Chiese di Napoli

La rubrica sulle Chiese di Napoli e del vesuviano

Di orrenda memoria, ma per diversa ragione, non perché infestato di spiriti, ma perché bruttato da fatti di libidine, di sangue e di sacrilegio, era il vicolo di Sant’Arcangelo di Baiano, dove si vedeva ancora la chiesa superstite dell’antico monastero di monache benedettine, abolito nel 1577“. Così il filosofo e storico napoletano Benedetto Croce in merito alla cronaca leggendaria di uno dei luoghi di culto più misteriosi ed esoterici di tutta Napoli, il monastero di Sant’Arcangelo a Baiano appunto, ubicato in quel di Forcella.

Fondato dai monaci basiliani in onore di Michele Arcangelo e di san Pietro nel VI secolo d. C., sui resti di un antico tempio pagano dedicato ad Ercole, deve probabilmente la locuzione “a Baiano” alla presenza in zona dell’importante famiglia dei Baiani, del seggio della Montagna, provenienti proprio da Baia.

Ed era propria una discendente di questa famiglia, Laura de’ Bajani, la badessa del monastero quando tutto ebbe inizio. Sotto di lei dal 1540 diciotto suore, tutte appartenenti all’aristocrazia locale. Fatto per nulla insolito, dato che all’epoca la nobiltà obbligava le secondogenite a prendere i voti in modo da garantire ricche doti alle prime nate, maritandole a uomini di alto rango. A queste 18 sorelle ben presto se ne aggiunsero altre quattro, anch’esse di nobili famiglie: Agata Arcamone, Laura Frezza dei patrizi di Ravello, Chiara Sanfelice dei duchi di Bagnoli, e Giulia Caracciolo Rossi dei principi di Avellino.

Le quattro giovani suore presero a condurre una vita agiatissima (avevano stanze sontuose e persino ancelle personali) e soprattutto libidinosa, almeno stando a quanto una certa suor Eufrasia riferì alla successiva badessa Costanza Mastrogiudice, ovvero che Giulia Caracciolo aveva una relazione segreta con un marchese, mentre suor Lavinia Pignatelli se la intendeva con un mercante. Nell’indagare sulla vicenda la madre superiore fu testimone dell’aggressione mortale degli sgherri del principe di Garagusa a danno dei sia del marchese che del mercante.

Fu solo l’inizio di crimini efferati. Di lì a poco, infatti, la madre badessa morì avvelenata. La nuova superiora, Elena Marchese, fu anch’essa uccisa, stavolta da suor Zenobia Marchese e dal suo amante, i quali la pugnalarono e scapparono, coperti da altre suore che si adoperarono anche di togliere da mezzo consorelle complici o scomode testimoni: Chiara Sanfelice, uccisa con il pugnale, e suor Camilla Origlia, buttata giù da una finestra. Queste morti vennero fatte passare come suicidi.

Si organizzò dunque un banchetto per metter pace in convento, ma alcune suore denunziarono lo stato di cose al padre confessore Andrea d’Avellino, dell’Ordine dei Chierici Regolari Teatini di San Gaetano, che perquisì le celle e interrogò le religiose. Con l’autorizzazione dell’ arcivescovo di Napoli don Pietro Carafa, Andrea d’Avellino chiese al vicario criminale del Tribunale di intervenire con i suoi gendarmi.

Il processo venne presieduto da monsignor Reviva, vicario generale diocesano, che fece frustare tre suore sospettate di aver ucciso Eufrasia D’Alessandro, Chiara Sanfelice e Lavinia Pignatelli. Altre 9 consorelle furono mandate in quattro diversi conventi. L’ordine di Sant’Arcangelo venne sciolto e il complesso sconsacrato.

Il monastero rimase chiuso fino al 1645, quando fu ripristinato come romitorio maschile e affidato ai Frati Bianchi o della Mercede. I padri ricostruirono convento e chiesa. Dai primi anni dell’800 il complesso religioso rimase di nuovo disabitato e la chiesa sconsacrata. I monaci vennero trasferiti in altri conventi. Si disse che nel monastero vi fossero stati casi di possessione, e la gente per anni affermò che dall’interno venissero urla e si verificassero apparizioni spettrali.

La più suggestiva riguarda la già citata suor Agata Arcamone di cui, una volta sorpresa in una tresca amorosa, si persero le tracce: per alcuni lasciò per sempre Napoli, secondo altri, invece, il suo fantasma si aggirerebbe ancora oggi tra le mura del monastero, che lei considerò sempre una prigione.

Non si sa bene dove finisca la cronaca e dove cominci la leggenda, ma è certo che all’epoca e per alcuni secoli a venire i fatti del monastero di Sant’Arcangelo a Baiano furono molto famosi, tanto che lo stesso Stendhal vi dedicò un libello di grande successo, pubblicato prima in Francia (1829) e poi in Italia (1860).

Oggi il monastero risulta ancora abbandonato.

FONTI:
Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Napoli, Napoli Sacra, I itinerario, Napoli 1993.
Italo Ferraro, Napoli. Atlante della Città Storica. Quartieri Bassi e il “Risanamento”, Napoli 2003.
Bartolommeo Capasso, Topografia della città di Napoli nell’XI secolo, Napoli 1895.

chiesa di santa maria della sapienza 2

chiesa di santa maria della speranzaTra le tante bellissime chiese del centro storico di Napoli ce n’è una che è stata tristemente abbandonata a se stessa: è la Chiesa di Santa Maria della Sapienza, in via Costantinopoli.

Il complesso è un’imponente struttura risalente al ‘600 e chiusa da diversi decenni.

All’interno, anch’essa tristemente abbandonata al degrado, c’è la Cappella della Scala Santa, un’altra ricchezza da valorizzare.

L’abbandono della struttura ha fatto sì che sia proliferata l’inciviltà attorno ad essa: oltre ad essere diventata una discarica a cielo aperto, la chiesa è vittima di infiltrazioni d’acqua, furti ed atti vandalici.

chiesa di santa maria della speranza 2Inutile quindi dire che lo stato di manutenzione della struttura è praticamente nullo.

A proposito di ciò, Francesco Emilio Borrelli (consigliere regionale dei Verdi) e Enzo Vasquez (responsabile tematiche dei rifiuti dei Verdi di Napoli), chiedono l’autorizzazione ad entrare nel complesso e procedere alla pulizia per ridare dignità ad un così importante pezzo della storia di Napoli.

I due inoltre dichiarano che “è inaccettabile che simili ricchezze, anziché essere mete di visitatori, siano simbolo e trionfo di consolidato degrado”.

La chiesa di San Michele Arcangelo è una celebre chiesa monumentale situata in Piazza San Nicola, nel cuore del centro storico di Anacapri.
La chiesa in puro stile barocco fu edificata tra il 1698 e il 1719 e progettata dall’architetto Antonio Domenico Vaccaro per volere della Madre Serafina di Dio, religiosa di Capri nota per essere anche la fondatrice del convento delle teresiane.
La volontà e la determinazione della donna nel portare avanti questo progetto deriva da una promessa che ella fece a San Michele Arcangelo: “Se voi liberate Vienna (dall’assedio dei Turchi, ndr), prometto di fondare ad Anacapri una chiesa ed un monastero, a maggior gloria del Signore e a onor Vostro”. Ed ovviamente così fu.

In prima linea a favore della costruzione della chiesa vi fu il vescovo di Capri Michele Gallo di Vandenejnde che non solo mise a disposizione il suo patrimonio personale ma espresse altresì il desiderio d’essere sepolto proprio in quella chiesa inedita, di fatti dietro l’altra maggiore vi è un’epigrafe a ricordarlo.
La chiesa di San Michele Arcangelo fu costruita di fianco la Chiesa di San Nicola, della quale oggi non è rimasto nulla se non il nome della piazza che ospita la chiesa di cui stiamo parlando.

Nel corso del tempo, la chiesa non fu, come normale che sia, utilizzata solo per momenti di raccolta e di preghiera ma tra il 1806 e il 1808, durante l’occupazione inglese e francese, il suo spazio fu usato come deposito per le armi e come alloggio per i militari.
Quando i militari abbandonarono la struttura, furono progettati dei lavori di restauro, iniziati nel 1815. La chiesa fu riaperta ai fedeli solo il 10 giugno del 1817 grazie al re Ferdinando delle Due Sicilie.

Dal punto di vista architettonico, l’edificio si presenta con una pianta ottagonale a forma di croce greca. Di straordinaria bellezza è l’altare maggiore, realizzato dal “mastro marmoraro” Agostino Chirola in marmo di Carrara verde e giallo, ai cui lati sono posti due splendidi angeli in marmo bianco. L’Altare fu realizzato a Napoli e trasportato in seguito sull’isola con una scialuppa.

Tuttavia ciò che della chiesa lascia senza fiato i visitatori è il pavimento maiolicato raffigurante la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso ad opera del maestro “riggiolaro” Leonardo Chianese, mentre il disegno fu creato dal pittore italiano Francesco Solimena.
Proprio perché il pavimento è un’opera d’arte unica nel suo genere, non può essere calpestato ma deve essere ammirato percorrendo le passarelle laterali che lo recintano.
Inoltre salendo una stretta scala a chiocciola situata all’ingresso è possibile ammirare il pavimento maiolicato dall’alto e nel suo complesso.
Il dipinto è carico di elementi di conseguenza occorre tempo e tranquillità per poterli ammirare tutti, dalla flora e la fauna che fanno da sfondo alla descrizione del paradiso terrestre al serpente, che incarna il diavolo, attorcigliato all’albero della conoscenza del Bene del Male.

