolitana Duomo, iniziati negli ultimi anni novanta ed ancora in corso d’opera. Il lento progredire delle operazioni è dovuto ai numerosi resti archeologici, risalenti all’epoca greco-romana, trovati al di sotto del suolo.

Tra i ritrovamenti principali vi sono i resti di un edificio databile al IV e al III secolo a.C, un tempio dedicato ai giochi Isolimpici istituiti a Napoli da Ottaviano Augusto nel 2 d.C. ,un porticato Ellenistico di età Flavia, una fontana di epoca medievale, databile al XIII secolo e la testa marmorea di Nerone Cesare, figlio di Germanico e fratello di Caligola.

Il magnifico sito archeologico sarà inglobato nella futura e imponente stazione metropolitana di Duomo, progettata dall’architetto Massimiliano Fuksas e che sarà inaugurata nel 2019. Gli scavi saranno così esposti al pubblico attraverso una bolla trasparente fatta in vetro e metallo chiamata lanterna magica.

Napoli – Molto spesso i nomi delle strade storiche di Napoli non sono soltanto dei titoli che vengono dati arbitrariamente, ma sono un vero e proprio racconto sul passato, reale o inventato, del luogo. Via Cisterna dell’Olio non è da meno. La stretta stradina che collega via Toledo, quasi all’altezza di piazza Dante, a Spaccanapoli, nella parte del Gesù Nuovo, non avrebbe nulla che richiami il nome, apparentemente. Nel 1588, l’architetto Giovanni Vincenzo Della Monica progettò la costruzione di quattro enormi cisterne per conservare l’olio d’oliva che arrivava da tutto il regno.

L’operazione venne approvata e le cisterne vennero posizionate nel sottosuolo della via che oggi porta il loro nome. L’unica testimonianza che ci è arrivata dell’antica fisionomia della strada è un disegno elaborato da Giuseppe Astarita, in cui gli enormi contenitori figurano scavati lungo le mura in entrambe le direzioni di Santa Maria di Costantinopoli e del palazzo Pignatelli di Monteleone. Gli ampi contenitori vennero abbandonati con l’avvento di nuovi modalità di conservazione.

Tuttavia, le cisterne esistono ancora nel sottosuolo e ne è una prova un negozio al civico 5A della strada. All’interno del moderno esercizio commerciale è ancora visibile una targa di marmo che indica la capienza della cisterna sottostante: 125.000 litri. Non solo. Sul pavimento del locale sono presenti due oblò dai quali poter osservare l’antica struttura e, con la disponibilità del titolare, è persino possibile raggiungere la cisterna tramite un’ascensore.

Un’altra conca che un tempo conteneva una cisterna è stata riadattata nella seconda metà del secolo scorso in un cinema con quattro sale di proiezione. La strada è anche famosa per palazzo Giovene del Girasole, al civico 10, conosciuto come la casa in cui abitò San Giuseppe Moscati.

Nel libro “La pelle di Napoli: voci di una città senza tempo”, di Pietro Treccagnoli, un’intero capitolo è dedicato alle cosiddette “Cisterne dell’Abbondanza” ed alla loro attuale ubicazione nel sottosuolo degli esercizi commerciali e dei palazzi moderni.

Sappiamo, ormai, che ogni singolo vicolo di Napoli racconta una storia: lo può fare con una canzone che riecheggia al suo interno, con un profumo che dalla cucina di qualche casa invade la strada, con una tradizione tramandata o, semplicemente, con lo stesso nome.

Vico Cinquesanti, che collega via Tribunali e via Anticaglia nel cuore del Centro Storico, famoso per tagliare di netto il nascosto teatro romano di Neapolis, deve il suo particolare nome ad uno strano caso storico: due santi, due beati ed un venerabile vi abitarono.

Secondo la ricostruzione di Giovanni Vitiello per “DettiNapoletani”, il primo ad inaugurare questa tradizione fu San Gaetano da Thiene, il prete Vicentino che nel 1527 fondò l’ordine dei Chierici Regolari Teatini. Nel 1533 il santo si trasferì a Napoli dove il viceré Pedro de Toledo consegnò al nuovo ordine sacerdotale la basilica San Paolo Maggiore.

