Mare Dentro

La rubrica sulla Cultura del Mare

Fondali in Campania

Fondali in Campania

Da inestimabile patrimonio ad un vero e proprio peso, ecco cosa stanno diventando i fondali per la Regione Campania. Almeno questo è quanto palesa il profondo immobilismo delle istituzioni e degli enti preposti alla salvaguardia delle coste e dei litorali nostrani. Presto sarà certificato anche dall’Unione Europea e dalle salatissime sanzioni pecuniarie che graveranno ulteriormente sulle poco floride casse delle amministrazioni. E’ la denuncia dell’associazione “Fondalicampania”, sorta nel novembre scorso proprio a difesa del mare e del paesaggio marino regionale, ma forse lasciata troppo spesso sola a combattere una guerra che dovrebbe essere di tutti.

“Sul nostro sito – spiega Davide De Stefano, uno dei responsabili – abbiamo da poco pubblicato una lettera in cui spieghiamo a cosa stiamo per andare incontro a causa dell’assenteismo istituzionale relativamente alla questione inquinamento marino. Acque reflue, scarichi fognari, sversamenti illegali e assenza di depuratori: la Campania è tristemente protagonista di ogni inadempienza nei rapporti della Commissione Europea. Già nel luglio 2o12 a carico dell’Italia fu emessa una sentenza di condanna per il mancato rispetto della direttiva comunitaria 271 risalente al 1991. Grazie al Trattato di Lisbona del 2007, però, ogni Paese ha potuto contare su una proroga di tre anni per adeguare i sistemi di raccolta e quelli degli scarichi fognari alle normative comunitarie. In quella condanna la Campania è presenta con 9 agglomerati, ma da allora nulla è stato fatto, nonostante i 1.807 milioni di euro stanziati per i dovuti lavori. Oltre ad essere sommersi dai veleni e dai liquami, ci si ritroverà, dunque, anche a subire il peso delle maximulte che colpiranno l’Italia e le singole Regioni”.

Un quadro davvero a tinte fosche quello delineato dall’associazione “Fondalicampania”, che stona notevolmente con la bellezza dei nostri litorali, una bellezza che loro stanno provando a salvaguardare in ogni modo. “Come associazione – senza scopo di lucro – siamo nati nel novembre 2014, ma già all’inizio di quell’anno avevamo aperto il nostro blog, ora divenuto un vero e proprio sito. L’obiettivo che ci siamo dati sin da subito è quello della valorizzazione, della tutela e della salvaguardia dell’ambiente marino e costiero della Regione“. I primi passi, in tal senso, li hanno mossi soprattutto ad Ercolano (dove hanno la sede legale), Portici (sede operativa) e Bacoli, comuni per i quali si sono gratuitamente occupati della pulizia delle spiagge.

Fondali in Campania

Oltre al lavoro sul campo, però, l’associazione  cerca anche di lavorare per quel che può sulla formazione, lasciando lì dove glielo consentono dei cartelli in cui spigano quanto tempo impiega il mare a smaltire i vari materiali che vi vengono impunemente gettati.

Fondali in Campania

Tutto ciò lo fanno per giunta autofinanziandosi, sia con delle donazioni volontarie dei soci, sia raccogliendo fondi tramite delle mostre itineranti che organizzano per sensibilizzare i cittadini e le amministrazioni comunali, come l’ultima tenutasi a San Giorgio a Cremano dall’1 all’8 dicembre scorso.

Fondali in Campania

Attualmente, però, grandi attenzioni sono riservate ad uno studio che stanno conducendo presso il lido la Favorita di Ercolano sugli effetti che l’inquinamento ha sui venthos, microorganismi presenti in mare, e su molluschi, crostacei ed alghe. Anche in tal caso tutte le attività di analisi delle acque sono totalmente a carico loro e vedono la supervisione della biologa marina Martina Di Vincenzo. L’attività è iniziata a settembre e si concluderà a febbraio, quando maggiori dati potranno essere divulgati, forse anche tramite un saggio, “ma al momento – spiega Davide De Stafano – è abbastanza chiaro che dei problemi ci sono e che vertendo sugli animali marini riguardano in seconda battuta anche noi, visto che poi ci nutriamo dei pesci che vengono pescati nelle nostre acque“.

Per risolverli, dunque, la palla dovrà per forza di cose passare alle autorità e alle istituzioni competenti, proprio quello che si augurano i membri dell’associazione “Fondalicampania”.

 

 

 

 

 

 

capo miseno

capo miseno

La nostra vita è  frastornata da suoni e rumori starnazzanti: i clacson delle auto, i vicini chiassosi, il marito che russa; il tutto associato allo stress quotidiano, alla corsa frenetica che attanaglia il nostro fare. Questo ci causa ansia, calo di forze e ulteriore stress; e allora giù con integratori o, addirittura, medicinali, per cercare di riprendere lo smalto di un tempo, trascurando eventuali effetti collaterali.

Esiste, però, un rimedio che, per alcuni fortunati, è a portata di mano e soprattutto gratis: il Mare. Il mare, con il suo suono o meglio con il suo rumore, sembrerebbe avere effetti benefici sia sul piano psicologico che fisico.

Il rumore del mare viene chiamato “rumore bianco”. in quanto somma di tutte le frequenze sonore percepite dal nostro orecchio, proprio come il colore bianco è la somma di tutti i colori percepibili dall’occhio umano.

Il “rumore bianco” ha effetti rilassanti, ma anche antidolorifici. E’ un’oasi di pace, dove rifugiarsi nei momenti bui. Una vera e propria cura per corpo e mente.

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Le onde con il loro andirivieni sul bagnasciuga permettono al corpo di rilassarsi e ritemprarsi. Le tossine e le tensioni vengono eliminate e il sistema immunitario si rinforza. Onde cerebrali benefiche vengono prodotte dalla mente: il nostro contatto col mondo persiste, ma la nostra attenzione è altrove, cullata dal ritmo delle onde. Ormai siamo in un’altra dimensione, dove la coscienza si è messa in disparte, facendo posto al nostro inconscio e al nostro subconscio. Siamo nella stessa dimensione dei sogni.

I sensi percepiscono queste sensazioni estremamente piacevoli e si sentono rinnovati. Le emozioni positive prendono il sopravvento.

Il “rumore bianco” genera nel nostro organismo la produzione di endorfine ovvero di sostanze chimiche  dotate di una potente attività analgesica ed eccitante, le stesse prodotte dal cervello quando ci divertiamo, quando corpo e mente vivono una situazione di benessere, che risulta essere un vero stimolante di creatività e memoria, nonché delle funzioni intuitive e logico-matematiche o razionali. . Le endorfine combattono i dolori fisici e velocizzano i processi di guarigione.

Gli effetti benefici del mare e delle sue acque erano già noti da secoli, ma è sicuramente recente la scoperta della valenza curativa del suo suono, che ha da sempre influenzato positivamente il nostro essere, anche senza ricerche scientifiche a comprovarlo.

“Non è mai troppo tardi per capire la voce del mare…”

Herman Melville, Moby Dick. Varuas - Deviantart
Moby Dick. Varuas su Deviantart

 

Era il 1857 quando Herman Melville, l’autore del celebre romanzo Moby Dick, viaggiando in seconda classe sul ponte di un vecchio vaporetto, sentì nell’aria che si stava avvicinando a Napoli…soon smelt the city. Lo scrittore che ha raccontato il mare dentro personaggi tanto surreali quanto umanissimi, sbarca nel clangore della città, fissando le sue impressioni in concisi e fulminei appunti sul suo diario di viaggio. Passeggiando per via Toledo, Napoli gli si rivela a piccoli sorsi. Piena di luci e caffè affollati gli ricorda Broadway, mentre s’affastellano negozi di lotterie tempestati di icone di vergini e santini, in un misto di sacra profanità e suggestione. Una visita al Museo Nazionale estasiandosi davanti alla maestosa profonda benevolenza dell’Ercole Farnese. Il Vesuvio a dorso di cavallo…come una liquirizia congelata fino a Pompei descritta così: La stessa antica umanità. Che si sia vivi o morti non fa differenza. Pompei è un sermone incoraggiante. Amo più Pompei che Parigi.

Herman Melville
Herman Melville

Poi, per le strade, in angoli o tra la folla, Melville annota anche un costante sottofondo: soldati, alcuni silenziosi come un mare in calma piatta, scariche di baionette, cannoni puntati verso i quartieri popolari, sentinelle militari continuamente in ronda. Si percepisce una certa tensione, che sfiora lo stato d’assedio: sono anni fibrillanti quelli, in un’Italia che ancora non esisteva e sarebbe stata creata da lì a poco. Rimbombava ancora l’eco dell’assedio di Messina, dove anche gli infermi ed i malati dell’ospizio di Collereale furono massacrati. Dell’assedio, che costò a Ferdinando II il Borbone l’appellativo di Re Bomba, doveva saperne anche Melville, se diversi anni dopo compose il poemetto, rimasto inedito: “Napoli al tempo del re Bomba” (Naples in the time of Bomba).

