Chiacchierate Partenopee. Vesuviolive.it intervista i Sunneva

Sunneva

Sunneva è un progetto nato a Napoli nel 2011 dalla sensibilità artistica di Stefano Pellone. Polistrumentista, autore e cantante. Con l’album d’esordio “We Are Trees” guadagna immediatamente un posto tra le migliori band indipendenti campane. Sunneva porta a Napoli un altro modo di fare musica.. altri suoni, altre atmosfere. Un ottimo prodotto musicale, di quelli che difficilmente se ne trovano in giro soprattutto in Italia e ancor di meno a Napoli. Sin dal primo pezzo si ha l’impressione di ascoltare un disco già maturo, essenziale e raffinato.
Un progetto tutto napoletano che però, di napoletano, sembra non avere poi molto. Una scelta coraggiosa e intrigante che merita di essere approfondita.

Suoni nordici, melodie lontane. Sunneva è un progetto che mal si addice alle atmosfere calde e popolari di Napoli. Cosa ti ha portato a prediligere per la tua musica un mood sostanzialmente così lontano dallo spirito della nostra città? Voglia di evadere da una realtà troppo stretta che mal ti rispecchia o semplice predilezione per il genere indie-folk ?

Negli anni credo di essermi avvicinato a sonorità che istintivamente sono nelle mie corde senza chiedermi dove nascessero né dove mi stessero conducendo. Con la stessa spontaneità è avvenuta la selezione dei suoni e la scelta degli strumenti, niente di premeditato ma piuttosto qualcosa di molto viscerale, il che non significa che non abbia richiesto anche un grosso lavoro di studio ed approfondimento. Se poi alla fine Sunneva suona folk o indie, pop o rock la questione per me è marginale. Indubbiamente però nei miei ascolti alcuni riferimenti occupano un posto centrale come ad esempio la ricca scena indie Islandese. L’essere nato a Napoli ha avuto un peso enorme in quello sono e dunque nella mia musica. Napoli è una città sbalorditiva e grottesca, densa di conflitti e segreti, che puoi amare alla follia senza mai comprenderla del tutto e che può ferirti profondamente se non accetti la sua complessa bellezza. Quando ho vissuto fuori (dalla città e dell’Italia) in certi momenti ho sperimentato una mancanza lancinante di tutto questo, oltre che del mare e del Vesuvio, dei vicoli e delle chiese nascoste. Probabilmente se avessi continuato a stare lontano ora canterei in dialetto e al posto dell’ukulele mi sarei procurato un mandolino!

-Matt Elliot, Benoit Pioulard, Terje Nordgarden, Geoff Farina.. A cosa attribuisci questa inaspettata “virata indie” da parte dei locali campani?

Non vedo in questo un elemento di novità ma piuttosto ritengo che ci sia sempre stato un ristretto circolo di persone interessate a portare a Napoli, nonostante le difficoltà di varia natura non ultime quelle logistiche, autori e band più di nicchia. Geoff Farina, tra quelli che hai citato, è praticamente di casa qui da noi. Chi, come me, ha visto i Fugazi un paio di volte a Roma sa che erano già stati a Napoli addirittura a fine anni ’80. Nella mia storia personale hanno avuto grande peso luoghi molto diversi tra loro ma accomunati dalla voglia di aprire le porte alle novità, come il Tien’a Ment o lo Slovenly oppure, per citarne uno ancora in attività e che ha sempre dato spazio alle sonorità più underground, il Riot. Certo in questa città è difficile ritagliarsi uno spazio e difenderlo e curarlo nel tempo.

Sunneva come Partenope: figure mitologiche vicine e allo stesso tempo lontane. Punti di contatto tra storie, miti e leggende apparentemente distanti figlie di culture geograficamente estranee. Come musicista credi ci siano dei punti di contatto anche nella tradizione musicale?

