Antichi mestieri napoletani

Tutti gli antichi mestieri napoletani, espressione dell’intelligenza e dell’arte di arrangiarsi partenopee

Scacco alla camorra alle prime luci dell’alba: nell’ambito di un’articolata indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Napoli – Direzione Distrettuale Antimafia, i Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Santa Maria Capua Vetere (CE) hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dall’Ufficio GIP presso il Tribunale di Napoli, nei confronti di 72 indagati (67 arrestati e 5 ricercati), ritenuti responsabili a vario titolo dei reati di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti e produzione, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti

Una complessa indagine condotta tra i mesi di febbraio 2015 e maggio 2017, in merito alla riorganizzazione della gestione delle piazze di spaccio nel comune di Santa Maria Capua Vetere e nelle aree limitrofe (comuni di San Tammaro, Curti, Casapulla, San Prisco e Macerata Campania) conseguente alla disarticolazione del gruppo Fava avvenuta nell’anno 2013.

Grazie agli spunti dati dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e di una intensa attività investigativa sono state individuate le piazze di spaccio nel comune sammaritano che si approvvigionavano degli stupefacenti nella provincia di Napoli.

Stesse piazze di spaccio erano presenti anche in diversi contesti territoriali delle province di Napoli e Avellino:

– un gruppo operante nell’area vesuviana, segnatamente nei comuni di Acerra, Pomigliano D’Arco, Castello di Cisterna, Somma Vesuviana, San Vitaliano e Marigliano. Per tale gruppo è stata riconosciuta anche l’aggravante dell’associazione armata;

– un gruppo attivo nell’area nord-ovest della provincia di Napoli (Comune di Giugliano in Campania);

– un gruppo operativo nell’area nolana e in quella della confinante provincia di Avellino (Comuni di Nola, Cimitile, Camposano, Roccarainola e Avella);

– un gruppo localizzato nei quartieri napoletani di Scampia, Secondigliano e Capodichino.

I nomignoli

I criminali usavano vari metodi per eludere le indagini e le intercettazioni, tra cui l’uso di linguaggio in codice per camuffare il contenuto delle conversazioni (utilizzando termini quali “aperitivo”, “pastiera”, “sfogliatelle”, “arance”, “grappa barricata”, “festa bianca”, “apparecchiare la tavola”, “preparare il presepe”, “gas soporifero”, “bianchetto”, “calzare le scarpe ai bambini” per avanzare richieste di stupefacente, espressioni quali “10 euro di nafta”, “marca da bollo da 10 euro”, “serie A”, “il camino è buono”, “fratello grosso”, “quanti invitati siete”, “portare il verde”, per indicare, invece, la qualità e le quantità richieste di stupefacente) e l’attribuzione di nomignoli per impedire l’identificazione dei colloquianti (“la Signora”, “il Polacco”, “O’ Viking”, “O’ Leone”, “il Messicano”, “il Killer”, “Diablo”, “Pistola”, “Bastone”, “il Geometra” e “O’ Gnu” ).

I luoghi

I luoghi individuati per le attività di spaccio c.d. “al minuto” erano le principali piazze del comune di Santa Maria Capua Vetere, l’area adiacente una chiesa nel comune di San Prisco, la villa comunale del comune di San Tammaro, lo spazio antistante una scuola del comune di Marigliano e diversi circoli ricreativi e sale giochi dell’area vesuviana.

Il GIP, condividendo l’impianto accusatorio dell’A.G. inquirente, ha disposto per 60 indagati la custodia cautelare in carcere, mentre per altri 12 è stata individuata la misura degli arresti domiciliari.

QUESTE LE PERSONE TRATTE IN ARRESTO:
Soggetti destinatari della misura della custodia cautelare in carcere:
1. A. Agostino, classe 1974;
2. A. Luca, classe 1987;
3. A. Antonietta, classe 1983;
4. A. Giuseppe, classe 1984;
5. A. Sandro, classe 1989;
6. B. Francesco, classe 1988;
7. B. Fabio, classe 1992;
8. B.Oreste, classe 1996;
9. B.Oreste, classe 1988;
10. C.Felice, classe 1986;
11. C.Antonio, classe 1966;
12. C.Cesare, classe 1990;
13. D’A.Mario, classe 1990;
14. D’A.Lorenzo, classe 1973;
15. D.Giuseppe, classe 1984;
16. D M.  Mario, classe 1991;
17. DE M.Salvatore, classe 1965;
18. DE V. Biagio, classe 1984;
19. DI N. Pasquale, classe 1982;
20. DI P.Vincenzo, classe 1976;
21. F. Bartolomeo, classe 1965;
22. F. Claudia, classe 1977;
23. F. Angelo, classe 1988;
24. G. Armando, classe 1987;
25. G. Michele, classe 1987;
26. G. Patrizia, classe 1968;
27. G.Carmine, classe 1991;
28. G. Carmine, classe 1981;
29. G.Domenico, classe 1979;
30. G.Alessandro, classe 1982;
31. G.Gavino, classe 1991;
32. L. Osvaldo, classe 1976;
33. M.Irene, classe 1986;
34. M.Antonietta, classe 1991;
35. M. Valentina, classe 1995;
36. M. Paolo, classe 1972;
37. M.Felice, classe 1975;
38. P.Fabio, classe 1984;
39. P. Vincenzo, classe 1987;
40. P.Rosalba, classe 1968;
41. P.Roberto, classe 1968;
42. P. Andrea, classe 1986;
43. P.Giuseppe, classe 1978;
44. R. Roberto, classe 1988;
45. R. Raffaele, classe 1968;
46. R. Margherita, classe 1973;
47. S. Fabio, classe 1971;
48. S.Giovanni, classe 1977;
49. S. Eduardo, classe 1982;
50. T. Giovanni, classe 1989;
51. T.Giovanni, classe 1974;
52. T.Bruna, classe 1981;
53. T. Antonio, classe 1974;
54. V. Giuseppe, classe 1981;
55. V.Vincenzo, classe 1985;
56. V.Giovanni, classe 1982;
57. V. Ciro, classe 1957 ;
58. V. Riccardo, classe 1974.