Ferdinando II di Borbone
Statua di Ferdinando II di Borbone a Pietrarsa

 

Sebbene Melville fosse un conservatore, come afferma il prof. Gordon Poole, che ha curato la traduzione del poemetto, egli era pienamente consapevole della durezza del regime soppressivo di Ferdinando, un re comunque molto attento all’innovazione tecnologica, ma d’altro canto, con sguardo lungimirante, Melville fa trapelare il suo scetticismo nei confronti dei  moti rivoluzionari e risorgimentali, dietro i quali poteva celarsi  un’altra tirannide, un nuovo dispotismo borghese del business. Un mondo nuovo che forse tanto nuovo non era, come ironicamente stigmatizzavano  le caricature eseguite da Melchiorre De Filippis Delfico negli anni dell’unità. Una riflessione aperta quella di Napoli al tempo di re Bomba  su un pezzo di storia d’Italia che ci riporta, sull’onda dei viaggiatori di Mare Dentro, a guardare il mondo con occhi curiosi, critici e consapevoli.

locandina mercalli - copia per mailing

Avevamo già incontrato noi di VesuvioLive il  Museo del Mare di Napoli. Attivo sul territorio nell’ambito di conservazione, tutela e valorizzazione della cultura marittima il Museo organizza anche incontri di stampo scientifico volti a conoscere il paesaggio campano tra terra e mare.

Non è un caso quindi che il Museo ospiti, dal 15 al 24 ottobre, una mostra itinerante che  ripercorrerà la vita e gli studi  di  Giuseppe Mercalli,  ideatore della scala Mercalli e  professore di vulcanologia e sismologia presso l’Università di Napoli, la stessa Napoli dove nel 1911 divenne direttore dell’Osservatorio Vesuviano.

Nell’ambito dell’inaugurazione, mercoledì 15 ottobre, alle ore 18, il Museo del Mare accoglierà i rappresentanti dei più prestigiosi e antichi Istituti scientifici napoletani: l’Osservatorio Vesuviano, che opera nel settore della geofisica e vulcanologia, e la Stazione Zoologica Anton Dohrn, che si dedica alla ricerca nel campo della biologia marina.

 Tra i relatori del convegno, ci saranno Giuseppe De Natale, direttore dell’Osservatorio Vesuviano, e Vincenzo Saggiomo, direttore della Stazione Zoologica Anton Dohrn. Un altro intervento sarà a cura di Giovanni Ricciardi, ricercatore presso l’Osservatorio Vesuviano. Presenti anche Elvira Laura Romano, preside dell’Istituto Tecnico Nautico “Duca degli Abruzzi” e Antonio Mussari, direttore del Museo del Mare di Napoli.

Questo incontro, secondo l’Ufficio Stampa del Museo,   potrebbe quindi dare vita a importanti collaborazioni tra le due storiche strutture partenopee. I biologi marini del Laboratorio di Ecologia del Benthos hanno già avviato un progetto di ricerca internazionale nei fondali dell’isola d’Ischia, dove sono presenti delle fumarole sottomarine. Uno studio che abbina fenomeni vulcanici e biologia. Un audiovisivo, realizzato dal reporter Giuseppe Farace, illustrerà questa interessante ricerca che riguarda l’acidificazione degli oceani, dovuta ai mutamenti climatici, e il suo impatto sulla fauna marina.

Invitiamo i nostri lettori a partecipare!

vespucci 4

In un bacio, saprai tutto quello che è stato taciuto, diceva Neruda e chissà quante volte le  banchine dei porti hanno taciuto  gelosamente gli  appassionati  baci rubati  e le  magiche promesse dei  marinai di tutto il mondo. Deve essere stato il caso anche dei naviganti a bordo della prestigiosa  Amerigo Vespucci, la più bella nave scuola della Marina Militare Italiana, varata il 22 febbraio del 1931 dai cantieri Regi di Castellammare di Stabia, tra i più antichi e prestigiosi cantieri navali del nostro paese.

Amerigo Vespucci, Egitto anni '60
Amerigo Vespucci, Egitto anni ’60

 

 

 

L’ Amerigo Vespucci dalla sua entrata in servizio ha svolto fino ad oggi, ogni anno, attività addestrativa, principalmente a favore degli allievi dell’Accademia Navale e di giovani facenti parte di associazioni veliche.

Ben 79 campagne di istruzione  in giro per i sette mari, di cui 42 in Nord Europa, 23 in Mediterraneo, 4 in Atlantico Orientale, 7 in Nord America, 1 in Sud America e 2 circumnavigazioni del globo…

Le foto che  Mare dentro ha raccolto sul web  sono un piccolo assaggio di tanti baci  rubati a bordo di questa nave.

E se avete anche voi vecchie  foto di baci e bastimenti nei porti campani ..inviatecele e pubblicheremo  le più romantiche su Mare dentro a vostro nome .

Aspettiamo i vostri baci rubati…

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Baci rubati, Amerigo Vespucci, Napoli 1963

baia

Jaques Yves Cousteau  diceva che siamo come violini solitari e per scoprire il mondo abbiamo bisogno di aprirci  agli altri, suonando insieme in concerto. Può la conoscenza dell’ambiente marittimo far concertare idee di crescita sostenibile? Tra natura e archeologia, un gruppo di donne  si immerge nei fondali dei  Campi Flegrei.  Scopriamo cosa accade  intervistando, per la rubrica Mare dentro, Cristina Canoro  del Centro Sub Campi Flegrei.

Cristina, lavori per il Centro sub Campi Flegrei. Dal parco archeologico di  Baia sommersa ai relitti di navi moderne, cosa  ci racconta il paesaggio marittimo del golfo di Napoli di cui  dovremo essere consapevoli?

In primis mi presento, sono Cristina Canoro, sono istruttrice subacquea e presiedo il circolo di Legambiente a Pozzuoli.
Ho iniziato la mia avventura negli abissi nel 2001, subito dopo la laurea e non ho più smesso. Da allora collaboro con il Centro Sub Campi Flegrei (CSCF) e nel 2006 ho fondato il circolo di Legambiente Pozzuoli, che è nato dalla condivisione con gli amici subacquei della passione per il mare e la tutela dell’ambiente. Nel 2001 abbiamo partecipato alla catena subacquea organizzata da Legambiente per chiedere l’istituzione del Parco Archeologico Sommerso di Baia, che è avvenuta nel 2002. Da quel momento il nostro impegno ed entusiasmo nel promuovere il parco è cresciuto in maniera esponenziale consentendoci alcuni importanti risultati.
Il Parco Archeologico sommerso di Baia, area marina protetta di Baia (AMP Baia) è considerato da travel leisure il posto più cool dove fare immersioni.
In queste acque sono ancora ben visibili le costruzioni di epoca romana, oggi sommerse a causa del bradisismo. E’ possibile immergersi tra gli antichi piloni del Porto Giulio, tra le splendide mura della villa dei Pisoni, visitare le peschiere, vedere i mosaici, il tutto circondato da nuvole di pesci.
Per citare solo l’ultima, la trasmissione Voyager del 4 agosto 2014  ha dedicato un servizio al Parco. Numerosi canali televisivi stranieri hanno girato documentari sul Parco che oggi è conosciuto in tutto il mondo come la Pompei Sommersa.
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Gruppo di volontari di Legambiente con il Centro Sub Campi Flegrei, per l’attività “spiagge e fondali puliti” (2013)
Puoi spiegarci di  cosa si occupa il Centro sub Campi Flegrei e cosa è il progetto Ambiente?
Nel 2006 con l’istituzione del circolo di Legambiente abbiamo iniziato un percorso che si fonda sulla tutela dell’ambiente marino e sulla diffusione di conoscenza delle bellezze del nostro territorio. In sinergia con il circolo di Legambiente organizziamo campi di volontariato nel Parco sommerso di Baia con l’obiettivo di creare delle mappe subacquee rilevando le evidenze archeologiche e le caratteristiche biologiche degli organismi viventi presenti nei siti di interesse. Il progetto ambiente quindi, in linea con gli obiettivi di tutela dell’ambiente e di conoscenza del territorio prevede l’organizzazione di manifestazioni ed eventi a livello nazionale ed internazionale come Spiagge e fondali puliti puliamo il modo, clean up the med.
Che tipo di  attività avete avviato?
Negli ultimi tre anni il numero di visitatori del parco è cresciuto del 60% .
Noi siamo convinti che Il Parco rappresenti una grossa opportunità per lo sviluppo locale di un’area, quale quella dei campi flegrei, di incredibile bellezza e ricchezza di risorse naturali, storiche, archeologiche e culturali che dovrebbero essere valorizzate, coordinando gli sforzi degli attori locali e le sinergie ed i network tra essi.
In tale contesto il Centro sub Campi Flegrei si prefigge di costruire un network tra università, enti di ricerca ed istituzioni nel campo dell’archeologia subacquea proponendosi come training center nel campo dell’archeologia subacquea.
La scelta strategica del  Centro sub Campi Flegrei è stata quella di puntare sull’AMP di Baia implementando una strategia di marketing che permettesse di attrarre visitatori nel Parco.
Con  quali istituzioni pubbliche o private  cooperate ?
Alcuni esempi dei soggetti con i quali collaboriamo sono:
Media companies (BBC, National Geographic, Discovery Channel, Historic Channel, France 3, France 5, RAI etc.),
Training agencies (PADI, CMAS, DAN, NAS),
Association (Legambiente, Scuba Blind International),
Imprese (Scubapro, Ocean Reef, Dive system),
Universities (from England, Germany, Poland and Spain, in Italy University of Naples, Rome, Venice).
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Alcune delle “Sirene nel blu”, Centro Sub Campi Flegrei

Nel 2007 la Soprintendenza di Napoli e l’associazione “Assodiving Flegreum” rappresentata dal CSCF siglarono un accordo per la regolazione delle attività di diving nel Parco Archeologico di Baia. In seguito alla crisi  il CSCF ha deciso poi di implementare una stategia di marketing per attrarre un maggior numero di visitatori.  Su che tipo di  sviluppo dell’area flegrea avete puntato?