Da allora i teatini si affermarono in tutta la città e in vico Cinquesanti sorsero abitazioni per ospitare gli esponenti più importanti del culto, primo fra tutti San Gaetano. Teatino ed amico del santo, anche il Beato Giovanni Marinoni abitò in una di queste strutture: oggi le sue spoglie riposano insieme a quelle di San Gaetano nella basilica di San Paolo.

Sant’Andrea Avellino, potentino, fu allievo di Marinoni e nel 1556 si unì ai teatini napoletani andando a vivere nel vicolo. Al tempo era famoso per le sue innate doti nella risoluzione dei conflitti e nella mediazione che gli valsero anche la santificazione dopo la morte.

Allievo del beato fu anche il venerabile Giacomo Torno, anche lui alloggiato nella zona. Il Beato Paolo Burali d’Arezzo, invece, abitò ben poco ai Cinquesanti. Di nobili natali, venne nominato cardinale e dopo anni trascorsi a Roma venne a Napoli nel 1576. Gravemente malato abbandonò il vicolo dei teatini dopo soli due anni per recarsi nella salubre Torre del Greco, ma vi morì.

Napoli – Oggi, la tangenziale che da Napoli arriva fino a Pozzuoli è un dolore per tutti gli automobilisti che la percorrono quotidianamente: un pedaggio che non dovrebbe esistere ed il traffico perenne che si trasforma in code interminabili, negli orari di punta, rendono la strada un vero e proprio inferno preferibile solo al caos delle strade cittadine. E pensare che la prima “tangenziale” di Napoli venne costruita la bellezza di 2000 anni fa dai romani: via Antiniana per colles. Insomma, in due millenni di evoluzione qualcosa avremmo dovuta impararla.

Bisogna considerare che, un tempo, la morfologia della nostra terra era molto diversa rispetto a quella attuale. Napoli e Pozzuoli erano separate da una vasta zona paludosa impraticabile: l’unico collegamento fra le due città era una stretta stradina, probabilmente costruita dai greci, che si inerpicava sui colli circostanti attraversando boschi e zone scoscese. I romani, introno al II secolo a.C. pensarono bene di sostituire il pericoloso passaggio con una sicura ed infinitamente più veloce strada. Una testimonianza materiale della via per Colles è costituita dalle arcate in mattoni rinvenute durante la realizzazione della stazione Salvator Rosa della Linea 1, le quali sono ora visibili nel piazzale antistante la stazione.

Arcate via per Colles – Stazione Salvator Rosa

I lavori per Via Neapolis – Puteolim, questo il nome della strada, iniziarono soltanto due secoli dopo, sotto l’imperatore Cocceo Nerva e vennero ultimati sotto il figlio di quest’ultimo, Traiano, agli inizi del I secolo d.C.. La via passava comunque attraverso le colline, particolarità che le valse il nome di “per colles” (attraverso i colli).

Quanto alla denominazione “Antiniana”, con la quale ancora oggi la conosciamo, non è ancora chiara la sua origine. Alcuni studiosi sostengono derivi dal Rione Antignano, sul Vomero, attraversato dalla strada. A confermare questo percorso c’è anche quanto tramandato riguardo al primo miracolo di San Gennaro: dopo il 400 d.C., infatti, la processione che da Pozzuoli trasportava le spoglie del santo a Napoli, passando quindi per la strada in questione, si fermò ad Antignano quando il sangue si sciolse. Per alcuni, inoltre, il nome “Antiniana” è coevo alla fondazione della strada, per altri, invece, venne attribuito soltanto intorno al XVIII secolo.