Soggetti destinatari della misura degli arresti domiciliari:
59. B. Emilia, classe 1969;
60. C.Anna, classe 1971;
61. C.Angelo, classe 1994;
62. D. Maria Carmina, classe 1983;
63. F. Giuseppe, classe 1979;
64. R.Simona, classe 1993;
65. S.Francesca, classe 1985;
66. S. Fabiola, classe 1994;
67. V. Fausto, classe 1970

Tra i tanti antichi mestieri di Napoli, molti ormai andati persi ma sempre belli da ricordare, ce n’era uno che si è tramandato per generazioni, dando vita anche a un’importante tradizione culinaria: ‘o Maccaronaro. Quest’ultimo, infatti, era un signore che vendeva i maccheroni cacio e pepe, unici due condimenti, insieme al formaggio, a sua disposizione, non essendoci ancora il pomodoro.

Il termine “maccaronaro” si riferiva sia al rivenditore che al produttore di pasta. Ma di rivenditori “di strada” ce n’erano due tipi: gli stanziati, che avevano una postazione fissa e cuocevano al momento i maccheroni; e gli ambulanti, che invece giravano per la città con una cesta piena di maccheroni più o meno caldi, ma comunque già pronti.

Il grido dei maccaronari era inconfondibile: “Doje allattante”, urlavano a gran voce per le strade. Il senso era con due centesimi si può comprare una pietanza che sfama e sazia. I maccheroni ebbero un grande successo dal 1800, tanto che i napoletani venivano soprannominati “mangia maccheroni”.

I maccheroni inizialmente venivano lavorati a mano, poi con la trafila, non appena questa fu inventata. Ma un’altra tradizione dei maccheroni era il modo in cui venivano mangiati: direttamente con le mani, soprattutto dal lazzaro, dallo scugnizzo e dall’uomo del popolo.

Napoli – La fortuna, a Napoli, è sempre stata una materia complessa. Riti millenari e ripetuti costantemente, superstizioni, tradizioni e modi di dire hanno sempre, nella testa dei napoletani, veicolato le scelte della dea bendata. Ovviamente l’arrivo del gioco del Lotto, interamente ed esclusivamente incentrato sulla fortuna, ha rappresentato l’apice di questa particolare visione del mondo. In poco tempo chiunque a Napoli andò alla ricerca del metodo infallibile per scegliere i numeri fortunati: è in questo contesto che nacque il cabalista.

Non era altro che un “consulente” che consigliava, adducendo come validità della scelta una sorta di scienza esatta, i numeri da giocare. Spesso lo faceva in base ai sogni che gli venivano raccontati, altre volte semplicemente in base a misteriosi calcoli o persino congiunzioni astrali, o presunte tali. Si trattava spesso di personaggi eccentrici che vestivano in modo bizzarro e che vantavano poteri magici o di preveggenza, al punto che molti si recavano da loro anche per consigli in amore o lavorativi.

Era particolarmente raro, di fatto, che i numeri uscissero davvero: se i cabalisti avessero avuto davvero tali poteri Napoli vanterebbe il record di vincite al Lotto. Eppure i clienti continuavano a visitare queste figure. Probabilmente a spingerli era il semplice “Non è vero, ma ci credo”, la paura di non averle provate tutte, il pensiero che “forse mi avrebbe dato davvero i numeri giusti questa volta”. La speranza, insomma, a mantenuto per decenni questi simpatici truffatori.

Nonostante la loro effettiva cialtroneria c’era comunque del misticismo nei cabalisti, soprattutto per quanto riguarda il nome. Questo deriva, infatti, dalla Cabala Ebraica, una tradizione millenaria sospesa fra religione ed occultismo. Ogni suono, ogni verbo aveva un potere, una vibrazione unica che aveva effetto sulla realtà visibile ed invisibile.

La Cabala collegava tali effetti a determinate parole e, tali parole a dei numeri, riassumendo il tutto in un disegno, un ordine matematico e geometrico. Sempre per la religione ebraica al mondo esisterebbero solo 36 cabalisti in grado di utilizzare questo enorme disegno, il potere numerico, per compiere veri e propri prodigi.

Purtroppo, però, i cabalisti napoletani, molto lontani da quelli della leggenda, riuscirono a compiere un solo vero prodigio: abbindolare un intero popolo per generazioni.

Fonti:
– Antichi mestieri. Il Cabalista – Antonio Curzio

Antico atelier di Omega

Napoli – Per secoli Napoli ha rappresentato un’eccellenza nel mondo della moda e nella produzione di capi unici al mondo. Purtroppo, con l’avvento del mercato globale e della produzione industriale questo primato è andato via via affievolendosi, resistendo solo grazie ad alcuni esercizi storici famosi in tutto il mondo. Attualmente è difficile credere che Napoli possa essere definita la “capitale dei guanti”, eppure è davvero così.

