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imageNon permetto a nessuno di screditare Napoli. Sai perché?
È vero che ha i suoi lati oscuri, le sue problematiche, le sue difficoltà (come ogni città del resto) ma mi chiedo: quando ami profondamente una persona non accetti anche i suoi lati negativi, cercando di apprezzarla per quelli positivi? Non prendi le sue difese quando qualcuno la denigra? Chi difende a spada tratta Napoli non è un pazzo, né un cieco che non riesce a vedere la realtà. Chi la valorizza non chiude gli occhi per non vederne le pecche ma lo fa nonostante il marcio che l’uomo ci getta su, per non far morire una città di storia, poesia e bellezza.
Non permetto a nessuno di screditare Napoli. Sai perché?
Perché ne sono innamorata.

 

La pizza napoletana è la più buona del mondo perché nell’impasto oltre ad acqua, farina e lievito, c’è passione, spensieratezza e tanto tanto amore.

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aiuola

Adda passà ‘a Nuttata ONLUS opera da 5 anni nel campo dell’educazione al rispetto dell’ambiente organizzando iniziative di guerrilla gardening in diversi quartieri di Napoli.

I giovani volontari, all’inizio del mese scorso, sono scesi in strada ancora una volta armati di scope, ramazze e cesoie per l’evento di apertura di un percorso chiamato “Adotta una strada”, finalizzato alla pulizia di strade e marciapiedi e al recupero di alcune aiuole ormai abbandonate e oggetto di fenomeni di micro-criminalità.

L’intento, insomma, era quello di denunciare lo stato di abbandono del quartiere che ha ospitato l’evento per restituirgli decoro, dignità e bellezza.

A differenza delle altre volte, però, i ragazzi di Adda Passà ‘a Nuttata sono stati aiutati da un comitato di cittadini e negozianti che, condividendo con l’associazione i valori di solidarietà e di rispetto per l’ambiente, hanno deciso di mettersi in prima linea e sporcarsi (letteralmente) le mani.

Il progetto di carattere ecologico, in realtà, rivela il più importante impegno di reinserimento sociale di alcune persone in difficoltà che, con un’offerta simbolica da parte degli abitanti del quartiere, si occupano di tenere pulito il quartiere.

Da ieri “Adotta una strada” ha un nuovo collaboratore: David, un ragazzo nigeriano, che ha scelto di percorrere la strada del suo riscatto a colpi di scopa e paletta.

Ludopatia

Ludopatia

Me ne dia un altro” dice Maria, un’anziana signora alla cassiera del bar … e giù a grattare compulsivamente sul “gratta e vinci” di turno, nella speranza di una vincita che non arriva mai … e quando arriva, anche minima, si ripete la storia: “Me ne dia un altro!

Dopo aver lavorato una vita in banca Giorgio, 65 anni, è in pensione dal 2010. Vive in provincia di Napoli e dopo una vita spesa a lavorare con i soldi, senza un attimo di tregua, ora si ritrova con tanto tempo libero, a bighellonare nel bar sottocasa. Tra una parola e un’altra, un caffè e l’altro, per caso la sua attenzione è stata “catturata” dal rumore delle monetine che cadono da una macchinetta. Una campanella ha suonato nella sua testa: “perché non provo anch’io? Chissà, magari vinco qualcosa“… Ha iniziato a giocare e, senza accorgersene, in poco tempo è sprofondato nella dipendenza.

Paolo, studente di 19 anni, è in rosso perché ha perso una grossa somma di denaro al videopoker online, ma non riesce a fermarsi, perché spera sempre nella “magica” vincita che lo riscatterà.

Questi sono solo alcuni degli innumerevoli esempi di quella che, definita comunemente “ludopatia” è una vera e propria patologia, riconosciuta dal manuale diagnostico-terapeutico delle malattie psichiatriche dell’American PsychiatricAssociation.

Nella nuova edizione del manuale, il DSM-5, il gioco d’azzardo patologico (GAP) è stato riclassificato come disorderedgambling (gioco problematico) e collocato nell’area delle dipendenze (addictions) per le similarità tra il GAP e le dipendenze da alcol e altre sostanze d’abuso. Esso è caratterizzato da un “comportamento persistente, ricorrente e maladattivo tale da compromettere le attività personali, familiari lavorative”.

Da testimonianze raccolte emerge come la molla che spinge il giocatore compulsivo non è la possibilità di un facile guadagno ma per il piacere che gli deriva dal giocare. Di fronte al gioco perde completamente il controllo, tanto che a un certo punto la sua vita è completamente pervasa dal desiderio di giocare, arrivando così ad un deterioramento nei rapporti familiari, affettivi e lavorativi.

Ma quali sono le cause psicologiche? E quali i campanelli d’allarme?

Trattandosi di una dipendenza vera e propria, il disorderedgambling è caratterizzato da insicurezza, spesso associata ad altri disturbi psicologici. Dalla letteratura scientifica emerge una forte associazione fra il gioco d’azzardo ed altri comportamenti a rischio, come il consumo e l’abuso di sostanze psi-coattive. I giocatori compulsivi possono appartenere a qualsiasi ceto sociale, per cui non necessariamente è l’indigenza a spingerli al gioco, quanto un’insoddisfazione diffusa e un’emotività repressa.

La ludopatia presenta, inoltre la contemporanea coesistenza con altre patologie come i disturbi dell’umore, i disturbi di personalità, i disturbi del controllo degli impulsi, il desiderio di farla finita e/o tentativi di suicidio, la tendenza a ricercare il rischio e le esperienze eccitanti.

Tra i fattori di rischio uno molto importante è quello dell’ereditarietà e/o della familiarità ma non è da sottovalutare il contesto nel quale si cresce.

Un altro pericolo è quello rappresentato da una grossa offerta da parte dello Stato ma anche di privati, sempre più spesso pubblicizzata dai mass media. Sempre più spesso movimenti di sensibilizzazione sottolineano come spesso sia proprio lo Stato a lucrare sulle dipendenze degli italiani ma, evidentemente, i giocatori portano una quantità di denaro ingente nelle casse dello Stato che… fa orecchio da mercante.

Ma in cosa si distinguono i giocatori problematici?

In una ricerca effettuata nel 2014 del CNR di Pisa emerge che la differenza sta sia nella frequenza di gioco sia nelil numero di giochi effettuati: il 51% dei problemgamblers ha giocato 20 o più volte durante l’anno a fronte del 33% dei giocatori a rischio e del 9% dei giocatori non problematici, quelli che chiameremo “giocatori sociali”. Inoltre praticano anche più giochi, che online, e circa il 12%trascorre (ovviamente) molto più tempo rispetto alla media (mediamente 5 ore in un gior¬no infrasettimanale) al bar o in locali pubblici a giocare ai videogiochi (contro il 2% circa dei giocatori a rischio e meno dell’1% di quelli sociali).

