Terremoto Irpinia, discorso di Pertini alla Nazione: “Il modo migliore per ricordare i morti…”

Pertini

Domenica 23 novembre 1980: sono le 19:34, la terra trema per un minuto.

Nelle province di Avellino, Salerno e Potenza si registrano scosse di magnitudo 6.9, i telegiornali parlarono di un terremoto disastroso in Campania, ma non riuscirono a dare informazioni certe circa l’evento. Le ripercussioni si sentirono ovunque nella regione: a Napoli la gente si riversò per strada, molti decisero di dormire fuori quella notte.

Solo la mattina del 24 novembre il resto d’Italia si rese conto di ciò che era successo, ci vollero giorni prima che i giornali ne iniziassero a parlare, rilasciando notizie che riportavano oltre 10,000 morti (a fronte dei 2.914 reali) – con le zone colpite non si avevano comunicazioni, e nonostante il tempo scorresse inesorabile, i soccorsi erano pochi e male organizzati.

L’Irpinia, già fortemente danneggiata dai terremoti del 1930 e 1962, risultò quasi irraggiungibile, anche per la sostanziale mancanza di infrastrutture, oltre che mal gestione dell’evento da parte dello stato. Mancava, in quel periodo, un ente come la Protezione Civile, che organizzasse tempestivamente i soccorsi, altresì affidati unicamente a Vigili del Fuoco e volontari, questi ultimi, fondamentali per il salvataggio dei superstiti.

Il 25 novembre l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini raggiunse le zone terremotate per vedere con i suoi occhi le conseguenze del sisma: al suo arrivo trovò solo macerie, interi paesi rasi al suolo – le grida e i lamenti di coloro che, in quella catastrofe, persero tutto. I giornali scrissero che la popolazione locale aggredì Pertini per i mancati soccorsi, ma lui stesso smentì, quando l’indomani, al suo ritorno dall’Irpinia, parlò al popolo italiano, in un discorso che venne trasmesso da tutte le maggiore emittenti televisive: accigliato, rigidamente seduto su una poltrona, Pertini richiamò le autorità, denunciando fortemente il ritardo e le inadempienze nei soccorsi – quasi in lacrime, il Capo di Stato chiese agli italiani di andare in soccorso dei terremotati, ricordando che “Il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi”.

Il discorso, in diretta nazionale, ebbe un impatto non indifferente: volontari da varie regioni italiane raggiunsero l’Irpinia per salvare il salvabile e rattoppare le mancanze dello Stato.

Quello che ne seguì è una lunga storia di speculazione e sfruttamento delle disgrazie altrui: il sette aprile 1989 venne istituita una commissione parlamentare presieduta da Oscar Luigi Scalfaro che doveva stabilire come i fondi stanziati furono realmente utilizzati dallo Stato, in cui risultarono varie mancanze. Sui fondi “fantasma” scomparsi dopo il terremoto vennero aperte varie inchieste (Irpiniagate, Terremotopoli o il terremoto infinito), la più celebre delle quali denominata “Mani sul terremoto” (parte del filone giudiziario di Mani Pulite), terminata in prescrizione e con la condanna di Antonio Fantini, all’epoca presidente della Regione Campania.

I fondi per la ricostruzione vennero sperperati in manovre politiche e camorristiche che piegarono ancora una volta il paese, rallentando le operazioni di ricostruzione, la cosa peggiore è che si volle trarre guadagno dalla disperazione delle popolazioni colpite, e infierire su chi aveva perso tutto.

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