Storia

La Storia di una terra tra le più importanti del mondo

Il colera è una tossinfezione dell’intestino tenue segnalata già nel 1490, sulla zona del delta del Gange, da Vasco da Gama. Dopo la Rivoluzione Industriale i viaggi e i contatti tra popoli lontani aumentarono a dismisura e con questi anche la diffusione della malattia. A partire dal 1817 il morbo si diffuse in tutta Europa a causa della forte urbanizzazione e della vicinanza tra una città e l’altra.

La penisola italiana non fece eccezione e, già a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento, le autorità sanitarie degli Stati preunitari che maggiormente intrattenevano rapporti commerciali con altre nazioni corsero ai ripari. Vennero istituiti cordoni sanitari terrestri e marittimi, le navi provenienti da zone sospette dovevano osservare un regime di quarantena, ci fu l’istituzione di lazzaretti e furono varate leggi che prevedevano la pena di morte per tutti coloro i quali avessero violato tali disposizioni sanitarie.

Solo Genova, Livorno e Venezia non presero provvedimenti così rigidi in quanto una politica oltremodo intransigente avrebbe avuto forti ripercussioni sui traffici marittimi, principale motore della loro economia.

Il 27 luglio del 1835 il cordone venne rotto dai contrabbandieri e l’epidemia iniziò a diffondersi da Nizza verso Torino e Cuneo. In poco meno di un anno tutto il nord Italia venne travolto dal colera che si diffuse rapidissimamente. Nel 1837 furono contagiate anche Napoli e Bari. Con la fine dell’anno si credette che l’epidemia fosse stata scongiurata e i controlli iniziarono ad allentarsi ma la tossinfezione riscoppiò a Napoli coinvolgendo gran parte del Mezzogiorno continentale e la Sicilia.

Colera a Napoli
Colera, epidemia del 1973

Altre tre furono le ondate epidemiche che, nel corso del XIX secolo, riguardarono da vicino l’Italia. Il secondo focolare nacque in Russia e in Polonia e si diffuse ripercorrendo il corso del Danubio, i vettori della malattia furono i soldati austriaci impegnati nel contenimento dei moti del 1848.

Le prime zone colpite, sull’attuale territorio italiano, furono la Lombardia, il Veneto e qualche località dell’Emilia. Il fervore causato dal clima insurrezionale rese difficoltosa l’applicazione di quelle misure che si erano rivelate fondamentali per fronteggiare la prima emergenza.

Nel 1854 una nave che salpava dall’India alla volta dell’Inghilterra fu la causa della terza ondata epidemica. Le autorità inglesi non ravvisando il pericolo, permisero lo sbarco dei passeggeri. Il morbo corse veloce per l’Europa ancora una volta.

Genova fu la prima città italiana ad essere colpita ma non ritenne necessario avvisare gli organi preposti degli altri Stati preunitari che vennero sorpresi dalla nuova manifestazione di colera che fu molto violenta e si diffuse da nord a sud. Si pensi che il focolaio si spense solo dopo essersi diffuso in 4.468 comuni italiani contro i 2.998 della prima epidemia e i 364 della seconda. La quarta ed ultima epidemia si verificò tra il 1865 e il 1867.

Questa ebbe una portata ed una diffusione meno importanti in quanto le grandi città italiane avevano applicato le norme della conferenza sanitaria internazionale del 1851, aumentando di molto il livello d’igiene delle strade.
Le scoperte in ambito scientifico si rivelarono fondamentali per affrontare meglio la malattia che comunque si ripresentò ancora anche se con conseguenze meno devastanti rispetto ai casi riportati.

L’ultimo focolaio italiano degno di nota fu quello del 1893 ma grazie alla “legge per il risanamento della città di Napoli” sia il capoluogo campano che altre città italiane poterono usufruire d’importanti benefici come: l’edificazione di un nuovo sistema fognario, la realizzazione di nuove strade e quartieri. Tali provvedimenti resero le violente ondate epidemiche dei decenni precedenti solo un triste ricordo.

Per quanto riguarda Napoli, l’ultimo episodio rilevante di colera tra la popolazione risale al 1973, quando a diffondere il morbo fu una partita di cozze proveniente dalla Tunisia. Napoli debellò il colera in una ventina di giorni, mentre Barcellona impiegò addirittura due anni. Circostanze che, tuttavia, impiegarono molto tempo prima di essere raccontate  dai giornali, quando ormai la città partenopea fu additata ed etichettata. Pregiudizi che, senza motivo, resistono ancora oggi e vengono sbandierata ad ogni possibile occasione, come successo nei recenti casi di contagio di cui sono state protagoniste alcune persone, le quali hanno contratto la malattia all’estero.

Maschio-Angioino

Maschio AngioinoIl Castel Nuovo, impropriamente conosciuto anche come Maschio Angioino è uno dei simboli della città di Napoli e domina il complesso di Piazza Municipio.

La sua costruzione iniziò nel 1279 sotto il regno di Carlo I d’Angiò. Il re, sconfitti gli Svevi nel 1266, trasferì la capitale da Palermo a Napoli e volle un castello che non solo celebrasse la sua grandezza ma che svolgesse anche un’importante funzione strategica in quanto vicino al mare. Fin dall’inizio venne chiamato “Castrum Novum” per distinguerlo dai più antichi Castel dell’Ovo e Capuano.

Sotto Roberto d’Angiò il castello fu luogo di cultura dove soggiornarono artisti del calibro di Giotto, Petrarca e Boccaccio.

Con Alfonso I d’Aragona la struttura venne completamente ricostruita e fu innalzato l’Arco di Trionfo. Tale elemento venne eretto tra le due torri che difendono l’ingresso ed è destinato a celebrare, in eterno, il ricordo dell’ingresso di re Alfonso nella capitale avvenuto nel 1443. Un secondo arco si sovrappone al primo, con colonne ioniche binate. Sulla sommità sono presenti le statue delle quattro virtù (Temperanza, Giustizia, Fortezza e Magnanimità) sormontate da un coronamento a forma di timpano semicircolare, dominato dalla statua di San Michele.

portone
La porta bronzea (1475) del Maschio angioino dove è rimasta conficcata una palla di cannone

La porta, ubicata originariamente all’ingresso del Castello, fu commissionata a Guglielmo Monaco da Ferrante d’Aragona, verso il 1475, in ricordo della vittoria da questi riportata nel 1462 su Giovanni d’Angiò e i baroni ribelli.

Il complesso monumentale è a pianta trapezoidale, formata da una cortina di tufo in cui s’inseriscono cinque torri cilindriche atte a contenere i colpi delle bocche da fuoco del tempo. L’area del cortile, che ricalca quella angioina, è formata da elementi catalani come il porticato ad arcate ribassate e la scala esterna in piperno che conduce alla Sala dei Baroni divenuta famosa per essere il luogo nel quale i baroni che, nel 1487 congiurarono contro Ferrante I d’Aragona, vennero fatti riunire con l’inganno, arrestati e subito condannati a morte.

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La volta della Sala dei Baroni

Come ogni castello che si rispetti non potevano mancare i sotterranei che sono formati da due ambienti posti nello spazio sottostante alla Cappella Palatina: l’uno chiamato “fossa del miglio” ma meglio conosciuto come “fossa del coccodrillo”, l’altro denominato “prigione della congiura dei Baroni”.

La “fossa del miglio” era il deposito del grano della corte aragonese, ma venne utilizzata anche per rinchiudervi i prigionieri condannati a pene più dure. Un’antica leggenda racconta che alcuni detenuti vi scomparivano misteriosamente. Aumentata la vigilanza non si tardò a scoprire la causa delle sparizioni: da un’apertura entrava un coccodrillo che azzannava i prigionieri alle gambe e li trascinava in mare.

Durante il viceregno le strutture difensive vennero ulteriormente potenziate e con l’avvento di Carlo di Borbone il castello venne circondato da fabbriche, depositi ed abitazioni ma perse il suo ruolo di residenza reale divenendo esclusivamente un simbolo della storia e della grandezza di Napoli. Nel primo ventennio del XX secolo iniziarono i lavori d’isolamento del castello dalle costruzioni contigue per ripristinarne l’unicità e recuperare la piazza antistante.

Fonti.
– L. Santoro, Castelli angioini e aragonesi nel regno di Napoli.
– R. Filangieri, Castel Nuovo: reggia angioina ed aragonese di Napoli.
– Sito comune di Napoli.

quattro giornate di napoli

quattro giornate di napoliLa seconda guerra mondiale infuriava senza esclusione di colpi. I bombardamenti arrecavano morte e distruzione indiscriminatamente ed anche la città di Napoli pagò il suo tributo. Con l’avanzata degli Alleati nel Mezzogiorno d’Italia la città venne attraversata da una corrente che avrebbe generato le premesse per la liberazione del capoluogo campano dall’occupazione tedesca.

La data dell’8 settembre 1943 funse da spartiacque poiché entrò in vigore l’Armistizio di Cassibile. Visto il dissesto del Regio Esercito Italiano tutte le forze militari italiane furono in preda allo sbando. A Napoli la situazione era già molto complessa e la diserzione di diversi ufficiali, che in alcuni casi non disdegnarono il passaggio dalla parte del nemico, costituì un punto di non ritorno.

