Giulia Civita Franceschi: la “Montessori” della nave – scuola Caracciolo

Giula Civita Franceschini ed i suoi marinaretti
Giula Civita Franceschi ed i suoi marinaretti

Il diritto all’istruzione, la tutela dei minori e un generale “diritto all’infanzia” non sono sempre stati una realtà scontata e, in molte zone del mondo non lo sono ancora. Dobbiamo considerare che sono traguardi raggiunti, anche nel moderno occidente, soltanto nell’ultimo secolo grazie all’impegno ed alle battaglie di persone coraggiose e pronte a tutto. Una di questi eroi, spesso dimenticati dalla storia, è Giulia Civita Franceschi, conosciuta anche come “la Montessori del mare”. Nacque a Napoli il 16 aprile del 1870, dallo scultore Emilio Franceschi e da Marina Vannini, entrambi trasferitisi da Firenze pochi anni prima. A 19 anni andò in sposa all’avvocato penalista Teodoro Civita, dal quale ebbe, nel 1891, l’unico figlio, Emilio.

In quei tempi, gli scugnizzi di Napoli non erano semplicemente dei bambini vivaci che giocavano per strada e facevano scherzi ai malcapitati, ma una vera e propria piaga sociale: orfani o, comunque, provenienti da famiglie inappetenti, vivevano alla giornata cercando di racimolare il necessario per nutrirsi e sopravvivere. Non andavano a scuola, non lavoravano ne avrebbero mai saputo farlo ed erano praticamente destinati a gonfiare le schiere della malavita. Urgeva un intervento pubblico e l’occasione venne dal mare. La nave “Francesco Caracciolo”, varata come “Brillante” nel 1869, era una corvetta in legno che aveva, ormai, fatto il giro degli oceani. Vecchia ed inutilizzabile dalla marina venne disarmata nel 1904 e donata alla città di Napoli tre anni dopo con un decreto legge del Ministro Pasquale Leonardi Cattolica.

Nave Scuola Caracciolo
Nave Scuola Caracciolo

Si pensò di utilizzarla come punto di aggregazione e scuola per i ragazzi sbandati di Napoli: un sistema di “riciclo” che era già stato usato in alcune città italiane come Genova, dove l’Officina Navale “Garaventa” divenne un riformatorio. Così, nel 1913, la “Caracciolo” divenne una nave-scuola e per dirigerla fu scelta la 43enne Giulia Civita Franceschi, grazie all’influenza di una sua amica d’infanzia, Antonia Nitti e della figlia di Giolitti, allora Presidente del Consiglio. Da quel momento, fino al 1928, la donna divenne un tutt’uno con quei ragazzi disagiati: per loro era una madre, un’insegnante ed un’educatrice. Il sistema da lei utilizzato, ricordato in seguito come “sistema Civita”, servì a reintrodurre nella società oltre 700 giovani che non avrebbero avuto altre prospettive.

L’educatrice riusciva a sviluppare le capacità individuali di ogni suo studente, riuscendo a trovare il ruolo e l’incarico adatto a tutti. Importante fu l’attività di pesca, al punto che nel 1921 la Franceschi istituì una vera e propria “Scuola di Pesca”, la SPEM (Scuola Pescatori e Marinaretti), sui laghi Fusaro e Mare Morto. L’operato sulla “Caracciolo” e il perfetto recupero degli scugnizzi di Napoli valsero alla donna ben due medaglie d’oro conferite dal Ministero dell’Istruzione. Tuttavia, con l’avvento del regime fascista la situazione cambiò radicalmente. Il sistema Civita, basato sulla libertà individuale di ogni giovane e sull’elasticità nell’apprendimento, cozzava con la cultura omologatrice del partito e con la nascente istituzione dei Balilla. Nel 1928 Giulia Civita Franceschi fu sollevata dall’incarico e la nave-scuola venne integrata nell’Opera Nazionale Balilla, per poi essere affondata pochi anni più tardi.

La donna cercò di occuparsi ancora dell’educazione dei più giovani nelle attività parallele che aveva creato al di fuori della “Caracciolo”, ma il regime iniziò una vera e propria campagna contro di lei ed il suo operato, finendo per destituirla da ogni incarico e renderle impossibile qualunque altra attività. Esasperata e delusa, la donna si ritirò a vita privata, occupandosi della famiglia. Morì ad 87 anni, nel 1957, e quattro dei suoi amati “scugnizzi” si offrirono di trasportare la sua bara fino al luogo della sepoltura e moltissimi altri accorsero per dare l’ultimo saluto alla donna che li aveva salvati da miseria e crimine.

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