Alle spalle di via Medina esiste una stradina che si chiama “via dei Guantai Nuovi” ed è una delle testimonianze evidenti di un artigianato tanto diffuso un tempo. I guantai più bravi al mondo avevano le loro botteghe a Rione Sanità: qui producevano capi raffinatissimi o di uso comune, ricevevano clienti provenienti da ogni angolo del mondo, ricchi e poveri, nobili e popolani. Nel periodo di massima espansione del fenomeno il quartiere contava oltre 25.000 artigiani.

L’arte dei guantai iniziò a diffondersi a Napoli già ai tempi del vicereame, ma furono i Borbone ad incentivare la produzione rendendola un’eccellenza. Nemmeno l’Unità d’Italia arrestò o limitò la fama dei guantai della Sanità. Fu altro a chiudere le floride botteghe: la modernità. Dopo la Seconda Guerra Mondiale il mercato si ampliò e la produzione industriale andò velocemente a sostituire l’artigianato locale.

Un settore tanto specifico come quello dei guanti venne seriamente provato da un simile capovolgimento di fronte. Le botteghe chiusero una dietro l’altra. Non tutto è perduto, però: ancora oggi pochi guantai continuano a portare in alto il nome di Napoli e della Sanità. Le poche, secolari, botteghe che hanno resistito collaborano con le grandi case dell’alta moda come Vuitton e Dior. Certo, sarebbe bello sentire ancora una volta apostrofare la nostra città come “capitale dei guanti” o, addirittura, “della moda”.

Fonte:

Napoli e l’arte del fare: i percorsi dell’artigianato in “Città e Consumi”, numero 10, agosto 2010 – http://www.comune.napoli.it

Lo si sentiva girare per le strade di Napoli trainato da un cavallo, o spinto dallo stesso suonatore. Era uno dei tanti elementi che caratterizzava il folklore di Napoli, e la gente lo amava, tanto da affollarsi nei suoi pressi, acquistare le “copielle” e intonare insieme i canti. Parliamo del pianino, e del suo suonatore, che aveva il compito e il piacere di portare la musica in giro per la città.

Il pianino fu inventato nel 1700 da un modenese, Giovanni Barberi. Il cilindro del pianino, o organetto, funzionava  più o meno come il cilindro di un carillon: quando ruotava su se stesso le sue punte rialzate causavano la vibrazione di piccole leve e il movimento delle corde ad esse collegate producendo varie melodie. Il pianino fu molto utilizzato  in Italia, in Francia, in Belgio e in Olanda, ma il suo maggior successo lo ebbe a Napoli.

Il suonatore, infatti, non era considerato un questuante, anzi godeva della stima di tanti, compresi autori ed editori, che ne apprezzavano il ruolo divulgativo.

Col tempo, purtroppo, la sua azione andò scemando, lasciando sempre più posto a café-chantant, al cinema, al disco, alla radio e alla televisione.

Il declino, nello specifico, cominciò quando, nel maggio 1938, il famoso suonatore del rione Ponti Rossi, Carluccio ‘o Calamaio, inserì nel pianino una canzone dedicata a Garibaldi proprio quando Hitler era in visita in città.

Durante la seconda guerra mondiale, un incendio distrusse il deposito in Via Foria, che custodiva più di cento pianini.

Poco dopo, Raffaele Esposito Sansone, un commerciante napoletano, venne a sapere che alla periferia di Pavia un certo Fabio Bonino, svendeva 110 pianini a milleseicento lire ciascuno. Il commerciante affittò un camion e partì. Dopo più di una settimana tornò con i 110 pianini che poi riuscì a vendere a undicimila lire ciascuno.

L’ultimo suonatore di pianino a Napoli fu Ciro Pantolese, che smise all’età di 82 anni, per forza di cose, perché a Napoli non c’erano più fabbricanti di rulli, tranne Pasquale Barbuto, che però con i pochi suonatori rimasti non riusciva a sostentare la sua famiglia.

Così, quando si trasferì a Milano nel 1959, si spense definitivamente la tradizione dei pianini.

Fonte: Napolitan.it

latrenaro

Oggigiorno siamo così assuefatti dai comfort da darli quasi per scontati, come se ci fossero dovuti per diritto. Non riflettiamo sul fatto che, un tempo, per avere il privilegio di godere di ogni singola comodità, c’era qualcuno che doveva lavorare duramente.

Stiamo facendo riferimento ad un antico ed umile mestiere ormai andato in disuso, ‘o latrenaro, noto anche come spuzzacessi o spuzzalatrine.

Il lavoro del latrenaro consisteva nel ripulire, come suggerisce il nome stesso, le latrine. In particolare, bisognava svuotare i pozzi neri relativi ai gabinetti dei bagni pubblici o di quelli condominiali.

Una volta svuotato il pozzo, tutto il materiale fecale raccolto veniva in primis ammucchiato in enormi tinozze capienti, poi quest’ultime venivano poste su dei carretti. In seguito il tutto veniva venduto agli agricoltori che lo utilizzavano come concime per i loro terreni.

Una professione necessaria da un punto di vista igenico-sanitario, ma nauseabonda se si pensa ai tini puteolenti colmi di escrementi che venivano trasportati in giro per la città. Difatti il loro maleodorante passaggio era spesso accompagnato così “Sta passanne ‘o carre d’ ‘e merdajuole, appilateve ‘o naso”.