L’insofferenza per le angherie tedesche portò dapprima alle manifestazioni studentesche del 1°settembre e poi ad azioni armate più o meno organizzate. Il 9 settembre, a via Foria, alcuni agenti di pubblica sicurezza reagirono al tentativo tedesco di disarmarli e con un agguato riuscirono a catturare una ventina di soldati. Sempre nella stessa giornata alcuni cittadini si scontrarono con le truppe della Wehrmacht. Fu il 10 settembre 1943, però, che si ebbe il primo scontro cruento nel quale morirono 3 marinai e 3 soldati tedeschi. La rappresaglia non tardò ad arrivare: i Nazisti, infatti, diedero alle fiamme parte della Biblioteca Nazionale ed aprirono il fuoco sulla folla che era accorsa in strada.

Hitler a Napoli - Quattro Giornate di Napoli

L’11 settembre il colonello Walter Scholl assunse il controllo delle forze occupanti e proclamò il coprifuoco e lo stato d’assedio con l’ordine di passare per le armi tutti coloro i quali avessero commesso azioni ostili contro le truppe tedesche. Le rappresaglie e le fucilazioni continuarono ma il 12 settembre ci fu un episodio che indignò in modo particolare la popolazione. Sulle scale della sede centrale dell’università “Federico II” avvenne la fucilazione di Andrea Mansi, marinaio ventiquattrenne. La popolazione fu costretta con la forza ad assistere a tale abominio.

I Napoletani stremati e disgustati dalla situazione iniziarono a raccogliere le armi per la rivolta. Il 23 settembre, però, il colonnello Scholl adottò nuove misure repressive; per prima cosa ordinò lo sgombero di tutti coloro i quali vivevano sulla fascia costiera della città. Circa 240.000 persone dovettero lasciare la propria casa nel giro di poche ore, tale provvedimento era il preambolo di un’operazione clamorosa: la distruzione del porto.

Come se non bastasse lo Scholl pretese un servizio di lavoro obbligatorio. Tutti i maschi di età compresa tra i 18 e i 33 anni dovevano, in pratica, partire per i campi di lavoro in Germania. A tale chiamata risposero solo 150 persone sulle 30.000 previste. Il rastrellamento e la fucilazione degli inadempienti furono la goccia che fece traboccare definitivamente il vaso. La cacciata dei Tedeschi da Napoli era diventata una questione di vita o di morte.

Parata nazista a Napoli, anno 1938

Il 27 settembre aprì la fase di conflitti aperti. Nel quartiere del Vomero un gruppo di persone armate fermò un’auto tedesca uccidendo il maresciallo che era alla guida. Gli scontri continuarono in tutta la giornata in varie zone della città. Un tenente dell’esercito italiano, a capo di 200 civili, assaltò con successo l’armeria di Castel Sant’Elmo. In serata, venivano conquistati e depredati i depositi d’armi delle caserme di via Foria e di via Carbonara.

Il 28 settembre sempre più persone si unirono ai primi combattenti. Vennero liberati molti prigionieri tenuti nel Campo Sportivo Littorio (l’odierno Stadio Collana). Il giorno successivo, nonostante la superiorità dei mezzi tedeschi, gli insorti resistevano anche grazie a vari “capopopolo” che assunsero il comando delle operazioni.

Mentre la Wehrmacht continuava i bombardamenti, avveniva l’incontro tra Walter Scholl ed il tenente Enzo Stimolo. I Tedeschi avrebbero lasciato la città senza problemi in cambio della libertà di tutti i prigionieri ancora trattenuti presso il Campo Sportivo Littorio. Era la prima volta in Europa che le forze naziste trattavano alla pari con degli insorti. Il 30 settembre, nonostante l’accordo raggiunto, gli scontri continuarono. Nelle loro operazioni di sgombero la Wehrmacht perpetrò distruzioni e stragi. Sconcertante fu il caso dei fondi dell’Archivio di Stato di Napoli che furono dati alle fiamme per ritorsione. Nella mattinata del 1° ottobre i primi carrarmati degli Alleati fecero il loro ingresso nel capoluogo campano.

hitler-napoli-trentotto

Gli storici non sono concordi sul numero complessivo di vittime. Secondo alcuni morirono 168 militari e partigiani e 159 cittadini, ma dai registri del cimitero di Poggioreale si arriverebbe ad un totale di 562 morti.

Le Quattro Giornate di Napoli sono state importanti per svariati motivi. In prima battuta hanno avuto un altissimo significato morale e politico. L’insurrezione, inoltre, negò ai Tedeschi la possibilità di organizzare una resistenza contro le forze alleate in città e scongiurò il piano di deportazione del colonello Scholl. Perfino la volontà di Adolf Hitler venne sconfessata da tale atto di coraggio in quanto il Füher aveva chiesto che Napoli fosse ridotta «in cenere e fango» prima della ritirata.

L’audacia e il sangue dei combattenti ebbero la meglio sugli oppressori e divennero l’emblema della resistenza e del desiderio di libertà e pace dei napoletani. Tutti gli esponenti del tessuto sociale partenopeo agirono prontamente per salvaguardare la loro identità di uomini e di popolo.

Fonti:
– Barbagallo Corrado, Napoli contro il terrore nazista.
– De Jaco Aldo, La città insorge: le quattro giornate di Napoli.
– Caserta Renato, Ai due lati della barricata. La Resistenza a Napoli e le quattro giornate.

La flotta del Regno delle Due Sicilie era, per numeri e prestigio, la più importante del Mediterraneo. A cavallo tra Settecento ed Ottocento le navi napoletane erano tra le migliori in circolazione e non solo garantivano un servizio di difesa e pattugliamento ragguardevole, ma erano impiegate proficuamente anche per lo svolgimento dei commerci.

Molteplici furono, infatti, i contatti e gli scambi commerciali tra Napoli e i governi degli altri paesi che affacciavano sul Mediterraneo. Nel primo trentennio del XIX secolo i diplomatici borbonici furono impegnati nella risoluzione di alcune annose problematiche che si erano avute tra le Due Sicilie, il Sultanato del Marocco e quei territori nordafricani, formalmente sotto il controllo della Sublime Porta d’Istanbul, ma che in realtà conservarono una certa autonomia e “vivacità” espresse appieno nelle scorribande dei pirati berberi i quali, da secoli, infestavano le acque a largo delle attuali Libia e Tunisia.

Dopo alcuni scontri a fuoco e prove di forza, sostenuti dalla flotta borbonica a difesa dei propri interessi nazionali, venne ad inaugurarsi una fase di grande serenità e pace, cementificate dal trattato del 23 giugno 1834. Gli attacchi ai possedimenti e ai beni della corona duosiciliana divennero un ricordo anche grazie alla totale assenza di velleità imperialistiche nella politica e nella persona di Ferdinando II.

Archiviata questa fase se ne aprì una nuova relativa al trattamento da riservare ai prigionieri di guerra. Ferdinando II di Borbone fu sinceramente contrario ad ogni forma di schiavismo. Michele Topa, biografo degli ultimi sovrani duosiciliani, avvalorò ulteriormente questa tesi. Il re, infatti, non badò a spese per porre fine al macabro commercio degli schiavi, introducendo nel suo Stato pene severissime per chiunque si fosse macchiato di questo reato.

Vi fu anche un altro evento che ben dimostra l’ostilità dei Borbone di Napoli verso lo schiavismo. Paolo Avitabile, dopo una lunga carriera come ufficiale dell’esercito di Sua Maestà, si trasferì in Medio Oriente dove divenne governatore della città di Peshawar, nell’attuale Pakistan. Ritornato in patria volle omaggiare il re donandogli due giovanissimi schiavi, Marghian e Badhig.

Ferdinando II li fece subito liberare e battezzare, imponendo al primo ragazzo il suo nome, mentre al secondo quello del principe ereditario. I due ragazzi ricevettero un’ottima istruzione; sia lui che la regina li consideravano come i loro “figli neri” al punto tale che Ferdinando, prima di morire, accordò loro una pensione dalle sue sostanze private.

Terminati gli studi Ferdinando Marghian venne impiegato nella biblioteca privata del monarca, mentre Francesco Badhig fu affidato al guardarobiere del re. Divenuti adulti rimasero fedeli, anche nella sventura, alla famiglia alla quale dovevano tutto non esitando a seguire Francesco II a Gaeta prima e nel triste esilio di Roma, poi.

Fonte:
– I BORBONE E I PIRATI, FERDINANDO E LO SCHIAVISMO, Comitati Due Sicilie, 5 gennaio 2013

80 anni fa, con Regio decreto legge del 5 settembre 1938, l’Italia di Benito Mussolini fissava “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista”. Questo fu il primo di una serie di provvedimenti che introdussero le leggi razziali nel nostro paese, l’inizio del tracollo sociale e civile dell’Italia fascista.

Dopo questi primi provvedimenti per quanto riguardavano l’istruzione, si stabiliva che gli ebrei non potessero più frequentare la scuola pubblica, ne seguirono molti altri con lo stesso tema. Il “Manifesto della razza”, firmato da molti illustri scienziati del tempo, sanciva la divisione della popolazione mondiale in grandi razze e piccole razze, la superiorità della farneticante “razza ariana” e la necessaria autoconservazione della razza italica.