Ma è possibile uscirne?

Attraverso programmi di recupero specifici è possibile riuscire a smettere ma, rispetto a chi non ha mai giocato c’è un rischio maggiore di “ricadute”. È necessario comunque un lavoro di équipe che vede coinvolti psichiatri (per la terapia farmacologica), psicoterapeuti (per la psicoterapia) ed esperti di finanza ed economia). Utili possono essere anche gli incontri di gruppo sia per la psicoterapia sia in gruppi di auto-mutuo aiuto. Tuttavia “prevenire è meglio che curare”, di conseguenza, interventi educativi preventivi, soprattutto tra i più giovani sarebbero non solo auspicabili ma potrebbero rappresentare un punto di svolta.

Per concludere un’informazione utile: temi che tu o un tuo conoscente abbia dei comportamenti “a rischio”? Svolgi gratis il test online presso il sito www.vinciamoilgioco.org.

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Periferie del mondo: la Camorra, i Giovani, il Riscatto. Questo il titolo del dibattito pubblico organizzato da Davide D’Errico, presidente dell’associazione Adda Passà ‘a Nuttata ONLUS, che avrà luogo lunedì 18 gennaio alle ore 18,30 presso la Parrocchia dei santi Antonio di Paola e Annibale Maria.

“In questi anni – racconta Davide D’Errico – ho conosciuto storie e persone straordinarie che vivono nelle periferie del mondo e lottano per il riscatto della loro città e per il futuro dei loro figli. In questi mesi, mentre si moltiplicano gli omicidi di camorra e aumentano le distanze in città tra le periferie e i quartieri residenziali, è nato in molti di noi il desiderio di spendersi per costruire la speranza nei nostri quartieri e nella nostra città. NON POSSIAMO ARRENDERCI!”

A seguito dell’intervento introduttivo di Padre Antonio di Tuoro, Parroco della Parrocchia Santi Antonio di Pavoda e Annibale Maria, interverranno: Don Aniello Maganiello, Presidente Ass. Ultimi; Dario Scalella, Presidente di K4A spa; Vincenzo Strino, Presidente LARSEC – Secondigliano.

A moderare l’incontro sarà Giuseppe Caporaso, Giornalista di TV2000.

Il convegno sarà preceduto da una Celebrazione Eucaristica dedicata alle vittime delle Mafie alle ore 18,00.

Per info e contatti: https://www.facebook.com/events/1498912687085226/

 

 

 

 

 

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È unica, Napoli, senza eguali; è una poesia plagiata, una parata funebre che ti punge il cuore, un pensiero astruso, sesso passionale, amore travolgente, fuoco, tenerezza, allegria sfrenata; senso e contro senso, fantasia. È dove quando arrivi il cuore fremita di gioia, ma si rattrista quando devi andare via.                          (Federica Maneli)

 

natale-in-famiglia

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Tommasì te piace ‘o presebbio?“, “No, nun me piace!

Con tale frase, emblematica per noi napoletani, Luca Cupiello, appassionato amante delle tradizioni natalizie, si rivolge al figlio Nennillo che, al contrario, le avversa apertamente.
Quali che siano le motivazioni di tale avversione le lasciamo alla letteratura mentre ci soffermeremo su cosa rappresentano le feste di Natale nell’immaginario collettivo, infatti, proprio come avveniva in casa Cupiello, da alcuni sono molto amate e attese, mentre per altri rappresentano un momento negativo e non vedono l’ora che passino.

Esiste infatti una vera e propria sindrome natalizia, legata alla sensazione di voler “scappare” di fronte agli impegni sociali che spesso le feste impongono, dipendente dall’ipocrisia di doversi per forza mostrare felici. È proprio questo il motivo per cui molte persone vorrebbero tapparsi in casa e non avere contatto con l’esterno ma spesso, per non deludere le persone che si amano, si costringono a partecipare a riunioni familiari con persone che non sopportano.

In tali casi i propri sentimenti e le proprie emozioni vengono represse e quello che per gli altri è occasione di gioia (i regali, gli addobbi, le riunioni familiari, i pranzi, etc…) diventano un modo per nascondere il proprio malessere o di amplificarlo, generando conflitti e discussioni. Ciò è dimostrato da uno studio americano del 1981 in cui Hillard, Holland e Ramm evidenziavano come,in corrispondenza delle festività natalizie, si verificasse un aumento di ricoveri psichiatrici e tentativi di suicidio.

Molto spesso tale malessere è legato anche a rimpianti legati al passato, quando le condizioni di vita erano differenti, come può avvenire ad esempio in caso di separazioni mal accettate, quando si è dilaniati tra il desiderio di condividere tale momento con i figli e la persona che ora vive accanto a noi, magari invisa della famiglia precedente. Oppure quando i figli sono andati via, può generarsi la sindrome del nido vuoto, in quelle coppie che non hanno accettato tale separazione. O ancora, ovviamente, in caso di lutti, quando persone care non ci sono più.

Problemi maggiormente legati al presente sono invece quelli finanziari, infatti l’incremento dello shopping è una vera e propria causa di stress. Ma anche il cambiamento di routine, i lunghi pranzi con persone con le quali non si condivide nulla o la preoccupazione che un altro anno è passato, costringendoci a fare bilanci sulla nostra vita affettiva e lavorativa, possono generare quello che viene definito il Christmas blues, o più comunemente “depressione natalizia”.

Ed ecco di malessere che situazioni che quotidianamente si riescono a gestire in qualche modo,diventano teatro di un malessere che si presenta sul piano emotivo con ansia, tristezza, perdita di interesse per le attività che sono ritenute in altre occasioni piacevoli e, sul piano fisico con mal di testa, mancanza di appetito e disturbi del sonno.
Ma come affrontare e ridurre gli effetti della depressione natalizia? Zanaboni delinea i comportamenti che possono aiutare a “superare” indenni tale periodo che talvolta scompare con la fine delle festività.

In primo luogo non è obbligatorio esibire o manifestare felicità e “spirito natalizio” se non ci si sente psicologicamente in linea con il contesto: evitare di dover fingere riduce lo stress e consente di sintonizzarsi sui propri bisogni e non sulle aspettative di felicità degli altri.
In secondo luogo se ci si sente tristi, depressi, preoccupati, è bene parlarne con una persona cara, un amico, il proprio compagno e, eventualmente anche uno psicoterapeuta: condividere con qualcuno i propri sentimenti ed emozioni permette di sentirsi meno soli, inoltre è possibile che dal confronto con altri emergano nuove prospettive e/o soluzioni.