Nel 2012 è nata una nuova sinergia con un gruppo di donne subacquee che ha portato alla creazione di “Sirene nel blu” (socie fondatrici Ida Troiano, Giulia Ruotolo e Cristina Canoro) seguito su facebook da donne “From all over the world”.
Sirene nel blu è un gruppo di donne subacquee che ritrovano sè stesse nelle acque del mare a contatto con la natura e nel silenzio degli abissi.
Sirene nel blu nasce dunque dalla voglia di ritrovarsi insieme in un luogo virtuale e poi in luoghi reali, per non sentirsi più sole e condividere una passione, per sentirsi parte di un gruppo con cui discutere di emozioni, salute, sicurezza legate alla subacquea da un punto di vista femminile.
Il nostro scopo è quello di riunire tutte le donne che hanno la passione per il mare ed essere un sostegno nella diffusione della conoscenza sul rapporto tra il mondo femminile e il mare, promuovendo così lo sviluppo dell’attività subacquea sia sul piano personale che in tutti gli altri ambiti, non ultimo quello professionale.
IL CSCF si propone quindi come hub tra associazioni, enti di ricerca ed imprese che si prefiggono come obiettivo la diffusione di conoscenza sulla risorsa Parco ed in generale sull’area dei Campi Flegrei promuovendo il turismo archeologico subacqueo ed attraverso esso lo sviluppo ecosostenibile dell’area flegrea.
Grazie Cristina e buon lavoro al CSCF !

 Nota biografica: crisitina canoroCristina Canoro è ricercatrice alla Seconda ‘Università di Napoli e  si occupa di marketing territoriale. Istruttrice EFR, PADI OWSI, guida subacquea autorizzata del Parco Archeologico Sommerso di Baia.  Il mare e la difesa dell’ambiente sono le sue grandi passioni.

 

 

 

prodigioso spaghettovolante

Se credete anche voi che l’intolleranza e le discriminazioni vadano combattute. Se vi piace la pasta, il mare  e siete ironici, scanzonati e combattivi..non vi resta che unirvi ai pirati Pastafariani!!! Mare dentro  ne parla con Marco De Paolini, alias Capitan Pizzocchero.

Marco, puoi spiegarci brevemente in cosa consiste il Pastafarianesimo e cosa si propone?

Il Pastafarianesimo è una religione nata nel 2005, quando il “profeta Bobby Henderson ha rivelato la sua visione in una lettera al Ministero dell’Educazione del Kansas. A quel tempo in Kansas si stava discutendo se insegnare nelle scuole pubbliche il Creazionismo alla pari della teoria dell’evoluzione e Bobby chiedeva polemicamente che venissero spiegate anche le idee del Pastafarianesimo insieme a quelle dettate dal Cristianesimo. Da allora, la religione pastafariana si è diffusa rapidamente in tutto il mondo, specialmente nei paesi dove lo Stato fa evidenti discriminazioni religiose. Noi Pastafariani crediamo che l’Universo sia stato creato dal Prodigioso Spaghetto Volante (PSV) dopo una colossale sbornia e questo spiega tutte le imperfezioni del Creato che osserviamo ogni giorno. Il PSV viene spesso raffigurato come un groviglio di spaghetti con le polpette che vola nel cielo, con due grandi occhi e molte Appendici Spaghettose con le quali ci tocca per convertirci. Egli non si cura molto di cosa succede sulla Terra e passa gran parte dell’eternità gozzovigliando o creando cose per puro divertimento, ma è un dio buono, anzi squisito! Ci ha promesso che nell’Aldilà ciascuno di noi avrà un Vulcano di Birra e una Fabbrica di Spogliarelliste/i.
Secondo il nostro libro sacro, “il Vangelo del Prodigioso Spaghetto Volante” (Ed. Mondadori), i primi Pastafariani furono pirati e il PSV dette loro gli oceani da esplorare pacificamente. La storia ufficiale ha poi dipinto erroneamente i pirati come banditi sanguinari, ma noi continuiamo la tradizione in modo non violento, all’insegna della tolleranza, soprattutto quella religiosa. Per noi ogni Venerdì è festa comandata e lo celebriamo con mangiate e bevute in compagnia. L’amore per la pasta, i vulcani e le tradizioni marinare sono tutte cose che ci accomunano a chi è cresciuto all’ ombra del Vesuvio.
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Marco De Paolini, alias Capitan Pizzocchero

Cosa hai combinato nel 2013 da buon pastafariano e che seguito legale ha avuto la vicenda?

Un buon pirata pastafariano sguaina la sua ironia per combattere contro la discriminazione e l’intolleranza religiosa. 

Per noi lo Stato dovrebbe essere laico, ma se invece fa eccezioni e favoritismi solo per alcune religioni e discrimina i cittadini che credono in altre o che non credono a nessuna, allora sentiamo il dovere di chiedere gli stessi privilegi anche per i Pastafariani e, in questo modo, manifestare che tutte le convinzioni non basate su prove scientifiche, ma solo su atti di fede, devono essere trattate alla stessa maniera.

In ottobre del 2013 ho seguito una tradizione iniziata due anni prima dall’austriaco Niko Alm ed ho richiesto la mia Carta d’Identità presentando una fotografia in cui indossavo il Sacro Copricapo Pastafariano: uno scolapasta. La Legge impone che le foto sui documenti debbano essere fatte senza cappello e senza niente che ostacoli il riconoscimento, ma il Ministero dell’Interno Italiano  ha stabilito che si possano fare delle eccezioni per motivi religiosi, permettendo così di indossare veli, turbanti ed altri copricapi religiosi a chi ne fa richiesta. Per noi non ha senso che una legge si pieghi a delle regole basate su fantasie millenarie che non trovano una spiegazione razionale, ma se a loro viene permesso, dev’ essere permesso anche a noi Pastafariani di indossare lo scolapasta: o tutti o nessuno. 

La Carta d’Identità mi è stata negata temporalmente e la direttrice dell’Ufficio Anagrafe del mio comune ha richiesto il parere della Prefettura sulla vicenda. A quasi un anno di distanza, il Ministero non ha ancora risposto e io continuo a non avere il mio documento. Se mi verrà negata in modo definitivo, sono pronto a fare ricorso e a seguire le vie legali fino alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, se necessario.

Qual’è il tuo comandamento pastafariano preferito e perché?

Il Prodigioso Spaghetto Volante ci ha dettato otto regole, chiamate anche “Condimenti” che cominciamo con le parole “Io preferirei davvero che tu evitassi”. Non sono imposizioni autoritarie, ma inviti alla tolleranza e al rispetto degli altri. Vista la grave situazione in Medio Oriente, forse il secondo condimento è quello che risulta di maggiore attualità in questo momento:“Io preferirei davvero che tu evitassi di usare la Mia esistenza come motivo per opprimere, sottomettere, punire, sventrare, e/o, lo sai, essere meschino con gli altri”. La religione pastafariana non ha mai scatenato guerre sante, e nessuno è mai stato ucciso o ferito per la nostra religione. La guerra non dovrebbe avere spazio nel terzo millennio, ma invocare un “amico immaginario” per giustificare violenze, omicidi, stupri e soprusi di ogni genere è veramente l’argomento più stupido e insensato tra tutti gli argomenti stupidi e insensati che si possano sostenere.

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Adepti Pastafariani

Bertrand Russell diceva che la filosofia dovrebbe ispirare senso critico contro ogni tipo di dogmatismo ed assoluta certezza. Che mestiere fai Marco e com’è che hai uno spirito un po’ pastafariano?

L’unico dogma della nostra religione è che non ci sono dogmi. Questo per me è un punto di riferimento importante. La mia formazione è scientifica, insegno e faccio ricerca all’Università, ma scienza e filosofia seguono cammini paralleli quando si tratta di usare la ragione per esplorare e capire l’Universo. La curiosità è il motivo fondamentale che ci spinge a ricercare il funzionamento delle cose, mettendo in dubbio ciò che ci hanno insegnato e verificandolo di persona. Questo atteggiamento è proprio dei bambini, degli artisti, dei filosofi e degli scienziati. È ciò che fa progredire la nostra società e ci distingue dal resto del regno animale. Restare attaccati alle parole che qualcuno ha scritto in un libro più di due mila anni fa non è proprio della nostra specie. In fondo nasciamo tutti con lo spirito pastafariano: ogni bambino è curioso, non si prende troppo sul serio e adora la pasta!
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Spesso organizzate eventi od incontri. Avete in programma qualcosa anche in Campania o nel Sud Italia?
Tra poche settimane si terrà a Palermo il 3º Raduno Nazionale Pastafariano, dal 19 al 21 settembre. Coinciderà con il Talk Like a Pirate Day 2014, che consideriamo una festa religiosa. Sarà un occasione per conoscerci meglio, mangiare e bere insieme. Eleggeremo anche il nostro Pappa: il capo supremo della Chiesa Pastafariana Italiana.
Altre iniziative sono organizzate dalle congregazioni provinciali, chi fosse interessato può seguirci su Facebook (www.facebook.com/chiesapastafarianaitaliana) o prendere contatto con i Frescovi locali tramite la pagina del Registro dei Pastafariani d’Italia (registro.chiesapastafarianaitaliana.it).
Nel Sud Italia, la Sicilia è la regione più attiva: in Campania c’è ancora molto da fare e l’opportunità per i nuovi adepti di organizzare la chiesa locale.