Dove: Piazza San Nicola,1 – Anacapri
Quando: aprile – settembre dalle 9:00 alle 19:00; ottobre – marzo dalle 10:00 alle 15:00; chiusura dal 27 novembre all’8 dicembre
Costo d’ingresso: 3 euro
Per maggiori informazioni: 081 8372396/ info@chiesa-san-michele.com

Fonte

Napoli è da sempre una città che ha un rapporto particolare con la morte, un modo tutto suo di gestire l’altra dimensione, protagonista da sempre dei detti popolari e degli usi e costumi della tradizione. Uno degli esempi evidenti è la Chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco, detta anche “la Chiesa delle Capuzzelle”, o chiesa d”e cape ‘e morte”, il luogo principale dove si concentra il culto delle anime pezzentelle.

Il legame con la morte fu alimentato in larga parte dal clima della Controriforma del ‘600, che sosteneva il principio delle anime purganti, attraverso l’intercessione di preghiere e messe a suffragio, per salvare  le anime dei morti in sosta al Purgatorio, e aiutarle ad espiare i peccati e salire al Paradiso.

Foto: Complesso Museale Purgatorio ad Arco, pagina Facebook

A Napoli, di pari passo, si sviluppò il rito delle anime pezzentelle, ossia quello delle capuzzelle: i teschi venivano adottati e curati dal popolo, con preghiere e devozione per ottenere benedizioni per la propria famiglia.

Quindi, le donne dei quartieri, sceglievano la propria “capuzzella” tra i tanti teschi sparsi nelle catacombe, attribuendole un nome e un ruolo specifico. Poi la si sistemava su un cuscino ricamato, e la si lucidava e puliva, addobbandola con fiori e lumini. Dopo questa procedura, si pregava l’anima del morto, chiedendogli grazie e intercessioni durante i sogni, che erano l’unico modo per comunicare con il defunto.

Il teschio di Lucia ‘a sposa

Questa è anche la storia della chiesa della Anime del Purgatorio ad Arco, che sorge in via Tribunali 39, nel Complesso culturale della «Via dell’Arte» di Via Duomo, a due passi dal Pio Monte della Misericordia e dal Museo del Tesoro di San Gennaro.

La Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco sorse per desiderio di una congregazione nobiliare laica nel 1604, che raccoglieva fondi per aiutare le persone più bisognose, ossia per garantire messe a suffragio e sepolture per i loro defunti.

La Chiesa fu disegnata dagli architetti ed ingeneri Giovan Cola Di Franco e da Giovan Giacomo Di Conforto, e fu chiamata “ad Arco” per la presenza di un arco posto all’incrocio tra via Tribunali, via Nilo e via Atri.

Foto: Complesso Museale Purgatorio ad Arco, pagina Facebook

La chiesa è molto bella, strutturata su due livelli, ricca di simbologie mortuarie: la parte superiore rappresenta il mondo dei vivi, la parte inferiore quello dei morti. L’interno è in stile barocco, e si apre con un’unica navata con tre cappelle laterali e un transetto ridotto.

Molto particolari, e in linea con il motivo centrale della Chiesa, sono i fregi allegorici che simboleggiano l’aldilà, oltre che i teschi e le ossa sul portale d’ingresso e nelle nicchie.

La “pezzentella” più richiesta è quella di Lucia, alla cui edicola si accumulano spesso biglietti di turisti e visitatori. A lei, infatti, vengono raccontate le sofferenze sentimentali e espresso il desiderio di trovare l’amore.

La Chiesa, il Museo e l’Ipogeo, sono aperti dal lunedì al venerdì dalle 10,00 alle 14,00 e il sabato dalle ore 10,00 alle 17,00. Domenica chiuso.


Il complesso monumentale di Santa Chiara, che comprende Chiesa, Monastero e Convento, è un edificio di culto situato nella città di Napoli.

Fu edificato a partire dal 1310 per volere del monarca Roberto d’Angiò e della sua seconda moglie Sancha di Maiorca, entrambi cattolici e estremamente devoti a San Francesco d’Assisi e a Santa Chiara, per offrire una residenza alle Clarisse, nel monastero, e ai Frati Minori nel convento.

L’intento era quello di realizzare un convento doppio, una cittadella francescana che possedesse due edifici religiosi separati ma posti l’uno di fronte l’altro.

Furono Gagliardo Primario e Lionardo di Vito gli architetti scelti per i lavori di costruzione. Solo nel 1340, dopo trent’anni, la chiesa, in puro stile gotico, fu aperta al culto.

Il monastero di Santa Chiara sito in via Santa Chiara, di fronte alla Chiesa omonima, ospita al suo interno il Museo dell’Opera, un’area archeologica di epoca romana, quattro chiostri monumentali (Chiostro maiolicato, Chiostro di San Francesco, Chiostro dei Frati Minori, Chiostro di Servizio), una biblioteca, e la Chiesa delle Clarisse (ex refettorio dei Frati Minori).

Successivamente il Chiostro dei Frati Minori e quello di Servizio diventarono parte della Chiesa delle Clarisse, adiacente al complesso di Santa Chiara, ubicata in piazza del Gesù Nuovo.

Chiostro Maiolicato di Santa Chiara

Tuttavia il più chiostro più suggestivo è certamente quello maiolicato delle Clarisse, visitabile tutt’oggi, progettato da Domenico Antonio Vaccaro tra il 1742 e il 1769 e decorato con maioliche settecentesche da Giuseppe e Donato Massa. Dal chiostro delle Clarisse si può accedere a quello di San Francesco, che è molto più piccolo e che, purtroppo, ha perso quasi del tutto il suo originario aspetto trecentesco.

Il Museo dell’Opera invece si compone di quattro sale: Sala Archeologica, Sala della Storia, Sala dei Marmi e la Sala dei Reliquiari.

Nel corso dei secoli parte il complesso monumentale subì diverse interventi di ristrutturazione.

In particolare, durante la seconda guerra mondiale, il 4 agosto del 1943, parte della Chiesa e degli affreschi al suo interno furono distrutti da un bombardamento aereo. Solo nel 1953 i lavori di restauro guidati da Mario Zampino terminarono e la Chiesa riaprì al pubblico.

Dove: Via Santa Chiara, 49/c
Orari:
– Chiesa 7:30/13:00 e 16:30/20:00
– Complesso Monumentale, feriali 9:30/17:00; festivi 10:00/14:30
Costo: intero 6 euro, ridotto 4,50 euro
Per maggiori info: 081 7971224 o consultare sito web.

Fonte: www.monasterodisantachiara.com

Chiesa di Santa Maria Assunta-Positano

La chiesa Santa Maria Assunta è un piccolo gioiello del centro cittadino di Positano, situata in piazza Flavio Gioia, a pochi passi dalla spiaggia di Marina Grande ed è raggiungibile solo ed unicamente a piedi.
Grazie alla suggestiva cupola in maiolica, composta da piastrelle gialle, verdi e blu, risulta una fra le attrazioni più visitate e fotografate del luogo, tant’è vero che è stata più e più volte riprodotta in incantevoli dipinti.

L’abbazia fu fondata nella seconda metà del X secolo e fu dedicata a San Vito, santo patrono di Positano. Al luogo sacro è legata l’icona bizantina della Madonna nera con il bambino che, secondo una fonte non documentata, arrivò a Positano nel XII secolo grazie ad alcuni monaci benedettini. Mentre secondo una leggenda, l’immagine sacra si trovava a bordo di un veliero che, giunto nei pressi di Positano, fu travolto da una tempesta che lo costrinse ad arrestare il viaggio. Dopo vani tentativi di proseguire la navigazione, fu sentita una voce: “Posa, posa” che fu interpretata come una manifestazione della volontà della Vergine di restare in quel luogo. Il capitano decise quindi di dirigere la prua verso terra e solo allora la nave riprese a muoversi. raggiunta la riva, i marinai consegnarono l’icona agli abitanti di Positano che la portarono in una chiesa ubicata in una piazza del paese.
Il giorno seguente, l’immagine sacra scomparve e fu ritrovata in un campo di ginestre, vicino al mare. L’accaduto fu interpretato dalla popolazione locale come un miracolo compiuto dalla Madonna e per tale motivo fu costruita una nuova chiesa lì, dove era stata ritrovato il quadro della Vergine.
Che appartenga a realtà oppure a leggenda, oggi l’icona può essere ammirata all’interno della Chiesa ed è ritenuta uno fra gli oggetti più preziosi custoditi al suo interno.

Originariamente l’interno della chiesa era ad una sola navata, poi grazie ai lavori di ristrutturazione, compiuti tra il 1777 e il 1782, fu divisa in tre navate con cinque archi e diverse cappelle laterali. Sull’altare maggiore è posta l’immagine della Vergine, mentre ai lati dell’abside vi è il coro in noce massiccio alle cui estremità sorgono due nicchie che custodiscono l‘Addolorata ed un pregevole Cristo, realizzato nel 1798 da Michele Trillocco.

A destra dell’altare maggiore vi è la cappella di Santo Stefano all’interno della quale è custodita la statua lignea settecentesca della Madonna con Bambino. A sinistra c’è la cappella del SS. Sacramento.
Altre opere custodite nella chiesa sono l’altare della Circoncisione, opera di Fabrizio Santafede del 1599 e il busto reliquiario del santo patrono del paese, San Vito.
Lungo la navata sinistra, è possibile ammirare le cappelle del Crocifisso, dell’Annunziata, di San Vito e di San Nicola di Bari. Lungo la navata destra vi sono le cappelle di Sant’Anna, di Sant’Antonio, dell’Immacolata e di San Biagio.
Sopra la porta centrale vi è il maestoso organo meccanico inaugurato nel 2000.