Va poi evitata l’inattività e “il vuoto”: spesso il problema delle feste natalizie è che si è più liberi di impegni ma anche più soli. Bisogna perciò organizzarsi per tempo, programmando delle attività per fronteggiare tali situazioni di inattività e solitudine.

Infine è opportuno evitare di sconvolgere troppo ritmi e abitudini: i cambi di orari e i pasti troppo ricchi, molto comuni nelle feste, possono non aiutare la stabilità dell’umore e/o appesantire con mal di testa la fatica emotiva.
Attraverso questi piccoli accorgimenti è possibile rendere la crisi un’opportunità, un punto di svolta per riprendersi in mano la propria vita, per cominciare a riflettere su quali siano le cause della propria sofferenza e attrezzarsi per superarla.

Sognare

Sognare

Ma dove hai la testa?A cosa stai pensando? Frequentemente ci capita di trovarci in una situazione ma di non “esserci”, di pensare ad altro, di essere “con la testa fra le nuvole”, persi nei nostri pensieri.

Talvolta questa nostra sensazione di “perderci” nella realtà circostante per rifugiarci nella fantasia ha il sapore di un “ritrovarsi” a stretto contatto con noi stessi e con il nostro mondo interno. Immagina la situazione: sei a una riunione e incominci a vagheggiare e man mano ti allontani con la mente ed ecco che la fatidica frase ti riporta alla realtà. Ma dov’eri con la mente? Oppure poco prima di addormentarti vivi una situazione verosimile alla tua vita reale, che ti aiuta a trovare la soluzione di una situazione difficile …

Ma cosa ci accade e come avvengono i sogni ad occhi aperti?

Ancora una volta ci viene in soccorso Freud, che definisce i sogni ad occhi aperti come dei prodotti della fantasia, nei quali “non c’è alcuna esperienza, alcuna allucinazione, bensì la rappresentazione di qualcosa”. Spesso infatti quanto più siamo insoddisfatti e la realtà ci spinge alla moderazione, tanto più immaginiamo situazioni ambiziose e/o erotiche, difficilmente realizzabili in quel momento.

Come i sogni notturni, i sogni ad occhi aperti sono basati su un desiderio inappagato, tuttavia c’è una differenza fondamentale: avvengono quando siamo svegli e la coscienza è vigile, hanno perciò la capacità di rendere palese un desiderio che altrimenti rimarrebbe represso. Avvenendo di giorno, quando siamo svegli, li ricordiamo, facciamo collegamenti … ed ecco che ci sembra che situazioni immaginarie possano diventare realizzabili.

Ciò è dimostrato dal fatto che molti artisti, come scrittori, compositori o registi riferiscono che lo sviluppo di idee o soluzioni è avvenuto proprio mentre stavano sognando ad occhi aperti. Del resto il prototipo dello scienziato “con la testa fra le nuvole” si basa proprio sul fatto che molte idee e teorie si sono sviluppate grazie alle connessioni fantastiche realizzate dallo scienziato nel corso dei suoi sogni ad occhi aperti.

Essi infatti sono per Freud “il materiale grezzo”della produzione artistica e della creatività, poiché l’artista rimodella, trasferisce, omette, crea delle situazioni che poi riproduce nella sua produzione artistica.

Ma chi sono i maggiori sognatori?

Tutti facciamo day-dreams, tuttavia bambini e adolescenti sognano di più, e il massimo si ha tra i giovani adulti tra i 15 e i 30 anni che, magari prima di addormentarsi, riescono a scaricare le tensioni e ad immaginare situazioni alternative. Mario Farnè dell’Università di Bologna scrive infatti che “dedicandoci a questa operazione mentale alleggeriamo le tensioni interne e riusciamo, in seguito, a mantenere più a lungo l’attenzione e la concentrazione, ritardando la noia e la stanchezza; siamo inoltre più rilassati, più indipendenti e meno portati ad avere disturbi del comportamento.

La capacità di fantasticare consente di mettere alla prova, sia pure mentalmente, la risoluzione dei problemi, risparmiandoci tentativi ed errori e perdite di tempo. Possiamo fare progetti e prevederne le conseguenze. In breve, il vivere con la fantasia nel passato e nel futuro ci libera, fino a un certo punto, dalle influenze del presente.

Di contro, alcune ricerche provano che le persone incapaci di fantasticare possono dedicarsi a eccessi alimentari, all’ alcol, alla droga e ad atti di violenza; in fin dei conti, come aveva già sostenuto Freud, chi scarica gli impulsi aggressivi con la fantasia è difficile che si comporti aggressivamente”.

Ma cosa sogniamo quando siamo “con la testa fra le nuvole”?

Eric Klinger dell’Università del Minnesota afferma che, poiché i sogni ad occhi aperti riguardano i nostri obiettivi personali, i sogni sono differenti tra persona e persona. Esistono tuttavia delle differenze nelle “trame” dei sogni agli occhi aperti degli uomini e delle donne.

Gli uomini, fondandosi sulla necessità di avere il controllo e superare le frustrazioni quotidiane, immaginano più spesso di essere potenti e quindi sognano di diventare ricchi e famosi.

Le donne, sempre prese tra sensi di colpa e necessità di perdono, spesso immaginano di essere incomprese e fraintese per cui nei loro day-dreams vagheggiano situazioni in cui gli altri riconoscano il loro valore.

Se i temi dei sogni ad occhi aperti sono differenti, cosa succede nel nostro cervello durante i day-dreams? Semplice: l’attivazione delle aree cerebrale sarà diversa in relazione ai “sensi” attivati dalla nostra fantasia. Se, per esempio, immaginiamo di muoverci o di camminare si attiveranno le regioni cerebrali connesse e, per il nostro cervello, è come se quel movimento lo stessimo effettivamente compiendo. Analogamente se “vediamo” qualcosa con la nostra immaginazione, si attiveranno le stesse aree della corteccia cerebrale visiva che si attiverebbero se lo avessimo davvero davanti agli occhi.

In conclusione, i sogni ad occhi aperti migliorano la vita in quanto, attraverso la fantasia, ci permettono di rielaborare le informazioni che riguardano ciò che siamo e ciò che abbiamo vissuto, attivando le aree cerebrali coinvolte con la memoria. Fantasticando superiamo i limiti della realtà e del controllo cosciente, lasciando che il pensiero vaghi libero. L’insoddisfazione e il desiderio di cambiare le cose spesso generano tale processo, e la fantasia ci offre la possibilità di evadere da una realtà che a volte ci sta troppo stretta.

