La storia di Petrosinella: la vera Raperonzolo è napoletana. Ecco il racconto

Nella celebre raccolta di fiabe e leggende popolari “Lo Cunto de li Cunti” scritta in Napoletano da Giambattista Basile, scrittore vissuto a ridosso tra il 1500 e il 1600, viene narrata la singolare storia di Petrosinella, fonte di ispirazione per la narrazione di altri note fiabe come Raperonzolo e Cenerentola, ben più famose al grande pubblico perché oggetto di lungometraggi animati, nonostante siano ispirate ai lavori di Basile.

Anche se non in modo ufficiale, Lo Cunto de li Cunti è conosciuto anche come Pentamerone, alludendo, come il nome stesso suggerisce, al Decameron di Boccaccio.

Definito dalla critica come “il primo e più illustre fra quanti libri di fiabe esistano in una civiltà europea”, “Lo Cunto de li Cunti” si rifà al genere della favolistica italiana ed ognuno dei cinquanta racconti presenta sempre la stessa struttura: conflitto, allontanamento e viaggio, ritorno e cambiamento di status, arricchiti, inoltre, da un proverbio all’inizio e alla fine di ogni storia.

Ma chi era Petrosinella e di che cosa parla il suo racconto?

C’era una volta una donna gravida di nome Pascadozia, che, un giorno, affacciandosi ad una finestra, notò uno splendido giardino colmo di prezzemolo di proprietà di un’orca.

La donna, alla vista di così tanto prezzemolo, fu presa da un irrefrenabile voglia di quella pianta che decise di coglierne una manciata stando ben attenta a non farsi scoprire. Non sapendo resistere alla tentazione, Pascadozia si recò più e più volte nell’orto per prenderne un po’.

Una sfortunata mattina la donna fu colta sul fatto dall’orchessa che, non accettando le sue suppliche e le sue scuse, stabilì il prezzo del furto: il futuro bambino che portava in grembo. Pascadozia, pur di essere libera, accettò la richiesta dell’orca.

Passarono i mesi e la donna mise al mondo una bambina straordinariamente bella con un insolito ciuffo di prezzemolo sul petto. Fu chiamata per questo Petrosinella.

All’età di sette anni la creatura fu mandata a scuola. Ogni giorno però, durante il suo tragitto, la bambina incontrava l’orca che, puntualmente, le ripeteva la solita frase: “Di’ a tua mamma di ricordarsi della promessa!”. Pascadozia, stufa di quella cantilena, disse alla figlia: “Se incontri la solita vecchia e ti chiede di quella maledetta promessa, tu rispondile: Prenditela!”.

Petrosinella, ignara della promessa fatta dalla madre anni prima, rispose così alla donna che, in men che non si dica, la afferrò per i capelli e la rinchiuse in una torre senza porte e senza scale, ma avente solo una finestra, attraverso la quale Petrosinella calava i suoi lunghissimi capelli per far salire e scendere l’orca.

Un giorno, la fanciulla, approfittando dell’assenza dell’orca, si affacciò alla finestrella e caso volle che proprio in quel momento passò di lì il figlio di un principe, e subito fra i due scoccò la scintilla d’amore. Dopo diversi giorni i due decisero di incontrarsi da vicino.

Fu progettato tutto nei minimi dettagli: Petrosinella avrebbe dato un sonnifero all’orca e subito dopo, nel cuore della notte, avrebbe tirato su con i suoi capelli l’amato.

La storia si ripeté per molte volte finché i due non furono notati da una comare dell’orca che le riferì tutto. L’orca, lieta dell’avvertimento ricevuto, aggiunse alla donna pettegola che Petrosinella non sarebbe potuta scappare perché le aveva fatto un incantesimo che le impediva di uscire dalla torre, a meno che non avesse avuto in mano tre ghiande nascoste in una trave della cucina.

Petrosinella, che in quanto a furbizia non era da meno dell’orca, origliò tutta la conversazione e la notte stessa progettò la sua fuga. Mentre però usciva con il suo innamorato fu vista dalla comare la quale, con uno strillo, avvertì l’orca, che prontamente rincorse i giovani.

Petrosinella, non sapendo cosa fare e in preda al panico, gettò a terra una ghianda e d’improvviso comparve un terribile cane che rincorse l’orca, ma ella, immediatamente, gli lanciò una pagnotta di pane e l’animale si calmò. La fanciulla gettò la seconda ghianda e subito apparve un feroce leone. L’orca per sfuggire all’imminente pericolo scorticò la pelle di un asino che pascolava in un prato, se la mise addosso e corse verso il leone per spaventarlo.

Temendo di aver perso di vista i ragazzi, l’orca continuò a correre con indosso la pelle d’asino. Petrosinella senza pensarci due volte le lanciò contro l’ultima ghianda e da questa spuntò un lupo che in un battibaleno inghiottì l’orca pensando fosse un asino. Gli innamorati, finalmente liberi, raggiunsero il regno del principe dove si sposarono.

Come sappiamo, ogni fiaba che si rispetti ha lo scopo di trasmettere un insegnamento. Lo psicoanalista svizzero Bettelheim spiega che in Petrosinella non vi è una vera e propria morale, ma viene messa in luce la fiducia in sé stessi, l’unico motore che ci permettere di affrontare qualsiasi sfida con coraggio e senza mai arrenderci.

Fonte:
– Basile G., Lo Cunto de li Cunti

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