Quel che è certo è che la via Antiniana per colles non favorì solo i collegamenti fra Napoli e Pozzuoli, ma lo sviluppo stesso dell’area urbana. Attraversando tutta la parte interna fra l’attuale Vomero ed i confini puteolani la “tangenziale” si diramava fra i vari aggregati abitativi diventando un’arteria per commerci e scambi importantissimi. Gli storici sono concordi nel ritenere che fu proprio questa strada a trasformare la parte collinare di Napoli da zona disabitata a quartiere residenziale per nobili e possidenti locali.

piazza dei martiri napoliPer tutti i napoletani Piazza dei Martiri, nel cuore di Chiaia, è molto più di un semplice punto di ritrovo e luogo da far ammirare ai turisti. In realtà rappresenta il simbolo del coraggio e del riscatto, con quel monumento che la domina da ogni lato e racconta la storia dei martiri napoletani in diverse epoche storiche.,

Inizialmente la piazza era stata nominata Largo di Santa Maria a Cappella Nuova, dalla chiesa che ospitava e la sovrastava, ma venne distrutta perché caduta a pezzi durante il breve interregno francese. La sua forma e bellezza come la si vede oggi, è dovuta a Ferdinando II di Borbone, nella seconda metà del Diciannovesimo Secolo. Il re decise infatti di dedicare una strada di Napoli alle vittime dei Moti del 1848 e puntò proprio su quello slargo affidando l’incarico della restaurazione all’architetto Enrico Alvino.

Fu sua l’idea di un grande monumento che ricordasse i caduti popolari, ma alla morte di Ferdinando II (nel 1859) il progetto venne interrotto lasciando nella piazza solo una grande colonna di granito. Due anni dopo, però, Andrea Colonna di Strigliano, sindaco di Napoli, decise che fosse giusto portare a termine la ristrutturazione e di dedicare la piazza ai Martiri facendo diventare quella colonna un simbolo di pace, con una statua che celebrasse il sacrificio dei napoletani.

Alla base del monumento spiccano quatto leoni, ognuno con un suo preciso significato che ricorda un particolare momento storico: il leone morente simboleggia i caduti della Repubblica Partenopea del 1799, il leone ferito dalla spada ricorda invece i caduti del 1820, quelli dei Moti carbonari. E ancora, il leone che sotto la zampa tiene fermo lo Statuto del 1848 rappresenta i napoletani caduti nei Moti del ’48 e infine quello pronto ad attaccare la preda rievoca i caduti del periodo garibaldino, nel 1860. Il monumento, dunque, ha snaturato l’idea originaria di Ferdinando assoggettandola, tra l’altro, al mito del Risorgimento.

Molto interessanti sulla piazza sono Palazzo Calabritto, fatto edificare dall’omonimo duca, con modifiche importanti operate dal celebre architetto Luigi Vanvitelli, che ridisegnò le facciate e propose lo scalone principale e Palazzo Partanna che ospita le sedi di importanti associazioni e istituzioni.

via Salvator Rosa
via Salvator Rosa
via Salvator Rosa

Napoli – Se pensiamo alla struttura della città di Napoli, alla conformazione di strade e quartieri ed alla stessa collocazione geografica, la peculiarità principale che viene in mente è un labirinto di salite e discese, scalini ed alture. Nonostante sia, principalmente, una città di mare, si è espansa inerpicandosi sulle ripide colline circostanti, sviluppandosi in maniera verticale: una caratteristica che ha reso unico il paesaggio, ma che ha causato non pochi problemi per il collegamento dei vari quartieri della città.

Così, quando fra il XVI ed il XVII secolo la nobiltà spagnola iniziò a costruire sontuose dimore sulla collina del Vomero, è stato necessario costruire una strada che collegasse il centro della città alla nuova area residenziale. Venne creata una salita che collegò, e collega ancora oggi, l’attuale zona del Museo Archeologico e l’Arenella, per poi collegarsi tramite alcune rampe al Vomero. Oggi la conosciamo come via Salvator Rosa, ma, da sempre, i napoletani la conoscono con tutt’altro nome. La strada, al tempo, era particolarmente impervia e costeggiava zone invase dalla vegetazione, insinuandosi fra boschi e campi alberati. Per questo motivo è stata battezzata “L’infrascata”, perchè, appunto, era nascosta nelle “frasche”.