Adda Passà 'a nuttata

Adda Passà 'a nuttata

Adda passà ‘a nuttata” ritorna nelle vie napoletane con il progetto “Adotta una strada”. Domenica 06 dicembre dalle ore 11.30 alle ore 13.00, i volontari dell’associazione saranno a Viale dei Pini, strada situata nella zona ospedaliera di Napoli da tempo abbandonata al suo destino di incuria. La via sarà finalmente resa accogliente: sarà continuamente pulita ed inoltre verranno anche adottate delle aiuole, seminando delle nuove piantine.

Tra i volontari che parteciperanno alla ripulita del viale ci saranno molti disoccupati, per i quali è previsto un rimborso spese per un lavoro che non si fermerà alla sola giornata di domenica ma continuerà nel tempo a venire. Per tale motivo saranno raccolte delle donazioni spontane e sarà fatto firmare un documento nel quale si garantirà l’impegno nel mantenerla nel decoro e pulizia previsto dal progetto.

Proprio nello spirito ottimistico del loro nome, Addà passà a nuttat”, Davide D’ Errico e il gruppo di giovani che collabora con lui si sono impegnati da subito nell’iniziativa “Adotta una strada”. La delibera di giunta numero 671 è stata approvata il 18 settembre 2014, per la riqualificazione, l’affidamento e la cura degli spazi urbani del Comune di Napoli.

Lo scopo dell’organizzazione è proprio quello di lanciare iniziative per il miglioramento della città e mirate alla denuncia dei disservizi pubblici. Ed è proprio dove non arrivano le istituzioni che arrivano i cittadini. Questo è quello che insegnano i ragazzi di “Adda passà ‘a nuttata”.

Tra le operazioni significative, certamente possiamo ricordare ciò che hanno fatto a Piazza Nazionale. L’intero spazio ha ripreso vita grazie anche all’appoggio economico da parte dell’amministrazione comunale. I soldi utilizzati da De Magistris sono stati quelli sequestrati ai posteggiatori: un forte segnale che dimostra quanto sia importante lottare contro l’ illegalità diffusa che blocca la produzione di ricchezze e servizi della comunità.

Le iniziative di “Adda passà ‘a nuttata” spaziano dall’ ambito sociale a quelle di volontariato. Grazie alle loro idee di coinvolgimento i ragazzi stanno ottenendo degli ottimi risultati. L’ intento è quello di far crescere dentro ogni singolo napoletano il senso di collettività che spesso viene sovrastato dalla solita mentalità del “il problema non riguarda me!”.

L’associazione rincuora e regala un filo di speranza che si basa sulla concretezza delle azioni da parte di gente qualunque. Gesti reali che smuovono il motore sociale napoletano, dimostrando che l’occasione di riscatto appartiene anche e soprattutto ai napoletani.

Sogni

Sogni

Quante volte ti sarà capitato di sognare di volare, planare spazi infiniti guardandoli dall’alto e poi questa meravigliosa sensazione si sia trasformata nell’incubo di precipitare…

Quante volte ti sarà capitato di essere inseguito e in questa folle corsa ti sia perso, senza sapere dove ti trovi o dove andare e poi … improvvisamente, riesci a trovare la via giusta, quella che stavi cercando! E da incubo che era il tuo sogno si sia poi trasformata in fantastica avventura?

Quando ci addormentiamo perdiamo il contatto con il mondo esterno e diventiamo spettatori di un film tridimensionale, nel quale possiamo essere protagonisti o spettatori, ma comunque viviamo un’esperienza sensoriale concreta: noi siamo lì! In quel luogo, in quel tempo! Viviamo esperienze fantastiche a forte impatto emotivo e ciò avviene sia se al risveglio ricordiamo il contenuto del nostro sogno, sia se il ricordo di tutto questo è fuggito via, sia andato irrimediabilmente perso.

Ma come si sviluppano i sogni?

Due ricercatori svizzeri una decina di anni fa hanno individuato quella che potremmo definire la “fabbrica dei sogni”. Mentre studiavano una paziente colpita da una lesione cerebrale hanno effettuato una ricerca, poi pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica “Annals of Neurology”, hanno localizzato l’area preposta alla produzione onirica: una zona della corteccia cerebrale, posta in profondità dietro le orecchie, che controlla le funzioni visive: non a caso i sogni hanno sempre una forma “visiva”.

Ma che funzione hanno i sogni? Qual è il loro significato?

Facendo un rapidissimo excursus vediamo che, nel corso della storia, il sogno ha sempre rivestito un ruolo di primissimo piano. Nell’antichità si riteneva che, se ben interpretati, i sogni fossero fonte di verità sicure, in relazione anche a predizioni per il futuro.

Nel “Talmud” ebraico, Ismaele, con sorprendente intuito, pensava che i sogni provenissero dall’intimità e simbolicamente esprimessero aspetti della vita del sognatore.

Nell’antica Grecia nasceva l’Onirocritica, cioè la scienza che interpretava i sogni.

Nella cultura occidentale moderna il testo fondamentale è il celeberrimo “L’interpretazione dei sogni”di Sigmund Freud, nel quale egli sostiene che i sogni rappresentino la via privilegiata per raggiungere l’inconscio. Il sogno, egli dice, presenta un contenuto manifesto (come si ricorda e come viene raccontato) e un contenuto latente (il significato reale e profondo, con tendenze e pensieri inconsci che lo hanno prodotto). Attraverso l’analisi dei sogni sensati Freud cerca di chiarire aspetti dei sogni insensati. In essi si ritrovano “ripetizioni di avvenimenti della vita quotidiana o di riferimenti ad essa”.

La funzione del sogno in sintesi può essere definita come l’autarchia del soggetto che, in piena autonomia si ripiega in se stesso, con buona pace della contrapposizione tra mondo soggettivo e oggettivo. Il dormire e il sognare si configurano pertanto come il luogo privilegiato per l’osservazione della coscienza e del suo modularsi.

Mentre dormiamo, infatti, attraverso il sogno, possiamo “vedere la coscienza attraversare differenti livelli di esperienza”.

Ma qual è il significato dei sogni più frequenti? C’è una corrispondenza certa tra il sogno e il suo significato?

Sarebbe bello, ma non è così semplice! Infatti non è possibile tradurre meccanicamente i sogni in un significato utile per la vita di tutti i giorni, perché i simboli contenuti nel sogno sono molto soggettivi e legati al sognatore: il sogno è collegato a eventi di vita reale che lo assillano e proprio per questo motivo non è possibile giungere ad un’interpretazione univoca, valida per tutti.