Ed infine, a pochi passi dalla Chiesa sorge il campanile, edificato nel 1707, al cui centro vi è un bassorilievo medioevale raffigurante un mostro marino, una volpe ed un pesce di manifattura campana.

La bellezza propria dell’abbazia, unita al magnifico paesaggio che solo la costiera amalfitana può regalare, rende la Chiesa di Santa Maria Assunta una fra le location preferite dalle coppie per pronunciare il fatidico Sì.

Chiesa di Santa Maria Assunta-Positano
Chiesa di Santa Maria Assunta-Positano

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matrimonio

Quando cammini a Napoli prima di ogni pensiero, azione o riflessione, ti innamori. E lo fai quasi inconsciamente, poiché non sei sempre padrone dei tuoi occhi, i quali viaggiano per i vicoli come le parole dei poeti di un tempo. Riluttanti nell’essere dominati.

Chi ha scritto ” Parto. Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell’universo” non era napoletano; è stato Stendhal, dopo il suo soggiorno nella città partenopea.

Ci si innamora di Napoli e ci si innamora a Napoli. Esistono chiese, quelle famose e quelle  meno conosciute che hanno suggellato unioni storiche e che continuano ad essere dimora sacra dei matrimoni partenopei. Un amore che nasce a Napoli è un quadro incorniciato nella storia e la scelta della Chiesa per il giorno tanto atteso è cosa cara ai napoletani. Ma quali sono le Chiese in cui i napoletani sognano di sposarsi?

Una classifica è cosa ardua in una città ricca d’arte e trasversale fascino, tuttavia esistono Chiese  più desiderate di altre dagli amori napoletani: sposarsi alla Basilica di Santa Chiara, ad esempio, rappresenta una peculiare scelta. Nel cuore del centro storico e nella poesia dell’architettura Gotica, la Basilica è un pezzo di storia raccontata, poiché, tra l’altro, fu gravemente danneggiata durante il secondo conflitto mondiale. La canzone Munastero e’ Santa Chiara si riferisce proprio alla malinconia del cuore napoletano dopo il devasto della città (Penz A’ Napule comm’era, Penz a’ napule comm’è).

santa chiara

Il Duomo. La Cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta e un pò anche casa di San Gennaro, di cui si svolge il rito dello scioglimento di sangue. Il Duomo, come molte chiese di Napoli e la stessa Basilica di Santa Chiara gode di una contaminazione tra Gotico e Barocco, caratteristico di molti edifici di Napoli, in parte ri-costruiti dopo danneggiamenti, terremoti o altro.

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Altra scelta consueta di alcune coppie di sposi è celebrare il rito nella Chiesa del Gesù Nuovo, tra le volte affrescate dagli artisti del ‘600 e lo scenario di Piazza del Gesù. Forse i sanpietrini delle vie del centro non saranno graditi alla sposa, ma vale la pena rischiare, soprattutto se c’è il sole ad illuminare la piazza.

Arte e fede, il presepe napoletano in mostra alla chiesa del Gesù Vecchio

Una chiesa, forse, meno conosciuta dai napoletani stessi, ma densa di fascino mistico è la Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, in via dei Tribunali. L’interno è barocco, con opere di Stanzione, Giordano e Vaccaro, ma ad attirare l’attenzione sono i teschi esposti all’esterno, i quali si ritrovano anche dentro, poichè in questa chiesa venivano, quasi clandestinamente, fatte preghiere per le anime nel limbo, quelle del Purgatorio.

chiesa del purgattorio

Se invece l’amore vorrà essere celebrato guardando il mare, una delle scelte possibili è la Chiesa di San’Antonio a Posilipo. Il terrazzo in strada, appena fuori la chiesa, si affaccia su una delle vedute più belle di Napoli, in cui visitatori e napoletani restano estasiati. Inoltre, la zona rimane famosa anche per le 13 discese di Sant’Antonio, poiché scendendo dalla collina si percorre una strada a serpente che forma esattamente le 13 discese, arrivando sul lungomare.

chiesa di sant'antonio

Se si preferiscono le zone alte, inoltre, al centro città, una delle Chiese da poter scegliere è la Certosa di San Martino. Indiscusso mirador di Napoli, San Martino è anche luogo di ritrovo delle serate estive, da cui la vista cade armoniosamente su Napoli illuminata. La Certosa, a navate unica, è un lampante esempio di arte Barocca, con la volta affrescata dal Lanfranco, le transenne di marmo del Fanzago e il pavimento marmoreo di Bonaventura Presti.

Certosa di San Martino
Certosa di San Martino

Tra il centro storico e l’altezza collinare, si affaccia con gentilezza e ferma maestosità la Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio, conosciuta per lo più come Basilica di Capodimonte. Anche quest’ultima risulta essere gettonata per il giorno del matrimonio, sebbene è la più recente basilica di Napoli. E’ stata infatti costruita nel XX secolo, sul modella della Basilica di San Pietro a Roma. E’ affiancata dalle Catacombe di San Gennaro, simbolo della cristianità napoletana.

chiesa di capodimonte

Oscar Wilde scrisse: “Si dovrebbe essere sempre innamorati. Ecco perché non bisognerebbe mai sposarsi”. Tuttavia, probabilmente ora, sposarsi è un gesto rivoluzionario, poiché è la conferma di ciò che vorresti per il mondo.

 

Ischia – A picco sul mare e bianca, la chiesa di Santa Maria del Soccorso, o della Neve, si erge sul promontorio che da essa prende il nome come simbolo della cittadina di Forio, sull’isola di Ischia. Il santuario, dedicato inizialmente alla Madonna della Neve, ha assunto nei secoli la denominazione “del Soccorso” a causa del forte affetto e devozione dei naviganti e di tutti i marittimi che si affidano alla protezione della Madonna con ex voto. La tradizione deriva da una particolare reliquia custodita nella chiesa che vedremo in seguito.

Inizialmente parte di un convento degli Eremitani di S. Agostino, entrambe le strutture vennero edificate intorno al 1350. A confermarlo è una relazione ufficiale redatta dal priore dello stesso convento il 2 aprile del 1650 in cui si venne compilato anche un elenco attendibili di beni mobili ed immobili, entrate ed uscite economiche della comunità.

Secondo tale documento si evince che, inizialmente, il convento fosse circondato da alcuni terreni impossibili da coltivare a causa del vento forte che batteva incessantemente sull’altura. Proprio a causa di questo potente effetto climatico il terreno sarebbe via via franato distaccandosi dalla roccia, fino a “scolpire” il promontorio su cui attualmente si erge la chiesa. Viene da chiedersi a cosa servisse una descrizione tanto capillare. Nel 1649, Papa Innocenzo X sancì la soppressione di tutti i conventi minori, non in grado di sostentarsi.

Con la relazione il priore aveva cercato di dimostrare l’operatività della struttura, ma con scarsi risultati: la posizione e la lontananza dal centro abitato non davano modo alle casse di rimpinguarsi, anzi, i debiti non facevano che aumentare. Un anno dopo il documento, gli Eremitani abbandonarono il convento, che venne soppresso ufficialmente nel 1653. Rimase solo la chiesa che, nel corso dei secoli, subì numerosi rimaneggiamenti e notevoli trasformazioni che l’hanno resa quella che attualmente possiamo ammirare.

La prima chiesa era particolarmente modesta e dallo stile semplice. Nel 1791, la singola navata venne arricchita dalla cappella del Crocifisso e, nel 1854, venne eretta una maestosa cupola per adornare l’esterno. Di questa meraviglia, però, rimangono solo miniature e dipinti del tempo dal momento che un terremoto la distrusse completamente nel 1883 e, quando venne ricostruita, le dimensioni furono molto più contenute. I lavori del 1864 diedero alla chiesa la sua fisionomia attuale e le caratteristiche che oggi attirano turisti da ogni parte del mondo.

La facciata bianca e la struttura architettonica  leggera spiccando sullo sfondo blu offerto dal promontorio, mentre una scala di maioliche colorate è l’unico tocco di colore che accoglie i visitatori. Le mattonelle sono risalenti al Settecento e raffigurano le scene della Passione di Cristo con giallo, bianco e rosso come colori dominanti. Il cuore pulsante della chiesa è, però, la cappella del Crocifisso, a cui è legato l’intera devozione dei marittimi.

Il crocifisso custodito al suo interno e risalente al ‘400, secondo la leggenda, venne rinvenuto in mare da alcuni naviganti diretti in Sardegna. All’altezza dell’isola furono costretti a ripiegare le vele a causa di una violenta tempesta. Per placare l’ira del mare posizionarono la reliquia rinvenuta all’interno del santuario della Madonna della Neve e, come se non fosse mai arrivata, la tempesta si placò. Pronti a ritornare a bordo cercarono di portare con l’oro il prodigioso crocifisso, ma, le porte della chiesa si chiudevano da sole impedendone l’uscita. Solo lasciando la reliquia sull’altare i naviganti riuscirono ad uscire dalla struttura.

Verità o leggenda, miracolo o impressione popolare, quella croce è diventata il simbolo della protezione e del soccorso per chi lavora sul mare. La cappella nella quale è custodita è ricolma di ex voto, modellini di navi e velieri, preghiere lasciate dai marinai di ogni tempo ed ogni paese per invocare la protezione nei lunghi viaggi lontano da casa. Si aggiunga che, a causa della conformazione del tratto di mare intorno ad Ischia, l’isola era anche tristemente nota per i continui naufragi: nel santuario, gli sfortunati naviganti potevano trovare soccorso spirituale e ristoro, particolarità che, nei secoli, ha dato nome al luogo. Del resto, quale posto migliore di una chiesa sospesa fra cielo e mare per rappresentare una simile devozione?

maschio angioino

maschio angioino

Domenica 15 gennaio 2017 a Napoli saranno aperte al pubblico alcune strutture monumentali. Tra queste troviamo il Maschio Angioino che sarà aperto straordinariamente dalle ore 9,00 alle 14,00 (ingresso fino alle ore 13,30) ad ingresso gratuito.