Questo aspetto bucolico è perdurato fino a due secoli fa: nelle raffigurazioni del tempo veniva mostrata come un piccolo sentiero ripido attraversato da pastori, contadini e bestie da soma. Ai suoi piedi esisteva un vero e proprio servizio di “trasporti” basato esclusivamente sui somari. Gli animali venivano utilizzati da contadini e commercianti per caricare tutte le merci da vendere ai nobili che risiedevano nella zona collinare e, una volta arrivati a destinazione, erano addestrati a ritornare da soli in pianura: non era raro osservare piccole mandrie di asinelli che scendevano ordinatamente lungo l’infrascata.

L’Infrascata, però, non era solo un paesaggio rurale. Come abbiamo detto, collegava le dimore più importanti e, quindi, è stata percorsa dai nomi più illustri della nostra storia artistica e culturale. Fra i palazzi storici che, ancora oggi, costeggiano la strada ricordiamo quello nel quale dimorò il poeta Giovanni Capurro, famoso per aver scritto il leggendario testo di “‘O Sole Mio”; oppure la vicina Villa Ricciardi, che ospitò Giacomo Leopardi e Dumas; o, ancora, Villa Santarella, dimora di Eduardo Scarpetta e che reca ancora la scritta “qui rido io”, fatta scrivere dal grande commediografo sulla facciata.

Con l’avvento del progresso e dell’espansione urbana della città l’Infrascata è diventata la via Salvator Rosa che conosciamo, dove alberi e muli sono stati sostituiti da palazzi, automobili e semafori, ma percorrendola possiamo ancora scorgere le ville signorili di un tempo e, con un po’ di fantasia, immaginare artisti leggendari che camminano fra ciucci educati e contadini affaticati.

via Santa Maria Antesecula
via Santa Maria Antesecula
via Santa Maria Antesecula, foto di Davide d’Errico

Napoli – Il 15 febbraio del 1898, al secondo piano del civico 109 di via Santa Maria Antesecula, nel Rione Sanità, nasceva l’uomo che avrebbe segnato per sempre l’arte e la comicità napoletana: Antonio de Curtis, detto Totò. Ogni napoletano che si rispetti dovrebbe conoscere questa strada, andarci almeno una volta per vedere l’antico portone che il giovane Totò varcava ogni mattina, anche perchè l’intera struttura dell’edificio è rimasta invariata nei decenni ed ha lo stesso aspetto di un secolo fa.

Targa Totò
Targa per Totò vicino al portone della sua casa, foto di Davide d’Errico

Oltre ad aver dato i natali all’uomo più importante di Napoli, però, la strada custodisce alcune meraviglie celate: un patrimonio archeologico che racconta la città sin dalle sue antiche origini. Il nome deriva dalla monumentale Chiesa di Santa Maria Antesecula, consacrata nel 1622. L’epiteto “antesecula” è un’abbreviazione delle parole attribuite alla Madonna “ab inizio et ante saecula creata sum” (Sono stata creata sin dall’origine e prima dei secoli).

Altro monumento importantissimo è la Chiesa del Santissimo Crocifisso, edificata come complesso conventuale nel 1764 e ristrutturata nel 1849 su ordine di Ferdinando II, re di Napoli e delle Due Sicilie. Sia questa che quella di Santa Maria furono profondamente danneggiate dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale che devastarono l’intero rione e cancellarono vere e proprie meraviglie, mai più restaurate. Il vero segreto della strada, però, è l’ingresso ad uno dei più antichi ipogei greci della città. Un luogo di sepoltura vastissimo ed antichissimo che mostra bene la commistione di culture e credenze religiose che imperava nel territorio napoletano migliaia di anni fa. Ancora oggi, fra le fondamenta dei palazzi della zona, è possibile trovare macabri strumenti di sepoltura di epoche passate.