Le preoccupazioni quotidiane e il proprio modo di essere, infatti, si condensano nei simboli onirici dando luogo al sogno, che è soggettivo e specifico di quella persona in quel momento particolare della propria vita. Con molta cautela possiamo tuttavia riflettere sul significato di alcuni sogni frequenti.

Ad esempio sognare di salire una scala può significare che ci si sta muovendo verso alcuni obiettivi ben definiti, mentre sognare di scenderla può essere legato a difficoltà. O ancora sognare di volare da una parte può significare desiderio di libertà, superamento di ostacoli e paure ma, d’altra parte può avere anche il significato di fuga dalla realtà.

Freud collegava il sogno del volo all’eccitazione sessuale, connettendo l’esperienza del volo ad un frequente vissuto infantile: quando i genitori prendono in braccio il proprio figlio, facendolo “volare”. Ciò diverte molto il piccolo e il ripetersi di tale esperienza piacevole in sogno può essere legato al piacere e all’eccitazione.

Ma è possibile interpretare i propri sogni?

Ancora Freud ci avverte che il sogno, come i sintomi e gli atti mancati, condensano un significato simbolico che diventa, per questo, incomprensibile. E proprio sullo svelamento dei significati simbolici si fonda la psicanalisi…Tuttavia, procedendo con molta cautela, lo psicoterapeuta Adriano Stefani suggerisce che “interpretare i propri sogni è come suonare il violino: è possibile imparare, ma occorre padroneggiare un po’ di teoria musicale, conoscere i principi tecnico-pratici per produrre i suoni adeguati e, naturalmente, molta pratica!”

A tale scopo offre dei suggerimenti su come tenere un diario dei propri sogni e su come migliorarne il ricordo.
Per concludere una curiosità: il (tanto caro a noi napoletani) termine “smorfia”, sembra essere legato al nome di Morfeo, il dio del sonno nell’antica Grecia. La smorfia è detta anche cabala (Qabbalah in ebraico), per la quale a ogni lettera, parola, nome, oggetto o segno corrispondono sempre dei numeri … da giocare al lotto.

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“Napoli non sta mai ferma, nemmeno quando provano a immobilizzarla; è come un bambino iperattivo che in un modo o nell’altro adda sfugà.”
— F. Maneli

 

 

 

 

 

 

imageVieni a vedere cosa succede qui,
vieni a sporcarti con l’allegria di chi ancora spera, scherza, sorride, dona; vieni a scoprire cosa si nasconde dietro quel muro di cattiveria che hanno costruito tra noi e voi, vieni a provare i nostri cibi, l’amore che ci mettiamo nel prepararli, vieni a cantare per la strada le canzoni che ci hanno portato in giro per il mondo, vieni a conoscerci, magari ti sbagli.
Vieni, e poi parli. image

NapoletanaMente

NapoletanaMente

Come i treni in partenza dalla rinnovata stazione di Pietrarsa, da questa settimana, con uscite quindicinali, Veuviolive.it ospita un nuovo spazio di riflessione e approfondimento culturale, attraversato dal fil-rouge di una lettura attenta a “le monde psy” in tutte le sue sfaccettature.

Cosa c’entrano i treni con una rubrica che si propone di dare una lettura psicologica degli eventi? C’entrano eccome, se consideriamo la stazione come una sosta, un luogo di passaggio tra un prima e un dopo. E cosa è la riflessione se non una sosta, un fermarsi per riorganizzare le proprie credenze, per ripartire in maniera rinnovata?

Inoltre, la riapertura della restaurata Pietrarsa connette, nel presente, il passato e il futuro (altro tema caro a noi psicologi), in quanto da un lato rafforza il senso di appartenenza e identità ad un territorio amaro e meraviglioso, troppo spesso bistrattato, dall’altro permette di investire sul futuro e di «lavorare sulle potenzialità del Sud».
L’intento è quello di riflettere sui tanti aspetti della nostra vita, adottando una lettura non basata sul buon senso ma mettendo “le lenti” psicologiche.

Si parlerà quindi di aspetti della vita reale, giacché spesso si sente l’esigenza di avere un parere specialistico su varie tematiche ma non si sa a chi rivolgersi. Ciò accade frequentemente non solo se si ha un problema specifico ma anche se si vuole conoscere qualcosa in più su tematiche di pubblica opinione: si pensi ai vari episodi di cronaca riportati quotidianamente dalla stampa. Le tematiche trattate saranno varie e sempre diverse tra loro, legate agli aspetti ma anche alle difficoltà che ciascuno può incontrare nella vita quotidiana: la violenza sulle donne, i disagi personali, i problemi di coppia, i sogni (anche ad occhi aperti), le problematiche psicologiche nella scuola, l’inclusione delle diversità, le problematiche familiari e sociali.

L’obiettivo di NapoletanaMente non sarà però quello difornire risposte risolutive e/o esaustive alle diverse tematiche proposte ma stimolare i lettori a porsi nuove domande con spirito critico ed esplorativo, creando uno spazio di riflessione libero dai luoghi comuni e dai pregiudizi.

Partiamo, quindi, come i treni di Pietrarsa, con questa rubrica di psicologia (ma non solo), nella quale si discuteranno temi di attualità in relazione alla società italiana (napoletana in primis) e al dibattito che la anima, cercando di tratteggiare un quadro “impressionistico”, focalizzando di volta in volta i temi più significativi di questo mondo variegato. Non mi resta altro che augurarvi buona lettura, nella speranza di “centrare” gli argomenti di maggiore interesse.

I sogni

Piazza Nazionale

Piazza Nazionale

Saranno i bambini provenienti da diverse scuole napoletane ad abbattere simbolicamente il muro dell’illegalità costruito con dei cartoni. Seguirà il taglio del nastro con l’affissione di una targa ad opera del comune di Napoli alle 12 di venerdì 6 novembre a Piazza Nazionale.

I ragazzi dell’associazione Adda Passà ‘a nuttata, nei giorni scorsi impegnati a ripulire il Rione Sanità, hanno sostenuto in prima persona l’iniziativa con la quale sono state installate delle giostrine per bambini sia per normodotati che per disabili, ed altre strutture affini.

Piazza Nazionale 2

La piazza assume un volto nuovo grazie ai soldi prelevati dalle tasche dei parcheggiatori abusivi operanti a Napoli. 50000 euro, di cui gran parte spesi a Piazza Nazionale, sono stati messi a disposizione dall’amministrazione comunale per portare a termine il progetto ideato dall’associazione.

