La misteriosa leggenda della lapide dell’Ospedale della Pace

Foto di ‎Antonio Phao Esposito

Nel 1893 nell’Ospedale della Pace fu collocata dai padri di san Giovanni di Dio una lapide proveniente dal vicolo di San Nicola dei Caserti. Essa presenta una curiosa iscrizione, che nasconde una storia molto particolare.

Sulla targa c’è scritto:

“Dio m’arrassa da invidia canina, da mali vicini et da bugia d’homo dabbene”

Ossia:

“Iddio mi tenga lontano dall’invidia canina, dai cattivi vicini e dalla bugia di un uomo dabbene”.

Oggi però viene riconosciuta tramite il proverbio:

“Dio m’arrassa da mali vicine, d’arraggia canina, e d’a buscìa e ommo da bbene!”

Per comprendere al meglio il significato di queste parole bisogna però tornare indietro nel tempo.

Quello che oggi ospita alcuni uffici del comune e del Giudice di Pace fu un tempo un Ospedale di tutto rispetto, una Chiesa, ed un Convento, ma prima ancora era stato il palazzo di uno degli uomini più potenti della Napoli del ‘400.

Quest’uomo era Sergianni Caracciolo, Gran Siniscalco del Regno (sovrintendente al palazzo del re), nonché amante della regina Giovanna II d’Angiò.

Si fece edificare un palazzo in Via dei Tribunali, nei pressi di Castelcapuano, residenza della Regina, per risparmiare tempo ed energie in vista dei suoi incontri molto privati.

Poi nel ‘500 arrivarono a Napoli i Padri di San Giovanni di Dio, nella Chiesa di Santa Maria ad Agnone, che dopo qualche decennio ebbero l’occasione di espandersi acquistando il palazzo dei Caracciolo, trasformandolo in breve tempo nell’Ospedale della Pace.

Nel 1629 cominciarono i lavori per la costruzione di una Chiesa, ultimata nel 1659 e dedicata a Santa Maria della Pace, in onore della pace siglata tra Luigi XIV di Francia, e Filippo IV di Spagna.

In Via San Nicola dei Caserti, al numero 20, viveva nel 500 un ricco e onesto cittadino che per invidia e varie false testimonianze fu ingiustamente accusato di omicidio dai suoi vicini. Questo ricco quanto malcapitato napoletano non riuscì a difendersi dalle calunnie dei nemici e venne giustiziato.

Prima di morire però l’uomo decise di lasciare tutti i suoi averi in eredità all’Ospedale della Pace, infatti proprio parte di quei beni fu investita nell’acquisto del palazzo dei Caracciolo, ma ad una condizione: all’interno dell’ospedale doveva essere esposta una targa (con le parole sopra citate) che l’uomo aveva fatto incidere proprio poco prima di morire e se qualcuno per qualche ragione avesse rimosso la targa, tutta la sua eredità sarebbe passata all’Ospedale degli Incurabili, alle medesime condizioni.

Come d’accordo l’Ospedale della Pace mise la lapide, mentre l’Ospedale degli Incurabili di tanto in tanto mandava un uomo a controllare che la targa non venisse rimossa, ma c’è anche chi dice che stesso il ricco signore incaricò qualcuno di controllare periodicamente che la lapide fosse al suo posto.

L’obiettivo della targa era quello di ammonire le future generazioni di napoletani a diffidare delle persone che appaiono troppo perbene, dell’invidia dei cani, e della cattiveria dei vicini. L’invidia dei cani qui sta a significare la predisposizione dell’uomo a mordere i propri simili.

Inoltre, il termine “arrassa” deriva da “Arrassusìa”, una vecchia esclamazione che serviva ad esorcizzare l’eventualità di un pericolo o una tragedia. A sua volta questo termine deriverebbe da “Arrasso”, proveniente dalla parola spagnola “Arrada”, che significa “Lontano”, e unitamente al “Sia” forma l’allocuzione “Lontano sia”. Una variante è proprio quella utilizzata per la lapide: “Dio m’arrassa”.

Una riflessione andrebbe fatta anche su quella sorta di ossimoro che lega la bugia all’uomo perbene. Infatti generalmente è più facile per le persone che godono di grande stima apparire credibili e attendibili anche quando mentono.

Infatti, fu proprio la grande stima da parte della comunità che godevano i vicini del ricco signore, a mandarlo al patibolo.

Dopo anni la targa venne spostata dalla sua posizione originaria e messa in un altra ala, a seguito di necessari lavori murari, ma sempre all’interno dell’Ospedale della Pace.

La vera lapide invece è stata sistemata nel 1893 in un portale che collega il chiostro al cortile del vecchio ospedale S. Maria della Pace.

Ancora oggi si narra che c’è qualcuno che quasi ogni notte vigila sulla targa. Infatti c’è chi giura di aver visto una strana sagoma vestita con abiti antichi vagare intorno ad essa e poi sparire nel nulla; probabilmente si tratta dello spirito del povero uomo giustiziato, che ancora oggi supervisiona quella scritta, simbolo di quella enorme ingiustizia ricevuta tempo addietro.

La storia è narrata anche da Benedetto Croce che citava:

“E vogliono che fosse l’ estrema voce, l’ ammonimento che andava oltre la tomba, di un dovizioso cittadino dimorante colà presso, il quale, per invidia e sopra false testimonianze accusato di omicidio, fu tratto al patibolo, e, prima di morire, legò tutto il suo all’ ospedale della Pace con l’ obbligo di fare scolpire quella lapide e mantenerla in perpetuo”.

Fonti: leggendediNapoli

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