L’arrivo dei rom nel Regno di Napoli: come nacque il germe del pregiudizio

Rom nel Regno di Napoli
La Buona Ventura (1617), Simone Vouet. Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica

Il termine rom, di origine indiana, significa «uomo libero». Il popolo nomade dei rom ha una lunga storia alle spalle, esso proveniva dall’India nord-ovest. Le prime emigrazioni sono attestate dal VIII-IX secolo d.C., fino ad arrivare in Europa tra il XIV-XV. I rom attecchivano nei Balcani, ma alcuni si spostavano nel Mediterraneo subito dopo la campagna di conquista dei turchi ottomani seguita dalla presa di Costantinopoli nel 1453. Negli Stati italiani  i rom erano chiamati in diversi modi tra cui zingaro, un termine coniato dai bizantini, cioè «athingànoi».

La prima fonte letteraria sugli zingari in Italia è attestata da Ludovico Antonio Muratori in «Rerum Italicarum Scriptores» il quale descrive la loro presenza il 18 Luglio del 1422 a Bologna, poi nei decenni seguenti si muovevano anche nei territori del Regno di Napoli. Nel Mezzogiorno, i rom seguivano un duplice destino, alcuni s’integravano nel tessuto socio-economico, diventavano sedentari, creavano un’osmosi tra la loro tradizione con quella del posto, e svolgevano diversi lavori distinguendosi nell’«arte de ferrari», ossia nella lavorazione dei metalli.

Altri vivevano ai margini della società conducendo uno stile di vita nomade e, in alcuni casi, commettevano azioni criminose. Il Regno considerava gli zingari un problema non solo per la loro mobilità, ma soprattutto quando passava momenti difficili. Dalla metà del XVI secolo, ad esempio, era pubblicata la prima prammatica vicereale di espulsione degli zingari dal Regno, a causa del problematico boom demografico nella città di Napoli. Il provvedimento non risultava efficace, infatti, negli anni successivi venivano pubblicati altri, ma con toni più moderati, non sarebbero stati espulsi gli zingari con la licenza di stare nel Regno.

A Napoli, nei primi anni del XVII secolo, esisteva il «borgo de zingari», tra vico Casanova e Porta Capuana, quest’area era molto affollata, avrà la sua notorietà fino alla fine del XIX secolo. Anche il clero, nel periodo post-tridentino, reprimeva le pratiche degli zingari come la divinazione e chiromanzia, poiché erano considerate licenziose per la condotta cattolica. Osservando queste premesse, nascevano dei pregiudizi dagli abitanti del Regno nei riguardi dei rom, per fare un esempio in «Lu cunto de li cunti»  di Giambattista Basile, si legge «Gabba comme à na Zingara». Nei secoli a seguire questa prassi faticherà ad arrestarsi; il significato di zingaro sarà sempre più associato ad una condizione sociale di vagabondo, ozioso, o criminale, anziché alla sua accezione per definire un popolo.

 

Bibliografia

Giambattista Basile, Il pentamerone del caualier Giovan Battista Basile, ouero Lo cunto de li cunte trattenemiento de li peccerille di Gian Alesio Abbattutis, Antonio Bulifon libraro all’insegna della Sirena,1674.

Elisa Novi Chavarria, Sulle tracce degli zingari, Napoli, Guida, 2007.

Sitografia

http://www.treccani.it/enciclopedia/zingari_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/

 

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