Con il passare dei decenni e con la costruzione di una rete fognaria moderna ed efficiente, tale professione è ormai scomparsa e senza alcun dubbio è una delle poche che sicuramente non ricordiamo con nostalgia.

Fonte: napoligrafia.it

Era un mestiere certamente insolito, ma anche molto originale. Si tratta della “nevajola“, sapete cosa faceva? La nevajola era la venditrice di neve ghiacciata, come in parte si può intuire dal nome. Il suo mestiere era collegato per lo più alla vendita dei prodotti dell’acquaiolo, nel caratteristico chioschetto detto “‘a banca ‘e ll’acqua“, soprattutto durante l’estate quando era necessario tenerli freschi o ghiacciati.

La materia prima era la neve, che veniva raccolta durante l’inverno quando cadeva copiosamente sul monte Faito o sulle pendici del Vesuvio, per poi essere ammassata in grotte sotterranee (‘e Nevere) dove ghiacciata veniva venduta in estate.

Il ghiaccio era conservato nelle ghiacciaie e immesso in grandi botticelle foderate di sughero con un vano nella parte inferiore, dove erano sistemati blocchi di ghiaccio, che rendevano l’acqua o la bibita fresca o ghiacciata, perché raffreddata dal ghiaccio.

Così, la neve ghiacciata permetteva all’acquafrescaio di rispondere così alla domanda “Acquajuò! L’acqua è fresca?”: “Manche ‘a neva”.

Oggi è uno dei mestieri più diffusi e richiesti in Italia e all’estero, ma in passato quello dell’infermiere era un lavoro difficile e molto rischioso. La figura ha cominciato ad essere disciplinata nel nostro Paese solo dall’inizio del XX secolo, con il Regio Decreto-Legge 15 agosto 1925 n. 1832, che prevedeva che le facoltà universitarie, i comuni e le istituzioni di pubblica beneficenza e assistenza sociale, potessero istituire apposite scuole professionali dove si conseguiva un diploma di Stato per l’esercizio della professione di infermiere.

Il primo codice deontologico delle infermiere italiane venne emanato nel 1960, mentre nel 1973 le scuole per infermieri professionali divennero triennali in accordo con le indicazioni europee stabilite nel Rapporto di Strasburgo. La legge del 19 novembre 1990, n. 341, istituì per la prima volta un apposito corso di laurea in scienze infermieristiche che sancì l’ingresso della formazione universitaria quale requisito privilegiato per l’esercizio della professione di infermiere.

Questo preambolo dà l’idea dell’evoluzione che ha subito nel tempo il mestiere di infermiere prima di essere regolamentato e dotato di condizioni sicure. A Napoli è da sempre un lavoro molto richiesto e inflazionato, e in tanti, soprattutto le persone di una certa età, ricorderanno il ruolo della “serengara”, l’esperta di iniezioni.

‘A serengara, infatti, veniva ingaggiata in caso di necessità e pagata con una cifra che variava a seconda della sua bravura e del numero di interventi. Prima di procedere con l’iniezione, la serengara faceva bollire ago e siringa per disinfettarli, ma le condizioni igieniche degli strumenti, che venivano riutilizzati più volte, erano comunque molto approssimative.

Oggi il mestiere di infermiere richiede molto più tempo e titoli di studio, prima bastavano un ago, una siringa e un malato da aiutare.

Probabilmente le vostre mamme non lo ricordano, le vostre nonne sì. Ed è bello ogni tanto rispolverare un po’ di sana tradizione napoletana e fare un tuffo nel folklore di un passato che era semplice e sapeva di buono. Oggi, infatti, vi parliamo di un antico mestiere, purtroppo scomparso da tempo come molti altri lavori “inventati” dal nulla ma capaci di dare dignità e pane a tavola a tanta gente.

Parliamo de “‘O Scistajuolo”, venditore di petrolio (detto scisto o cisto), che veniva utilizzato soprattutto per le lampade, sostituendosi all’olio per questa funzione, ma anche per lucidare i pavimenti delle case dei nobili, o addirittura come tintura per capelli.

Quando cominciò a diffondersi, questo nuovo prodotto non fu accolto bene dai consumatori, che lamentavano il cattivo odore rispetto all’olio usato fino a quel momento.

Per questo motivo, il termine “cisto” divenne sinonimo di qualcosa di cattivo, sia che si parlasse di cibo che di persone.

Putroppo, come anticipato sopra, anche questo mestiere è andato via via scomparendo. Con l’avvento dell’elettricità e di prodotti chimici più raffinati, la figura dello Scistajuolo è diventata superflua, se non in qualche raro caso in cui il petrolio veniva utilizzato per oliare le tapparelle o le serrande di case e negozi.

Foto di Gianni Simioli

Questa volta è vero: è morto l’ultimo sciuscià di Napoli, Antonio Vespa, per tutti Zi’ Tonino. Si è spento ieri alle 10.30 a casa sua all’età di 69 anni. La città perde un’altra icona, un simbolo, la storia di un mestiere, quello del lustrascarpe che come tanti è scomparso.

Foto di Gianni Simioli

Zi’ Tonino svolgeva la sua attività da sempre per le strade di via Toledo, con grande passione e con un bel sorriso. Si dice addio, così, non solo all’uomo ma anche ad un’intera professione che ha radici profonde nella storia di Napoli.

