Salvemini scrisse: “Sud colonia del Nord, meglio separarci”. Come rifare l’Italia?

Unità d'ItaliaSecessione o unione? Dopo oltre 150 anni l’Unità d’Italia fa ancora discutere.

“Ogni giorno che passa diventa sempre più vivo in me il dubbio, se non sia il caso di solennizzare il cinquantennio [dell’Unità] lanciando nel Mezzogiorno la formula della separazione politica. A che scopo continuare con questa unità in cui siamo destinati a funzionare da colonia d’America per le industrie del Nord, e a fornire collegi elettorali ai Chiaroviglio del Nord […] Perché non facciamo due Stati distinti? Una buona barriera doganale al Tronto e al Garigliano. Voi vi consumate le vostre cotonate sul luogo. Noi vendiamo i nostri prodotti agricoli agli Inglesi, e comperiamo i loro prodotti industriali a metà prezzo. In cinquant’anni, abbandonati a noi, diventiamo un altro popolo. E se non siamo capaci di governarci da noi, ci daremo in colonia agli Inglesi i quali, è sperabile ci amministrino almeno come amministrano l’Egitto, e certo ci tratteranno meglio che non ci abbiano trattato nei cinquant’anni passati i partiti conservatori, che non si dispongano a trattarci nei prossimi cinquant’anni i cosiddetti democratici”. 

Questa è la lettera che Gaetano Salvemini scrisse ad Alessandro Schiavi il 16 marzo 1911. Pensatore di altissima caratura intellettuale, è stato uno storico importantissimo che ha dedicato tempo ed attenzioni alla storia del nostro Mezzogiorno. Pubblicamente il Salvemini non ha mai messo in discussione l’Unità d’Italia, ma in questa lettera, invece, lo studioso mette a nudo tutti i suoi dubbi e le sue perplessità circa i festeggiamenti del cinquantesimo anniversario di tale evento e di tutte le implicazioni politiche, economiche e sociali delle quali è stata portatrice la realizzazione dello Stato unitario italiano.

Gaetano Salvemini nella sua biblioteca

L’Unità d’Italia è la risultante di una serie di eventi complessi e contraddittori che spesso si sono concretizzati non rispettando l’impianto di idee che li aveva pensati e generati. Che il conto più salato per l’Unità d’Italia sia stato pagato dal Mezzogiorno è evidente.

La fine del protezionismo borbonico a favore della politica economica liberale di Cavour ha affossato il vivace apparato manifatturiero duosiciliano, relegando le regioni meridionali ad essere soltanto un polo di produzione agricola e soprattutto il principale sbocco di mercato per le merci e i prodotti delle industrie del nord.

La volontà di voler “piemontesizzare” a tutti i costi le altre realtà preunitarie della penisola non ha portato ai risultati sperati. Queste difficoltà erano note anche a Cavour e a chi, da dietro le quinte, ha curato la regia del processo unitario.

Era volontà condivisa da molti quella di voler dar vita ad un’Italia federale con tutto il settentrione sotto il controllo dei Savoia, il centro Italia sotto la guida del papa e il Mezzogiorno in mano ai Borbone delle Due Sicilie. L’imprevisto esito degli eventi bellici italiani, il mutamento e le pressioni provenienti dallo scenario internazionale hanno spianato la strada ad un cambiamento sostanziale, offrendo al Piemonte la possibilità d’imporsi senza condividere il potere con nessuno.

Ferdinando II di Borbone. Rifiutò la corona italiana per non fare un torto agli altri regnanti

È a causa di questo passaggio decisivo che Casa Savoia divenne la stella polare dell’Italia unita, arrivando ad accentrare in maniera univoca e totalizzante il potere nelle proprie mani.

Più di un secolo e mezzo dopo gli eventi che hanno contraddistinto il Risorgimento la situazione tiene ancora banco. Circolano molte teorie bizzarre e spesso si abusa di un principio identitario, storico e culturale per promuovere proselitismi beceri e squallidi tornaconti, quando invece dovrebbe essere alimentato in modo genuino e disinteressato.

Il Risorgimento è stato un momento storico colmo di contraddizioni, ingiustizie e politiche di parte che devono essere analizzate, ed all’occorrenza stigmatizzate da chi di dovere, alla luce di una nuova visione delle cose che stride con le ricostruzioni, spesso di parte, della storiografia dominante.

Per quanto condivisibili siano le riflessioni del Salvemini, ad oggi, chi scrive non crede che la secessione politica sia la soluzione migliore proprio perché, come lo storico di Molfetta ha lasciato intendere nel suo scritto, non ci sono i presupposti economici per dar vita ad un Mezzogiorno forte politicamente e finanziariamente. Lo stesso discorso vale per un Nord senza Sud.

Più percorribile ed auspicabile sembrerebbe, invece, la strada verso quel federalismo che, già prima degli eventi del 1860-61, parve essere la possibilità migliore per far convivere al meglio i popoli della penisola italiana dalla cultura, mentalità e stili di vita diametralmente opposti.

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