La conseguenza drammatica di simili atti, come ben sappiamo, fu l’olocausto: rastrellamenti, ghetti, esecuzioni sommarie, campi di sterminio. Se gli italiani hanno preso parte attiva a questi orrori è proprio perché simili leggi entrarono in vigore. La storia tende a giustificare il nostro popolo. In molti affermano che fu solo per servilismo e paura della Germania di Hitler, che lo stesso Mussolini non fosse razzista o antisemita. Ma la realtà non può vivere di simili escamotage.

L’antisemitismo in Europa era un marciume che si espandeva da secoli: lo dimostrò il caso Dreyfus in Francia ben 40 anni prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. C’è un’epidemia? Colpa degli ebrei. C’è povertà? Gli ebrei sono ricchi. Non c’è cibo? Ci sono troppi stranieri. Una situazione che raggiunse il culmine subito dopo la Prima Guerra Mondiale. Gli italiani avevano fame, gli italiani avevano bisogno di sentirsi popolo dopo gli orrori: un nemico comune ed esterno è il capro espiatorio perfetto.

Se l’Italia promulgò le leggi razziali è perché esse rispondevano ad un bisogno di pancia, incarnavano la paura del futuro, dello sviluppo economico, riunivano gente diversa, ceti diversi, intorno al vessillo fittizio della razza. Gli italiani erano un popolo debole che voleva a tutti i costi sentirsi forte e, storicamente, quando questo succede c’è sempre qualcuno che deve pagare ingiustamente.

Sono passati 80 anni da quel 5 settembre: giornate della memoria ricordano gli orrori che ne sono conseguiti, i libri di storia educano affinché ciò non si ripeta, ma il pericolo è sempre in agguato. Quando qualcuno definisce un altro essere umano inferiore per il colore della pelle, quando si lasciano morire persone per “difendere i confini”, quando si rendono gratuite le scuole per alcuni cittadini e non per altri, allora le leggi razziali non sono così lontane nel tempo, cancellate dalla realtà.

Non c’è modo migliore per ricordare questo triste anniversario se non citando il famosissimo sermone che il pastore Marin Niemoller declamò all’ascesa dei nazisti:

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.

Il 4 settembre 1983, in una calda domenica di fine estate, un forte sisma colpì Pozzuoli. Erano circa le 13.32 quando si avvertì prima un boato e poi un fortissimo terremoto, del quinto grado della scala Mercalli. A quello susseguirono ben 6o altre scosse. Caos, paura, terrore investì tutti i Campi Flegrei e la città di Napoli.

La gente si riversò a fiumi per le strade. Telefoni e rete elettrica andarono in tilt. Una frana colpì il Monte Sant’Angelo. I palazzi furono lesionati e tanta fu la rabbia tra i cittadini che presero d’assalto la Protezione Civile. Fu l’inizio di quella che è stata definita la “crisi bradisismica”.

In realtà già nell’estate del 1982 nell’area flegrea si registrò un innalzamento anomalo del suolo. L’ultima crisi fu quella degli anni 1970-72, dopodichè l’Osservatorio Vesuviano potenziò il sistema di monitoraggio. Nell’estate del 1982 il sollevamento del suolo non destò preoccupazione ma già due mesi dopo era chiaro che si trattava di un segnale da tenere in allerta.

Una prima significativa sismicità ci fu nella primavera del 1983, con un evento di magnitudo 3.5 localizzato alla Solfatara ed avvertito in una vasta area che comprendeva la zona occidentale della città di Napoli. Da quel momento gli edifici subirono continuamente sollecitazioni sismiche. Il culmine arrivò il 4 settembre di quell’anno, quando una serie di sciami sismici destò panico nella popolazione che iniziò ad abbandonare le proprie case per rifugiarsi negli autobus sul lungomare.

Sul litorale domizio, per le strade e nella zona del cimitero furono allestite le prime tendopoli e in un campeggio a Licola furono sistemate 50 roulottes poi aumentate a 150. Molti lasciarono la città con le proprie auto verso destinazioni di fortuna. Il giorno dopo l’allora ministro Enzo Scotti firmò l’ordinanza di finanziare la costruzione dei primi alloggi a Monterusciello. Una zona invasa da canneti e alberi. Mentre, gli sfollati vennero sistemati anche nelle case vacanza del litorale flegreo-domizio.

Ma quella del 4 settembre non fu l’unica forte scossa: il 4 ottobre del 1983 Pozzuoli fu risvegliata da una nuova violenta scossa. Si verificò un terremoto di magnitudo 4.0 con epicentro nei pressi della Solfatara e ad una profondità tra 2,5 e 3,0 chilometri. L’area di “avvertibilità” del terremoto fu di circa 38 chilometri.

Questo nuovo sisma fece capire che la popolazione doveva essere messa al sicuro, che era l’inizio di una nuova crisi bradisismica dopo quella del 1970. Il Ministro, così, convocò immediatamente a Napoli, in Prefettura, gli amministratori dell’area flegrea, della città di Napoli, delle Province della Campania, della Regione, i tecnici della
Protezione Civile, le forze dell’ordine e i rappresentanti della parti sociali per attivare le azioni di protezione
civile necessarie per la sicurezza della popolazione esposta.

La paura tra la gente era quella di un’eruzione del Monte Nuovo. La terra poi però nel 1985 tornò ad abbassarsi, riportando tutto pian piano alla normalità. Un evento vivo nella memoria ancora oggi e che fu traumatico per i puteolani e non solo.

Fonti:

Il bradisismo degli anni Ottanta, di Giuseppe Luongo

Gioacchino Murat

Le vicende che, agli albori del 1799, portarono all’instaurazione di una repubblica a Napoli erano ormai lontane. Ferdinando IV si era rimpossessato del suo trono dopo il semestre caratterizzato dalla presenza francese. La spinta espansiva originatasi oltre le Alpi era, però, tutt’altro che alle sue battute conclusive ed anzi trasse nuovo slancio dalle ambizioni di potere di un rampante generale francese.

Col colpo di Stato del 9 novembre 1799 Napoleone Bonaparte abbatté il Direttorio autonominandosi Primo Console. Questa operazione aveva, di fatto, ribaltato i principi rivoluzionari dei quali egli si proclamava baluardo e garante e funse da preambolo per la realizzazione di quelle basi politiche sulle quali avrebbe poggiato il suo impero.

L’ambizione del condottiero corso non si sarebbe certamente fermata ai confini della Francia ma, anzi, ebbe nell’Europa tutta il suo campo d’azione prediletto. Anche la penisola italica fu territorio di conquista per la Grande Armée. Da Parigi giunse la decisione d’invadere Napoli dove venne instaurata una monarchia napoleonica con Giuseppe Bonaparte come sovrano. Da quel momento sarebbe iniziato il cosiddetto Decennio francese. Era il 30 marzo 1806.

Giuseppe Bonaparte re di Napoli

Bisogna dire che Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat poi si fecero promotori di grandi riforme soprattutto in ambito amministrativo e civile. Il regno (ad eccezione della Sicilia dove la corte borbonica soggiornò per tutta la parentesi francese) beneficiò di lavori ed opere pubbliche, ci fu l’eversione della feudalità e così via. Il Bonaparte governò sul nostro Mezzogiorno solo per due anni, in quanto venne chiamato dal fratello Napoleone a sedere sul trono di Spagna, così gli successe il cognato Gioacchino Murat.

La fama di abile generale e la sua volontà, manifestata fin da subito, di dar vita ad un governo il più indipendente possibile da Parigi gli valsero subito le simpatie del popolo napoletano che, seppur restando fedele ai Borbone, non lo considerò mai un usurpatore.

I suoi primi provvedimenti furono di matrice magnanima e da buon soldato subito riorganizzò l’esercito che, tra il 1806 e il 1808, aveva perso forza e brillantezza. Sotto il suo regno la macchina burocratica divenne rapida ed efficiente, tra le opere pubbliche più importanti menzione d’onore la merita Largo di Palazzo, oggi conosciuta come Piazza del Plebiscito.

Ferdinando I di Borbone, re del Regno delle Due Sicilie

La sconfitta riportata da Napoleone a Lipsia nel 1813 sancì l’inizio della fine per l’imperatore che venne deposto ed arrestato. L’epilogo della parabola napoleonica decretò il tramonto dell’impianto dei vari regni che l’imperatore aveva affidato ai suoi parenti o stretti collaboratori. Gioacchino Murat, nell’intento di conservare il trono di Napoli, si macchiò prima di tradimento nei confronti di Napoleone alleandosi con gli austriaci, poi entrò in lotta proprio con questi ultimi attaccando i territori da essi presidiati.

Nel 1815 il Congresso di Vienna decise di restaurare sui propri troni tutti i legittimi sovrani scalzati da Napoleone. Stesso destino toccò anche a Ferdinando IV che conservò tutti i cambiamenti positivi introdotti nel suo regno durante il Decennio. La famiglia reale rientrava nella capitale nel 1815, dopo 10 anni d’esilio. L’8 dicembre del 1816 con la Legge Fondamentale del Regno delle Due Sicilie, il re unì sotto di se il Regno di Sicilia e di Napoli assumendo il nome di Ferdinando I delle Due Sicilie.