Sarà possibile visitare esclusivamente: il Cortile, la Sala dei Baroni, l’ex Sala dell’Armeria (percorso archeologico) e la Sala della Loggia con affaccio sugli arsenali. Inoltre sono anche previste visite guidate gratuite ogni ora, dalle ore 10,00 alle 13,00. Il museo civico invece resterà chiuso.

Grazie al progetto “Il Graal al Maschio Angioino” dalle ore 9,30 alle 12,30 sono previste visite guidate al costo che varia dai 10 ai 15 euro in base al percorso prescelto e prevede obbligatoria prenotazione (info 3317451461).

Vi sono tre tipi di percorsi:  un percorso esoterico che dall’Arco di Trionfo arriverà alla Sala dei Baroni; un itinerario che dagli spalti del Maschio Angioino conduce ad una cannoniera e alle antiche prigioni; un percorso speleologico.

Tra le strutture aperte ci sarà anche il Complesso Monumentale di san Domenico Maggiore dalle ore 10,00 alle 19,00 in occasione della Mostra “Storie di giocattoli – dal Settecento a Barbie“, con ingresso a pagamento.

Infine dalle ore 9,00 alle 13,00 ci saranno una serie di chiese aperte, le quali tuttavia sospenderanno le visite durante la celebrazione liturgica.

Ecco quali:

San Pietro a Maiella – via San Pietro a Maiella 4;
San Lorenzo Maggiore – Piazza san Lorenzo;
Chiesa Santa Maria della Pace – via dei Tribunali 228;

Chiesa Santa Caterina a Formiello – P.zza E. De Nicola 49;
Basilica di Santa Chiara – via Benedetto Croce/ via Santa Chiara 49/c;
Chiesa di San Domenico Maggiore – Piazza San Domenico Maggiore 8/a;

Chiesa Sant’ Angelo a Nilo – Piazzetta Nilo;
Chiesa San Giorgio Maggiore – via Duomo, 237/a/ Piazzetta Crocella ai Mannesi;
Chiesa di Santa Maria Coeli – largo Regina Coeli;

Chiesa dei SS. Apostoli – largo Ss. Apostoli 9;
Santa Maria del Carmine Maggiore – Piazza del Carmine 2;
Chiesa di Sant’ Eligio Maggiore – Piazza Sant’ Eligio 4;

Chiesa di Santa Maria Egiziaca a Forcella – Corso Umberto I – 190;
Chiesa dei Santi Cosma e Damiano – Piazza Nolana 18;
Chiesa di San Pietro ad Aram – corso Umberto I – 292;
Chiesa Sant’Agrippino a Forcella – via Forcella 86 (S. Messa ore 13,00).

Situata a Vico Equense su un costone roccioso alto 90 metri e a picco sul mare, la Chiesa della Santissima Annunziata è una tra le più incantevoli della penisola sorrentina, chiamata anche di Punta a Mare per la sua location esclusiva, ambita da tante giovani coppie per pronunciare il fatidico .
La struttura affaccia su una terrazza panoramica che abbraccia il Golfo di Napoli e la costiera e fu edificata agli inizi del XIV secolo per volere del vescovo Giovanni Cimino, eretta in sostituzione della prima cattedrale di Vico Equense.

L’edificio originario era collocato nella zona bassa della città, ma, a seguito delle incursioni dei pirati, il centro cittadino fu spostato nella zona alta e, di conseguenza, anche la sua struttura religiosa.
Di stile gotico, fu sede vescovile fino al 1799, anno della morte del vescovo Michele Natale e cattedrale della diocesi di Vico Equense fino al 1818.
I danni a seguito del terremoto del 1980, hanno obbligato la chiesa ad effettuare importanti interventi di restauro e ad un periodo di chiusura di quasi vent’anni, difatti è stata riaperta al pubblico solo il 26 agosto del 1995.

Nonostante la sua facciata, restaurata sia in stile barocco, la chiesa della Santissima Annunziata resta uno dei pochi esempi di architettura gotica della costiera sorrentina.
All’ingresso sono presenti due porte in bronzo raffiguranti un Cristo ieratico, realizzate dallo scultore Michele Attanasio che dedicò la sua opera al Papa Giovanni Paolo II.
La struttura interna è composta da tre navate, una centrale e due laterali, all’interno delle quali vi sono numerosi affreschi ad opera di stimati pittori dell’epoca, come ad esempio Giuseppe Bonito, Jacopo Cestaro, Armando De Stefano e Francesco Palumbo, il quale fu anche autore dei trentaquattro affreschi conservati nella sagrestia e raffiguranti i vescovi vicani.

La chiesa non si caratterizza solo per le interessanti tele e per i quadri religiosi d’autore ma anche perché custodisce le urne funerarie del vescovo fondatore della struttura Giovanni Cimino del giurista e filosofo del settecento Gaetano Filangieri, morto a Vico Equense nel 1788.
Ad arricchire ulteriormente il quadro già di per sé suggestivo, vi è un imponente campanile del XVI secolo posto di fianco alla chiesa. Quest’ultimo fu commissionato da Paolo Regio e si articola su tre piani terminanti con una terrazza.

Chiesa di Santa Maria Incoronata
Chiesa di Santa Maria Incoronata
Chiesa di Santa Maria Incoronata – via Medina, Napoli

La Chiesa di Santa Maria Incoronata, riaperta al pubblico circa due anni fa, è ubicata in via Medina, nel centro storico di Napoli. La sua nascita è antica e risale al 1352 per volere di Giovanna I in occasione della sua incoronazione e di quella del suo secondo marito, Luigi Ludovico di Taranto. Il nome scelto inizialmente per la Chiesa fu Santa Maria Spina Corona, mutato prima in Santa Maria Coronata, poi in Santa Maria Incoronata.
Tale appellativo si lega ad un episodio che ha per protagonisti i nuovi sovrani di Napoli: per conferire un maggior prestigio alla Chiesa, la regina, durante il loro matrimonio, donò una spina della Corona di Cristo, ricevuta dal Re Carlo V di Francia e custodita precedentemente nella Saint-Chappelle di Parigi.

A partire dal 1378, la struttura fu affidata all’ordine dei Certosini di San Martino e, durante quel periodo, fu utilizzata per le cerimonie e le incoronazioni degli Angioini e degli Aragonesi. Il suo periodo di gloria durò fino alla fine del XVI secolo, poi la Chiesa fu lasciata in totale abbandono. Nel corso del XVIII secolo fu restaurata in stile barocco e fu costruito alla sommità un edificio di due piani, quindi riaperta al pubblico come luogo di culto. Tra il 1925 e il 1929 l’architetto Gino Chierici fece rimuovere tutte le decorazioni barocche e la struttura riacquistò il suo aspetto originario in stile gotico.

Durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, l’edificio posto al di sopra della chiesa fu danneggiato e la sua rimozione definitiva tra il 1959 e 1961, portò alla luce le basi di due campanili. Vennero inoltre rinnovate le decorazioni in marmo poste all’ingresso. I lavori di ristrutturazione e rivalorizzazione non durarono a lungo: il terremoto del 1980 vide la chiusura della Chiesa fino al 1993. Da quel momento furono messi a punto diversi restauri che costrinsero la Chiesa ad alternare periodi di apertura e chiusura. Nel corso dei lavori furono recuperati gli affreschi risalenti al XIV secolo ad opera di Roberto d’Oderisio, presenti oggi nella navata principale della Chiesa. A giugno 2014 la Chiesa è stata riaperta definitivamente.

Affreschi di Roberto d'Oderisio
Affreschi di Roberto d’Oderisio

L’accesso alla chiesa è consentito attraverso due scale discendenti essendo ubicata a circa tre metri sotto il livello stradale. Il portale d’ingresso, come già accennato, è in marmo di Carrara e di particolare importanza è il bassorilievo raffigurante due angeli che sorreggono la celebre Corona di Spine. All’interno la chiesa presenta due navate: una centrale e una laterale.

La navata centrale si distingue per i dipinti trecenteschi e per la presenza dell’altare maggiore realizzato in marmo policromo e pietre dure, testimonianza del rifacimento barocco del XVIII secolo. Nella navata laterale, posta sul lato sinistro, vi sono diverse lapidi funerarie e affreschi realizzati tra il 1403 e il 1414 da un artista marchigiano, chiamato Maestro delle Storie di San Ladislao, nome che gli è stato attribuito per aver rappresentato scene di vita dell’omonimo Re d’Ungheria, venerato come Santo dalla Chiesa Cattolica.

Fonte:
www.comune.napoli.it
www.napoligrafia.it

Chiesa Rossa

chiesa rossa

La Chiesa di Santa Maria delle Grazie è situata sul punto più incantevole e panoramico del promontorio di Montechiaro, una piccola frazione a pochi chilometri di distanza da Vico Equense che sorge su un colle.
Proprio per la sua posizione strategica è possibile individuarla ed ammirarla facilmente e, non a caso, è una fra le location più ambite della penisola sorrentina per celebrare i riti nuziali.
Viene definita anche Chiesa Rossa per il suo particolarissimo e distintivo colore rosso pompeiano della sua facciata.

Altra particolarità che rende la Chiesa ancor più spettacolare è la presenza di una suggestiva terrazza panoramica a picco sul mare, situata davanti alla Cappella, dalla quale si può contemplare lo spettacolare Golfo di Napoli con le sue isole, il possente e maestoso Vesuvio e le bellezze della penisola come Sorrento.