Piazza Amedeo, 1950
Piazza Amedeo, 1950
Piazza Amedeo, 1950

Tutte le moderne città più importanti riescono a mostrare due anime diverse ai visitatori più attenti: la prima è quella turistica, fatta di musei, costruzioni antiche, chiese e luoghi caratteristici; la seconda è piacevole per il solo fatto di esserlo, senza nulla di leggendario o di pubblicizzato, luoghi in cui poter passeggiare, fermarsi a rilassarsi e ammirare una bellezza ordinaria, ma concreta. L’area di Napoli che, più di ogni altra, riesce ad incarnare questa particolare sfaccettatura è il Rione Principe Amedeo: l’insieme di strade che si snodano da Piazza Amedeo. Ai piedi del Vomero e affiancato a Chiaia, il Rione Amedeo rappresenta lo snodo che separa la città residenziale da quella turistica. Punto focale è proprio la piazza che, grazie alla stazione della Metropolitana e della Funicolare di Chiaia, è uno snodo fondamentale per i numerosi turisti che affollano gli alberghi sul lungomare o sul Vomero. Inoltre il Rione è diventato il fulcro dello shopping napoletano, raccogliendo in se la maggior parte dei negozi di alta moda della città.

L’idea di creare un quartiere residenziale nella zona, fu introdotta da Garibaldi durante l’occupazione dei Mille al punto che nel 1859 Errico Alvino presentò già un primo progetto. Tuttavia per questioni burocratiche ed economiche fu difficile trovare i fondi per la realizzazione. Soltanto nel 1871 l’impresa Rougier iniziò, effettivamente, a lavorare all’opera su progetto di Scoppa e Rendina. Nel 1885 fu inaugurata via dei Mille, prima strada del progetto, e dopo di lei il resto del Rione. La zona riscosse un’immediata fortuna grazie alla contemporanea apertura della funicolare e della successiva metropolitana.

Pallazzo Mannajuolo
Pallazzo Mannajuolo

Rione Amedeo divenne un luogo di residenza ambito da aristocratici e possidenti. I loro investimenti portarono alla nascita di colossali edifici in stile Liberty, decisamente in voga prima della Grande Guerra. Ancora oggi possiamo ammirare il Liberty Napoletano nel Palazzo Mannajuolo, in via Filangieri, e nel Palazzo Cottrau Ricciardi, in piazza Amedeo. Purtroppo, però, molti di questi preziosi esempi di architettura sono andati perduti a causa dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Durante la ricostruzione, infatti, numerosi palazzi in stile Liberty ed alcune strutture barocche risalenti al XVIII sec. furono coperte da edifici in calcestruzzo che, oggi, stonano con la bellezza delle principali opere del Rione Amedeo.

santa Maria alla Sanità
santa Maria alla Sanità

All’interno del quartiere Sanità di Napoli sembra quasi che tutte le strade portino alla chiesa santa Maria alla Sanità, conosciuta anche come San Vincenzo ‘O munacone. La cupola di questo simbolo dell’arte barocca con le sue maioliche gialle e verdi sembra riconoscibile da qualunque via che circondi la basilica seicentesca. Ma in particolare vi è una piccola stradina, quasi sovrastata dai panni stesi ai balconi dei palazzi, che sembra essere stata fatta per portare tutti i curiosi proprio dinanzi l’imponente chiesa. Non è la più conosciuta via Sanità, è la sua parallela, o piuttosto, una sua costola. È lunga circa 250 metri ed è sconosciuta anche alla maggior parte dei napoletani, eppure come quasi tutte le strade del capoluogo campano ha una storia da raccontare. La stradina alla quale ci riferiamo è chiamata vico Lammatari. È a pochi passi fra tre fermate della metro, Cavour, Museo e Materdei, e non è lontano da celebri pizzerie napoletane come “Starita” e “Concettina ai Tre Santi”.

Lammatari
vico Lammatari

Già nel Seicento si trovano tracce di questa strada nelle cartine di Napoli all’interno delle quali appare come una delle vie che occupa i suoli acquistati dal capitano spagnolo Giovan Ruiz Fonseca. In memoria di ciò, a quattrocento metri da vico Lammatari è, infatti, possibile percorrere via Fonseca e vico Fonseca. Ma da dove deriva il nome Lammatari? Questo termine è una deformazione dialettale del termine amitari, che nel dialetto napoletano indica gli amidari e cioè i fabbricanti di amido. Per diversi secoli questa strada è stata occupata da botteghe di artigiani che fornivano amido a pasticceri, sarti e lavandaie. Sfortunatamente di questi esercizi, così come di questo mestiere, non ne è quasi rimasta traccia.