Nota biografica: Marco De Paolini, alias Cap. Pizzocchero, ha 42 anni, 2 figli, è nato a Torino ma dal 2000 vive in Messico ed insegna all’Università di Guadalajara. È membro del Conclave che regge la Chiesa Pastafariana Italiana (www.chiesapastafarianaitaliana.it).

batiscafo trieste La sera del 2 ottobre 1953,  passeggiando lungo la costa, dalla punta della Campanella all’arco di Stabia,  avremo visto tutte le barche  alla fonda  issare il gran pavese, mentre  i cittadini di Sorrento, Vico,  Seiano, Meta e Castellammare si riversavano a far festa grande,  con un tripudio  esagerato di mortaretti e fuochi d’artificio. Cosa stava accadendo? Parlando con la gente del posto noi di Mare dentro  avremo saputo che il batiscafo Trieste   ritornava dalle sue immersioni tecniche dopo aver effettuato,  il 30 settembre  1953, una delle  sue più importanti prove: l’immersione nella fossa del Tirreno, a largo di Ponza, a 3150 metri di profondità. A bordo di quel batiscafo c’erano due bizzarri svizzeri:  Auguste Piccard, ideatore  del progetto e suo figlio Jacques, personaggi  chiave per la storia della ricerca subacquea, legati, come scoprirete, all’Italia ed alla Campania.

La famiglia Piccard, originaria di Basilea,  è stata  piena di spiriti osservatori, creativi ed avventurieri, a giudicare dai successi ed alla sequela di esperimenti che legano i Piccard alla ricerca scientifica negli abissi del mare così come alle altitudini del cielo. Numerosi scrittori ed artisti si sono ispirati alle vicende dei Piccard tra cui il fumettista belga Hergè, che prese proprio spunto da Auguste Piccard per disegnare il suo eccentrico prof Calculus. “L’Esplorazione è lo sport degli scienziati” soleva dire Auguste.

Auguste  progettò  il batiscafo Trieste per scopi scientifici e per  essere assolutamente indipendente sott’acqua ad altissime profondità, come nessun’ altro batiscafo prima di allora. Il batiscafo venne costruito interamente in Italia. Era costituito da un scafo di galleggiamento cilindrico sormontato da una torretta di ingresso e, posto al di sotto dello scafo, un abitacolo sferico.bati2 Lo scafo venne portato a termine nei Cantieri Riuniti dell’ Adriatico di Trieste. L’abitacolo sferico in acciaio fu approntato nelle acciaierie di Terni ed il fissaggio dell’abitacolo allo scafo avvenne nei Cantieri della Navalmeccanioa di Castellammare  di Stabia, uno dei cantieri navali più antichi ed all’avanguardia in Europa. Il varo ebbe luogo proprio a Castellammare, il 17 ottobre 1954.

Sembra quasi di vederlo il batiscafo Trieste fendere le onde, con la sua cabina color argento,   luccicante, mentre sventolavano   allegramente la bandiera italiana e quella svizzera ed il vecchio Piccard   agitava il suo basco nell’aria fresca di mare,  appoggiato alla garrita. Piccard ed operai navalmeccanica Il rapporto dei Piccard con la gente del posto, secondo molte testimonianze, era ammantato di stupore, rispetto e stima e non ci riesce difficile immaginare come dovevano essere  benvoluti,  questi svizzeri, dagli operai del cantiere, dei quali i Piccard  elogiarono sempre  la grande competenza e professionalità. Nel 1958 il batiscafo fu poi acquistato dalla marina militare americana ed il 23 gennaio 1960 il Trieste si immerse, con a bordo Jacques ed il tenente Donald Walsh,  nelle acque della fossa delle Marianne, in California, toccando i 10.902 metri, record rimasto imbattuto fino al 2012. Una storia quella del batiscafo Trieste  legata ad una tradizione ingegneristica tutta italiana che aveva in Campania il suo fiore all’occhiello.

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Professor Cuthbert Calculus, ispirato ad Auguste Piccard, in un disegno del fumettista belga Hergè.

 

Golfo di Napoli, regate Dicembre 2013

Cristiano Panada

L’amore per il vento e la vela di generazione in generazione.  Mare dentro intervista Cristiano Panada, figlio del velista guerriero Beppe Panada di cui vi avevamo raccontato la settimana scorsa.

Cristiano, tu hai fatto della vela la tua professione. Come e quando nasce questa tua passione e quanto ha influito tuo padre Beppe in questo?

Difficile rispondere; in realtà tutto nasce dalle vacanze estive in barca. Erano altri tempi si andava in vacanza a fine giugno con la chiusura delle scuole e si rientrava ai primi di settembre. Due mesi interi in barca a spasso per il Mediterraneo. O nasce una passione o diventi un alpino. Beppe non mi ha mai imposto o forzato a fare niente, semplicemente nei primi anni 80′ mi disse che c’era una leva gratuita di vela al Circolo Nautico Posillipo e mi chiese se volevo partecipare. Provai per gioco e da lì in avanti non ho mai più smesso di andare per mare.

Quale dei tuoi primi ricordi è legato al mondo della vela ?

Giugno 1980 appena 12 anni. Papà partecipò ad una regata in solitario, la OSTAR dall’Inghilterra agli Stati Uniti. Tutta la famiglia si trasferì a Newport e aspettammo il suo arrivo.
Una volta arrivato ci fece conoscere un mito della vela: Eric Tabarly. Ricordo come fosse oggi la visita a bordo del suo trimarano, il Paul Ricard, una barca a dir poco avveniristica per l’epoca. Credo sia stato uno dei momenti che ha segnato la mia vita.

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Beppe Panada

Tu sei un istruttore di vela. Spesso questo sport è stato confinato agli ambienti più abbienti della società. Puoi spiegarci come diventare velisti e cosa di affascinante e inclusivo nasconde questo sport?
Fortunatamente non è sempre così. Oggi molte Società veliche investono nei ragazzi di qualsiasi estrazione sociale e la Lega Navale Italiana è senza dubbio leader nella promozione della vela a tutti i livelli.
Non necessariamente bisogna iniziare da bambini; sono in tanti che si avvicinano a questo sport in età adulta e poi trasformano la curiosità in passione. Certamente bisogna avere la fortuna di trovare l’istruttore con cui si instaura il giusto feeling e che ti faccia scoccare dentro la scintilla.
Una lunga navigazione a vela, in notturna, è una di quelle cose che ti rappacifica con il mondo e ti offre delle sensazioni uniche.
Una planata attaccato al trapezio di un 470 al lasco ti da una scarica di adrenalina paragonabile a poche cose nella vita.
Saltare tra le onde con un windsurf è una sensazione indescrivibile. Io nel mio piccolo cerco di offrire ai miei allievi ed ai miei più fidati colleghi, la possibilità di vivere anche loro le stesse esperienze e  provare le stesse sensazioni che ho avuto la fortuna di provare io.

Come si fa a competere ad alti livelli agonistici nei prestigiosi circuiti regatistici internazionali?
Tanto lavoro. Come ogni sport, anche la vela a livello agonistico, richiede impegno e sacrificio.
Gli anglosassoni dicono “No pain, No Gain”. Inoltre la vela è uno sport di pazienza.
Come disse Bernard Moitessier: “La vela è una religione…ha i suoi riti. Se fa bello, fa bello. Se c’è vento, c’è vento. E se non c’è vento, si aspetta, si sorveglia. Hai fame, mangi. Hai sete, bevi. Ti prende sonno, dormi. È una scuola di pazienza”.

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Velisti di generazione in generazione: Cristiano Panada e suo figlio Giuseppe

Vivi e lavori a Napoli, una città che del mare ha vissuto e dal mare è nata.
Tuo padre stesso ha lavorato e vissuto a Napoli. Che mare si porta dentro oggi la città di Napoli, secondo te, e cosa si fa o si potrebbe fare di più per la vela?
Mi dispiace doverlo dire, ma Napoli è una città di mare al pari di Verona anzi a Verona c’è più gente che pratica vela nel vicino Lago di Garda.
Purtroppo c’è poca attività di promozione della vela nelle scuole e si da poco risalto ai risultati ottenuti a costo di mille sacrifici.
Se per strada chiedi chi è Messi ti risponde chiunque ma se chiedi chi è Alessandra Sensini ti rispondono nelle maniere più assurde, eppure ha regalato all’Italia 4 medaglie Olimpiche e circa una decina di titoli mondiali con il windsurf.
Napoli ha avuto e continua ad avere grandi atleti che non solo devono sacrificarsi fino all’inverosimile per conseguire un risultato e quando lo ottengono forse gli dedicano un trafiletto nella ultima pagina accanto all’oroscopo.
Io credo che il vento finalmente stia cambiando.
Con le ultime elezioni federali, il comitato regionale Campano ha acquistato un nuovo presidente giovane e intraprendete, l’ing. Francesco Lo Schiavo, il quale si sta prodigando fino all’ inverosimile per promuovere la vela in Campania e stimola tutti gli atleti informandosi e informando il pubblico su risultati e progressi.
Già da quest’anno avremo l’onore di ospitare i campionati Italiani Giovanili a partire dal 31 agosto al 7 settembre, manifestazione che porterà circa 800 atleti a darsi battaglia nelle acque del Golfo mentre per il 2015 ci saranno delle altre manifestazioni di alto livello.

