“Te manno ê Pellerini”: perché si dice così?

 

Chiesa Pellegrini, inglobata ospedale

E’ ormai risaputo che gli abitanti della città di Napoli spiccano di fantasia e creatività. Anche quando si tratta di mandare a quel paese le persone. I modi classici, bene o male, li conosciamo tutti, però esistono dei luoghi specifici dove indirizzare il malcapitato di turno.

Ne è un esempio l’espressione Te manno ê Pellerini. Di facile traduzione, sta ad indicare le intenzioni non propriamente pacifiche del mittente del messaggio. Infatti quando si parla del Pellegrini di Napoli, s’intendere l’Ospedale omonimo. L’intenzione è quindi quella di mandarlo al Pronto Soccorso a suon di percosse.

Entrando nello specifico, l’Ospedale Pellegrini è conosciuto dai suoi cittadini come il Vecchio Pellegrini ed è situato nel centro di Napoli, in via Portamedina alla Pignasecca. Disegnato da Carlo Vanvitelli, fu costruito nel 1578 insieme alla Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini per volere del cavaliere gerosolimitano Fabrizio Pignatelli di Monteleone. Entrambe le strutture furono poste sotto il controllo della Confraternita della Santissima Trinità e ampliate solo nel 1769.

Lo scopo principale dell’istituzione era quello di offrire un luogo di culto e dar assistenza ai fedeli di passaggio in città.
In origine, il pronto soccorso della confraternita offriva esclusivamente cure e medicazioni a seguito di fratture, lesioni violente e scottature. In numero limitato concedeva anche la sepoltura gratuita ai meno abbienti, purchè cattolici e residenti a Napoli.
Nel 1806 i beni della Confraternita furono incamerati dallo Stato che in cambio stanziò i finanziamenti necessari al corretto funzionamento dell’ospedale. Nel 1816 aprì il primo reparto di chirurgia.
Solo dopo la ricostruzione dell’edificio distrutto dalla seconda guerra mondiale, l’Ospedale fu ampliato e furono diversificati i settori clinici. Proprio in quel periodo, il Pellegrini cessò d’essere proprietà della Confraternita per passare nelle mani dello Stato.

Fonti:
– Colella A., Manuale di Napoletanità
– Iannitto M.T., Guida agli archivi per la storia contemporanea regionale: Napoli

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