È risaputo che quello tra Napoli e il gioco del Lotto è un legame viscerale. La tombola napoletana, la Smorfia, con i molteplici significati che si attribuiscono ai novanta numeri, rappresentano uno dei baluardi identitari più importanti della cultura partenopea.

La nascita del gioco della tombola la si fa risalire al 1734, anno nel quale Carlo di Borbone si era appena insediato sul trono di Napoli. Il Lotto, già all’epoca, era molto diffuso nella città e in tutto il Regno ma era fuori legge. L’iniziatore della dinastia dei Borbone delle Due Sicilie decise di legalizzarlo, anche per incassare, seppur in percentuale, parte del denaro che la gente spendeva per tale attività.

Tale provvedimento non incontrò i favori di alcuni esponenti della Chiesa in quanto questi credevano che, con la legalizzazione del Lotto, la popolazione avrebbe avuto una grossa distrazione che l’avrebbe sviata dai suoi compiti religiosi.

Bisogna dire, però, che nonostante la legalizzazione del gioco del Lotto, continuava ad essere presente una serie di giochi che non erano regolamentati da nessuna legge e quindi d’azzardo. Furono molti i provvedimenti atti a ridurre la piaga. Tutti i giochi d’azzardo e le private lotterie vennero dichiarate fuori legge.

Le pene andavano dalla reclusione ad una multa che oscillava dai 100 ai 500 ducati e vennero ulteriormente inasprite col Reale Decreto del 11 ottobre 1826. Dovevano considerarsi colpevoli tutti coloro i quali concedevano un locale nel quale si sarebbe poi svolta l’attività o l’avrebbero in qualunque modo favorita. I denari, gli utensili e tutti gli oggetti che venivano messi al gioco sarebbero stati confiscati dalle autorità competenti.

Fu in questo modo che i Borbone regolamentarono in maniera netta la questione, legalizzando il Lotto e mettendo fuori legge tutte le altre forme di lotterie private e di gioco d’azzardo. La loro lungimiranza fu garanzia di vantaggio e beneficio, ancora una volta, per il regno e i loro sudditi.

Fonti:
– Codice per lo regno delle Due Sicilie, Palermo presso Giovanni Pedone, 1840

“La Domenica degli Italiani”, 9 dicembre 1945. L’immagine ritrae una mamma, Genny Marsili, che reca in mano uno zoccolo per difendere suo figlio di 6 anni dai nazifascisti

Sant’Anna di Stazzema, un piccolo paese posto nel territorio Lucchese, fu teatro di un massacro di civili da parte dei nazifascisti. Il 12 agosto 1944, bande di fascisti insieme a tre divisioni della 16 Panzergrenadier Division Reichsführer misero a ferro e fuoco il paese. Morirono diverse centinaia di persone. La mole di morti fu scaturita dal posto etichettato come “zona bianca”, ossia non pericolosa. Chi stette nelle aree limitrofe pensò bene a spostarsi in un’area “sicura”.

Il tragico evento non fu singolare, ma una parte di quella lunga sequela di stragi causate dai nazifascisti durante l’occupazione tedesca in Italia.

Nel caso specifico di Sant’Anna sono state elaborate svariate ipotesi sul motivo dell’eccidio: la ferita di un fascista, un tedesco, il mancato sfollamento dell’area voluto dai partigiani.

La sentenza di La Spezia ha dipanato la questione nel 2005, la strage dei civili venne pianificata dai nazifascisti perché l’area fu strategicamente importante per il sistema difensivo, la Linea Gotica. Dunque bisognò stanare chi vi risedette, civili o partigiani che fossero.

I partigiani non ci furono, pagò lo scotto chi vi abitasse. Dalle 7 alle 11 iniziò il putiferio: le case furono arse, i giovani maschi illudendosi in un rastrellamento fuggirono nei boschi, gli altri in maggioranza bambini, donne e anziani, furono uccisi. Molti di loro vennero ammassati in piazza nelle vicinanze della chiesa di paese per essere trivellati dai colpi delle mitragliatrici, poi ebbero l’ordine di bruciare tutti i corpi.

Sant’Anna di Stazzema, foto (1945), fossa comune sita in piazza e posta in prossimità della chiesa. Fonte

Tra i morti vi furono anche alcune persone originarie del Napoletano. In questa sede ci limitiamo a ricordarne due famiglie. I Coppiello: Francesco di 28anni, Giuseppina 25 anni, Maria Grazia 1 anno, Nina 22 anni. Francesco nato a San Giorgio a Cremano, fu un marinaio dell’arsenale di La Spezia, marito di Nina, padre di Maria Grazia e fratello di Giuseppina. A commemorare la morte di Francesco, il comune di San Giorgio a Cremano ha dedicato una via in suo onore. La famiglia De Martino: Antonio di 41 anni, Ciro 3 anni, Luigi 24 anni. Antonio originario di Castellamare, maresciallo di Marina dell’arsenale di La Spezia, fu padre di Ciro e fratello di Luigi, un militare.

Il monumento Ossario ai martiri di Sant’Anna,  I morti non furono 560, stando alla sentenza di La Spezia è stato difficile stabilire un numero preciso dei decessi. Foto presa da Facebook

La giustizia sul grave misfatto è arrivato solo dopo 61 anni, il 22 giugno 2005. I sottotenenti Gerhard Sommer e Georg Rauch, sergenti Alfred Schöneberg, Werner Bruss, Heinrich Schendel, Heinrich Ludwig Sonntag, Alfred Concina, Karl Gropler, Horst Richter, caporalmaggiore Ludwig Göring, sono stati condannati all’ergastolo dal Tribunale Militare di La Spezia per aver preso parte alla strage di Sant’Anna.

Nel 2008, Spike Lee ispirandosi al testo di James McBride ha realizzato un film dal titolo “Miracolo a Sant’Anna”. La storia è incentrata intorno ai 4 soldati afro – americani, i buffalo soldier. I soldati rimangono bloccati sulle Alpi Apuane e si battono per liberare l’Italia dalla presenza nazista. Il motivo dell’eccidio a Sant’ Anna è causato dal tradimento di un partigiano, che rileva ai nazisti il luogo in cui è imprigionato il loro commilitone.

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Prima della proiezione del film, il regista e l’autore del libro hanno incontrato alcune serrate opposizioni da parte del Comitato provinciale Anpi di Firenze:

«In spregio alla verità il film attribuisce un ruolo decisivo nella dinamica alla strage ad un immaginario partigiano traditore …».

Le polemiche sono state spente da una precisazione che pone il regista prima della proiezione del film:

«Le vicende narrate, pur se ispirate a fatti realmente accaduti, sono frutto della creazione intellettuale dell’autore del libro e della sceneggiatura. Come storicamente e giudizialmente accertato, la responsabilità della strage di S. Anna di Stazzema è imputabile solo ed esclusivamente ai nazisti che all’epoca dei fatti rivestivano ruolo di comando all’interno delle SS, che effettuarono la strage senza nessuna motivazione bellica e con esclusiva finalità di intimidazione nei confronti della popolazione civile».

La risposta del presidente nazionale dell’ Anpi Tino Casali e del vice presidente Raimondo Ricci:

«In questi giorni sta uscendo nelle sale cinematografiche il film “Miracolo a Sant’Anna” del regista Spike Lee … Non è compito dell’ANPI formulare giudizi sul film, sul suo valore storico e cinematografico: la storia è liberamente tratta da un libro che somma dati storici all’opera della fantasia dell’autore.In questo particolare momento politico, l’ANPI Nazionale rileva tuttavia l’importanza della ricostruzione di un periodo così drammatico della storia d’Italia a cui viene dato rilievo e conoscenza nazionale e internazionale. Il dato storico accertato, anche da sentenze del Tribunale Militare, è che il massacro di Sant’Anna di Stazzema fu esclusivamente dovuto a precise condotte e responsabilità dell’occupante nazista e di ciò ne viene dato atto nei titoli del film. La memoria delle persone e degli eventi che hanno consentito all’Italia di divenire un Paese democratico è patrimonio di tutti gli italiani: ogni contributo al perpetuarsi del ricordo è utile e necessario».

Anche l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha espresso un parere positivo nei riguardi del film:

«È un film molto intenso e drammatico ed è anche un omaggio all’Italia, alla Resistenza e alle vittime della guerra. Non vedo spazio per polemiche in questa ricostruzione. Secondo me la Resistenza ne esce molto bene».

Bibliografia:
Giovanni Cipollini, Sant’Anna di Stazzema: fantasie, menzogne e realtà sulla strage del 12 agosto 1944 in Claudia Burratti,Giovanni Cipollini, La strage di Sant’Anna di Stazzema 1944 – 2005, Roma, Nuova Iniziativa Editoriale, 2006.