Kurt Hahn, un pedagogo tedesco, diceva che i giovani hanno bisogno di sviluppare movimento, iniziativa personale, accuratezza nei lavori di precisione ed empatia verso l’altro.
Cosa può insegnare  la vela ai giovani ma anche a chi si avvicina per la prima volta a questo mondo?
E’ tutto estremamente soggettivo. Ci sono persone che si avvicinano alla vela per curiosità, chi per essere al passo con la moda del momento, chi costretto dal genitore insomma ognuno ha una motivazione diversa. Deve essere cura del bravo istruttore cercare di capire le motivazioni dell’allievo e fare perno su quelle per appassionarlo a questa disciplina. La vela di per sé insegna a orientarsi, a sviluppare i sensi ,a migliorare l’equilibrio, a rapportarsi con gli elementi.
Tanti allievi hanno poi fatto della vela un lavoro; chi è diventato istruttore, chi ha conseguito la patente nautica ed oggi fa lo skipper.

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Golfo di Napoli, regate Dicembre 2013

Tu ha navigato tanto. Qual’è il porto più caro che ti  porti nella mente e nel cuore?
Nantucket 48 km a sud di capo Cod, nello Stato del Massachusetts dove affondò l’Andrea Doria. L’approdo su quell’isola fu una delle avventure più straordinarie vissute con mio padre e la mia famiglia.

Arrivammo all’ imbrunire e per accedere al porto c’era un canale dragato delimitato da alcune boe. Il timoniere si distrasse e passammo all’ esterno di una boa. Ci incagliammo e nel giro di poche ore con la marea calante, la barca si sdraiò letteralmente sulla murata. Ricordo che papà ci condusse subito su una spiaggia li vicino per trascorrere la notte e al mattino alla alba la barca era completamente sdraiata sul fianco come una balena arenata.
Chiaramente tutto si risolse per il meglio e la guardia costiera ci trainò fuori e ed entrammo in porto.

Una notte straordinaria a modo suo e a distanza di 34 anni la ricordo come fosse ieri.

Viva Napoli

Viva Napoli

Capita a volte di imbattersi in personaggi dall’aura travolgente e magica che hanno vissuto quasi come da  protagonisti di libri fantastici, se non fosse per le tracce  reali e tangibili che lascia il loro passaggio.

Cosa ha a che fare uno dei primi karateki e judoki italiani con il mondo della vela e soprattutto con Napoli?
Mare dentro incontra Beppe Panada, bresciano, classe ’42.

Panada è  ricordato per aver diffuso lo sport del karate e del judo sul territorio nazionale, soprattutto in Campania, collaborando alla stesura della prima Enciclopedia italiana sul karate.

Ma accanto a questa sua passione per le arti marziali che lo legano a doppio filo alla città di Napoli, Panada è stato anche un velista.
Nel 1979 nei cantieri CARIMA di Napoli, Panada curò il progetto della Princess, una goletta conosciuta meglio come “Viva Napoli”, con la quale partecipò nel 1980 alla OSTAR, una regata transatlantica in solitario, partendo da Plymouth in Inghilterra fino a Newport negli Stati Uniti.

Tra il 1981 ed il 1982 Panada con Viva Napoli si cimentò anche nella “Whitbread”, competizione intorno al mondo in equipaggio.
Quest’ultima regata non fu esente da ripercussioni politiche. Correvano gli anni dell’apartheid in Sud Africa e gli organizzatori della regata erano stati messi sotto pressione per rimuovere Cape Town dal percorso, ma la tappa rimase. A largo delle coste dell’Angola però Viva Napoli venne bloccata nelle acque territoriali da ufficiali locali e tutto l’equipaggio, tra cui anche Panada ,venne posto sotto arresto, poiché a causa dei visti sudafricani sui loro passaporti furono ritenuti spie.
Mentre gli ufficiali sparavano coi fucili in aria, Panada gettò uno degli ufficiali fuori bordo.
Probabilmente  Panada sapeva di avere ragione e soprattutto si doveva essere reso  conto del sopruso che stavano subendo.

L’equipaggio del Viva Napoli fu tenuto in fermo 7 giorni a Luanda perdendo la possibilità di competere nella leg 1 e 2 della regata.

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In seguito, nel 1986 Panada partecipò alla TWOSTAR insieme allo skipper Roberto Kramar, sulla barca Belucchi.
Una regata sfortunatissima per la vela italiana. In quell’estate infatti la Belucchi naufragò e Kramar e Panada non furono mai ritrovati vivi. Ben dieci anni dopo il naufragio, nelle aule del tribunale, fu dimostrato dai legali delle famiglie dei dispersi, che fu un difetto di costruzione sulla Belucchi che provocò il  distaccamento del bulbo dalla carena, causando il naufragio e non una svista dello skipper..

Molti ricordarono la tempra forte e determinata di Panada anche sul territorio campano e nelle parole di Cesare Baldini ci piace ricordarlo così: “Ovunque fosse nato ed in qualsiasi epoca, sarebbe stato un Guerriero ed un Capo”.

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Museo del Mare - Napoli

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Per la rubrica Mare Dentro  intervistiamo Antonio Mussari, fondatore lungimirante e direttore coraggioso del Museo del Mare di Napoli, unico e importante  punto di riferimento dedicato alla cultura marittima in Campania.

Dott. Mussari, come e quando nasce il Museo del Mare nella sua mente e soprattutto perché?
L’idea del Museo nasce per la conservazione del patrimonio dell’Istituto Tecnico Nautico “Duca degli Abruzzi” di Napoli, che vanta una storia pluricentenaria ed un patrimonio dal prezioso valore culturale e storico  ma a rischio di dispersione e distruzione a causa  di ignoranza, insensibilità  ed inconsapevolezza.
Il Museo nasce nei primi anni del ‘900 come laboratorio didattico dell’Istituto e solo nel 1992 si apre al territorio come Museo Didattico. Diventa Museo del Mare quando si gli si dà l’obiettivo di legarlo maggiormente  al territorio agendo come Ente Culturale distinto dalla Scuola. In genere una Scuola “è di tutti e di nessuno” e quindi la responsabilità della cura di un bene pubblico anch’essa “è di tutti e di nessuno”. In altri termini, in assenza di una specifica figura di riferimento – il curatore del Museo – l‘integrità e la sicurezza del patrimonio sarebbe stata a rischio.

Dalla fondazione avvenuta nel 1992 ad oggi cosa è cambiato nella gestione del Museo del Mare e qual è, secondo Lei, la percezione degli abitanti del quartiere e della città riguardo il ruolo del Museo nel territorio?
All’inizio la funzione prioritaria del Museo era la conservazione del patrimonio, successivamente il Museo si è via via trasformato in un punto di riferimento culturale del territorio e anche in un’Istituzione a cui eventualmente affidare, perché ben custodite e valorizzate, le Memorie materiali e immateriali di enti, famiglie, privati. Tutti gli eventi culturali che abbiamo posto in essere hanno incontrato il favore di un ampio pubblico, come testimoniato dalla presenza crescente di visitatori e amici (“frequentatori fidelizzati”) del Museo che hanno apprezzato il nostro impegno e le nostre varie iniziative.
Abbiamo tenuto, generosamente, un basso profilo fintanto che si discuteva della nascita di un grande Museo Navale della Città, che però non si è realizzato. Visto il disinteresse delle Istituzioni ad un certo punto questo è diventato l’unico Museo del Mare di Napoli e come tale opera nella città ed è presente sul Web.
Nel 2007, poiché la legge lo consentiva, per mantenere il Museo come centro culturale indipendente, con una gestione economica autonoma, è stata costituita la Fondazione Thetys – Museo del Mare di Napoli e nel dicembre dello stesso anno la Fondazione ha ottenuto il riconoscimento di Museo di interesse Regionale. Attualmente, dopo lo sciagurato incendio di Città della Scienza, il Museo del Mare è l’unica presenza culturale attiva sul territorio di Bagnoli, cioè in una periferia che ha vissuto un drammatico processo di deindustrializzazione, dopo la chiusura del grande stabilimento Ilva – Italsider, e che dopo venti anni è ancora in attesa di una riconversione.

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Quali sono state e quali sono le maggiori criticità nella gestione di questo patrimonio culturale di tutti che il Museo del Mare si fa carico di documentare?

Naturalmente al primo posto troviamo i fattori economici: quanto facciamo è subordinato agli scarsi finanziamenti disponibili per la salvaguardia del patrimonio.
Per documentare e valorizzare il patrimonio, con progetto finanziato dalla Regione Campania, stiamo redigendo una pubblicazione: IL MUSEO DEL MARE DI NAPOLI – Guida attraverso il patrimonio materiale. Altra criticità sono gli spazi espositivi divenuti insufficienti man mano che, in seguito alle donazioni di privati, sta diventando evidente che, in spazi ristretti, l’allestimento delle sale espositive è insufficiente alla valorizzazione del patrimonio, per quanto questo sia di assoluto valore storico, estetico, culturale.