I quattrini spesi sono simbolicamente quelli che il comune ha versato al Ministero degli Interni sequestrandoli ai posteggiatori. Dunque una cifra uscita dalla disponibilità del sindaco De Magistris che ha comunque voluto destinarli al progetto, dimostrando simbolicamente quanto la lotta alla illegalità diffusa possa produrre ricchezza e servizi per l’intera comunità. Venerdì lo stesso sindaco di Napoli sarà presente all’inugurazione partecipando attivamente al flash mob “Ci rompi le scatole?“.

Napoli può, Napoli rinasce con azioni messe in piedi da associazioni costuite da ragazzi con facce pulite ed oneste, con tanta voglia di abbattere quei muri che troppo spesso dividono i napoletani da onesti in disonesti.

Adda Passà 'a Nuttata
Adda Passà 'a Nuttata
Foto pagina facebook associazione Adda passà ‘a Nuttata

Non definitelo “quartiere della paura“, come molti pensano e dicono. Il Rione Sanità è vivo e mostra la forza di chi non vuole arrendersi alla malavita e all’incuria della politica. Lì dove è stato assassinato il giovane Genny Cesarano, è stato ritrovato un pezzo di un acquedotto augusteo in perfette condizioni.

Ieri, l’associazione no profit “Adda passà ‘a Nuttata“, si è resa protagonosta di un social flah mob, nel quale si sono visti impegnati anche dei bambini intenti a ripulire il rione. Armati di scope, hanno completamente “lucidato” i vicoli e le strade. A partecipare tanti cittadini e commercianti della zona.

Giovani e tanti volontari per riprendersi il futuro della città. Un quartiere dove si respira cultura ma da anni non curato e troppo spesso sbattuto in prima pagina per i fatti di cronaca nera. Un’azione che dovrebbe ripetersi prossimamente.

gennaro cesarano

gennaro cesaranoQualcuno ha detto che se succede è destino. Non convinciamoci di questo. È solo una bugia che mira a farci credere che non esiste un colpevole da combattere, né una ragione a ciò che ci accade. A 17 anni hai ancora troppe cose da fare: esperienze, viaggi, partite a calcetto con gli amici, errori. E nessuno — nessuno — può arrogarsi il diritto di decidere che il tempo è scaduto e che i tuoi miseri 17 anni sono troppi. Eppure è quello che è successo a Gennarino, qualche giorno fa; una domenica che avrebbe dovuto profumare di sugo e pasticcini, si è trasformata nell’odore insopportabile del sangue umano.
Un diavolo (perché così va definito) quella domenica si è permesso di farsi padrone della vita di Gennarino, scegliendo di fare morire con lui tutti i sogni, i pensieri, i sentimenti, i legami affettivi, i ricordi che aveva costruito nel tempo e il futuro che l’attendeva. È inconcepibile. Cos’è diventato l’uomo? Carnefice, assassino; diavolo. Per soldi, per orgoglio, per rancore, per sete di vendetta o di potere, per crudeltà. Mettere a tacere la vita di una persona con una facilità estrema, renderla inesistente, non è questione di destino e spesso nemmeno questione di caso: è questione di scelta, la scelta di bestie disumane che milioni di persone — tra cui Gennaro — sono costrette a pagare con la morte!

 

Il tuo ricordo resterà per sempre nel cuore di chi ti ha amato, ciao Gennarì.

Piazza Garibaldi

Piazza Garibaldi e l’adiacente Corso Garibaldi, sono zone nevralgiche per Napoli: la stazione Centrale, la Metro appena terminata rendono la piazza e le strade che da essa si diramano le arterie del turismo e del traffico dell’intera città. Tuttavia sembra che i napoletani stiano lentamente riscoprendo la propria cultura, la propria storia e le eccellenze del Regno ricco e florido che fu cancellato dall’occupazione di Garibaldi e, di conseguenza, questo nome inizia a diventare fuori luogo e senza senso.

corso ferdinando II

Nessuna Pubblica Amministrazione cancellerebbe mai il nome di Garibaldi da strade e statue e, da un punto di vista logistico, non avrebbe nemmeno senso, ma ai napoletani più consapevoli non è mai andato a genio che una delle zone più importanti della città fosse intitolata a chi l’ha portata alla rovina e all’occupazione.

Così, nel cuore della notte, alcuni attivisti, che si sono firmati sull’opera come “Napoli N azione”, hanno ricoperto le targhe di Corso Garibaldi e Piazza Garibaldi con nuove targhe di marmo con incisi nomi che, immediatamente, portano l’attenzione sul compianto Regno di Napoli. La piazza è stata ribattezzata “Piazza Della Ferrovia”, in ricordo del fatto che la prima ferrovia d’Italia fu creata dai Borbone, mentre il corso adesso è intitolato a Ferdinando II Re di Napoli.

piazza della ferrovia

Certo è una bravata, un atto insensato, ma ben rappresenta il pensiero e le speranze dei napoletani che conservano ancora, fieri e nostalgici, la consapevolezza di essere eredi di un regno grande, prestigioso ed avanzato, distrutto dalle armi e dalla politica.

Photo: Federica Maneli
Photo: Federica Maneli

Mi sono innamorata di te per la millesima volta, ancor più di prima, lasciandoti il cuore nei vicoli, nella metropolitana, nei sorrisi della gente che ti fa sentire a casa, nei ragazzi che per strada cercano di venderti un accendino ma prima ti chiedono come stai, come ti chiami, di dove sei e che ci fai a Napoli, finendo per star lì a parlare mezz’ora dimenticandosi il resto. Mi sono innamorata di te per la millesima volta, ancor più di prima, lasciandoti il cuore a Mergellina che ti zittisce con la sua bellezza e ti scava un buco nel cuore quando si illumina di notte; a Piazza Garibaldi, deserta e triste dopo le 22:00 ma caotica e frizzante di giorno; al Rione Sanità dove è sempre domenica, a Piazza Bellini movimentata ogni sera, a Piazza Fuga e sulla rispettiva funicolareMi sono innamorata di te per la millesima volta, ancor più di prima, lasciandoti il cuore nei babbà, nelle sfogliatellecavr cavr”, e nella pizza “ca’ pummarola ‘ncoppa”, senza dimenticare ‘o cafè che a Napoli ha il sapore di tutta la città. E anche se adesso sono dovuta andar via, un giorno tornerò e ti prometto che mi innamorerò di te, per la millesima volta , ancor più di prima, lasciandoti il cuore. 

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Come li definireste voi? Malfamati? Poveri? Disastrati? Spesso questi aggettivi accompagnano quartieri come Scampia, Secondigliano, Poggioreale, Quartieri Spagnoli e via dicendo. Nessuno — più di chi ci vive — può dirci effettivamente come stanno le cose, per questo ho deciso di passare la parola alla gente del posto. Quello che ho ascoltato non vi nego che è stato commovente quanto doloroso. In questo breve articolo ci concentreremo su Secondigliano e Scampia grazie alle voci di persone comuni che in silenzio fanno la storia.