Fonti: Italo Ferraro, “Napoli: Stella, Vergini, Sanità”, CLEAN, 2008

VIA CHIATAMONE
Via Chiatamone come appariva all’inizio del ‘900

Tra via Partenope e via Caracciolo, si fa spazio, anche se di spazio ne ha perso tanto nella sua storia, Via Chiatamone. ‘O Chiatamone, com’è notoriamente conosciuta dal popolo napoletano.

Il nome di questa via, la quale nel corso della storia ha cambiato artificialmente facce, deriva dal greco: Platamòn, che significherebbe: “rupe scavata da grotte”. E in effetti, situata tra la rupe del Monte Echia e il mare, risulta essere conseguenza dell’azione del mare, il quale, nel suo perpetuo movimento, avrebbe scavato nella roccia, creando insenature simili a grotte.

Prima sede di riti mitriaci, legati alla divinità Mitra, poi dei Cenobiti nel Medioevo, nel XVI secolo le grotte furono oggetto di scandalo per le attività orgiastiche di cui divenne scenario, ed è per tale ragione che il Viceré Pedro de Toledo dovette ostruirle.

L’aspetto di Via Chiatamone fino al 1565 era quello di una strada sterrata, abbastanza selvaggia, in cui gli affari legati alla promiscuità erano facilmente attuabili. La svolta muraria del 1565 cambiò solo apparentemente la natura del Chiatamone: la cinta muraria che fu costruita trasformò la strada in una via da passeggio, ampia e piacevole, creando un luogo di svago signorile. Tuttavia, la zona non mutò la sua identità selvaggia e la promiscuità tra popolane, gli aristocratici, i militari e i viaggiatori continuò a destare scandalo per chi vi passava.

Ma alla fine del XIX secolo, nell’ambito dei lavori di Risanamento, il Monte Echia fu ridimensionato e, contemporaneamente, si assistette ad una colmata a mare, che fece arretrare quest’ultimo riducendo la costa. Via Chiatamone, che prima si presentava, quindi, spaziosa e panoramica, fu soggetta ad un grande ridimensionamento, perdendo inoltre la funzione di costa: infatti la colmata creò l’attuale via Partenope, riducendo il Chiatamone a via adiacente. Le nuove costruzioni hanno anche coperto le sorgenti della famosa acqua ferrata cara ai napoletani.

Secondo indagini su Napoli, che, oltre ad avere base scientifica, destano anche fascino storico, Via Chiatamone rientra nell’ambito delle paludi napoletane, in prossimità delle cave da cui si estraeva il tufo necessario per le costruzioni: molto probabile proprio da quella zona si è estrapolato il tufo per la costruzione del Ponte della Maddalena a San Giovanni a Teduccio.

Interessante è la presenza linguistica, in altre zone del sud, della parola “Chiatamò”, che nella forma italianizzata, diviene Piatamone: essa si è diffusa nelle terre meridionali sia come toponimo sia come cognome. Ricordiamo, infatti, a tal proposito che i Platamone costituirono un nobile casato siciliano, di origine catanese, di cui si ha notizia fin dal XIV sec. e che annovera principi, conti, baroni e marchesi.

Tuttavia è quasi certo che, prescindendo dal cognome nobiliare, la parola Chiatamone o Platamone, che presenzia in strade e contrade di Siracusa, Amalfi, Napoli, Otranto e Sassari, derivi dal significato greco a cui abbiamo fatto riferimento inizialmente, ossia rupe scavata da grotte o anche pietra larga e piatta, ancora in merito all’erosione che avviene per il movimento del mare. In ogni modo, è associata, senza dubbio, a zone costiere e pianeggianti.