Il termine “sciuscià” deriva probabilmente dalla deformazione in dialetto napoletano del termine inglese shoeshine che stava ad indicare il mestiere del lustrascarpe. Nacque durante la seconda guerra mondiale ed era molto diffuso come termine tra gli scugnizzi napoletani (oggi è in disuso). Fu poi reso ancor più celebre dal omonimo film di Vittorio De Sica.

Durante l’occupazione degli americani erano gli scugnizzi, i giovani bambini napoletani, a lustrare le scarpe dei passanti e dei soldati. Il guadagno non era alto, giusto qualche lira per potersi permettere di comprare da mangiare. Zi’ Tonino svolgeva il mestiere di sciuscià con grande dedizione e, anche se può sembrare strano, tanti erano i suoi clienti. Anche nel suo caso il guadagno non era altissimo.

Ha raccontato di aver lustrato le scarpe di Totò, di Gina Lollobrigida fino a personaggi più recenti quali Berlusconi. Con Antonio Vespa muore l’ultimo sciuscià di Napoli e si chiude un’epoca fatta di antichi mestieri poveri ma svolti con tanto amore e passione.

Napoli – Viviamo ormai nell’era delle grandi catene di supermercati dove è possibile trovare tutto, in qualunque momento. Fortunatamente in alcuni luoghi, come a Napoli, le persone tendono ancora a fare la spesa nei piccoli negozietti di fiducia. In particolare è la salumeria che ancora possiede il monopolio degli acquisti dei napoletani: un luogo in cui è possibile trovare tutto, dagli affettati ai formaggi, dalla pasta al pane.

Qualche anziano potrebbe ancora oggi chiamare il salumiere “casaduoglio” o “casadduoglio”. Questo termine antichissimo risale a quando questo esercizio commerciale era l’unico posto in cui comprare viveri diversi da frutta e verdure: il casaduoglio vendeva formaggi, salumi, olio e pasta, come le salumerie moderne, ma anche saponi, detersivi ed oggetti di uso domestico.

Il nome stesso nasce dall’unione dei due prodotti tipici: il “caso”, dal latino “caseum” (formaggio), e l’uoglio, dal latino “oleum” (olio). Non esiste differenza fra “casaduoglio” e “casadduoglio”. Il raddoppiamento della “d” è probabilmente arrivato nell’uso popolare del termine, ma la forma più corretta è senza dubbio quella senza doppia.

Spesso, quando si passeggia in determinati luoghi bisogna fare molta attenzione a non schiacciare qualche ‘ricordino’ di un amico a quattro zampe: questo a causa di padroni incivili che pur di non munirsi di palette e sacchetti ricoprono le strade di escrementi. Decine di anni fa, però, non c’erano regole che imponevano queste cose ai proprietari di animali, eppure le strade restavano quasi sempre pulite. Le persone erano più civili? Non in questo caso.

In silenzio, ignorato da tutti, il “lutammaro” era il vero eroe delle strade di Napoli. Questa figura professionale ormai scomparsa raccoglieva gli escrementi di ogni tipo, in particolare quelli che rilasciavano i cavalli delle numerose carrozze del tempo. Si occupava anche di raccogliere carcasse di animali morti o di pulire bagni pubblici e pozzi neri. Questi scarti non venivano sprecati, ma rivenduti ai contadini come concime.

Il nome “lutammaro” deriva da “lutamma”, che in napoletano significa “escrementi”. A sua volta, questo termine affonda le sue radici nel latino “lutum”, che stava ad indicare una melma maleodorante. Nonostante l’importante ed utile lavoro, il “lutammaro” veniva spesso disprezzato ed allontanato a causa delle sostanze con cui aveva a che fare. Ancora oggi si usa il termine “lota”, derivante da “lutammaro”, per offendere gravemente qualcuno.

Tra gli antichi mestieri praticati un tempo nella città di Napoli, quello del solachianiello merita assolutamente di essere raccontato.

Facciamo chiarezza, chi era il solachianiello?

‘O solachianiello, come il termine dialettale suggerisce composto da sola, suola, e chianiella, un tipo di scarpa fatta a forma di pantofola, era colui che riparava le scarpe, un vero e proprio ciabattino che esercitava la sua professione sia a domicilio che in bottega. La sua cerchia di clienti era solitamente composta da quelle persone che, non potendo permettersi l’acquisto di un nuovo paio di scarpe, decidevano di aggiustare, finchè possibile e in tempi rapidi, quelle usurate.
Non è quindi un caso che le vecchie botteghe dei calzolai erano note come “rapide”. Rapide perché coloro che si recavano in negozio necessitavano di una riparazione fatta ad arte e in tempi brevi per non rimanere a piedi nudi.

L’artigiano, il masto delle scarpe, utilizzava pochi e semplici strumenti, un po’ di colla, qualche semmenzella, un martelletto, un punteruolo e qualche ago.
Ciò che però rendeva questa figura unica nel genere era la fiducia che gli veniva riposta: chi si rivolgeva a lui affidava nelle sue mani un bene prezioso e indispensabile.

Questo mestiere, come tanti altri di quel tempo, è andato lentamente in disuso fino quasi a scomparire. Questo perché oggi viviamo nella società dell’uso e getta, dove ciò che è rotto o usurato viene ben presto rimpiazzato da un nuovo oggetto. Pochissime sono le botteghe che ancora sopravvivono e sono solitamente quelle tramandate di padre in figlio caratterizzate da un aspetto retrò che profuma ancora della Napoli che fu.