Sitografia:
http://anpi.it/media/uploads/patria/2008/9/15-16_LIPAROTO(SpikeLee).pdf
http://www.santannadistazzema.org/sezioni/la%20memoria/pagine.asp?idn=1035
http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/spettacoli_e_cultura/spike-stazzema/napolitano-polemica/napolitano-polemica.html
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/08/09/quelle-famiglie-napoletane-sterminate-santanna.html
http://www.treccani.it/enciclopedia/sant-anna-di-stazzema-eccidio-di_%28Dizionario-di-Storia%29/
https://www.difesa.it/Giustizia_Militare/rassegna/Processi/Sommer_Schoneberg_Bruss/Pagine/default.aspx

Bronte è una cittadina in provincia di Catania, situata ai piedi dell’Etna ed è famosa oggi per essere la “capitale del pistacchio”.

Pochi sanno però che durante il periodo unitario è stata teatro di uno dei massacri più feroci della storia, noto come l’Eccidio di Bronte. Era tra i luoghi più depressi della Sicilia e i contadini affamati, incoraggiati dalla notizia dello sbarco dei Mille decisero di occupare le terre ma la loro ribellione fu repressa dai garibaldini. Questi fatti, che si svolsero dal 2 al 10 agosto, hanno ispirato Florestano Vancini nel 1972 che mise in scena “Bronte, cronaca di un massacro” mandato in onda dalla Rai una sola volta.

I contadini occupando le terre reagivano anche ad un caso di assenteismo, poiché i proprietari che erano inglesi non si erano mai visti. Ma l’Inghilterra era una potente nazione da non farsi nemica, così a reprimere la sommossa fu mandato il meno scrupoloso dei conquistatori garibaldini, ovvero Nino Bixio.

Bronte: cronaca di un massacro di F. Vancini, 1972

Furono 16 le vittime tra i membri altolocati di Bronte, decine le case incendiate, furono arrestati molti civili con conseguenti condanne a morte e la fucilazione di 5 cittadini.

All’alba del 10 agosto, i rivoltosi siciliani condannati vennero portati nella piazzetta antistante il convento di Santo Vito e collocati dinanzi al plotone d’esecuzione di Nino Bixio, braccio destro dell’eroe dei due mondi. Alla scarica di fucileria morirono tutti ma nessun soldato ebbe la forza di sparare a Fraiunco (lo scemo del villaggio, incapace di intendere e di volere e arrestato solo perchè aveva suonato una trombetta per strada). Fraiunco risultò incolume. Il poveretto, nell’illusione che la Madonna Addolorata lo avesse miracolato, si inginocchiò piangendo ai piedi di Bixio invocando la vita. Ricevette una palla di piombo in testa e così morì, colpevole solo di aver soffiato in una trombetta di latta”. Così scrisse Ferdinando Mainenti, ne “L’eccidio di Bronte del 1860”.

«La Maronna mi fici’ a grazia, mi la facissi puri vossia» (“la Madonna mi fece la grazia, me la faccia pure lei”), così Fraiunco implorò Bixio che a quel punto ordinò «Ammazzate questa canaglia».

Anche nella letteratura viene ricordata questa strage: nel racconto Libertà inserito tra le Novelle rusticane di Giovanni Verga, da Sciascia ne La corda pazza, ed inoltre sono citati anche da Carlo Levi che ne “Le parole sono pietre” descrive Bronte nel dopoguerra. Una delle tante vicende sanguinose provocate dall’Unità d’Italia che i libri di storia ignorano e non raccontano.

Fonti:

Comune di Bronte
La Stampa
Cesare Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille, 1891
L.Riall, “La Rivolta. Bronte 1860”, Bari, Laterza,2012

Tratto dal film di Florestano Vancini

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Cesare Rosaroll

Cesare Rosaroll-Scorza nacque il 28 novembre del 1809 a Roma. Suo padre era Giuseppe Rosaroll, generale napoletano dell’esercito del Regno delle Due Sicilie. Nel 1820 Giuseppe si unì alla rivolta scoppiata a Napoli affinché i Borbone concedessero una costituzione. Quando i tumulti vennero soppressi, il generale fu costretto all’esilio. Prima si diresse in Spagna, poi partecipò alla rivoluzione in Grecia, morendo in combattimento nel 1825.

Cesare seguì il padre durante gli anni di esilio e, dopo la sua morte, tornò a Napoli. Nel 1830 entrò nell’esercito borbonico come soldato semplice di cavalleria. Tuttavia, il giovane aveva fatto proprie le idee che avevano portato il padre alla rivolta ed all’esilio. Nel 1833, infatti, ordì una congiura contro il re Ferdinando II insieme al caporale Vito Romano ed al tenente Francesco Angelotti.

Luigi Settembrini, nel libro “Ricordanze della mia vita”, racconta dettagliatamente di questo complotto e della sua tragica conclusione. Il piano era quello di assassinare il re durante una rassegna affinché gli succedesse suo fratello, il principe di Capua, che avrebbe concesso la tanto agognata Costituzione. Gli unici che avrebbero dovuto conoscere i dettagli erano i tre congiurati, ma il sergente Paolillo origliò una conversazione fra Rosaroll e Romano e li denunciò.

Una volta smascherati, i due decisero di togliersi la vita l’un l’altro per evitare torture ed il disonore del carcere: il colpo di Cesare uccise sul colpo Vito, ma lui, invece, venne solo ferito dall’amico morente. Lui ed Angelotti vennero catturati e condannati a morte, ma le drammatiche preghiere dei due sul patibolo convinsero il re a risparmiare loro la vita ed a mandarli in carcere. Nel 1839, Angelotti venne ucciso mentre tentava di fuggire dal bagno di Procida.

Rosaroll fu più fortunato. Nel 1848, infatti, Ferdinando II concesse finalmente la Costituzione e fece formare un governo con a capo Carlo Troya, famoso per la sua avversione alla monarchia. Tutti quelli condannati fino a quel momento ricevettero l’amnistia e Cesare tornò ad essere un uomo libero. Il nuovo governo decise subito di fornire aiuto in Lombardia, dove le truppe piemontesi combattevano con gli austriaci in quella che verrà ricordata come la prima guerra d’indipendenza italiana.

Rosaroll fu fra i 15.000 uomini inviati da Napoli al comando del generale Guglielmo Pepe. Ferdinando II non accettò a lungo la monarchia costituzionale e, quando il Parlamento votò l’abolizione della monarchia, cancellò la Costituzione che aveva sottoscritto e dichiarò il tradimento del governo. Il 31 luglio del 1848 l’esercito borbonico inviato in Lombardia venne richiamato a Napoli, ma molti militari disobbedirono e continuarono a lottare.

Fra questi ultimi c’erano Cesare Rosaroll e persino il generale Pepe. Con un gruppo di volontari marciarono su Venezia, assediata dalle truppe asburgiche. Cesare trovò la morte in questo suo atto eroico, venendo ferito a morte presso Maghera il 27 giugno del 1849.

Oggi, a Cesare Rosaroll è dedicata una strada che collega Porta Capuana con via Foria. La scelta di intitolare una importante via del centro di Napoli a questo personaggio storico si inserisce nel progetto toponomastico, avviato dopo l’Unità d’Italia, di onorare chi si era opposto alla monarchia borbonica, spesso però cancellando denominazioni storiche che raccontavano secoli di vita della città.

Fonti:
– Luigi Settembrini, “Ricordanze della mia vita”

Garibaldi e i mille sbarcano a Marsala

Quel 7 novembre del 1860 sembrava un giorno come tutti gli altri a Roseto Valfortore (in provincia di Foggia). Il sole era tramontato già da parecchio, lasciando spazio alle tenebre ed all’autunno freddo tipico per quel paesino arrampicato sui monti dell’Appennino Dauno.

Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che in quella giornata avrebbe avuto luogo un evento efferatissimo che ha generato una ferita storica molto profonda per il centro urbano ed i suoi abitanti. Le cose non sarebbero state più le stesse per quattro giovani ragazzi ed un padre di famiglia, sommariamente giudicati da un tribunale di garibaldini e messi a morte senza nessuna possibilità d’appello, a causa delle loro simpatie per la causa dei Borbone delle Due Sicilie. Ad accusarli d’essere “reazionari” e dei “franceschielli” (ovvero fedeli a Francesco II di Borbone), fu don Vito Capobianco, fratello del sindaco della comunità.

Il tutto avvenne rapidamente verso le 23. Sebbene non fu possibile confermare le accuse fatte e dimostrare, quindi, la colpevolezza dei cinque malcapitati si procedette comunque all’esecuzione. Vennero allineati al muro e crudelmente passati per le armi da chi si autoproclamava “liberatore” e “padre della patria”. Invane le richieste di pietà dei malcapitati e dei loro concittadini che assistettero, impotenti, al macabro spettacolo.

A testimoniare la vicenda giungono in nostro soccorso sia i certificati di morte dei cinque rosetani, che un manoscritto nel quale venivano riportate sommariamente le loro generalità. Si trattava di: Cotturo Giuseppeantonio, Farace Liberato, Sbrocchi Vito, Marrone Leonardo e Zita Nunziantonio. Il prete che aveva assistito a tutta la scena ed aveva amministrato gli ultimi sacramenti ai malcapitati scagliò un anatema su Vito Capobianco che si era macchiato del sangue di cinque innocenti.

Nel 1861 l’amministrazione comunale di Roseto Valfortore fece apporre cinque croci di legno sul luogo della strage.