Come si pongono, secondo lei, le istituzioni pubbliche riguardo la creazione di spazi che favoriscano dialogo e integrazione tra le storie passate di un territorio e la popolazione locale che lo abita oggi?
Le Istituzioni di solito si limitano a delle promesse, che puntualmente tralasciano di mantenere. È pur vero che sono tanti i problemi di Napoli e i responsabili della cosa pubblica sono presi da un eccesso di complessità, di ritardi, di mancate soluzioni. Personalmente non sono più disposto ad illudermi. Apparentemente la cultura sarebbe la “grande priorità” delle Istituzioni; la conservazione del nostro grande patrimonio un’opera qualificante, irrinunciabile per un’amministrazione che si propone di valorizzare il mare e la cultura del mare come sua caratteristica peculiare. Ho prospettato ai politici passati tra le sale del Museo del Mare la necessità di avere spazi adeguati per la valorizzazione del patrimonio, indicando anche possibili, concrete soluzioni; in occasione di vari e periodici convegni tenuti in varie sedi cittadine ho fatto presente l’importanza che un Museo può avere come volano economico per il territorio e come visibile valorizzazione della ricchezza del patrimonio marinaro disperso che, riunito in una unica sede, renderebbe il nuovo Museo confrontabile con i più prestigiosi musei navali europei. Sono sicuro che nel demanio cittadino ci sia una struttura disponibile, idonea come sede museale che, per la sua centralità, possa
attrarre il patrimonio e valorizzarlo e che esista una misura nei progetti europei che permetta il finanziamento della sua ristrutturazione.
Gli amministratori di Comune e Regione sono responsabili di questa mancanza di iniziative al punto che dispero di vedere realizzato questo progetto. A meno che non abbiano ragione politici dalla vista corta, convinti che i bisogni e i desideri della maggioranza dei cittadini siano legati solo all’immediato presente, per cui tutto ciò che fa parte della conservazione della Memoria perde d’importanza e diventa un’opzione senza prospettive.

Ai visitatori del Museo del Mare che si rendono conto della validità della sua proposta culturale e lamentano l’insufficienza degli spazi espositivi suggerisco di chiederne conto ai loro politici di riferimento.

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Sappiamo che il Museo del Mare si impegna in numerose iniziative ed attività di divulgazione. Mi ha molto colpito l’iniziativa “Per non perdere la memoria”. Ci potrebbe brevemente spiegare di cosa si tratta e perché la cultura marittima è profondamente legata al tessuto sociale e territoriale della Campania?

La nostra comunicazione – ce ne rendiamo conto – è insufficiente. Ma poiché costa, e non poco, abbiamo deciso di farci conoscere attraverso eventi culturali quali mostre, convegni, presentazioni di libri. Queste iniziative costano relativamente poco e ci permettono di assolvere il compito di attrarre un pubblico, composto di scolaresche e non solo, con temi culturali e ricerche che “in primis” coinvolgono noi operatori. Questo è stato ben compreso e quindi le nostre manifestazioni sono sempre affollate e registrano una viva partecipazione, non solo da parte degli estimatori affezionati.
Il Progetto Memoria muove le mosse dallo stesso interesse che ha per me la conservazione del patrimonio. È amore per la conoscenza, rispetto per il passato, cura di ciò che non deve essere disperso perché non appartiene a noi come individui ma a tutta la comunità e rappresenta la sua identità.
Siamo partiti dalla constatazione di un rapporto debole di Napoli con il suo mare: Napoli non interagisce con il mare se non attraverso il panorama e il porto come luogo di fatica. In realtà, questa città non ha memoria marinara che non sia oleografica. Un passato legato al mare, faticoso e generalmente povero ma dignitoso è stato quasi interamente rimosso rispetto alla sguaiata ricerca di consumo e di edonismo del tempo presente.
Rappresenta un motivo di orgoglio per noi aver contribuito a recuperare un segmento della vita di Napoli del ‘900 rimosso e quasi completamente dimenticato. Parlo del recupero e della valorizzazione di un archivio che ci è stato donato e che è al centro del nostro Progetto Memoria.

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Mi riferisco all’archivio sulla esperienza della Nave Asilo “Caracciolo” che dal 1913 al 1928 ha sottratto ad una vita miserabile più di 750 “scugnizzi”, bambini e ragazzi abbandonati, costretti a vivere ai margini della società. La ricerca, resa possibile dalla riscoperta dell’archivio, in gran parte fotografico, ha portato alla realizzazione della mostra itinerante Da scugnizzi a marinaretti. L’esperienza della Nave Asilo “Caracciolo” a cura mia e della prof.ssa M. Antonietta Selvaggio, è stata ospitata in prestigiose sedi culturali di tutta Italia. L’omonimo catalogo è stato persino adottato in corsi universitari ed è ancora presente in libreria. La città ha riscoperto con interesse e commozione, come dimostrano le espressioni lasciate sul registro dei visitatori in occasione delle vari esposizioni, a Capodimonte, a Castel dell’Ovo e nelle sale del Museo stesso. Alla iniziale rimozione nelle famiglie degli “scugnizzi” dovuta a un sentimento di comprensibile pudore verso le proprie vicende è subentrato il riconoscimento dell’importanza dell’esperienza sulla Nave “Caracciolo” da parte dei discendenti dei “caracciolini”, protagonisti di un’esperienza educativa di avanguardia, dovuta al genio pedagogico di Giulia Civita Franceschi, la “Montessori del mare”. A questa grande figura non è stata ancora intitolata una strada o una scuola di Napoli ed, anche in questo caso, ci troviamo dinanzi a una delle tante “promesse” non mantenute dalle nostre Istituzioni.

Antonio Mussari al convegno di apertura per la Mostra “Da scugnizzi a marinaretti” (2010)

Il rapporto tra la cultura marittima ed il  tessuto sociale del territorio di riferimento è piuttosto complesso, richiederebbe approfondimenti e non mi azzardo a fare analisi sociologiche e politiche improvvisate.
Parlando del rapporto tra Napoli e la cultura marinara, in prima battuta si può dire che Napoli rimuove, ha rimosso il suo passato marinaro e la sua cultura marittima perché ricordare vorrebbe dire doversi mettere in condizione di dover trasmettere questa cultura ed i suoi amministratori non hanno una visione del futuro  che comprenda un Museo all’altezza di questo memorabile passato. Diverso è il caso della Campania e dei suoi centri marinari che hanno espresso una cultura marinara e vissuto il mare con la presenza sul territorio di attività marinare quali la pesca, la cantieristica, con tutti i mestieri dell’indotto (maestri d’ascia, fabbri, velai, calafati), per la costruzione di eccezionale qualità commissionate da imprenditori armatori locali e da armatori liguri siciliani e sudamericani che poi davano lavoro a capitani comandanti e marinai.
Basti ricordare che Pozzuoli, Procida, Ischia, Bagnoli nei Campi Flegrei, Sorrento, Meta, Piano, Castellammare, Amalfi nella penisola sorrentina, Salerno e Palinuro nella costiera a Sud hanno espresso ed esprimono una presenza ed una cultura marinara legata al territorio (con le scuole di formazione di ufficiali e costruttori, le feste popolari, gli ex voto e le navi) che le rendono vere comunità di mare sicché già a partire dell’800, la marineria Campana presente in tutti gli oceani era al pari di quella ligure.

Foto: Museo del Mare

Indirizzo: Museo del Mare, Via di Pozzuoli, 5
Telefono081 6173749
Sito web: www.museodelmarenapoli.it 

 

careri - il giro del mondo

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Spiriti liberi, immaginativi e soprattutto curiosi, viaggiatori e avventurieri sono spesso stati assoldati per adempiere, per conto  di regine e monarchi, missioni diplomatiche e politiche.

Mare dentro incontra  invece G. Francesco Gemelli Careri,  il primo backpacker della storia. Backpackers (dall’inglese backpacker: zaino) sono considerati viaggiatori  indipendenti che partono  con risorse economiche limitate, senza programmi organizzati, dipendendo da nessun altro che da loro stessi e dalle persone che incontreranno nella loro imprevedibile avventura.

Careri può essere annoverato tra gli antesignani di questo stile di viaggio -ricerca diventato poi famoso con il romanzo Sulla strada di Jack Kerouac.

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Il Viaggio intorno al mondo di Careri, pubblicato in sei volumi, nel 1699, inizia  su una feluca… partita dal golfo di Napoli nel 1693.

Leggendo il suo libro,  scritto in un italiano vecchio di 500 anni, troviamo   risposte che suonano moderne, anche per chi, parte oggi per girare il mondo. Perché Careri decise  di iniziare  questo curioso viaggio, a piedi, su carri o a bordo di feluche e tartane, dall’Egitto al Messico passando per la Turchia, l’India e la Cina?

Careri, nato a Radicena, in provincia di Reggio, si laurea in giurisprudenza a Napoli e passa diversi anni al servizio del  Vicereame, adempiendo prevalentemente mansioni militari. Nel primo capitolo del suo libro,  Careri scrive che, mosso soprattutto dalle ingiurie e dalle persecuzioni che stava soffrendo, si risolse ad intraprendere questo viaggio, sebbene gli amici cercassero di distoglierlo. Al fratello disse di voler solo andare in Terra Santa e di voler poi anche toccar il suolo cinese. Forse proprio perché così lontana e sconosciuta,  la Cina rappresentava, per il quarantacinquenne Careri, una sorta di fuga dell’anima, verso nuovi orizzonti.

Un viaggio che si protrasse per ben cinque anni e che non fu scevro da pericoli.

Numerose sono le sue osservazioni  sugli usi e costumi delle persone che incontra durante il suo girovagare come  i pescatori di perle a Bander -Congo, sul Golfo Persico, che vanno in apnea con dell’olio in bocca per resistere maggiormente sott’acqua; l’ ospedale di Suratte, in cui si  presta ricovero a malati ed anche ad animali vagabondi;  i  mercati  di Macao, in cui si vendono nidi di passero considerati  afrodisiaci. Ed ancora molte sono le osservazioni su imbarcazioni tradizionali come le velocissime barche delle isole Marianne, cucite con canna d’India e armate con una vela paragonabile, secondo il Careri, a quella latina.

