La Testa di Cavallo, capolavoro di Donatello che abbelliva una ricchissima dimora di Napoli

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Testa di Cavallo, originale in bronzo

Dal 1809 è custodita nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Fu donata dai principi di Colubrano che sostituirono l’originale con una copia in terracotta restaurata nel Novembre del 2015. La più celebre Testa di Cavallo esistente è stata per diversi secoli esposta nel cortile di Palazzo Carafa situato in via San Biagio de’ Librai. Per la prima volta si parla di questa opera di bronzo in una lettera che il conte di Maddaloni, Diomede Carafa, scrisse nel 1471 a Lorenzo il Magnifico per ringraziarlo del dono. Carafa era uno degli uomini di fiducia di Alfonso I d’Aragona. Uomo di cultura e politica, il conte, nel 1466 fece costruire uno dei palazzi più sontuosi del Rinascimento napoletano, al quale diede il suo nome. E fu proprio all’interno e all’esterno di questo edificio che il nobiluomo raccolse importanti cimeli e opere d’arte. Dalla fine del Cinquecento fino all’Ottocento la Testa di Cavallo fu ritenuta un pezzo antichissimo, risalente probabilmente al III secolo a. C., realizzato da un autore sconosciuto.

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Testa di Cavallo in terracotta

Solo agli inizi del duemila lo studioso Vincenzo Caglioti ricostruì la storia dell’opera equina attribuendola al grande Donatello. Molto probabilmente la Testa fu ordinata da Alfonso V, il re che governò Napoli dal 1442 al 1458, che richiese il monumento rifacendosi a quello che lo stesso Donatello stava realizzando a Padova per il capitano Erasmo da Narni, detto Gattamelata. Il sovrano aragonese voleva situare l’animale di bronzo al centro dell’arco superiore del portale d’ingresso a Castel Nuovo, in realizzazione in quegli stessi anni. Alfonso V riuscì a contattare l’artista fiorentino grazie al mercante Bartolomeo Serragli che attraverso un uomo di fiducia strinse un accordo con Donatello. Il lavoro per realizzare la Testa di Cavallo si protrasse però per diversi anni, tempo durante il quale morirono sia il re aragonese che il mercante. L’opera equina rimase così incompleta anche perché il successore di Alfonso V, Ferrante I, non ebbe il denaro sufficiente per continuare i lavori dell’ingresso del Maschio Angioino e di conseguenza non fu interessato a pagare per un’opera da inserirvi all’ingresso. Il portale fu completato solo nel 1471, anno durante il quale Lorenzo il Magnifico visitò Napoli. Probabilmente il mecenate ed umanista della famiglia de’ Medici tornato a Firenze riuscì a entrare in possesso del lavoro incompiuto di Donatello, e per fare un regalo gradito a Diomede Carafa, fece terminare la Testa di Cavallo. Il conte di Maddaloni decise di tenere il dono per sé, essendo morto il re al quale era particolarmente legato, e pose l’opera all’interno del cortile del proprio palazzo.

La particolarità dell’opera sta nel taglio del collo. Essendo in senso obliquo fa pensare che l’animale sia stato ricavato da un monumento più grande. Inoltre la fattura quasi grezza del lavoro fa presupporre che la Testa equina sia stata realizzata per essere ammirata da lontano e dal basso.

Fonti: Danilo Capone, “Napoli, restaurata la mitica testa di cavallo di palazzo Diomede Carafa”, in Il Mattino, 28 Novembre 2015

Giorgio Vasari, “Le Vite de’ più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri”, Fiorenza, Appresso Lorenzo Torrentino, 1550

“Testa di cavallo di Donatello”, Mediateca di Palazzo Medici Riccardi

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