“Io abitavo a Scampia, dal balcone di casa vedevo la gente spacciare, ma i miei genitori hanno sempre cercato di non farci frequentare cattive compagnie che potessero portarci sulla cattiva strada.. È vero, ci sono cose positive e negative, ma ora che sono lontana capisco e noto le cose belle che prima non vedevo o davo per scontato, tipo la voce degli ambulanti la mattina, quello che ti porta il cornetto caldo a casa, i panieri che salgono e scendono, il mercato e la sua vivacità.. Ricordo ancora il parco di Scampia dove ho dato il mio primo bacio. Mi manca e mi mancano anche i napoletani.. Qui al nord dove mi sono dovuta trasferire litigo e difendo a spada tratta la mia città, ma ogni volta che scendo il degrado lo vedo e percepisco anche di più. E il cuore credimi che sanguina. Ogni volta che torno al nord piango per due motivi: Primo perché vado via, secondo perché so che è meglio andare via. Capisci che intendo?”. Simona

“Io ci ho vissuto bene, è vero, giravano persone non tranquille, droga e delinquenza, ma non si stava così male come descrivono gli altri. Comunque sono dovuta partire, avevo già un bambino e mio marito non riusciva a trovare lavoro, quindi avevo paura che si potesse immischiare in un brutto giro.. Però sai, mi manca tanto Scampia e non vedo l’ora di tornare, anche solo per qualche giorno…. Ho bisogno di rivedere il posto in cui sono cresciuta”. Giovanna

“Secondigliano è un quartiere dimenticato da tutti, un quartiere composto da ragazzini che crescono con l’idea che è più importante comprare le Adidas che conservare i soldi per le cose importanti, anche chi le Adidas non può comprarle pensa così, pensa che sono meglio le Adidas che il piatto a tavola. Secondigliano è una terra bruciata, calpestata da tutti, anche da chi, come me, ci vive e si distingue dalle persone che la rovinano comportandosi in un certo modo. La calpestiamo tutti e sbagliamo, dovremmo aiutarla, dovremmo fare qualcosa. Io ci vivo e penso costantemente che sarebbe meglio vivere altrove che qui”. Sabrina

“Quando mi sono trasferito a Scampia avevo 5 anni. Il 90% degli abitanti è fatto di brave persone. Anche nelle vele, di cui si parla tanto, c’erano e ci sono famiglie che lavorano onestamente e che non fanno male a nessuno, quindi non credo sia giusto denigrare questo posto e fare di tutta l’erba un fascio. Sono davvero arrabbiato con lo Stato, perché è colpa di quest’ultimo se Scampia è diventata quello che è, se ne frega di noi come se non valessimo nulla. Quel poco che c’è adesso è solo grazie alla gente del posto. Scampia è viva e la gente che ci abita vuole vivere, amare, essere felice ed avere la possibilità di dare un futuro ai propri figli senza bisogno di dover lasciare la propria città che tanto ama”. Francesco

Tra le tante problematiche di un quartiere abbandonato a se stesso, risplendono spiragli di luce. Riuscite a percepire l’amarezza di chi ha dovuto trasferirsi altrove per avere un lavoro dignitoso? Riuscite a immaginare la frustrazione di chi nasce credendo di non avere una speranza, di non aver diritto a realizzare i propri sogni e dare forma alle proprie passioni? Riuscite a capire la gente che lotta giorno dopo giorno con onestà ed è spinta — da una società perversa — a convincersi di essere il marcio della popolazione? Vivere in contesti del genere non è sicuramente facile, e determinate situazioni incidono profondamente sulla psiche. Può essere deprimente, è vero, ma dalla voce dei napoletani traspare la voglia di riscattarsi e far rinascere la loro terra. In effetti molti di loro si trovano davanti a un bivio: lasciarsi trascinare da un’ambiente frustrante e corrotto o cercare a tutti costi di vincerla questa battaglia, sì, perché è possibile vincerla, ed è quello che  hanno fatto tre ragazzi, che vi presento attraverso delle mini interviste.

Il primo, Salvatore Dima, è un giovane ragazzo di 24 anni. Oltre ad essere una persona semplice e buona, è un vero e proprio talento della breakdance.

Salvatore, tu sei di Secondigliano, mi vuoi dire com’è vivere lì?

“Secondigliano non è un quartiere facile, qui veramente si vive con poco nel senso che c’è molto l’arte dell’arrangiarsi”.

Molti dicono che lì i ragazzi sono persi, è vero?

“Molti vivono situazioni davvero brutte e si ritrovano a crescere per strada con amici buoni o sbagliati, ed è davvero facile farsi trascinare da quelli sbagliati nel fare cose come rubare. Sei un ragazzo, non capisci, vuoi le scarpe belle, i soldi in tasca..”

Secondo te cosa potrebbe aiutare questi giovani?

“Credo che l’arte possa salvarli. Io fortunatamente ho preso la strada della danza e questa mia passione mi ha distratto dalle cose “sporche” di questo quartiere”.

Centro direzionale Mammut

C’è un posto in particolare, un “rifugio” dove vi ritrovate voi ragazzi?

“Beh sì, il Centro Territoriale Mammut che si trova a Scampia, dove si svolgono tante attività. I ragazzi che vengono ci vedono ballare, è bello potergli insegnare qualcosa. Vedo molti ragazzi più piccoli di me che abitano proprio nelle vele di Scampia dove c’è molto spaccio, eppure loro sono lì che vogliono fare qualcosa di buono”.

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Salvatore ama davvero la sua terra, non solo a parole. Queste foto sono cariche di sogni, voglia di vivere, determinazione. Per fortuna c’è chi – come Salvatore – cerca di sfondare il vetro sotto il quale si sente rinchiuso, a costo i farsi male, aiutando anche gli altri senza rinunciare ad un sorriso.

 

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Ed è qui che entra in gioco il prossimo ragazzo, Enzo, che si racconta a noi senza veli.

Enzo dove sei nato e quali difficoltà hai incontrato?

Io sono nato nel Rione Don Guanella che è situato proprio nel bel mezzo di Scampia, Secondigliano e Piscinola e cioè nell’ “Hinterland” di Napoli. Difficoltà ce ne sono state, ricordo che una volta all’asilo un amico ci portò dei passamontagna, un altro i coltelli per dei giochi che in realtà non lo erano affatto. Conoscevo tanti ragazzini già amanti del crimine, bulli e futuri guappi del mio quartiere, e per un periodo diciamo che ho frequentato le amicizie sbagliate. A 16 anni ho perso uno dei miei migliori amici, morto per overdose, in un’età in cui si dovrebbe giocare alla play station o pensare ai primi appuntamenti con una ragazza”.