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Careri parte alla volta di Acapulco alla fine del 1696, quando dalle Filippine si imbarca sulla galea Manila, in una navigazione ricordata da lui come lunghissima e spaventosa. Su quella stessa galea viaggiavano e, non come passeggeri in cabina, numerosi schiavi asiatici rivenduti poi  sui mercati americani. Arrivato in Messico nel 1697, ritorna in Europa nel 1698 per sbarcare nel 1699 in quello stesso golfo di Napoli da cui era partito.

Un giro, quello  di Careri, tra le culture ed i luoghi  del mondo che può essere considerato il  primo viaggio indipendente nella storia della letteratura  di cui abbiamo notizia.

 

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Noi di Vesuvio Live avevamo già incrociato l’Asso Vela a’ Tarchia, ammirando il suo impegno nel preservare antichi saperi marinareschi ed imbarcazioni veliche tradizionali.  Se siete amanti del mare e vi piace viverlo con rispetto, se non avete mai manovrato una vela ma vi affascina capire come funziona, perché non provare?

L’Asso Vela a’ Tarchia indice corsi di vela gratuiti,  riservati a giovani  di età superiore ai tredici anni.

I corsi si terranno su imbarcazioni tradizionali, restaurate a cura dell’ Associazione  ed  ormeggiate presso la spiaggia San Francesco a Sorrento. Saranno trattate anche  nozioni di meteorologia e  storia della locale marineria velica.

L’iscrizione è gratuita e bisognerà presentare una piccola domanda con le generalità complete e la scuola frequentata entro il 7 luglio. I corsi sono preparatori per il Trofeo S. Anna, che si terrà domenica 27  luglio.

Contatti: info@assovelatarchia.it
mariarosaria.iaccarino0@aliceposta.it
3339064416/3388890655

 

Foto : Associazione Vela a’ Tarchia

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Tra il 2008 ed il 2010 in un antico cantiere scavato nel tufo, ad Alimuri, fu ricostruito un gozzo tradizionale usando un sapere orale  vecchio di secoli, che sembrava oramai perduto. Mare Dentro  intervista Piero Castellano, il fotoreporter che documentò quel progetto affascinante.

Castellano, dove si trova Alimuri, per chi non lo sapesse e chi sono i maestri d’ascia con cui ha lavorato?

La Marina di Alimuri si trova ai piedi della falesia di Meta, a nord del banco tufaceo del Piano di Sorrento. Il nome è probabilmente una corruzione del greco “Alimne”, “priva di porto”, a differenza dell’attigua Marina di Meta che era ben riparata, prima degli scempi degli anni ’70 e ‘80. L’ampiezza della Marina di Alimuri permise la costruzione di navi d’altura, per lo più navi- goletta e brigantini a palo, tra la fine delle Guerre Napoleoniche e la Prima Guerra Mondiale e Meta diventò un centro marinaro come pochi altri in Italia. Mast’Antonio Cafiero aveva imparato il mestiere da suo zio, l’ultimo Maestro d’Ascia dei cantieri di Alimuri e con la costruzione del gozzo “S. Maria del Lauro” ha tramandato le sue conoscenze al figlio Michele. Purtroppo Mast’Antonio Cafiero è scomparso qualche mese fa, non prima di aver tramandato la sua arte.

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Marina di Alimuri (© Piero Castellano)

Come  e perché è nato il suo interesse per questo progetto?

Conoscevo i Cafiero fin da ragazzo, come molti Metesi cresciuti sulla spiaggia. Quando decisero la ricostruzione del gozzo, Michele mi chiese di scattare “qualche foto”. Rifiutai categoricamente di limitarmi a “qualche foto”, e invece seguii e documentai, con foto e video, tutta la vicenda, durata tre anni per una serie di complicazioni, raccontandola nel blog.

Se dovesse descriverci, attraverso una foto, un pezzetto di storia del paesaggio costiero in cui è cresciuto, cosa o chi ritrarrebbe e perché?

Una sola foto non basterebbe, ma dovendo, sceglierei una qualsiasi delle foto scattate nella grotta del Cantiere Cafiero, dove la memoria storica si sovrappone alle tradizioni che tanto hanno plasmato il paesaggio del Golfo di Napoli: la natura ha fatto molto, ma per millenni gli uomini hanno aggiunto senza deturpare, adattandosi ad un territorio unico, e le barche a vela latina sullo sfondo di un Vesuvio fumante o di villaggi di pescatori sono un elemento fondamentale delle classiche gouaches o stampe del Golfo.

Nella Tabula Peutingeriana, nominata dall’UNESCO tra le memorie del mondo,  figura anche la Campania, crocevia di scambi ed incontri, tra terra e mare. Cosa di più fervido e vivo riserva ancora oggi questa terra, secondo lei?

Le persone, e la memoria storica del popolo. Nonostante l’immenso, disastroso degrado materiale e morale in cui l’incapacità di amministratori e intellettuali l’ha precipitata, la Campania ha ancora un immenso patrimonio umano, la cui memoria storica viene attaccata ed erosa giorno per giorno da speculatori ignoranti e miopi. Meta è un caso particolare, ma abbiamo artigiani come i Cafiero, che subiscono pressioni perché il loro cantiere diventi un… ristorante, artisti presepiali, tanti altri artigiani che vengono completamente ignorati dalle amministrazioni che pure considerano Meta un paese turistico. I prodotti enogastronomici tipici campani sono unanimemente apprezzati, ma i contadini e i vignaioli che li custodiscono sono vessati da burocrazia e ignoranza. Una regione che sta distruggendo un patrimonio culturale inestimabile sotto gli occhi inorriditi del mondo dovrebbe fare ponti d’oro a restauratori e conservatori, che invece vengono messi in fuga dai sistemi clientelari e nepotistici, di cui troppi sono responsabili e complici.

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“Mast’Antonio” Cafiero controlla la ruota di prua preparandosi a tagliare l’incastro a palella nella trave di chiglia (© Piero Castellano)

A Bodrum, l’antica Alicarnasso, nacque nel V sec. a.C. un uomo che indagò la causa e l’origine della battaglia tra Greci e Persiani. Quell’uomo, che si chiamava Erodoto, può forse essere considerato il primo reporter della storia di cui abbiamo notizia. Lei Castellano è un fotoreporter, potrebbe raccontarci, quando e come nasce in Lei la voglia di farsi domande e di cercare delle risposte e come si sviluppa poi questa energia nel suo lavoro?

La risposta è semplice, e ce l’ha insegnata proprio Erodoto, la cui attendibilità, tante volte discussa, viene invece sempre più spesso confermata dalla Storia: il desiderio di imparare, e l’incapacità di accontentarsi di spiegazioni di seconda mano; la certezza che qualcosa di diverso si nasconda dietro l’orizzonte e che finché resti sconosciuto non potremo cambiare e accrescere la realtà locale e la nostra persona. La scoperta, imparare qualcosa di nuovo – di diverso – che rende a sua volta diverso quello che sapevamo o eravamo fino ad allora, è incompleta finché non la raccontiamo: da Erodoto abbiamo imparato che la seconda parte dell’esplorazione è il racconto della scoperta, che la rende certa e definitiva, finché qualcuno non si spingerà un passo più lontano.

Secondo Lei come può oggi lo studio della storia passata di un territorio e delle sue tradizioni ispirare uno scambio di idee tra culture diverse, favorendo soprattutto sviluppo, integrazione e dialogo?

Lo studio delle proprie radici è fondamentale, ma spesso la storia locale è purtroppo inquinata dal pur legittimo desiderio di dare lustro al proprio villaggio. E’ insolito che storici preparati si dedichino alle minuzie della storia locale e questo spesso la lascia nelle mani di chi ha più interesse nell’apologia del proprio campanile che nella realtà storica e nel superamento dei pregiudizi. Mi ha colpito molto scoprire che la scorreria dell’ammiraglio ottomano Turgut Reis, noto da noi come Dragut, che saccheggiò Sorrento e Massa Lubrense nel 1558, non fosse affatto un atto di fanatismo anti cristiano (o un raid piratesco come quelli che martoriavano i villaggi costieri su entrambe le coste del Mediterraneo) ma un episodio delle “Guerre Italiane” tra l’Impero Spagnolo e il Regno di Francia, che per spezzare il suo isolamento aveva cercato l’alleanza dell’Impero Ottomano: a bordo delle navi turche c’era un ammiraglio francese, come ufficiale di collegamento, che si accertasse che la flotta ottomana attaccasse effettivamente i possedimenti spagnoli del Vice Reame di Napoli. Superare i pregiudizi e la propaganda, vecchia di secoli, potrebbe significare aprirsi alla collaborazione e all’apprendimento. Prima del Colonialismo non c’erano barriere di razza o religione, ed è semplicemente fuori dal tempo che in Italia ancora si parli di differenze o integrazione, che nel resto del mondo sviluppato è un fatto compiuto da tempo.

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Michele Cafiero ed il modellino del gozzo S. Maria del Lauro realizzato secondo disegni del 1919 (© Piero Castellano)

Molte memorie, racconti e differenti interpretazioni spesso non trovano spazio tra le righe della “storia ” ufficiale o ufficializzata. Che ruolo giocano i mezzi di informazione nei confronti di queste storie minori?