Sunneva per me appartiene ad un immaginario letterario più che mitologico, trattandosi di un personaggio di un romanzo letto tempo addietro. Una figura ambivalente, insieme saggia e visionaria, dissoluta e materna. Con Partenope ha in comune la sensualità ed una forte duplicità. La sirena è per metà umana e per metà animale, Sunneva è un po’ donna in carne e ossa un po’ oracolo. Rispetto alla possibilità di una connessione tra le diverse tradizioni musicali penso ci siano punti di contatto dovuta, diciamo così, ad una base comune di ‘umanità’ che avvicina tutti gli abitanti del mondo, per questo la musica riesce agevolmente a valicare confini geografici e culturali.

Ascoltando l’album “We Are Trees” si ha l’impressione che dietro ci sia una profonda attenzione ai suoni e un’accurata ricerca degli strumenti. Soffermandosi poi sui nomi dei musicisti che hanno collaborato alla registrazione del disco, si nota una prevalenza di elementi napoletani come Luca di Maio (validissimo musicista e compositore napoletano conosciuto soprattutto per la sua attività negli Insula Dulcamara), Jack D’Amico e Marco Castaldo. Stesso ragionamento vale per i componenti della band riunita per le sessioni live. Francesco Bordo, Massimo Manzo, Michele Bifari e Claudio Manzo musicisti napoletani di un certo spessore da sempre molto attivi nel panorama musicale partenopeo. Questo disco, secondo te, può essere la prova che la scena indipendente di Napoli è ancora in salute?

A Napoli ci sono un sacco di musicisti talentuosi e creativi.. quello che manca è proprio la scena intesa come momento di aggregazione fondato sulla volontà di condividere, di unire le forze per raggiungere un obiettivo comune.. tendenzialmente ognuno si concentra sul proprio progetto e questo, in verità, è un atteggiamento molto napoletano, collegabile secondo me alla nostra storia e alla nostra cultura di popolo. Sunneva nella sua idea primitiva è un progetto corale aperto al contributo di chiunque e questa è la ragione per cui sul disco ci sono così tante collaborazioni con musicisti della scena jazz come ad esempio Jack d’Amico, indie come Luca di Maio, ed elettronica come Fabrizio Somma in arte K-conjog ai quali vanno tuttora la mia gratitudine ed il mio rispetto. Musicalmente parlando Sunneva è aperta ad ogni possibilità sonora e contemporaneamente attua una cernita strettissima su tutto ciò che sceglie di abbracciare. In ‘We are trees’ trovi una gamma di suoni molto ampia.. chitarre elettriche ed acustiche, ukuleli vari, pianoforte ed archi, batteria e basso ma anche synth e suoni elettronici virtuali. Dalle tubular bells suonate nello studio più antico di Napoli (i mitici Phonotype studios) a campionamenti di suoni generati con applicazioni web, ce n’è davvero per tutti i gusti. In effetti non ho mai considerato un suono per la sua ‘origine’ ma piuttosto per come può dialogare con gli altri e se riesce a dare un contributo ad un determinato brano.

-… I Sunneva da domani in poi?

Oggi Sunneva ha un’identità nuova e precisa perché la line up è completa e stabile. Ognuno dei miei compagni di avventura contribuisce significativamente grazie all’esperienza maturata con altri progetti presenti e passati: Massimo Manzo, Michele Bifari e Claudio Manzo con i DasAuge, Francesco Bordo con il suo progetto personale Nasov. In alcuni contesti Davide Mastropaolo (Frame, Orchestra Joubès) ci onora della sua presenza al piano. All’orizzonte abbiamo tante cose: il disco sarà distribuito da Audioglobe e speriamo tra non molto di tornare in studio a registrare cose nuove. Nel frattempo siamo dal vivo con set acustico ridotto o con l’intera formazione. Inoltre abbiamo in cantiere una collaborazione con Rinedda, che già ha disegnato le illustrazioni del disco per una perfomance audiovisiva e di danza.. il resto per ora è ancora un segreto!

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