Cappella Rossa
Attualmente gestita dai Padri Carmelitani Scalzi, nasce nel 1541 come una piccola ed intima Cappella dedicata alla Vergine. Fu ricostruita nella metà del 1600 e fu dedicata non solo alla SS. Vergine ma anche a S.Romualdo probabilmente perché la Chiesa sorge nelle vicinanze dell’Eremo dei Monaci Camaldolesi di Arola che vedono in S. Romualdo di Ravenna il suo fondatore.
Tra il 1870 ed il 1872 fu ampliata e abbellita in stile goticheggiante dai Conti Cosenza, divenendo patronato della Famiglia.

Dal punto di vista architettonico, il complesso sacro cinquecentesco si caratterizza per la sua cupola centrale e per la predominanza del colore rosso lungo la parte esterna anteriore.
L’interno è semplice, luminoso e raccolto: nell’abside sopra l’altare maggiore, capeggia la dolce figura di Maria che stringe al petto Gesù Bambino.
In definitiva l’immagine che traspare è quella di una piccola cappella dove si respira un’atmosfera intima e privata in grado di rendere estremamente emozionante ogni celebrazione religiosa.

Chiesa Rossa

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La chiesa del Rosariello alle Pigne, così chiamata perché sorge in quello che un tempo era chiamato Largo delle Pigne, oggi Piazza Cavour, è un’opera di uno degli architetti più famosi dell’epoca barocca del napoletano, Arcangelo Guglielmelli.

La valle, in principio, era un fondo formato dall’attuale via delle Cavaiole e raccoglieva le acque che scendevano dalle circostanti alture di S. Potito, di S. Teresa e della Stella. Dalla parte di mezzogiorno era chiusa dalle alte mura della città, circondate da un profondo fosso, le quali giungevano alla Porta di S. Gennaro. Tutto lo spazio a levante e settentrione, dalla porta fino a Capodichino e a Porta Capuana, era una vasta spianata incolta.

Ma di qui ai colli non era deserto. I sobborghi di Largo delle Pigne hanno un’origine remotissima. Gli Enmelidi, che dettero nome alla prossima valle della Sanità, fanno argomentare che il luogo fosse abitato fin dai tempi primitivi della nostra città da una Fratria, le cui tombe furono rinvenute davanti alla Porta S. Gennaro, nel 1787, e dalle iscrizioni di esse si fu certi che qui avessero il loro sepolcreto. Tant’è che il nome di “Vergini”, dato alla contrada, deriva appunto da loro.

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Tutta la contrada extramurale era l’antico pomerio oltre il muro settentrionale dopo l’ampliazione aragonese e spagnola e nei secoli XV e XVI era sparsa di alberi di pino, dai napoletani detti Pigne,che diedero, appunto, il nome al Largo. Più tardi, nel 1730, questi furono tagliati per ordine di alcune monache, le quali affermavano che sotto l’azione del vento, questi facessero scuotere le mura della chiesa del Rosariello.

Dalla Porta di S. Gennaro fino alla Chiesa S. Carlo all’Arena si era andato via formando un gruppo di case che rendeva angusta la via, frequentata solo da coloro che abitavano nei prossimi borghi e, quantunque fosse l’unica via dove i forestieri che non vengono da mare entrano nella città, è sempre stata fino al tempo dell’occupazione militare, in pessimi termini. Nel mezzo c’era un profondo e largo torrente, formato dalle acque piovane che discendevano dai vicini colli ed alture, che, finché la città di Napoli fu circoscritta nei confini delle sue antiche mura, faceva il suo corso fino al mare, seguendo le pendenze naturali, senza recar nessun tipo di danno. Ma quando la città si allargò e spinse i suoi confini senza interruzione fino alle radici di quei colli e le case sorsero ai due lati delle antiche vie naturali già tracciate dal corso delle acque, allora cominciarono i danni e le distruzioni. Sino al 1750 non si fece mai nulla per rimediare ed evitare i danni, salvo la costruzione di altissimi marciapiedi ai lati delle vie, scoscesi e irregolari, e di ponti di legno e ferro, che piantati in mezzo alla via, servivano per passare da una riva all’altra.

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Fu in queste circostanze che Guglielmelli dovette cimentarsi per far fronte alla richiesta della costruzione di un grande Conservatorio dedicato alla Santissima Vergine del Rosario, soprattutto per togliere quello sconcio da una delle contrade più popolose della città.

La locale letteratura artistica settecentesca è concorde nel collocare intorno agli anni 1630 la fondazione dell’istituto, con la direzione del P.M.F Michele Torres dell’Ordine dei Predicatori e il denaro pervenuto dai Fratelli della Congregazione del Santissimo Rosario. Inizialmente, Scuola e Collegio dei Vergini intitolato Santa Maria del SS. Rosario, era situato in un palazzo contiguo alla chiesa Parrocchiale di S. Maria della Rotonda a S. Angelo a Nido, dove stette per molti anni.

Ma la primitiva sede non gli consentiva un adeguato ampliamento; perciò i Domenicani ricercarono un’adeguata area fuori dalla cinta muraria, ove trasferire l’istituto religioso. La scelta cadde su di un’area ubicata nella valle dei Vergini, assai ambita dagli ecclesiastici perché un tempo centro di vita religiosa molto intensa, come dimostrano le numerose antiche catacombe, quali quelle di S. Gennaro e di S. Gaudioso, e le basiliche paleocristiane, testimonianza di uno dei momenti più interessanti della cultura tardo-antica napoletana.

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I primi pagamenti per la realizzazione della nuova fabbrica sono datati nel 1690, anno in cui le monache, al fine di realizzare un’opera moderna, conferirono l’incarico della redazione del progetto ad Arcangelo Guglielmelli, architetto molto in vista in quegli anni per il restauro di S. Restituta; egli ebbe per la prima volta l’opportunità di realizzare un’opera ex novo, essendosi sino ad allora cimentato in restauri e ristrutturazioni di antiche fabbriche.

La chiesa del Rosariello, dalla pittoresca facciata prospiciente il Largo delle Pigne, presenta una notevole diversità con i partiti decorativi dell’interno, meno aderente, quest’ultimo, al gusto della cultura architettonica napoletana del Settecento. Ciò ha posto spesso il problema circa l’individuazione della paternità del prospetto, anche in rapporto ai tempi diversi di realizzazione. Infatti la facciata verrà terminata solamente intorno al 1720.

Una chiesa a pianta centrale preesisteva al rifacimento tardo-seicentesco. E’ assai probabile che il nuovo impianto a croce greca, con le braccia trasversali più corte delle longitudinali, venne imposto al Guglielmelli dal perimetro dell’area già programmata nel progetto di ampliamento del conservatorio, redatto molti anni prima. Infatti, i lavori di sistemazione, che inglobavano nell’antica struttura alcune fabbriche adiacenti, erano già iniziati nel 1674, grazie alle numerose donazioni di Gaspare Roomer, ricco mercante fiammingo, famoso mecenate e collezionista di opere d’arte.

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Le ricche donazioni del Roomer, anche se singolari per la notevole entità, sono esemplari di un costume assai diffuso in quei tempi, di generosi lasciti agli ordini ecclesiastici, ritenuti dai più un investimento spirituale, un acquisto di meriti per la salvezza dell’anima.

Il classicismo cinquecentesco condizionò a tal punto l’ambiente culturale napoletano, che neanche la rilevante personalità artistica di Cosimo Fanzago riuscirà a cogliere le nuove istanze spaziali che, a partire dagli anni trenta, caratterizzarono la produzione degli architetti protagonisti del barocco romano. ll’interno, infatti, gigantesche colonne, inglobate nella muratura ed inquadrate da due lesene angolari, quasi un ricordo delle colte soluzioni michelangiolesche della Laurenziana, conferiscono all’ambiente una sorta di accento neoclassico, rimarcato dal colore grigio, utilizzato per gli elementi verticali e dallo scuro bardiglio dell’alta zoccolatura basamentale. Lesene e colonne acquistano una maggiore plasticità per la presenza di profonde scanalature, ottenute con una sorta di toro ritorto; una soluzione questa ispirata forse dal Lazzari del S. Severo alla Sanità, terminato qualche anno prima. La colonna alveolata rispetto alla parete fu usata anche in S. Maria delle Grazie a piazzetta Mondragone: il Guglielmelli ne dovette essere condizionato, tanto da riproporre lo stesso linguaggio nella ristrutturazione di S. Maria Egiziaca a Pizzofalcone, dove però fu costretto ad aumentare lo spessore murario, fino ad inglobare quasi totalmente le colonne.

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Il Guglielmelli riutilizza, sia nell’Egiziaca, sia in altre successive opere, numerosi elementi tratti dal repertorio figurativo fanzaghiano, quali i pilastri in bugnato rustico, il tracciato curvilineo per l’ingresso, con due rampe ellittiche e l’espediente di sollevare il piano di calpestio della chiesa rispetto alla quota della facciata. L’ampia cupola, con gli otto finestroni costituenti fonte principale di luce, illuminando fortemente lo spazio centrale della chiesa, è largamente rimaneggiata, probabilmente per curare i dissesti, ed è oggi priva di decorazioni, contribuendo così, con il suo disegno essenziale, a conferire all’edificio un accento neoclassico, sebbene lo slanciato profilo denunzi il tentativo del Guglielmelli, di staccarsi dalla staticità di tipo classicistico delle cupole fanzaghiane, in aderenza ai principi di rivoluzione spaziale degli architetti barocchi.