Come dicevo, i mezzi di informazione, specialmente quelli locali, hanno grandi responsabilità non tanto nel conservare o diffondere storia e tradizioni locali quanto nel mantenere vivo l’interesse per esse. E’ un ruolo molto delicato, non solo perché i media minori possono favorire determinate interpretazioni favorevoli al pubblico locale, ma anche e soprattutto perché una volta che una storia sia stata scritta, quella determinata versione diventa una fonte per i prossimi ricercatori, e quindi imprecisioni e omissioni, spesso causati da semplici fraintendimenti o ragioni di spazio, diventano canonici, manipolando la verità storica. Al tempo stesso, un lavoro accurato di verifica e ricerca può garantire la obiettività necessaria e preservare memorie orali di fonti diverse, anche discordanti, che possano testimoniare fatti passati.

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Michele Cafiero mentre fissa e blocca la “frisa”(© Piero Castellano)

Cos’è la meraviglia per Lei e come si fa a preservarla sebbene intorno a volte, tutto sembra essere distruzione o rovina?

La meraviglia, lo stupore di ogni testimone nello scoprire realtà diverse da quelle che si immaginavano, è l’incentivo di ogni ricerca, il fiore di loto che dà assuefazione e spinge a cercarne di più. Da quella che sembra la più totale distruzione, senza speranza, di solito emergono i comportamenti umani più ammirevoli, e le qualità delle persone. Vedere i comportamenti di chi soffre, la capacità di adattamento e di recupero della mente umana ravviva la speranza anche nei più pessimisti.

Grazie per il suo tempo e le sue risposte!

pierocastellanoTutte le foto sono di Piero Castellano, fotoreporter freelance, attualmente di base ad Ankara, in Turchia. Collabora con La Repubblica, The Post Internazionale e diverse altre testate. Tra i suoi maestri ispiranti: Lee Miller, Thor Heyerdahl, Charles Bukowski.

 

Equipaggio vincente del Santa Rosa, Stintino 2005 (foto M.Laureanti 2014

ANGELINA

Inauguriamo la nuova rubrica di Vesuvio Live “Mare dentro  con un racconto che viene dal mare ed è bagnato di vento e schiuma, passione e uomini e donne veri, che quando li guardi ti accendono l’anima ed il cuore per la la luce dirompente che portano negli occhi.

Siamo a Sorrento in un pomeriggio terso di giugno, presso la sede dell’Asso Vela a’ Tarchia, ospiti del Comandante Antonetti e di sua moglie Rosaria.

Rosaria Antonetti, mentre ci mostra i numerosi premi vinti dall’Associazione Vela a’ Tarchia (foto: M. Laureanti, 2014)

“Raccontale tutto dall’inizio”, esorta  la signora Rosaria, incitando il comandante a rispondere alla nostra domanda su com’è nata la vocazione della loro associazione, fondata  nel 2004.

Era il 1985 quando in Sardegna, il Comandante Antonetti scorse ormeggiato a Porto Rotondo, un gozzo di 16 metri, armato a due vele latine, battente bandiera inglese. Quasi un’apparizione. Antonetti  scoprì che il capitano di quel gozzo è niente di meno che Giovanni Ajmone Cat, primo italiano ad arrivare in Antartide in barca a vela e quella barca è proprio il San Giuseppe Due, usato in quella storica avventura, negli anni ’70. Nasce una fulgida reciproca amicizia ed alcuni anni più tardi, nel 1992, i due prenderanno insieme parte alla regata delle Colombiadi, attraversando a vela l’Atlantico. Durante quelle notti, molte sono le profonde discussioni e riflessioni sulla vela.

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Il comandante Antonetti, fondatore dell’Asso Vela a’ Tarchia (foto: M. Laureanti 2014)

Il capitano Ajmone Cat sosteneva che ancora oggi le barche a vela potrebbero essere utilizzate per coprire lunghe distanze, in autonomia funzionale sebbene con velocità ridotte ma con grande risparmio di energia e carburante.

Ispirato da questi dialoghi e con la passione per le imbarcazioni a vela il comandante Antonetti comincia a maturare lentamente un’idea: recuperare vecchie imbarcazioni locali e riusarle. “Erano gli anni in cui le radici non erano importanti, in cui tutte le cose vecchie non avevano più valore” ci dice la signora Rosaria.

La vela latina, di forma triangolare, il cui armo è archeologicamente documentato a partire dal VII sec. d.C. (Yassi Ada I), è ancora oggi diffusa nelle coste orientali africane e nell’Oceano Indiano ed è stata ampiamente utilizzata  nel Mediterraneo da imbarcazioni tradizionali da pesca contemporaneamente all’uso di vele auriche di forma trapezoidale (vela a tarchia, vela al terzo, vela al quarto). Il sapere e le arti marinaresche, legate alle imbarcazioni  tradizionali, perdurarono fino agli anni ’60, per scomparire poi lentamente con  il sopravvento di motori e vetroresina.

Il comandante Antonetti dunque decise di restaurare a sue spese una lancia sorrentina del 1928, l’Angelina, armandola a vela latina e con questa partecipò alle regate di Stintino, dove vinse ripetutamente.

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Gozzo Santa Rosa ( foto: M. Laureanti 2014).

Nel 1999 venne completato, attraverso il coinvolgimento di maestri d’ascia locali, il restauro del gozzo a menaide Santa Rosa e  nel  2005 il Santa Rosa,  partecipò sotto l’egida della neonata associazione Vela a’ Tarchia, alle regate di Stintino e poi  al prestigioso Circuito mediterraneo di vela latina di Saint Tropez.  Santa Rosa si classificò prima in entrambe le competizioni e queste vittorie  ispirano l’Asso Vela a’ Tarchia  ad impegnarsi ulteriormente non solo nel recupero e  restauro di imbarcazioni tradizionali locali ma anche nel riuso di  percorsi velici e remieri alla riscoperta di siti archeologici costieri, tanto da poter esser quasi  definiti promotori  di un turismo responsabile e sostenibile su mare, nel vesuviano.

Le barche d’epoca restaurate dall’Associazione oggi vengono ormeggiate di fronte ai due ninfei facenti parte della Villa imperiale di Agrippa Postumo, a Sorrento, sulla spiaggia di San Francesco, grazie ad un accordo con la Soprintendenza. Un’idea intelligente di riuso, cura e valorizzazione di un sito archeologico.

panoramica spiaggia ninfei
Panoramica ninfeo minore e barche dell’Associazione Vela a’ Tarchia (foto: M. Laureanti 2014)

Suggeriamo ai visitatori curiosi di spingersi oltre il dedalo di lidi della marina piccola di Sorrento e di raggiungere  la spiaggia San Francesco, dove attualmente troverete  Aldisio, un’artista che per conto dell’AssoVela a’ Tarchia si occupa della sorveglianza delle barche d’epoca ivi ormeggiate.

L’Associazione, che ricordiamo è senza fini di lucro, è stata insignita di numerosi premi, trofei e riconoscimenti ed inoltre la città di Sorrento ha riconosciuto il suo valore per aver operato a tutela e salvaguardia del mare e della costa con iniziative educative e culturali. A riprova di ciò Vela a’ Tarchia  organizza corsi gratuiti di vela.

Aldisio, artista custode per conto dell'Asso Vela a' Tarchia - M. Laureanti
Aldisio, artista custode per conto dell’Asso Vela a’ Tarchia (foto: M. Laureanti).

Ringraziamo il comandante Antonetti e la signora Rosaria Antonetti per il tempo ed i racconti dedicatici. Buon vento!!

Immagine in copertina: L’Angelina, trasporto turisti (foto: Asso Vela a’ Tarchia)

Vela, mare

Capri, costa

Il paesaggio marittimo vesuviano è costellato di cale, grotte, baie, insenature e porti ricchi di vicende ed avvenimenti che si diramano tra passato e presente. Protagonista è il mare come immaginazione, viaggio, scambio, idee, mare come scuola di vita, conoscenza ed ingegno. Un mare che con la sua presenza fa parte della percezione, della vita quotidiana e dell’orizzonte dei Vesuviani: un mare dentro.
La rubrica Mare Dentro vuole raccontare questo mare attraverso la passione, le tradizioni, la storia e le persone che  hanno vissuto ed ancora oggi vivono e respirano questo mare.

Alcuni degli spunti trattati dalla Rubrica Mare Dentro saranno:

Attività legate al mare: corallo, pesca, imbarcazioni tradizionali, vela, regate.
Turismo sostenibile: percorsi e progetti per fruire la costa con rispetto.
Siti costieri, tra archeologia subacquea e natura: torri normanne, ville marittime, siti di interesse storico e paesaggistico, relitti e naufragi, biologia e biodiversità nelle riserve naturali.

Per ognuno dei temi sopracitati incontreremo: scrittori, fotografi, registi, pescatori, lupi di mare, artisti, maestri d’ascia, archeologi, naturalisti che ci racconteranno un pezzetto di mare vesuviano  dai loro punti di vista ed attraverso il loro lavoro.
Questa rubrica nasce per ispirare consapevolezza e rispetto e per vivere ancora oggi quest’ambiente marittimo unico in maniera sostenibile, responsabile ed immaginativa.

Appuntamento ogni sabato!  Navigate insieme a noi   e portatevi questo mare… dentro.

Vela, mare

Testo: Marta Laureanti

Foto: Francy Perna