Vincenzo Gemito, “‘o scultore pazzo” che amava i bassifondi di Napoli

A Napoli lo chiamavano “‘o scultore pazzo“, perché la sua anima era tormentata da gravi squilibri psichici. Il suo nome, però, era Vincenzo Gemito (16 luglio 1852 – Napoli, 1º marzo 1929), orafo e scultore dell’Ottocento spesso limitato dalla sua condizione instabile, che lo costringeva a lunghe pause dalla sua attività creativa.

E forse questi disturbi derivarono proprio dalla sua vita, difficile sin dagli esordi. Appena nato venne abbandonato dai genitori nella ruota degli esposti dell’Annunziata. Qui gli fu storpiato anche il cognome, che era Genito (ossia generato), associato solitamente agli orfani, e che invece per errore di uno scrivano fu trasformato in Gemito.

Adottato e cresciuto in una famiglia molto povera, fin da piccolo Gemito dimostrò di avere un grande talento per le arti plastiche. Frequentò gli studi di due scultori: fu ragazzo di bottega di Emanuele Caggiano e, a 12 anni, di Stanislao Lista, promotore dello studio del vero nella scultura.

Fu ammesso a seguire i corsi del Regio Istituto di belle arti, ma di Napoli amava soprattutto i bassifondi, infatti i suoi soggetti prediletti erano bambini vestiti di stracci, giocatori e popolane. Fece il suo esordio alla mostra della Società promotrice di belle arti di Napoli dove espose il Giocatore.

Gemito divenne famoso anche all’estero: “Il pescatorello”, per esempio, fu esposto al Salon parigino del 1877.

Dopo il fortunato periodo in Francia, venne colpito da un profondo scoramento, e fu ricoverato in una clinica per malattie mentali, da dove fuggì per chiudersi nella sua casa per oltre un ventennio.

Superata la malattia, nelle opere tarde l’artista continuò nella ricerca di perfezione, quasi un sogno di bellezza ideale, eseguendo opere preziose e raffinate, come la serie dedicata alla figura di Alessandro Magno.

Alle Gallerie d’Italia di Napoli è conservato uno dei nuclei di opere più importanti dell’artista, proveniente dalla raccolta dell’avvocato Gabriele Consolazio: terrecotte, bronzi e disegni prodotti tra gli anni Settanta dell’Ottocento e gli anni Venti del secolo successivo.

Le teste giovanili modellate in terracotta (come Scugnizzo”, “Fiociniere” e “Moretto”), i ritratti in bronzo di personaggi famosi (come quelli del pittore spagnolo Mariano Fortuny e del suo contemporaneo Domenico Morelli), la “Testa di filosofo” e il“Busto di fanciulla napoletana”.

Splendidi anche i disegni, realizzati con materiali e procedimenti diversi. A Palazzo Zevallos Stigliano sono esposti i suoi autoritratti, vere e proprie fotografie dei cambiamenti dolorosi della sua fisionomia.

Nella sua famiglia, a colpire è soprattutto il senso dell’intensità della vita, che deriva chiaramente anche dalle sue drammatiche esperienze personali.

Fonti: Leonardo.it, gallerieditalia.com

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