Inoltre l’aggiunta posteriore dell’atrio e della facciata è evidente: il maestro fu costretto a contrarre lo spazio vestibolare per realizzare all’esterno un atrio sufficientemente ampio da contenere la scala che avrebbe consentito di superare il dislivello esistente tra Largo delle Pigne, all’epoca quanto mai accidentato, e piano di imposta nella chiesa. L’architetto, per conferire un nuovo assetto allo spazio interno, aggiunge, quale elemento conclusivo, un coro settecentesco, un prezioso arredo, attribuibile a maestranze colte, educate al versatile ed attivissimo artigianato napoletano, operante a stretto contatto con l’architetto Antonio Giretti, protagonista della stagione del rococò napoletano.

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La chiesa era inoltre custode di prestigiosi quadri risalenti a Luca Giordano, sull’altare maggiore, in onore della Vergine del Rosario, e a Onofrio Avellino, ad oggi sotto la protezione della Sovrintendenza dei beni culturali di Napoli.

La facciata, infine, con il suo ordine gigante di lesene ioniche binate, poste su un alto basamento, distaccandosi dal classicistico impianto dell’esempio fanzaghiano e pur utilizzando analoghi schemi compositivi, quali l’inserimento della statua della Vergine nell’ampio finestrone, mostra una maggiore conoscenza ed aderenza ai temi, che si andavano dibattendo in quegli anni da parte della nuova generazione di architetti.Molto probabilmente però, nella redazione del progetto, Arcangelo fu fortemente influenzato dal figlio Marcello, più incline del padre a recepire le istanze innovatrici degli architetti settecenteschi.

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Questo articolo fa parte della rubrica sulle Chiese di Napoli .”Napoli, la città delle 500 cupole”.

Santa Maria del Faro

Santa Maria del Faro

In una delle zone più suggestive di Napoli, ed esattamente sul porticciolo di Marechiaro, situato nel quartiere di Posillipo, sorge la Parrocchia di Santa Maria del Faro. Si tratta di un antico gioiello delle cui origini, tuttavia, non restano che poche e confuse notizie.

Stando a quanto dichiarato in alcune fonti letterarie sembrerebbe che la Chiesa di S. Maria del Faro, oggi affidata alla cura pastorale dei Padri Dehoniani, fosse anticamente una cappelletta e che poggiasse sulle rovine di un antico faro da cui la Vergine prese il nome.

L’autore di tale fonte letteraria specifica: “Che in questo sito fosse sorto un faro antico è riportato e confermato da Isidoro di Spagna, da vari altri scrittori e dal Giordano; la sua luce dirigeva le navi, che approdavano in questo luogo allora porto; indi demolito sorse su di esso la chiesetta, che s’intitolò S. Maria del Faro“.

L’edificio, opera barocca a navata unica e cappelle con piccoli pezzi di arredo proveniente da scavi romani, contiene anche alcuni resti della villa romana di Pausylipon, che la tradizione vuole sorgesse sul luogo dell’antico faro romano.

chiesa di santa maria del faro

La Chiesa di Santa Maria del Faro, dopo che la maggior parte degli abitanti della costa s’era rifugiata sulla parte alta della collina, verso la fine del secondo secolo, perse molta della sua importanza e per molti dei secoli successivi, infatti, non si hanno notizie su come e da quale ordine religioso essa sia stata governata. Tuttavia, alcune tracce di insediamenti di monaci basiliani lungo le coste del capo di Posillipo, farebbero pensare che siano stati proprio questi ultimi ad aver mantenuto in efficienza la cappella sorta sulle rovine dell’antico faro.

Il 13 Marzo del 1631, Filippo IV di Spagna accolse l’istanza della potente famiglia dei Campanile, di cui un ramo s’era stabilito sulle terre di Posillipo, e concesse a Corrado Campanile il diritto di patronato sulla cappella.

Nel 1668, tale diritto fu affidato al canonico Valerio Ariguggi il quale abbandonò ben presto l’incarico a causa dello stato di degrado e delle difficoltà di accesso ai luoghi.

Seguì il patronato del Cardinale Alessio Caracciolo, nipote del Pontefice Clemente X. Tuttavia, anche quest’ultimo non tardò a cedere lo jus patronati alla famiglia Coppola la quale vantava antiche origini nobiliari ed era proprietaria di estesi feudi lungo la costiera amalfitana.

I Coppola, che avevano scelto di stabilirsi a Marechiaro, vi rimasero per oltre cinquanta anni. In seguito, verso la fine del XVII secolo, quando sui luoghi si estese la penetrazione incontenibile di Francesco Maria Mazza, essi alienarono a favore di costui gran parte delle loro proprietà ed anche il diritto di patronato sulla chiesa, che si presentava ormai in uno stato di decadenza e semi abbandono.

Francesco Maria Mazza, le cui proprietà confinavano con l’area su cui sorgeva la degradata chiesetta, ottenne dal Pontefice Innocenzo XI, nell’anno 1680, le autorizzazioni necessarie per demolire gran parte delle antiche strutture e per costruire su di esse un nuovo tempio. A compensarlo delle ingenti spese, una bolla papale gli assicurava il diritto di patronato laicale perpetuo su tali luoghi, per sé e per i suoi discendenti ed eredi.

Nonostante questo primo intervento di Francesco Maria Mazza, sono da attribuirsi ad un altro discendente della famiglia, il canonico Giovan Battista Mazza, le opere di restauro più radicali e significative. Costui, infatti, nominato rettore della chiesa abadiale di S. Maria del Faro nel 1712, investì parte della sua eredità paterna nella ristrutturazione del tempio. Fu così che, sotto la direzione di Ferdinando Sanfelice, uno dei più noti architetti dell’epoca, furono ridisegnati gli spazi interni, date nuove forme al fronte di facciata e, soprattutto, fu innalzata la torre campanaria che dona alla chiesa il suo aspetto caratteristico.

Quasi un secolo dopo fu nominato rettore un altro sacerdote discendente dall’antico casato dei Mazza, Don Nicola Maria Mazza. Questi, ripetendo le iniziative dei suoi antenati, nel 1821 si assunse quasi interamente la spesa per i lavori di restauro. In quegli anni, per lo zelo di questo religioso, si ripavimentarono gli interni, si restaurano dipinti e statue e si incrementò il patrimonio degli argenti sacri. Il periodo di conduzione di Don Nicola Mazza appare fecondo anche per le numerose iniziative pastorali. Tuttavia, con la sua morte si conclude la fase positiva per la chiesetta.

Durante quegli anni di forzata incuria, infatti, si fecero avanti persone le quali, pur non potendo vantare nessun rapporto di parentela con la famiglia Mazza, riuscirono ad impadronirsi dei luoghi sacri senza trovare intralci e oppositori. Sospese tutte le funzioni e disperso il ricco corredo di suppellettili, la chiesa fu così lasciata andare in rovina.

Nel 1955 il Cardinale Alfonso Castaldo, uomo di forte tempra che aveva già dato significative prove di fermezza nel ribaltare situazioni e reprimere abusi praticati ai danni di proprietà e beni ecclesiastici, si mise in contatto con coloro che all’epoca detenevano la chiesa e “dopo laboriose trattative e con un generoso e personale intervento finanziario, riscattò ogni diritto dal presunto possessore e lo tacitò d’ogni pretesa con il versamento della somma di parecchi milioni”.

Ripuliti alla meglio i luoghi sacri, ormai definitivamente acquisiti al patrimonio della Chiesa napoletana, ne divenne rettore il Sacerdote Umberto Schioppa il quale riaprì il tempio al culto, con una solenne celebrazione eucaristica, l’8 Dicembre 1955.

Con un altro decreto del 6 Novembre 1958 il Cardinal Castaldo innalzò la chiesa al ruolo di parrocchia locale e Don Umberto Schioppa divenne ufficialmente parroco della stessa il 1° Marzo del 1959. Fu proprio l’opera pastorale di Don Schioppa a consentire, nello spazio di poco più d’un decennio, di raccogliere gran parte dei fondi necessari per restaurare le fatiscenti strutture.

 

Fonte: Parrocchie.it

Santuario Madonna dell'Arco, Sant'Anastasia
Santuario Madonna dell'Arco, Sant'Anastasia
Santuario Madonna dell’Arco, Sant’Anastasia

Ogni napoletano, almeno una volta nella vita, sarà stato svegliato durante una pennichella pomeridiana dai fujenti della Madonna dell’Arco e dai loro lamenti votivi. Sull’origine di questo particolare rito e sui canti dei fujenti abbiamo già discusso, ma questa tradizione è indissolubilmente legata ad un luogo a molti sconosciuto: il Santuario della Madonna dell’Arco di Sant’Anastasia.