Nel 1910 le croci vennero sostituite da una lapide ad imperituro ricordo del triste evento. Le numerose “ombre” che accompagnarono un processo stratificato e complesso come quello dell’Unità d’Italia stanno venendo sempre più a galla, sensibilizzando molte menti. Prendere coscienza del passato senza strumentalizzazioni e rancori è il primo passo per un nuovo riscatto identitario.

Fonte:
– Valerio Rizzo, Associzione Culturale Due Sicilie

Venerdì 20 luglio andrà in onda su Rai 3, in prima serata, La Grande Storia. L’ultima puntata del programma di approfondimento storico ha come tema i bombardamenti e l’uso delle armi contro i civili. E’ quella che viene definita “guerra totale”, locuzione nata nel XX secolo per descrivere una guerra in cui gli Stati usano la totalità delle loro risorse allo scopo di distruggere l’abilità di un altro Paese o Nazione di impegnarsi in guerra.

E’ il caso quindi delle due guerre mondiali, che hanno visto fronteggiarsi le principali potenze dell’epoca e, soprattutto, utilizzare armi da fuoco che hanno raso al suolo intere città. Sulla pagina Facebook del programma è stata condivisa una breve clip tratta dalla prossima puntata che vede protagonista anche la città di Napoli.

Verrà raccontato, infatti, il primo bombardamento avvenuto a Napoli, il 4 dicembre del 1942. “Il porto di Napoli era considerato di grande importanza, da cui partivano le navi per l’Africa, con soldati tedeschi ed italiani. Era un obiettivo strategico di grande importanza“, spiega la storica Gabriella Gribaudi. Non a caso, quindi, nella prossima puntata de La Grande Storia si parlerà anche del capoluogo partenopeo, che fu la città italiana più colpita dai bombardamenti. Di seguito, la clip:

Marcianise è oggi uno dei poli industriali della Campania – posto in posizione favorevole tra Caserta e Napoli, il comune ha in realtà origini antichissime. Originariamente abitato dagli Osci (un popolo italico dedito all’agricoltura) il territorio dell’attuale Marcianise fu per secoli di natura paludosa, complici le continue inondazioni del fiume Clanio, che costeggiava l’insediamento, Tito Livio racconta come queste popolazioni, a contatto con la natura, avessero sviluppato tratti che permettevano loro di sopravvivere in un territorio ostile come quello dell’acquitrino.

Queste popolazioni tribali dell’Italia arcaica vennero probabilmente a contatto con Etruschi e Greci, con i quali si mischiarono. La fondazione vera e propria della città, comunque, si fa risalire secondo alcuni studiosi alla Roma Imperiale. Una delle ipotesi è che Marcianise fu fondata per volere di Cesare come colonia autonoma per veterani di guerra, destinata ad ospitare ventimila famiglie di eroici soldati sopravvissuti alle atrocità della guerra – secondo altri studiosi invece la città avrebbe origini Ostrogote, i quali erano in rotta presso quelle zone dopo la sconfitta contro i Bizantini.

Nel periodo medievale Marcianise (che molto probabilmente era conosciuta al tempo come Liburia, per via della presenza di un monastero, registrato in alcuni atti notarili dell’Abbazia di Montecassino, con il nome di Monasterium Sancti Benedicti in Lauriano) tornò ad essere quel territorio acquitrinoso che era stato con gli Osci, e che aveva smesso di essere per via delle sanificazioni perpetuate dai romani.

Nonostante la crescente importanza economica del feudo, dopo il 1300 Marcianise venne più volte soggiogata dalla geopolitica della penisola italiana: nel 1436 venne assediata (sebbene la città oppose resistenza, avendo supportato Renato d’Angiò) da Alfonso d’Aragona durante la conquista del Regno di Napoli – nonostante le guerre e i giochi di potere cui fu suo malgrado vittima, Marcianise riuscì a riprendersi il suo ruolo economico e sociale a partire dal seicento, grazie anche alle opere di bonifica della pianura campana, che agevolarono lo sviluppo economico della città.

Re Ferdinando I

Nei mesi scorsi la questione dello ius soli è stata al centro di un acceso dibattito politico che ha, alla fine, dissuaso il governo Gentiloni a perseguire il suo scopo su una tematica oltremodo delicata che è legata a doppio filo ad un’altra, anzi potremmo dire che ne è una diretta conseguenza.

La questione della cittadinanza per gli stranieri che vivono da molti anni sul suolo italiano, e che si sono perfettamente integrati nella nostra società, è solo una delle infinite sfumature del più ampio e complicato discorso sull’immigrazione.

Tale tematica è da sempre molto dibattuta. Gli attriti e le divergenze sono all’ordine del giorno a causa della sua grande complessità. In questi ultimi anni l’interesse da parte di politici di ogni ordine, grado ed appartenenza politica ha posto la questione all’attenzione di tutti. Sono i frequenti flussi migratori a destare preoccupazioni per i diplomatici italiani, i quali stanno cercando di trovare una soluzione atta a soddisfare le esigenze di tutti.

Non è questa la sede più opportuna per discutere sulla presunta efficacia e le modalità di queste misure, o per analizzare le proposte fatte in merito. Possiamo però dire che difficilmente l’essere umano è in grado di apprendere le lezioni che la storia gli sottopone, e spesso si ostina a brancolare nel buio o a percorrere strade dalle mete incerte, invece di vedere come gli uomini che ci hanno preceduto si sono regolamentati su questioni analoghe.

Erano sicuramente tempi diversi e i numeri erano molto più contenuti rispetto a quelli di oggi, quindi è sempre indispensabile un’opera di contestualizzazione, ma i Borbone delle Due Sicilie avevano archiviato la pratica con una legge diretta e coincisa varata il 17 dicembre 1817.

Questo il testo del documento: ”Ferdinando I, Per la grazia di Dio, Re del Regno delle Due Sicilie, di Gerusalemme, Infante di Spagna, Duca di Parma, Piacenza, Castro, Gran Principe ereditario di Toscana”, è la sequenza dei titoli che precedono il testo della legge che, sin dal preambolo, chiarisce che a poter beneficiare della concessione della cittadinanza potranno essere solo chi è utile allo Stato:

“Volendo dare un attestato della nostra benevolenza verso di quegli stranieri i quali pe’ loro talenti, pe’ loro mezzi, o per via di contratti vincoli si rendono giovevoli allo Stato, con accordar loro il godimento di quei diritti, che dalla naturalizzazione risultano. Abbiamo risoluto di sanzionare, e sanzioniamo la seguente legge”.

Nell’articolo I si precisa che “potranno essere ammessi al beneficio della naturalizzazione del nostro Regno delle Due Sicilie”, nell’ordine:
1. Gli stranieri che hanno renduto, o che renderanno importanti servizi allo Stato;
2. Quelli che porteranno dentro lo Stato de talenti distinti, delle invenzioni, o delle industrie utili;
3. Quelli che avranno acquistato nel regno beni stabili, sui quali graviti un peso fondiario almeno di ducati cento all’anno.
Al requisito indicato né suddetti numeri 1, 2, 3 debbe accoppiarsi l’altro del domicilio nel territorio del regno almeno per un anno consecutivo.
4. Quelli che abbiano avuta la residenza nel regno per dieci anni consecutivi, e che provino avere onesti mezzi di sussistenza; o che vi abbiano avuta la residenza per cinque anni consecutivi, avendo sposata una nazionale”.

Fonte:
– Magdi Allam sul Corriere della Sera del 10 marzo 2008

Caracciolo
Sepolcro a Nicolantonio Caracciolo di Annibale Caccavello e Girolamo D’Auria (1573), cappella Caracciolo di Vico (chiesa di San Giovanni a Carbonara di Napoli). Fonte: Wikipedia

I Caracciolo vantavano un remoto lignaggio, erano una delle più antiche famiglie nobiliari napoletane e dal XII secolo d.C. svolgevano un ruolo precipuo nelle vicende politiche dell’Italia meridionale.

Galeazzo Caracciolo, unico figlio maschio di Colantonio Caracciolo e Giulia della Lagonessa, nasceva a Napoli nel 1517, anno in cui il frate agostiniano Martin Lutero promulgava le sue 95 tesi.

Il padre di Galeazzo era un fedelissimo difensore della corona Asburgica e ciò gli consentiva la nomina a Marchese di Vico nel 1531. L’arrivo dell’imperatore Carlo V a Napoli nel 1535 si presentava un’ottima opportunità per Colantonio a raccomandargli suo figlio. L’episodio si rivelava fruttuoso per Galeazzo che all’età di 18 anni veniva nominato: «Gentiluomo della bocca del sovrano». Il ragazzo doveva servire a mensa il sovrano, accompagnarlo in chiesa e nelle svariate cerimonie religiose.

Galeazzo Caracciolo
Documento in cui è ritratto Galeazzo Cracciolo, artista sconosciuto (1651/1750), Munster museo di arte e cultura. Fonte: Portraitindex

Il lavoro di corte era saltuario tanto da garantirgli di pernottare nel lungo termine a Napoli. Nel 1537 sposava Vittoria Carafa, figlia di Ottaviano Carafa duca di Nocera. Un matrimonio studiato a tavolino da Colantonio, ma ben presto i due sposi manifestavano un amore vero, passionale. Da questo matrimonio nascevano 6 figli: Colantonio, Carlo, Lucio, Lelio, Giulia e Lucrezia.