Fonte: Gavioli G., Salimbene M.R., Leone G., Che fatica! Un viaggio tra gli antichi mestieri

Il modo di fare la spesa si evolve sempre di più: le grandi catene di supermercati hanno preso in tutto il mondo il posto dei piccoli mercati locali e, fra poche decine d’anni, tutto quello di cui avremo bisogno ci verrà consegnato direttamente a casa dai droni. Fortunatamente, in luoghi come Napoli le tradizioni sono dure a morire e tutti noi siamo abituati ancora a girare fra banchi con ogni genere di alimenti, fra voci e richiami dei venditori. Fra questi troviamo il “parulano”.

In questo modo i napoletani hanno sempre apostrofato il venditore d’ortaggi o, più in generale, l’orticoltore. Talvolta, “parulano” viene usato anche per definire qualcuno che manifesta un linguaggio scurrile o modi rozzi, associando ingiustamente simili atteggiamenti a quelli di persone provenienti dalla campagna. In realtà, il termine è antichissimo ed al giorno d’oggi è abbastanza desueto.

La sua stessa origine è antichissima, come confermano anche gli studi di Raffaele Bracale. Deriverebbe, infatti, da “parula”, una trasposizione del latino “paludem” (palude). I romani trasformarono gran parte delle zone paludose intorno alle città in campi coltivati e, quindi, per loro quelli che portavano prodotti ortofrutticoli in città erano gli abitanti delle (ex) paludi. Una denominazione che si è tramandata nella nostra lingua fino ad oggi.

Attualmente viviamo in una società in cui rapidità e velocità la fanno da padrona, dove regna la filosofia dell’usa e getta, dove ciò che è usurato non viene riparato ma prontamente sostituito.
Un tempo non era così, si cercava di ridurre al minimo gli sprechi e risparmiare fino all’ultimo centesimo, infatti ciò che era rotto andava necessariamente aggiusto.
Proprio per questo esistevano tante figure apposite capaci di donar nuova vita agli oggetti deteriorati. Tra queste ricordiamo il mestiere dello stagnino, ma chi era costui?

Probabilmente i nostri nonni ricorderanno bene l’inconfondibile richiamo – “’O stagnino, ‘o stagnino!”- di questo particolare artigiano che si aggirava con il suo inseparabile carretto tra le vie e le strade dei paesi e delle piccole città, pronto ad assolvere ai bisogni delle famiglie.
Il compito dello stagnino era quello di riparare utensili, pentole ed altri oggetti di rame che, con il passar del tempo, s’erano ossidati, ovvero quelli che riportavano, in superficie, una patina colorata chiamata “verderame”. L’abile artigiano per eliminarla utilizzava lo stagno, il quale, essendo un elemento neutro, non rilasciava sostanze nocive ne alterava i sapori degli alimenti.

L’attrezzatura dello stagnino era sempre la stessa: una forgia, alcune pinze di diversa dimensione per afferrare le ciotole contenenti lo stagno fuso o per manipolare i pezzi arroventati sul fuoco, delle cesoie, alcuni punteruoli, martello, tenaglie, forbici e incudine.

Per effettuare una corretta stagnatura, l’artigiano doveva seguire un procedimento lungo e minuzioso che, inevitabilmente, richiedeva molta pazienza ed attenzione. Gli oggetti solitamente erano consegnati dalle donne in mattinata e riconsegnati alle stesse dall’abile saldatore in serata.

Lo stagnino, nei tempi in cui l’acqua potabile non era ancora arrivata nelle case, era impegnato nella realizzazione delle grondaie che portavano l’acqua piovana alle cisterne.
Invece coloro i quali non erano itineranti ma possedevano una bottega, erano soliti, oltre che riparare oggetti d’uso domestico, creare strumenti utili in casa, come caffettiere, imbuti, secchi e contenitori vari.

A causa del progresso tecnologico, questo mestiere è scomparso lentamente, sostituito da macchinari sempre più rapidi per la riparazione o addirittura da nuovi, nuovissimi oggetti pronti per essere usati e buttati al minimo segno di cedimento.

“’O Cardalana, ‘o cardalana” – fino a trent’anni fa circa, tra le strade della città di Napoli, era questa la frase di rito urlata da un megafono montato su un’automobile.
Chi era ‘o Cardalana? E qual era la sua mansione?

‘O Cardalana, conosciuto anche come o’ materazzaro, attualmente fra le figure professionali andate in disuso, era colui che si occupava “rimettere a posto” i materassi usurati, appiattiti e poco morbidi.

‘O Cardalana, non possedendo una bottega personale, era solito essere chiamato a domicilio una volta l’anno per sistemare l’imbottitura del materasso fatto di lana o di piume o addirittura, in tempi più antichi, di foglie o di fibre vegetali.

Il lavoro veniva effettuato con l’ausilio di uno strumento chiamato scardasse – ecco perché era definito anche scardassiere – che allargava la lana e la rendeva più voluminosa e soffice.

Lo scardasse era composto da due parti chiodate, una fissa e un’altra mobile: la lana, dopo essere stata lavata e fatta asciugare, veniva adagiata sulla parte fissa e allargata con quella mobile. L’intera operazione durava qualche giorno e di certo non era un toccasana per la salute dell’artigiano dato che, battere di continuo la lana, non faceva altro che alzare un gran cumulo di polvere e peli, provocandogli una fastidiosa tosse e il “tappo al naso”.