Densa e ricca di affascinanti aneddoti è la storia di Via Chiatamone e di tutte le vie che hanno portato a Napoli: se le pietre avessero voce, sarebbero narrate infinite storie di vita. Non solo quelle nobiliari e di corte che libri e i manoscritti ci propongono romanticamente. Ma storie del popolo, raccapriccianti e umane, sporche e meravigliose, madri del nostro modo di guardare il mondo. Ma forse, la cara Matilde ha saputo ben condurci nel Ventre di Napoli.

foto di CentrArti
foto di CentrArti

Siete mai stati fermati per strada a Napoli, Milano, Firenze o addirittura a Londra con la richiesta di scrivere un vostro pensiero su di un foglio A4 con su impressa la frase “Io penso che”? Il progetto “Io penso che” nasce un anno fa dalla mente di un giovane architetto napoletano, Emilio Porcaro, che si è lasciato sedurre dall’idea, semplicissima e profonda, di iniziare a scendere per strada a chiedere alle persone quale fosse il loro pensiero. In un mondo ostaggio della tecnologia e del concetto di “condivisione”, ha ritenuto che il visibile non corrispondesse al vero e ha quindi chiesto a tanti di noi: “Tu cosa pensi?”. Ed evidentemente la domanda è piaciuta, perchè un piccolo fotoprogetto nato per risolversi in una mostra, continua a crescere di giorno in giorno e oggi Emilio può avvalersi di tanti altri ragazzi, seri professionisti, che lo aiutano su tutto il territorio italiano.

“Io penso che” si è anche tramutato nella possibilità per diverse associazioni di veicolare i loro messaggi ed il loro operato: ad esempio ieri, 20 dicembre 2015, Emilio e la fotografa Daniela Affinito hanno raggiunto la sede della “Less Onlus”, un’ organizzazione che si occupa di assistenza e percorsi di integrazione per i rifugiati e richiedenti asilo e che gestisce centri di accoglienza per conto del Comune di Napoli, per dare eco con le loro foto alle giornate aperte al pubblico.

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foto di CentrArti

Tali giornate sono state realizzate perchè, come ci ha spiegato Lucia Franco, operatrice di accoglienza presso la Less: ” Abbiamo voluto dare la possibilità ai cittadini di parlare con i responsabili di strutture come la nostra, in quanto, da un lato, spesso si parla di cattiva accoglienza, sopratutto in seguito a scandali come quello di Mafia Capitale, dall’altro invece, all’indomani delle stragi di Parigi,    le menti delle persone sono molto confuse riguardo tale argomento. Così abbiamo pensato di aprire le nostre porte per dare la possibilità a tutti di conoscere il lavoro che facciamo quotidianamente.”Cosa pensano allora alcuni dei 130 beneficiari che soggiornano e lavorano alla Less? Pensano che: “..Napoli sia la migliore città per accogliere“; ” …che accogliere è proteggere“; “…che Napoli è una bella città perchè Hora sta qua!“; “…che essere felici è gratis” e ovviamente tanto altro.

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foto di CentrArti

Dopo un’intensa giornata passata con loro, il mio pensiero è questo: anche se non ci dovesse capitare di essere gentilmente fermati per strada da Emilio o da uno dei suoi tanti collaboratori, con la richiesta di scrivere il nostro pensiero, forse dovremmo trarne insegnamento e fermarci ogni giorno per pochi minuti e chiedere a noi stessi: “Io cosa penso?”, sarebbe un bell’esercizio.

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A Napoli immancabile protagonista del Santo Natale è il presepe. È d’obbligo dunque, per ogni Natale partenopeo che si rispetti, far visita alle spettacolari esposizioni di San Gregorio Armeno. Per questo oggi la nostra rubrica dedicata alla toponomastica napoletana, felicemente ispirata dallo spirito festivo, vi parlerà di questa caratteristica e affascinante stradina di Napoli. Tutti sanno che, confinata nel bel mezzo del centro storico, essa è celebre per la ricchissima e colorata esposizione di presepi, ogni anno arricchiti di minuzie sempre più innovative.

Tra un’allegra moltitudine di negozietti, botteghe e bancarelle che tutto l’anno riempiono di magia gli occhi di chi ne ammira affascinato l’atmosfera. Un’arte, quella presepiale, che dimora in ogni singolo particolare degli innumerevoli manufatti, così minuziosamente plasmati che sembrano possedere un’anima propria. Vere e proprie dinastie di “pastorai” si tramandano da secoli i piccoli segreti di questo straordinario artigianato e sono impegnati tutto l’anno a ricreare i pastori e le minuterie in terra cotta dipinta per allestire i maestosi presepi che tanta letteratura e pittura hanno ispirato.

