Tre nuove lettere di Leopardi alla Biblioteca di Napoli: che cosa c’è scritto

Napoli“Il patrimonio culturale del Paese – dichiara il Ministro Alberto Bonisolisi arricchisce oggi delle preziose testimonianze autografe di due grandi autori della letteratura italiana che troveranno presto collocazione alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, che accoglierà il corpus di Ungaretti, e alla Biblioteca nazionale di Napoli, dove andranno le lettere di Leopardi“.

Sarebbero andate all’asta di Minerva – Finarte, invece sia le 630 carte, di cui 166 lettere, ricevute ed inviate da Giuseppe Ungaretti, sia tre epistole di Giacomo Leopardi sono state acquistate dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, attraverso l’impegno della Direzione generale Biblioteche e Istituti culturali diretta dalla dott.ssa Paola Passarelli.

Le due acquisizioni considerate di raro pregio e quindi sottoposte a vincolo sono state effettuate, a trattativa privata, alla cifra di 125.000 euro per il blocco Ungaretti e 100.000 euro per le epistole di Leopardi; due tasselli che si aggiungono al patrimonio culturale del Paese e che saranno collocati: il corpus Ungaretti alla Biblioteca nazionale centrale di Roma e le lettere di Leopardi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

Nell’ambito della conservazione e valorizzazione del cospicuo materiale leopardiano, le tre epistole appena acquisite andranno alla Biblioteca Nazionale di Napoli – già depositaria dell’80% del patrimonio del Poeta di Recanati tra carte, manoscritti, autografi e libri che Leopardi, morto proprio all’ombra del Vesuvio, aveva portato con sé durante i suoi viaggi.

In queste corrispondenze Leopardi scrive a Francesco Puccinotti, amico caro e storico della medicina a Macerata, con il quale soleva scambiare commenti e suggestioni filosofiche: in particolare, nella lettera che Leopardi invia da Bologna il 14 aprile 1826, mentre il medico andava lodando specialmente le Operette morali, da poco pubblicate e di difficile reperimento, il Poeta si lanciava in “un’ammonizione filosofica” rispetto alla riputazione dell’uomo che “non dipende dal posto che siate per occupare ma dalla vostra scienza e dal vostro ingegno”.

Una riflessione che, solo idealmente, si collega alla lettera spedita da Recanati il 23 aprile 1827 sempre al Puccinotti che invece si conclude con la consueta invettiva alla città natale dalla quale fuggir via “dove non so se ci sieno più asini o più birbanti: so bene che tutti son l’uno e l’altro”.

Si propone infine come un bilancio negativo in una vita breve, scandita da viaggi desiderati e spostamenti tormentati, partenze e ritorni dolorosi, la terza lettera acquisita, ancora indirizzata al Puccinotti, inviata da Firenze il 16 agosto 1827: qui Leopardi si dichiara in condizioni fisiche disastrose “travagliato come sono da un’estrema debolezza de’ nervi degli occhi e della testa, la quale mi obbliga ad un ozio più tristo assai della morte”. Le parole, chiare e rassegnate, rendono queste riflessioni quasi una fotografia dell’anima, piagata dai dolori e dalle delusioni, dai passaggi tristi di un’esistenza già dolente e dolorosa, dove l’unica logica conclusione è pensare alla morte, poiché anche la filosofia, seppur da un lato sia rimedio alla noia, alla fine annoia “essa medesima”.

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