In questo periodo Galeazzo si avvicinava ai riformatori. Nei primi decenni del ’500 anche in Italia c’era il desiderio di riformare la religione e la chiesa. L’originalità dei riformatori del Paese rispetto a quelli d’oltralpe era la mancanza di un unico centro d’irradiamento. Questo non causava la nascita di una Chiesa riformata cittadina, regionale, o nazionale.

A Napoli era noto il movimento del mistico riformatore spagnolo Juan de Valdès. I suoi circoli spirituali erano composti da nobili, nobildonne, prelati. Il discepolo di Valdès, Gianfrancesco Alois, aveva dei colloqui con il suo amico Galeazzo Caracciolo. Quest’ultimo veniva stimolato dai precetti riformatori di Gianfrancesco Alois e grazie a lui aveva conosciuto un altro riformatore, l’agostiniano Pietro Martire Vermigli. Il riformatore agostiniano teneva i suoi sermoni nella chiesa di San Pietro ad Aram a Napoli tra il 1540 – 41 ed era il fautore della conversione di Galeazzo Caracciolo.

Pietro Martire Vermigli
Ritratto di Pietro Martire Vermigli, Hans Asper (1525), fonte: Wikipedia

Nel periodo caldo della controriforma Galeazzo sceglieva di abbandonare l’Italia. L’azione si rendeva concreto nel 1551 quando si trovava ad Augusta e si preparava a partire per i Paesi Bassi, ma il suo viaggio veniva interrotto da una deviazione a Ginevra. Nella Ginevra di Calvino, tra il 1551 e il 1560 Galeazzo ricopriva gradualmente rilevanti cariche e attività.

Nel 1551 contribuiva a creare una chiesa dedicata agli esuli italiani e alla scelta di un pastore. Negli anni successivi la nomina del pastore diventava sempre di più una prerogativa di Galeazzo, ricordiamo  in particolare la nomina di Niccolò Balbani nel 1561.

Nel 1555 diventava il primo esule a ottenere la cittadinanza ginevrina. Nel 1558 faceva parte del concistoro quale massimo organo della chiesa calvinista. Nell’anno seguente svolgeva un importante ruolo politico, poiché faceva parte del Consiglio dei 200 e successivamente a quello più rilevante dei 60.  La sua fama gli veniva riconosciuta anche da Giovanni Calvino che lo annovera nei suo testi: Epistola ai Corinzi e Istituzioni della religione cristiana.

Giovanni Calvino
Miniatura di Giovanni Calvino, Henriette Rath(1586), Ginevra, Biblioteca Pubblica. Fonte: Zanichelli

La relazione tra Galeazzo e la sua famiglia era scandita da brevi incontri in differenti luoghi d’Italia. Nel 1553 Colantonio aveva incontrato il figlio a Verona prima di andare a Bruxelles per parlare con Carlo V. Il fine dell’incontro con l’imperatore era di preservare l’eredità dell’eretico Galeazzo. La grazia concessagli dall’imperatore era di trasmettere tutti i beni di Galeazzo al figlio Colantonio. Nel 1555 il padre si vedeva con Galeazzo a Mantova per convincerlo a trasferirsi a Venezia grazie a un’offerta del Papa, tuttavia il figlio rinunciava.

Dopo aver ottenuto per ragioni di sicurezza anche la cittadinanza nei Grigioni, Galeazzo si spostava a Venezia nel 1558 per incontrarsi con la moglie e i figli, l’obiettivo era di persuaderli per riconciliarsi a Ginevra. La moglie rinunciava alla proposta, da come si intuisce, avrebbe rischiato a spostarsi nella città ginevrina così come Galeazzo non sarebbe potuto ritornare sui suoi vecchi passi. Alcuni mesi dopo l’incontro scattava la domanda di divorzio da parte di Galeazzo. Nel 1559 il divorzio veniva ufficializzato e Galeazzo all’età di 43 anni si sposava nel 1560 con Anna Framery della Normandia.

Solo nel 1572 si spostava per motivi sconosciuti da Ginevra per andare a vivere nell’arco di tre anni in altri paesi: Vaud, Nyon e Losanna. In definitiva ritornava a Ginevra dove moriva il 7 maggio 1586 a 69 anni. L’anno seguente Niccolo Balbani immortalava la biografia di  Galeazzo Carracciolo attraverso un testo dal titolo: «Historia della vita di Galeazzo Caracciolo, chiamato il signor marchese».

Fonti documentarie:

B.Croce, Un calvinista italiano, il marchese di Vigo Galeazzo Cracciolo in «La Critica. Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia diretta da B. Croce», 31, 1933

Massimo Cattaneo, Claudio Canonici, Albertina Vittoria, Manuale di Storia, Zanichelli, Bologna, 2009

Sitografia:

http://www.treccani.it/enciclopedia/galeazzo-caracciolo_%28Dizionario-Biografico%29/  [Consultato il 19/06/2018]

http://patrimonio.archiviodistatonapoli.it/asna-web/scheda/famiglie/0000000666/Caracciolo-principi-di-Melissano-sec-XVI-Napoli-.html [Consultato il 19/06/2018]

La seconda guerra mondiale era finita da pochi mesi e tutte le forze del paese stavano operando affinché l’Italia potesse ripartire dopo il disastro bellico. A tutte le latitudini della penisola si procedeva a rilento, si era ancora increduli, non pienamente consapevoli di cosa fosse realmente accaduto, ed anche un centro di modeste dimensioni come Torre Annunziata tentava di destarsi dall’orribile incubo che aveva cambiato per sempre la storia dell’umanità.

La fame, le morti e le distruzioni erano ancora vivide nei ricordi dei cittadini torresi che si sforzavano di andare avanti con le loro vite nonostante tutto. Il 21 gennaio del 1946 la loro quotidianità venne scossa dal terribile, ed ancora troppo familiare, boato di una deflagrazione proveniente dal porto cittadino. L’esplosione di un convoglio costituito da 27 carri scoperti carichi di tritolo e bombe per aeroplano scaraventò di nuovo Torre Annunziata nell’inferno di una tragedia collettiva.

Il primo tremendo scoppio ebbe luogo alle ore 18, ne seguirono altri tre. Fiamme e detriti attentarono nuovamente al cuore di una città sfinita e satura di morti e sciagure che, evidentemente, non aveva ancora finito di fare i conti con quello che sembrava il vero e proprio capriccio di una divinità ostile.

Solo nella mattinata successiva ci si rese conto della gravità della situazione. Le abitazioni del quartiere dei pescatori e quelle ubicate nella zona portuale erano state completamente rase al suolo, la stessa Chiesa dell’Annunziata subì dei danni tali che si temette per lo stato dell’immagine sacra della Vergine, patrona della città, la quale però ne uscì miracolosamente indenne.

L’indomani, nel tentativo di ricostruire le dinamiche del disastro, furono avanzate le prime ipotesi. Qualcuno volle scaricare la responsabilità su dei ragazzi che giocavano a ridosso dei vagoni, rei di aver accidentalmente innescato i razzi di segnalazione “Very” che avrebbero così originato la serie di esplosioni. Ci fu anche chi pensò ad un’azione di sabotaggio giustificata dalle nuove ideologie anticapitaliste che stavano sorgendo nei territori occupati dagli alleati. Col tempo nessuna di queste congetture si rivelò veritiera.

Il Genio Civile stimò i danni per circa un miliardo e mezzo di lire, gli sfollati erano oltre diecimila; 54 i morti ed oltre 500 feriti “invasero” l’ospedale civile locale che, nonostante l’isteria generale, seppe fronteggiare al meglio la calamità. Il governo De Gasperi stanziò 7 milioni di lire per i soccorsi, furono distribuite oltre trentamila razioni di viveri e i senzatetto vennero accolti nei comuni limitrofi. Il nome di coloro i quali persero la vita furono impressi su una lapide, ancora oggi ben visibile, su una facciata della Basilica Ave Gratia Plena.

Nonostante la gravità dell’evento, che andò ad accanirsi su un tessuto umano già provato dagli orrori del secondo conflitto mondiale, Torre Annunziata seppe rialzarsi. Tragedie simili non devono mai essere dimenticate ed anzi, devono fungere da monito nei confronti di chi, a causa di logiche affaristiche e tornaconti personali, rischia di mettere a repentaglio la salute e la sopravvivenza del popolo, perché se quella del 1946 fu una tragedia imponderabile, è giusto stroncare sul nascere cause e presupposti che possano determinarne di nuove.

Fonti
– Fioravante Meo, Salvatore Russo, Torre Annunziata Oplonti (dalle origini ai giorni nostri).

E’ Giorgio Bassani l’autore scelto per l’analisi del testo della prima prova dell’esame di maturità di quest’anno. Uno scrittore probabilmente sconosciuto al grande pubblico, facente parte di tutta quella grande e complessa narrativa del dopoguerra. Si ritrovano, in lui, temi e concetti propri degli anni Trenta, incentrati soprattutto sulla tematica della memoria.