È vero che chi nasce in determinati quartieri napoletani è “marchiato”?

“Sì, le persone ci giudicano per la nostra provenienza, per esempio — sempre da bambino — andavo a casa di un amico che abitava al Vomero, succedeva che la madre di questo ragazzo mi lasciava per ore ad aspettarlo sotto la palazzina solo perchè non voleva che il figlio frequentasse me o altri amici che venivano da secondigliano, e questa cosa infatti mi ha segnato molto. Non capiscono che non c’è solo del marcio nelle mie zone.. Innanzi tutto ci sono persone che lottano costantemente ogni giorno per migliorare quello che ormai tutto il resto della società si rifiuta di fare”.

Tu fai rap giusto? Come hai iniziato?

“Ho iniziato a scrivere i primi testi credo a 13 anni, sentivo il bisogno di farlo. Dai tetti dei nostri palazzi si può vedere tutta la periferia, mi piaceva (e mi piace) andarci per pensare e concentrarmi sulla musica. Ognuno di noi ha una guerra dentro e quindi ho iniziato con l’esporre la mia rabbia e le mie frustrazioni attraverso la il rap. Finalmente proprio un anno fa, sono entrato a far parte della “RC Music”, etichetta di Rosario D-Ross Castagnola e diciamo che con loro ho trovato una seconda famiglia. Ho avuto il piacere e l’onore di collaborare con Franco Ricciardi che è uno dei punti di riferimento per i ragazzi del mio rione, lui cantava ” Un, Sei ,Sette chest è a 167, Sei, Sett e Ott po succerer o 48″ che divenne proprio l’inno dei miei quartieri, e con lui abbiamo messo su il remake di “Prumesse Mancate“. Ora sono al lavoro per il mio progetto d’esordio e presto uscirà il nuovo singolo ufficiale sul mio canale YouTube intitolato “Che Guard A Fà” (Che guardi a fare?) non vedo l’ora. Senza il mio quartiere non so se avrei mai scritto una canzone, quindi posso dire che in parte è stato positivo crescere e vivere da queste parti, e proprio da questo nasce l’ispirazione per il mio nome d’ arte “EnzoDong”, dove “Dong”sta sia per Don Guanella e nell’acronimo D.O.N.G. Dove Ognuno Nasce Giudicato”.

Molti ragazzi al giorno d’oggi hanno smesso di sognare. Tu ce l’hai un sogno?

“Il mio sogno è quello di fare della mia musica la mia salvezza, e magari anche quella degli altri. Non tutti hanno dei punti di riferimento nella propria vita e spero che io possa esserlo per qualche giovane del mio quartiere”.

 

Passiamo a Davide Buongiovanni 20 anni, nato e cresciuto a Scampia ma trasferitosi fuori da poco per lavoro.

Davide, cosa significa appartenere a  Scampia?

“Essere di Scampia significa essere vittima di luoghi comuni e stereotipi derivanti dall’ignoranza, dalla mancanza d’informazione e dai media che mettono in risalto solo la parte negativa di un quartiere difficile come il mio. Tutti mi chiedono ‘Ma non hai paura quando esci di casa?‘..  Mi rendo conto che le persone hanno una visione distorta di Scampia, non è invivibile come pensano. Per esempio qui non esistono rapine o estorsioni perché questo disturberebbe le attività illecite della camorra, che non vuole impicci tra i piedi. Un’altra cosa che molti non sanno è che Scampia è il quartiere con il maggior percentuale di verde, cosa bellissima”.

Se potessi rinascere e scegliere dove crescere, che posto sceglieresti? 

“Senza ombra di dubbio sceglierei di rinascere a Scampia. Avere a che fare con realtà ben diverse da quelle comuni mi ha reso più sveglio e più maturo, poi crescere lì è stata anche una soddisfazione in quanto non ho avuto gli strumenti e i mezzi che hanno avuto altri, cresciuti in altre zone, quindi venire dal basso e poi arrivare in alto (formarmi, intraprendere una carriera scolastica, avere soddisfazione lavorative)  mi appaga totalmente. In tutto ciò devo ringraziare la mia famiglia per i valori che hanno trasmesso a me e ai miei fratelli, tra cui uno ingegnere e l’altro poliziotto. Noi, come tanti altri ragazzi di lì, siamo la dimostrazione che c’è del buono a Scampia, anche se non se ne parla”.

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Queste zone sono ormai diventate sinonimo di camorra, degrado e droga. Spesso si discute se sia giusto o meno sottolineare queste caratteristiche attraverso film, libri e così via. Io credo che parlarne sia giusto, perché per curare una malattia bisogna effettivamente riconoscerne l’esistenza. Ma chiediamoci: mostrare sempre e solo il marcio di queste zone, non demoralizza e debilita psicologicamente chi ci vive? Non porta inconsciamente i suoi abitanti a cedere alla disperazione per una situazione che sembra non risolversi mai?  È un po’ come ricordare ogni giorno ad un malato la sua patologia. Così lo ammazziamo prima del tempo. Sarebbe diverso invece credere in lui, dirgli che, cavolo, ce la può fare con le cure adeguate! Forse questo non lo guarirebbe, è vero, ma l’aiuterebbe a non darsi per vinto. Beh, i quartieri napoletani hanno bisogno di questo, di un sostegno morale, di esser visti non più come un covo di delinquenza ma come dei posti che vogliono risplendere e necessitano dei mezzi necessari per farlo. I talenti, come abbiamo visto, ci sono. Ora più che mai c’è urgente bisogno di una cura concreta da parte di chi ha il potere e il dovere di prendere provvedimenti  

 

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Tra lacrime e sospiri, la rabbia.

L’urlo stanco del quartiere risuona:

c’hanno abbandonato per soldi e disumanità

Scampia trasuda dolore

e dove c’è dolore

c’è poesia.

(Federica Maneli)

Che sei bella con quel trucco leggero leggero
il rossetto accennato appena
che non mi piace e metti lo stesso
perché poi sai che te lo levo a furia di baci
ti bacio tutta
ti strucco tutta
Sei stupenda sotto le mie labbra
hai vergogna a guardarmi negli occhi
‘sta cosa la amo
Nessuna ha mai avuto vergogna di guardarmi
Tu si
Sei vestita da donna
e svestita di malizia
Per questo mi piaci
Credimi
sei suggestiva e complicata
come Napoli
Tu sei la mia Napoli
il mio momento
il mio rimpianto
Scusa
Devo andare.
(Federica Maneli)