Al materassaio toccava anche il compito di rinfilare i fiocchetti e di ricucire, da entrambi i lati, il bordo del materasso con degli aghi lunghissimi, i cosiddetti aghi saccurali.

Oggigiorno il materasso non rientra più tra i beni familiari di valore da tramandare alle generazioni future, il lavoro manuale è stato sostituito da moderni macchinari automatici che producono una gran varietà di modelli esposti in veri e propri show room del materasso.

zarellaro

Oggigiorno quando abbiamo la necessità di acquistare un particolare prodotto siamo soliti andare in punti vendita specializzati. Un tempo nella città di Napoli, esistevano delle botteghe di ridotte dimensioni, nelle quali era possibile reperire un po’ di tutto e di più.
Colui che lavorava all’interno di quest’emporio era conosciuto come ‘o zarellaro o, al femminile, ‘a zarellara, ed era il cosiddetto merciaio. Il caos e l’estremo disordine erano i tratti distintivi di questo stravagante esercizio commerciale. Non di rado, ‘o zarellaro esibiva la propria baraonda di oggetti e articoli non in un piccolo emporio, ma su un carretto ambulante.

La bottega era, al tempo stesso, una merceria, una cartoleria e, perché no, anche una sorta di parafarmacia, dove si poteva trovare di tutto: ago, cotone, bottoni, forbici, spugne, secchi, scope, “mazze p’ lava’ ‘nterra”, strofinacci, quaderni, astucci, penne e cancelleria varia, ma anche giocattoli, bambolotti, lacci per le scarpe e tutto l’occorrente per lucidarle. Senza dimenticare di altra merce come scopettini per il gabinetto, siringhe, aghi per iniezioni, ovatta, alcool, pappagalli e pale per gli allettati. Il tutto contornato da dolciumi per bambini sparsi qua e là come i lecca lecca e le caramelle.

Originariamente ‘o zarellaro vendeva solo accessori utili per effettuare piccoli aggiusti di sartoria domestica. Di fatto il mestiere in questione, nacque proprio per fornire alle donne di casa quei piccoli oggetti, chiamati per l’appunto zagarelle, di cui avevano bisogno per rattoppare o cucire i capi d’abbigliamento. Poi, con il passare degli anni, ha arricchito la sua varietà.
Proprio per il suo modo di fare commercio in maniera confusionaria, il termine zarellaro viene utilizzato ancora oggi in senso dispregiativo per indicare un soggetto privo di professionalità.

ostricario

Un tempo nella città di Napoli non era difficile avvistare, soprattutto nei pressi di località marittime, dei piccoli chioschi specializzati nella vendita di ostriche e, con il tempo, anche di frutti di mare di ogni tipo.

Questo singolare venditore era conosciuto con il nome di Ostricario e la sua nobile arte non era destinata a tutti ma veniva tramandata per discendenza diretta, quindi di padre in figlio o, in casi eccezionali, a coloro i quali venivano giudicati come particolarmente meritevoli.

‘O Stricario, al contrario del maruzzaro, non era un semplice venditore, piuttosto un esperto intenditore di frutti di mare che, con estrema cura, raccoglieva personalmente le ostriche dagli scogli per poi servirle ai clienti già aperte e pronte per essere gustate.
Solitamente i chioschi degli ostricari erano di colore verde, giallo o nero, ma solo ai migliori veniva concesso di installare una grande insegna con il nome proprio del venditore, seguito dal titolo Ostricario Fisico o Osticario d’Europa.

Il tanto ambito titolo di Ostricario Fisico fu inventato niente poco di meno che da Ferdinando II di Borbone, Re delle due Sicilie. Si narra che il Re fosse un vero amante dei frutti di mare e che, in un giorno del 1850, recandosi al mercato di Santa Lucia, un giovane venditore gli offrì un’ostrica proveniente dal Lago Fusaro.

Ferdinando II fu talmente entusiasta del sapore del frutto che, per elogiare la bontà del prodotto, replicò al giovanotto “voi siete un ostricario fisico!”.
Probabilmente ciò che ispirò il Re nell’attribuire quest’appellativo fu il titolo di Dottor Fisico, dato solo ai medici che riuscivano a distinguersi negli studi di medicina e ricerca.

impaglia
Napoli è la città dai mille colori ma anche la città dai mille ed originali mestieri.

Tanti e vari sono i lavori artigianali che nei decenni hanno animato il capoluogo partenopeo, molti dei quali ormai scomparsi o miracolosamente sopravvissuti grazie ad un passaparola tramandatosi di padre in figlio. Un’antica professione che merita una particolare attenzione è quella praticata dai seggiolari o ‘mpagliasegge.

I seggiolari, mestiere principalmente svolto da donne, erano coloro che producevano sedie di tutti i tipi e dimensioni intrecciando fili di paglia sottile su un telaio di legno con spalliera. Tra gli strumenti adoperati da questi stravaganti artigiani vi erano naturalmente i fili di paglia, gli spruoccoli, traverse in legno necessarie per stendere e intrecciare i fili, un coltello affilato per tagliarli e una stecca per favorire l’intreccio.