Nel punto in cui oggi sorge il Santuario, anticamente, era posta una piccola edicola votiva raffigurante la Madonna. L’effige si trovava vicino ai resti di un arco romano e, per questo, la statua veniva chiamata “Madonna dell’Arco”. Si racconta che nel 1450, il lunedì di Pasquetta, un uomo adirato dopo una pesante sconfitta al gioco della pallamaglio lanciò, bestemmiando, la pesante sfera contro l’immagine della Madonna. Il dipinto, colpito, iniziò a sanguinare dalla guancia. Il miracolo, ovviamente, attirò l’attenzione di tutti i fedeli ed iniziò a circolare nelle terre circostanti arrivando alle orecchie del Conte di Sarno, giustiziere. Mosso dal furore popolare il conte istruì un breve processo contro il bestemmiatore e lo condannò a morte impiccandolo ad un albero vicino la miracolosa edicola. La leggenda vuole che poche ore dopo l’esecuzione l’albero si essiccò in un attimo.

effige Madonna dell'Arco
effige Madonna dell’Arco

Dopo questa serie di eventi prodigiosi, ovviamente, i fedeli accorsero da ogni angolo del paese per ammirare la “Madonna ferita” e fu necessario edificare una piccola chiesetta al posto dell’edicola per custodire l’effige ed accogliere i pellegrini. Da quegli eventi prese anche il via la tradizione dei fujenti. Le storie sul luogo non finiscono qui. Si racconta che nel 1589, sempre a Pasquetta, una mercante, tale Aurelia del Prete, si recò in pellegrinaggio dalla Madonna dell’Arco per guarire da una malattia ai piedi e come voto promise alla Vergine i suoi due buoi. Il miracolo avvenne, ma la donna non fu particolarmente contenta dello scambio. Secondo un racconto popolare, infatti, a chiunque si congratulasse con lei per la grazia ricevuta la mercante rispondeva: Car’ me Costa “ (Caro mi è costato questo miracolo). Si racconta anche che una notte tempestosa fu svegliata dal muggito di due buoi fuori della sua casa, ma non poté alzarsi dal letto perché i suoi piedi erano staccati dal corpo, come se mai avesse avuto il miracolo e la malattia fosse arrivata all’estremo stadio. Lei allora donò i suoi piedi rinchiusi in una gabbia al santuario, dove si possono ancora vedere.

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Nel 1592, Papa Clemente VIII inviò Giovanni Leonardi da Lucca a Nola in qualità di vescovo ed amministratore dei beni temporali presenti sul territorio circostante. Fu proprio il nuovo capo spirituale a pensare di ampliare la piccola chiesetta per trasformarla nell’attuale Santuario, ponendo la prima pietra solo un anno dopo il suo insediamento, nel 1593. Nel 1595, il complesso venne affidato ai frati domenicani che avrebbero dovuto anche completare i lavori di ampliamento. Tuttavia, a causa di alcune vicende burocratiche e di numerosi crolli strutturali, il Santuario venne ultimano quattro secoli dopo, nel 1973, assumendo la fisionomia attuale.

Santuario di San Gennaro a Pozzuoli
Santuario di San Gennaro a Pozzuoli
Santuario di San Gennaro a Pozzuoli

Nel 305 San Gennaro, Santo Patrono della città di Napoli, venne decapitato alla Solfatara di Pozzuoli dai romani a causa della sua fede Cristiana. Leggende sulla sua morte ed i presunti miracoli vengono tramandati dalla Chiesa e raccontati da tutti i napoletani, ma l’evento in sè è storicamente attendibile sia nelle modalità che nei luoghi. Sul punto esatto in cui il Santo venne decapitato sorse, nel VIII secolo, una piccola chiesetta commemorativa, molto modesta rispetto al Duomo di Napoli, ma decisamente più simbolica. Nel 1574 i napoletani decisero di trasformarla in un vero e proprio santuario degno del nome del Patrono.

I lavori terminarono nel 1580 e la nuova chiesa, nonostante fosse sul suolo puteolano, divenne proprietà della città di Napoli, situazione legale in vigore ancora oggi. Nel 1860 la vecchia struttura venne quasi completamente distrutta da un violento incendio durato due notti, ma, in soli sei anni e grazie all’aiuto volontario di tutti i puteolani, i lavori di restauro terminarono dando alla chiesa la struttura attuale. Nel 1926 fu ulteriormente abbellita con l’aggiunta di dipinti e decorazioni e nel 1945 il vescovo Alfonso Castaldo la elevò a a parrocchia e la dedicò ai Santi Festo e Desiderio.

Il Santuario custodisce due importantissime reliquie. La prima è la pietra sulla quale, secondo la tradizione, fu decapitato San Gennaro. I fedeli sono convinti che in concomitanza con l’anniversario della morte del martire le antiche tracce di sangue presenti sul ceppo inizino ad accendersi di rosso vivo. In realtà, la reliquia stessa sarebbe fasulla: recenti studi hanno dimostrato che la pietra è un altare paleocristiano risalente a circa due secoli dopo la morte del Santo e che le macchie rosse non sono altro che vecchi residui di vernice rossa e cera.

busto San Gennaro

La seconda è un busto del Santo realizzato nel XII secolo al quale vengono attribuiti moltissimi avvenimenti miracolosi. Il più importante è senza ombra di dubbio quello che si verificò nel 1656: durante un’epidemia di peste che stava decimando i puteolani il busto fu portato in processione dal Santuario all’anfiteatro Flavio. Si racconta che durante il tragitto apparve una macchia giallastra sul collo della statua che si espanse fino a diventare un vero e proprio bubbone pestilenziale che prese fuoco. San Gennaro aveva assorbito la peste togliendola di colpo ai suoi fedeli. Molto probabilmente è solo una leggenda, ma il busto mostra ancora una macchiolina giallastra lì dove era nato ed esploso il bubbone. Si racconta anche che quando dei pirati saraceni saccheggiarono la città tagliarono per sfregio il naso del Santo. Subito dopo gli scultori della città si adoperarono strenuamente per costruire un nuovo naso, ma nessuno riusciva ad attaccarsi alla statua. Poco tempo dopo un pescatore trovò nella sua rete un pezzettino di marmo che somigliava ad un naso e gli venne la strana idea che potesse essere il pezzo mancante del sacro busto. Non appena entrò in chiesa il pezzettino schizzò via da solo dalle mani dell’uomo e si ricollocò miracolosamente al suo posto, sul viso di San Gennaro.

palazzo san giacomo

Palazzo San Giacomo, attualmente, è conosciuto semplicemente come Municipio della città di Napoli. Il ruolo di centro politico, però, è stato assunto solo nel 1816: prima l’intera area aveva tutta un’altra connotazione. Al posto del colossale palazzo sorgeva l’Ospedale di San Giacomo, santo protettore degli spagnoli. La struttura, istituita nel 1534 dal viceré Don Pedro de Toledo, serviva, infatti, a curare i numerosissimi soldati iberici che arrivavano a Napoli, fornendo loro assistenza sanitaria gratuita come quella della madrepatria.

Nel 1540, il viceré decise di affiancare l’ospedale con la Pontificia Reale Basilica di San Giacomo. La costruzione dll’opera fu affidata all’architetto Ferdinando Manlio, lo stesso che curò la realizzazione di Castel Capuano, ed ancora oggi la basilica è uno degli esempi più rilevanti dell’arte e dell’architettura napoletana di epoca vicereale. Al suo interno conserva numerose sepolture di nobili e possidenti del tempo, fra i quali spicca il sarcofago dello stesso don Pedro. Come abbiamo detto, nel 1816 l’intero complesso cambiò aspetto e destinazione. Ferdinando I, appena ritornato al trono dopo le guerre napoleoniche, decise di riunire tutti i ministeri del Regno di Napoli in una sola, imponente struttura.

Palazzo San Giacomo, progetto
Palazzo San Giacomo, progetto

L’edificazione della struttura fu affidata agli architetti Vincenzo Buonocore, Antonio De Simone e Stefano Gasse, ma problemi finanziari e burocratici ne ritardarono la realizzazione fino al 1825. Palazzo San Giacomo fu costruito in modo tale da non sostituire l’antica Basilica che, ancora oggi, può essere ammirata al suo interno, protetta e coperta dai tre piani del Municipio. Fra le due rampe di scale principali dell’edificio, nell’atrio d’ingresso, è possibile ammirare un piedistallo che regge un’antica testa di marmo risaletente all’epoca greca, da sempre considerata l’immagine della sirena Partenope, alla quale, però, manca il naso. L’incidente è una testimonianza della rivolta di Masaniello, quando il popolo entrò nell’antica struttura e, per sfregio, ruppe il naso al cimelio. Va detto anche che l’interno del Palazzo conservava due preziose statue di Ferdinando I e Francesco I, ma, dopo l’occupazione torinese, furono distrutte e sostituite con figure allegoriche.

Piazza del Plebiscito - Napoli - Italia

Piazza del Plebiscito - Napoli - Italia

Quella in cui oggi sorge Piazza del Plebiscito un tempo era una zona frequentata da un gran numero di malviventi ed è forse anche per questo motivo se l’arrivo in città di Gioacchino Murat coincise con l’avvio di un riassetto urbanistico che avrebbe interessato proprio quella zona.

Il progetto del generale francese prevedeva l’abbattimento di tutte le costruzioni ivi presenti e la costruzione, al loro posto, di una Piazza a lui intitolata. Di tutti i progetti presentati, quello che più si avvicinava alle sue aspettative fu quello dell’architetto Leopoldo Laperuta che proponeva l’edificazione di un porticato con al centro un’aula circolare da utilizzare come sede di assemblee popolari. I lavori ebbero inizio nel 1809 ma subirono una battuta d’arresto nel momento in cui Murat fu cacciato dalla città e quest’ultima assistette al ritorno della corona borbonica.

Tuttavia, Ferdinando I delle Due Sicilie commissionò la costruzione di un’imponente chiesa da dedicare a San Francesco da Paola quale segno di devozione e ringraziamento per aver intercesso per lui affinché tornasse sul trono del Regno. A testimonianza di tale intenzione la scritta «D.O.M.D. FRANCISCO DE PAULA FERDINANDUS I EX VOTO A MDCCCXVI» incisa sull’architrave della facciata. I lavori furono affidati all’architetto ticinese Pietro Bianchi il quale, proponendo la costruzione di una chiesa al centro di un porticato, aveva in parte rispolverato il vecchio progetto di Laperuta.

