Emanuele De Deo: il primo martire della Rivoluzione Napoletana

Emanuele De Deo nacque a Minervino Murge, in provincia di Bari, l’11 giugno 1772 da Vincenzo, dottore in legge e letterato lucerino, originario di una ricca famiglia spagnola, e da Vincenza Leoncavallo di Barletta. Studente brillante, sin da bambino, si trasferì a Napoli per completare e perfezionare il suo percorso scolastico, come spesso avveniva al tempo. Qui frequentò dapprima il collegio degli scolopi e poi si iscrisse ad una scuola privata incentrata sulla matematica e sulla chimica.

Intanto in tutta Europa divampava la fiaccola della rivoluzione, la monarchia era caduta in Francia e si discuteva se risparmiare o meno i due sovrani. Maria Carolina, regina di Napoli e sorella della monarca francese Maria Antonietta, temeva che qualcosa di simile potesse capitare anche nel suo regno e convinse il marito Ferdinando IV ad instaurare un regime particolarmente repressivo per limitare e sopprimere qualunque forma di dissidenza.

Come avviene sempre nel corso della storia, simili comportamenti non fanno altro che acuire il malcontento e generare le tanto temute rivolte. Fra giovani e studenti di tutta Napoli iniziò a dilagare l’odio nei confronti della monarchia ed una mitizzazione della Rivoluzione Francese. Emanuele aderì presto a questa corrente liberale leggendo le gazzette francesi e discorrendo di rivoluzione e costituzione con i suoi amici più cari, Galiani e Vitaliano.

La sua presa di posizione divenne ancora più netta quando, nell’aprile del 1793, a Gioia, partecipò, insieme con il fratello Giuseppe e la sorella Angela, ad un banchetto politico in casa di G. Buttiglione: in questo contesto venne data lettura di violente satire contro i regnanti napoletani e si iniziò a parlare dell’idea diffusa che fosse un vero e proprio diritto dei popoli quello di detronizzare i monarchi ingiusti.

Esaltato dal contesto, il giovane Emanuele afferrò un coltello ed ammise di non aver nessuna paura del sovrano e di essere disponibile persino ad ucciderlo. Detto questo sfregiò simbolicamente un ritratto di Ferdinando IV. Dopo essersi messo in mostra in questo modo, tornò a Napoli ed aderì a numerose associazioni segrete volte a cospirare contro l’ordine costituito ed a progettare attentati contro i sovrani.

Molti di questi movimenti erano appoggiati da insegnanti e studiosi. Fra questi uno dei più agguerriti era Lauberg, maestro di De Deo alla scuola privata. Nell’agosto del 1793 l’insegnante fece stampare il testo della “Dichiarazione dei diritti e della Costituzione francese”, e nel settembre le copie vennero diffuse per tutta Napoli: una di queste riuscì ad arrivare persino negli alloggi personali di Maria Carolina. Un simile oltraggio non poteva più restare impunito.

Fu proprio uno dei cospiratori, il sacerdote Patarino, a consegnare una copia della Costituzione al ministro Acton ed a denunciare tutti gli altri  “per scrupolo di coscienza”. Tutti vennero perquisiti e, nel gennaio del 1794, Emanuele De Deo venne arrestato insieme ad altri sessanta congiurati e rinchiuso con loro nel carcere di Castel Capuano con l’accusa di cospirazione contro la monarchia e la religione di Stato.

Il processo si concluse il 3 ottobre e, dei sessanta imputati, solo tre vennero condannati alla pena capitale: Emanuele De Deo ed i suoi migliori amici Galiani e Vitaliano, tutti difesi da un avvocato di ufficio. Il Colletta, in “Storia del Reame di Napoli”, scrisse che ad Emanuele sarebbe stata offerta la salvezza in cambio della delazione il giorno prima che la condanna a morte venisse eseguita, ma il giovane rifiutò di tradire i suoi amici.

Secondo i registri dei Bianchi della Misericordia, i monaci che si occupavano dei condannati a morte, Emanuele attese il suo destino con serenità. Una serenità che traspare anche dall’ultima lettera inviata dal carcere al fratello e riportata integralmente dal “Nuovo Monitore Napoletano”:

“Mio caro Fratello, perché dirmi disgraziato? Perché attribuirmi questo nome? Se considerate la perdita d’un fratello, convengo con voi; ma se tale mi chiamate per il destino che seguo, caro fratello, v’ingannate. Io la mia sorte l’invidierei negli altri: ciò vi basta per farvi comprendere la tranquillità dell’animo mio nell’abbracciare il decreto della suprema giunta, e del mio e vostro Sovrano. La morte reca orrore a chi non ha saputo ben vivere. Chi ha la coscienza senza rimorsi, gioisce in quel punto che i malfattori chiamerebbero terribile; e poi noi non siamo eterni, presto o tardi si muore; né la durata della vita dovete determinarla da replicati giri del Sole, un anno di vita di un uomo onesto e socievole eguaglia cento d’un Misantropo, d’un egoista; e pure il paragone mi sembra incompatibile: grazie al Reggitore del tutto. Non v’è persona che potesse credersi da me oltraggiata o lesa. Ho adempito alle mie obbligazioni verso chiunque aveva dritto di esigerle. e non mi sono giamai dimenticato di essere Cittadino ed uomo.”

La sera del 18 ottobre del 1794 il Emanuele De Deo fu condotto, insieme al Galiani e al Vitaliano, in piazza Castello, sorvegliata per l’occasione da un numeroso contingente militare, ed incontrò per ultimo la forca. Pochi anni dopo, la rivoluzione che desiderava al punto di sacrificare la sua stessa vita divenne realtà portando solo altro sangue ed altre forche per le strade di Napoli.

 

Fonti: Benedetto Croce, “Storia del Regno di Napoli”; Vincenzo Cuoco, “Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799”

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