Tanto celebre fu quest’arte da essere menzionata in una famosa canzone del poeta napoletano Salvatore di Giacomo, ‘O Vascio, che racconta la storia di una mpagliasegge che viveva, come suggerisce il titolo stesso, in un basso con il marito, il quale svolgeva la professione di Maestro d’Ascia, l’attuale falegname. Nonostante le umili e modeste origini, questa coppia aveva avuto la fortuna di dare alla luce una figlia ch’ è na vera meraviglia.

Ma non finisce qui: tra le strade strette della città passeggiavano anche gli mpagliasegge ambulanti, il cui compito era quello di riparare le sedie di paglia rotte o usurate.

Seppur attualmente la maggior parte delle sedie vengono prodotte a macchina con fili sintetici o ancor peggio sostituite con quelle in plastica, resistono ancora poche e rare botteghe dove viene praticata questa originale e minuziosa arte.

maria-antonietta

La tradizione culinaria napoletana, oggi riconosciuta in tutto il mondo come sinonimo di gusti e ricchezze inimitabili, è il risultato delle tantissime culture che si sono susseguite nei secoli ed i “monzù” sono stati l’apice di questa evoluzione. Il “Liber de Coquina”, uno dei più importanti ricettari medievali che sono arrivati fino a noi, testimonia che, già nel XIII secolo, Napoli aveva già recepito la ricercata cucina del mondo arabo, con l’utilizzo di spezie ed accostamenti inimmaginabili nell’Europa del tempo.

Così, ingredienti poveri riuscivano ad unirsi in sapori forti e genuini creando molte delle pietanze che gustiamo ancora oggi. Tuttavia, la vera rivoluzione culinaria napoletana arrivò sotto il regno dei Borbone e la conseguente influenza della raffinatissima Francia. Abbiamo parlato spesso del complicato rapporto matrimoniale fra Ferdinando IV di Borbone, il “Re Lazzarone”, con l’altezzosa Maria Carolina d’Austria. Lui cresciuto come uno scugnizzo fra i vicoli di Napoli, predisposto più alla caccia ed allo sport che ai lustri nobiliari ed incline a scherzi e giochi poco consoni ad un sovrano; lei, fiera esponente della casata asburgica ed abituata a lussi ed onori di ogni genere.

Nonostante l’abissale differenza, i due sovrani trovarono un giusto compromesso coniugale: Ferdinando continuava a comportarsi da lazzarone, mentre Carolina cercava inutilmente di inculcargli la sua classe. C’era una cosa, però, che la regina non riusciva a tollerare: la cucina napoletana del tempo. Quei sapori tanto marcati e schietti la disgustavano al punto da chiedere aiuto alla sorella Maria Antonietta, Regina di Francia fino alla Rivoluzione, nota buongustaia, altezzosa quanto lei e talmente ben voluta dal popolo da essere ghigliottinata.

Per salvare il palato della sorella, Antonietta inviò alla corte di Napoli alcuni fra i migliori cuochi francesi per educare i colleghi nostrani ai gusti più in voga del tempo. La cucina napoletana, però, era troppo particolare per essere assorbita da quella d’oltralpe, anzi, avvenne l’esatto opposto: la nuova generazione di chef partenopei creò una cucina completamente nuova, che arricchiva quella tradizionale con creme e preparazioni tipiche francesi. I nuovi artisti della tavola venivano appellati col titolo di Monsieur, “signore” in francese.

Come spesso è accaduto, il termine è stato alterato fino ad arrivare ad una forma più facilmente pronunciabile nelle nostre terre: così, i monsieur divennero in tutto il Regno di Napoli, i “monsù”, poi “monzù”. Una etimologia confermata anche dall’Enciclopedia Gastronomica Italiana, che definisce in questo modo il termine: “traduzione dialettale napoletana e siciliana della parola francese monsieur. Monzù erano chiamati nei secoli XVIII e XIX i capocuochi delle case aristocratiche in Campania e in Sicilia perché, in epoca di influenza gastronomica francese, niente più di un titolo francesizzante pareva premiare l’eccellenza, anche se essi di solito francesi non erano.”

Alle dipendenze delle più importanti famiglie nobiliari del tempo, punte di diamante indiscusse in ogni corte, i monzù arrivarono a formare vere e proprie casate nelle quali la sublime arte culinaria veniva tramandata di padre in figlio e perfezionata dopo ogni generazione. Secondo quanto riportato da ristorazioneruggi.com, fu proprio grazie ad uno di loro, tale Gennaro Spadaccino, che oggi abbiamo la forchetta con quattro punte.

Anche questa invenzione venne ordita da Maria Carolina: i maccheroni erano uno dei piatti più amati dal popolo, che per raccoglierli bene usava mangiarli con le mani, usanza che ripugnava la regina. Fu sul punto di bandirli completamente dal regno, ma non aveva fatto i conti col marito, amante sfegatato della pasta ed anche lui estimatore del gustarla con le mani. Così, per salvare matrimonio e regno, Carolina ordinò al suo monzù più fidato di creare un sistema per sostituire l’uso delle mani.

I monzù hanno rivoluzionato più di una volta l’alta cucina di Napoli e del mondo intero, ma, ormai, sono figure professionali estinte. Uno dei pochi grandi esponenti di questa nobile arte è Gerardo Modugno, l’ultimo vero monzù napoletano, che gestisce una prestigiosa accademia volta a tramandare alle future generazioni l’antica cucina aristocratica che deliziò il Regno delle Due Sicilie.