L’ingresso, posto alla sommità di una breve scalinata in marmo di Carrara, è incastonato in una facciata caratterizzata da un pronao con sei colonne in ordine ionico, anch’esse in marmo di Carrara, e due pilastri laterali che reggono l’architrave. Su quest’ultimo poggia un timpano triangolare sul quale sono poste una statua di San Francesco di Paola, una statua di San Ferdinando di Castiglia e una statua della Religione. L’ingresso all’interno della basilica è dato da tre portali di cui quello centrale diviso in sei scomparti nei quali sono raffigurati l’inaugurazione della chiesa da parte di Ferdinando II, la Croce, lo stemma di San Francesco e due scene di vita del santo.

Superato l’ingresso si accede all’atrio che presenta una cappella sul lato sinistro, dedicata alle anime del purgatorio, ed una sul lato destro, dedicata al Santissimo Sacramento, entrambe con un fondo ad esedra dove è posto il coro ed entrambe coperte da cupola.

Il corpo centrale della chiesa, di forma rotonda e con un diametro di trentaquattro metri, ospita tre cappelle sia sulla parte destra che sulla parte sinistra ed è interamente pavimentato con marmi policromi, posti a riprodurre disegni geometrici. Trentaquattro colonne corinzie in marmo di Mondragone, alte undici metri, a cui si interpongono otto pilastri della stessa altezza, sorreggono il tamburo, all’interno del quale sono state realizzate delle tribune, utilizzate dai reali per assistere alle funzioni religiose. Il tamburo a sua volta sorregge la cupola che, alta cinquantatré metri, rispetta la volontà imposta da re Ferdinando di non superare l’altezza del Palazzo Reale, posto proprio di fronte.

Uno dei pannelli di piombo che ricoprono la cupola della chiesa è stato recentemente oggetto di una scoperta interessante. Il pannello sarebbe ricco di incisioni poco chiare tra le quali, tuttavia, sarebbe possibile individuare una scritta in stampatello: Hanah. In quanto nome tipico della cultura ebraica, una delle ipotesi più accreditate si daterebbe nel periodo della guerra quando alcune famiglie ebraiche, costrette a fuggire o a nascondersi, avrebbero potuto trovare forse riparo in cima alla cupola della chiesa.

Basilica dell'Incoronata Madre del Buon Consiglio
Basilica dell'Incoronata Madre del Buon Consiglio
Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio

Non solo Roma ha il suo “Cupolone”. Anche i napoletani, alzando gli occhi verso Capodimonte o ammirando il panorama mentre guidano sulla tangenziale, possono ammirare una meravigliosa cupola che svetta sui palazzi e sul mare della loro città. Effettivamente, anche avvicinandosi alla Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio, a Capodimonte, il primo pensiero è quello di essere avanti ad una San Pietro in miniatura: la facciata, i colori, il marmo e l’architettura richiamano in tutto e per tutto il centro di tutta la cristianità. Persino negli interni le similitudini sono evidenti: come nella volta e nella struttura delle navate; non manca nemmeno una, più modesta, statua della pietà.

Eppure, la Basilica di Capodimonte, nonostante i richiami ad una struttura del XVI secolo, è la più “giovane” di Napoli, essendo stata consacrata soltanto nel 1960. La chiesa nacque dalla fervente fede di una donna e dalla devozione del popolo napoletano nei confronti di un’effige sacra. Maria di Gesù Landi nacque a Napoli nel 1861 e manifestò sin dalla giovinezza una spiritualità particolare ed una fede incrollabile. A soli 23 anni decise di racchiudere tutta la sua devozione nei confronti della Madonna del Buon Consiglio in un dipinto, commissionato al pittore Spanò. Due eventi catastrofici trasformarono questo quadro in un vero e proprio oggetto di culto per tutta Napoli. Proprio nell’anno in cui venne dipinto, infatti, i napoletani venivano decimati da una violentissima epidemia di colera. La tradizione vuole che Maria di Gesù Landi espose l’effige della Madonna e l’epidemia cessò immediatamente.

Un altro miracolo che si attribuisce al dipinto avvenne durante un’eruzione del Vesuvio, nel 1906. Mentre la città era avvolta dalla cenere ed i tetti crollavano sotto il peso dei detriti, la devota espose nuovamente l’immagine sacra, che venne inondata da un improvviso quanto insperato raggio di sole: dopo poche ore la cenere si diradò. In ogni caso, Papa Pio X riconobbe il culto della Madonna del Buon Consiglio ed incoronò il quadro nel 1912. Ovviamente, dopo un simile riconoscimento i fedeli iniziarono a mobilitarsi con pellegrinaggi e cerimonie liturgiche ed il dipinto non poteva più rimanere nelle mani di una sola donna, per quanto devota. Secondo la tradizione fu la stessa Vergine a suggerire alla fedele il luogo adatto per erigere il suo tempio: esattamente sulla catacomba di San Gennaro, uno dei più antichi luoghi di aggregazione dei cristiani napoletani e strettamente legato alla figura del patrono della città.

La prima pietra fu posta nel 1920 sul progetto dell’architetto Vincenzo Vecchia. Purtroppo, però, Maria di Gesù Landi non vide mai completata l’opera da lei stessa iniziata: la donna morì nel 1931. I suoi resti riposano ancora oggi nella basilica, insieme al dipinto simbolo della sua devozione. La chiesa fu consacrata, come abbiamo detto, nel 1960, ma già da alcuni anni era frequentata dai fedeli. A causa dei crolli che seguirono al terremoto dell’Irpinia, che sconvolse Napoli, molte opere d’arte furono trasferite all’interno della Basilica che, proprio perchè appena costruita, non subì danni dalle scosse. L’unica conseguenza fu la caduta della statua della Madonna che, ancora oggi sovrasta il frontone, ma anche in quel contesto catastrofico il risultato fu miracoloso: secondo la tradizione la scultura sarebbe rimasta integra dopo lo schianto al suolo; altri raccontano, più verosimilmente, che la statua si spezzò in due, ma, miracolosamente, i suoi pezzi non ferirono la folla sottostante. In ogni caso, l’effige è stata restaurata e, dopo solo un anno, ricollocata al suo posto per vigilare sulla Basilica e su Napoli.

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Spaccanapoli

Nel cuore del capoluogo campano, a Spaccanapoli, ci sono numerosi palazzi d’epoca che nel corso dei secoli sono stati di proprietà di alcuni delle più importanti famiglie nobiliari partenopee. Non lontano da palazzo Venezia e palazzo Filomarino della Rocca è situato palazzo Mazziotti. Questo edificio fu costruito su una parte dell’ex convento di San Francesco delle Monache, storico complesso risalente al XIV secolo.

La chiesa e l’annesso monastero furono edificati per volontà di Roberto d’Angiò e sua moglie Sancha di Maiorca per accogliere le monache, non di clausura, che dispensavano elemosina agli indigenti. In particolare il complesso fu costruito per ospitare le clarisse che aspettavano di occupare il monastero di Santa Chiara ancora in costruzione. Una leggenda narra che l’edificio fu realizzato dopo che una monaca di Assisi donò alle consorelle un ritratto a grandezza naturale di San Francesco. Nel 1535 ospitò Giulia Gonzaga, figlia del duca di Sabbioneta, considerata una delle donne più belle del Cinquecento. Arrivò a Napoli dopo essere sfuggita a Barbarossa che, assaltata la costa tirrenica, cercò di rapirla per il suo sultano. All’interno del complesso di San Francesco delle Monache riuscì a dare vita a una piccola corte devota ai principi di Juan de Valdès che la considerò la sua erede spirituale. La Gonzaga, insieme con i suoi seguaci, fu anche sospettata di eresia poiché ritenuta simpatizzante delle teorie di Lutero e Calvino.

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Ingresso della chiesa

Tra il Cinquecento e il Seicento il convento fu modificato profondamente sulla base del nuovo gusto barocco diffusosi in tutta Napoli. Furono aggiunti una serie di dipinti, probabilmente opera di Andrea Malinconico, allievo di Massimo Stanzione, un soffitto cassettonato ligneo e, sull’altare, una pala di Marco Pino. Inoltre fu anche innalzato il muro di clausura. Il secolo successivo invece furono aggiunti il cancello in piperno e ferro battuto, progettato da Bartolomeo Vecchione ed eseguito da Crescenzo Trinchese, e il portale in marmi policromi con decorazioni barocche opera dello stesso Trinchese, particolarmente attivo anche in Puglia. La chiesa si presentava con un’unica navata, tre cappellette per lato, un coro posto sull’atrio e pilastri corinzi inglobati nelle pareti.

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San Francesco delle Monache – interno

Nell’Ottocento, in seguito all’Unità d’Italia, il convento fu trasformato prima in una caserma, poi in un educandato femminile, e infine fu sovrastato dall’odierno palazzo Mazziotti. Nel Novecento l’intero complesso riportò gravi danni in seguito ai bombardamenti tedeschi. Attualmente la struttura, sconsacrata, custodisce solo i resti di due monumenti funebri del Cinquecento: a destra quello di Caterina della Ratta, contessa di Caserta, e a sinistra quello della nobile Giovannella Gesualdo, moglie di Domenico Attendolo Sforza dei Conti di Cotignola. Alcuni spazi dell’ex convento accolgono inoltre il nuovo Centro di Cultura “Domus Ars” che promuove laboratori di musica, teatro e danza;  organizza  mostre  di  pittura, fotografia e scultura; produce e ospita concerti e pièce teatrali.

Fonti: “Napoli e dintorni”, Milano, Touring Editore, 2001

“Antiche ferite e nuovi significati” a cura di Caterina Giannattasio, Roma, Gangemi Editore, 2009

Adriana Valerio, “Archivio per la storia delle donne”, Trapani, Il Pozzo di Giacobbe, 2007

Michele Cassese, “Girolamo Seripando e i vescovi meridionali”, Napoli, Editoriale Scientifica, 2002

Sito del nuovo Centro di Cultura “Domus Ars”