In particolare, Bassani segue le vicende della borghesia ebraica di Ferrara: i primi anni del fascismo, le persecuzioni razziali e la società del dopoguerra. Non gli interessano i “vincenti” della storia, bensì gli sconfitti, i destini e le vite distrutte. Nella sua scrittura c’è una rappresentazione critica del mondo provinciale e borghese, mentre sullo sfondo si stagliano gli orrori della storia contemporanea.

Nato a Bologna il 4 marzo del 1916, Bassani apparteneva, come detto, alla borghesia israelitica di Ferrara. Si laureò in lettere nel 1939. La sua carriera è segnata da diversi ruoli dirigenziali: partecipò alla redazione di varie riviste (Botteghe Oscure), fu direttore di una collana di narrativa dell’editore Feltrinelli, vicepresidente della Rai e presidente dell’associazione “Italia nostra“. La sua opera più celebre è “Il Giardino dei Finzi Contini”, romanzo che racconta le vicende di una ricca famiglia ebraica trascinata nel vortice della persecuzione razziale.

A 28 anni si trasferisce da Roma a Napoli, nell’estate del 1944. Scrisse un articolo intitolato “I partiti progressisti nel napoletano“, nel quale denunciava, nella città partenopea, la presenza di un “grosso e quasi disperato pasticcio di corruzione e degradazione collettiva“. Il suo spirito fortemente antifascista lo portò poi a celebrare un episodio molto importante della storia italiana: le Quattro giornate di Napoli.

E’ per un giovanissimo caduto di quella resistenza che Bassani scrive questa poesia, ispirato da una fotografia inserita tra le pagine del testo di “Napoli contro il terrore nazista” di Corrado Barbagallo. Ecco il testo:

 

Non piangere, compagno,
se m’hai trovato qui steso.
Vedi, non ho più peso
in me di sangue. Mi lagno
di quest’ombra che mi sale
dal ventre pallido al cuore,
inaridito fiore
d’indifferenza mortale.
Portami fuori, amico,
al sole che scalda la piazza,
al vento celeste che spazza
il mio golfo infinito.
Concedimi la pace
dell’aria; fa’ che io bruci
ostia candida, brace
persa nel sonno della luce.
Lascia che così dorma: fermento
piano, una mite cosa
sono, un calmo e lento cielo in
me si riposa.

Fonti: “Storia della letteratura italiana – il Novecento e il nuovo millennio” di Giulio Ferroni; “Bassani – racconti, diari, cronache (1935-1956) a cura di Piero Pieri”; “Il legame tra Bassani e Napoli”, articolo su Repubblica di Lorenzo Catania.

Carmine Crocco

Carmine CroccoCarmine Crocco “Donatelli” è il nostro simbolo di resistenza, con tutte le conseguenze positive e negative che ne derivano. Nato a Rionero in Vulture nel 1830, di umilissime origini, Crocco rimase orfano appena adolescente, a causa di una lite familiare con un signorotto locale, che ebbe la meglio. Fu costretto a trasferirsi in Puglia, dove lavorò come bracciante nella speranza di poter tornare presto nel suo paese d’origine. Durante questo periodo buio della sua vita, caratterizzato da vessazioni e povertà, fu assoldato nell’esercito Borbonico, servendo anche a Gaeta, prima di disertarlo a seguito di una lite con un commilitone.

Mai realmente legato alla causa borbonica, Crocco si cacciò nei guai non appena fu in grado di tornare al proprio paese. Ricercato per i suoi crimini, accettò di assoldarsi all’esercito Garibaldino che in quel periodo stava conquistando il meridione a seguito dell’Impresa dei Mille. Crocco prese parte alla battaglia del Volturno e apprese le prime tattiche di battaglia, che sfrutterà diversi anni dopo.

Tornato al suo paese tentò di ottenere un’amnistia a seguito del suo servizio per il neonato Stato Italiano, ma così non fu. Venne rilasciato un mandato d’arresto per lui, e Crocco, che nel frattempo aveva iniziato a farsi trascinare dai primi moti popolari di coloro che lamentavano la nuova condizione sociale dopo la caduta dei Borbone, si decise definitivamente a passare dalla parte di Francesco II e la causa dei Borbone, verso i quali, in passato, non aveva mai avuto una vera simpatia.

Si pose al comando di un largo gruppo di volontari, disperati, vessati dalla situazione economica cui versava il Mezzogiorno, che accettarono di seguirlo. In breve divenne il terrore dell’esercito sabaudo, popolarissimo tra il ceto basso del Sud Italia, molto meno tra quello borghese, puntualmente depredato dalle sue bande. Come altri Briganti prima di lui ebbe a lungo una “dualità” morale, da una parte ‘robin hood’ nostrano, dall’altra, ladro e assassino; Se è vero che egli rischiò la vita per la causa legittimista, è indubbio che con le sue azioni -volente o nolente- cosparse di sangue il Sud, mettendo a ferro e fuoco interi villaggi.

La sua figura è il lascito più significativo della lotta postunitaria, che tutto può dirsi purchè ‘regolare’. Le sue azioni di guerriglia misero in serio pericolo la stabilità del nuovo regno. Astuto, abilissimo nella guerriglia, Crocco fu più volte definito il “Generale dei Briganti”, con tutto ciò che consegue a questo titolo, compresi i crimini e gli omicidi di cui certamente fu responsabile. E’ difficile dare un profilo oggettivo ad una figura tanto complessa e sfaccettata, che va analizzata nel suo specifico periodo storico. Di lui si può dare immagine romantica di “simbolo di resistenza” e lotta ai privilegi della borghesia, ma non si può prescindere dal vederlo, del resto, anche come un ladro. Carmine Crocco, comunque, che sia un eroe o un brigante, rimane la figura simbolo del legittimismo borbonico postunitario.

Fonti

  • Giordano Bruno Guerri, Il Sangue del Sud. Antistoria del Risorgimento e del Brigantaggio
  • Marc Monnier, Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle provincie napoletane
  • Ettore Cinnella, Carmine Crocco. Un brigante nella grande storia

Regno delle Due Sicilie
Regno delle Due Sicilie
I territori del Regno delle Due Sicilie

In periodo di campagna elettorale si sa che i massimi esponenti dei partiti sono soliti introdurre elementi di novità e fare le proverbiali “promesse” che, però, non sempre vengono mantenute una volta che le urne elettorali si sono espresse. Nel corso dei dibattiti, che hanno preceduto le ultime elezioni politiche, è stata paventata la possibilità, da parte del Movimento 5 Stelle, di attualizzare il cosiddetto “reddito di cittadinanza” a beneficio delle fasce meno abbienti della popolazione.

Proposta che ha suscitato non poco scalpore e di assoluta novità, per il panorama politico italiano, quella portata avanti da Di Maio e soci. Se volgiamo, però, lo sguardo verso il passato vi è stata una compagine politica che garantiva un sussidio minimo per gli esponenti meno fortunati del proprio tessuto sociale. Stiamo parlando del Regno delle Due Sicilie.

Grazie ad una ricerca effettuata presso la Collezione delle Leggi e dei Decreti del Regno delle Due Sicilie ci si è imbattuti nel decreto Reale n. 131 del 4 gennaio 1831 che prevedeva, infatti, il conferimento di un “assegno di disoccupazione per coloro i quali non possono assolutamente con il loro travaglio sostenere se medesimi e la di loro famiglia”.

Queste agevolazioni erano temporanee o perpetue a seconda della gravità della condizione di salute dell’interessato che era fisicamente impossibilitato a guadagnarsi da vivere col proprio lavoro. Qualora l’assegno fosse stato temporaneo spettava solo ed unicamente alla Commissione decidere se questo doveva essere rimosso o prolungato, a patto che non diventasse un deterrente d’ozio. Nel momento in cui la decisione della Commissione non avesse soddisfatto il richiedente, questi avrebbe avuto anche la possibilità di presentare ricorso.

Gli organi di potere dello Stato borbonico misero a disposizione della Commissione un fondo speciale dal quale fare prelievi per “soccorsi urgenti”. Giovani orfani, vedove con figli piccoli, persone anziane, ciechi e tanti altri ancora godevano di un trattamento preferenziale, il tutto nel massimo rispetto della privacy e della dignità dei beneficiari.

Nel decreto si legge infatti: “considerando esservi degl’individui o famiglie di tali condizioni che aborriscono il far manifesta la propria indigenza, la Commessione assumerà a sé il pietoso ufficio di ricercarle e conoscerle in modi occulti e diligenti onde prestar loro il soccorso che meritano con l’obbligo di custodire segretamente quelle notizie”.

In un’Italia che spesso pare viaggiare a due velocità e che vede un divario economico troppo marcato tra il quadrante meridionale e quello settentrionale del paese, la proposta di un reddito di cittadinanza è parsa, a chi l’ha proposta, una valida “cura” per questo male. Tale assistenza deve essere però solo il palliativo che conduce ad una reale riduzione di quel divario ed alla risoluzione del vero problema dello Stato italiano: la mancanza di lavoro. La sconfitta della disoccupazione supererebbe, in convenienza ed efficacia, qualunque forma d’assistenzialismo piovuto dal cielo.