Ma forse non tutti sanno che San Gregorio Armeno è anche tra le più interessanti nella storia greco-romana di Neapolis, infatti si trova proprio accanto all’Agorà poi Foro di piazza S.Gaetano dove si trovano i resti del tempio di Castore e Polluce. Proprio nei pressi della chiesa che dà il nome alla via, anticamente detta di San Liguore, il vescovo napoletano San Nostriano fece aprire dei balnea pubblici e creare la prima struttura paleocristiana della chiesa di S.Gregorio sui resti dell’antico tempio di Cerere (e a proposito di questa divinità, non a caso, si narra che i cittadini gli offrivano come ex voto delle piccole statuine di terracotta, fabbricate nelle botteghe vicine), alla quale il suo successore annetté anche un ricovero per gli ammalati poveri.

Qui, durante la metà dell’VIII secolo, quando la furia degli iconoclasti costrinse molti religiosi a rifugiarsi in Italia in fuga dall’Oriente, furono ospitate le reliquie di S.Gregorio l’Illuminatore, patriarca di Armenia (257-331) trasportate da alcune monache basiliane guidate da Santa Patrizia. La tradizione vuole che le monache basiliane di S.Patrizia dopo esser sbarcate sull’isolotto di Megaride (Castel dell’Ovo) ed avervi fondato un primo monastero, alla morte della fondatrice e per volere del duca bizantino di Napoli Stefano, ne portarono in processione il corpo; successe poi che le due giovenche bianche aggiogate al carro funebre, giunte davanti S.Gregorio si arrestarono e l’avvenimento fu considerato volere della vergine Patrizia, si decise pertanto di spostare il monastero in quella struttura. La fede popolare si è sempre raccolta intorno alle reliquie conservate nella chiesa come quelle veneratissime di S.Patrizia il cui sangue si scioglie il 26 agosto; quelle del sangue del Battista che alcune monache nel 1576 recarono nel nuovo asilo di S.Gregorio e che si scioglie il 29 agosto; e quelle della tibia e del cranio di S.Gregorio con le sue catene ed il bastone. Solo nel 1205 la chiesa viene intitolata a quest’ultimo.

Ma cosa sappiamo di questo Santo e perché è così importante per la cristianità?

San Gregorio detto l’Illuminatore apparteneva alla dinastia reale armena degli Arsacidi. È a lui che si deve il grande merito di aver fatto adottare il cristianesimo come religione di Stato in Armenia. Infatti il sovrano di allora Tiridate III perseguì i primi missionari cristiani in Armenia, e in particolar modo l’efficace campagna del predicatore Gregorio che fece imprigionare nella fortezza-prigione di Khor Virap, nella città di Artashat, dove il predicatore rimase per ben tredici anni.

La leggenda cristiana vuole che a seguito delle sue violente persecuzioni contro i cristiani, il re armeno venisse colto da una terribile malattia che nessun medico di corte riusciva a curare. La sorella del re ebbe un sogno rivelatore che le parlò dei poteri miracolosi del predicatore imprigionato. Il re che inizialmente si era rifiutato di crederle, alla fine si convinse a liberare Gregorio e venne guarito grazie alla sua intercessione. A seguito di questo “miracolo” Tiridate III si convertì al cristianesimo, elevandolo a religione di Stato nel 301 (alcuni studiosi la datano al 305, anno dell’abdicazione di Diocleziano).

Dopo una lunga campagna di evangelizzazione, Gregorio decise di ritirarsi sulle montagne di Akilisene, dove continuò a vivere come un asceta. Affidò l’amministrazione della comunità cristiana a suo figlio Aristakes che era stato consacrato sin dal 318, in qualità di vescovo d’Armenia, Aristakes partecipò nel 325 al Concilio di Nicea, proclamato dall’imperatore Costantino I per discutere e fissare alcuni importanti punti della fede cristiana. Nello stesso anno, Gregorio morì in solitudine sul monte Sepouh.