Chiese di Napoli

La rubrica sulle Chiese di Napoli e del vesuviano

NAPOLI – Il campanile del Carmine torna a splendere alla luce del sole. Dopo cinque anni di restauro, è in corso lo smantellamento dell’impalcatura e dei ponteggi dal campanile della Chiesa del Carmine.

Era dal 30 ottobre 2014, infatti, che il meraviglioso campanile maiolicato realizzato da Giuseppe Nuvolo – noto come fra’ Nuvolo – architetto del primo barocco napoletano, restava precluso alla vista dei passanti per via dei lavori di restauro. Entusiasmo per i residenti della zona di piazza Mercato, che attendono di poter contemplare i 75 metri del campanile completamente spogli da qualsiasi impalcatura.

E possibile seguire i lavori dello smantellamento – ad opera della ADA Restauri – sulla pagina Facebook della Chiesa del Carmine. «Abbiamo deciso di tenervi aggiornati – si legge in un post – sullo stato di avanzamento dei lavori di smontaggio delle impalcature che attanagliano il nostro campanile. Questa é la situazione odierna».

NAPOLI – Un accordo per la valorizzazione della Chiesa di Donnaregina Vecchia. La Giunta comunale ha approvato un importante accordo di collaborazione tra l’Università Federico II, il Comune e la Diocesi di Napoli per la valorizzazione del complesso trecentesco.

L’accordo, proposto dell’Assessore ai Giovani e al Patrimonio Alessandra Clemente e dall’Assessore ai Beni comuni e all’Urbanistica Carmine Piscopo, prevede l’impegno dell’Università nella gestione dell’autorevole Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio con sede nel complesso. In collaborazione con la Federico II, la scuola – oltre ad ospitare le attività didattiche – sarà sede di convegni, mostre e iniziative culturali.

Allo stesso modo, la Diocesi s’impegna nella gestione delle attività di culto, collaborando a stretto contatto con il Museo Diocesano, che ha sede nella Chiesa di Donnaregina Nuova. Tra gli spazi messi a disposizione della Diocesi rientrano anche quelli della Scuola Bovio-Colletta, all’interno del complesso monumentale.

Soddisfazione per gli Assessori Clemente e Piscopo: «La Chiesa Trecentesca di Donnaregina, parte del più ampio Complesso Monumentale, è tra le più alte manifestazioni della cultura architettonica trecentesca, oltre che simbolo della tradizione del Restauro Architettonico in Italia. L’Accordo di valorizzazione approvato intende dare seguito ad una diversa modalità di valorizzazione del patrimonio culturale pubblico, attraverso la collaborazione istituzionale tra il Comune, l’Università e la Diocesi di Napoli, che tiene conto di altri indicatori, quali il beneficio d’uso e il valore dei servizi che la riattivazione di un bene ha su un territorio e su una determinata collettività».

Santa Candida
Santa Candida
Foto di Armando Grimaldi

Napoli non finisce mai di sorprendere. Con i suoi quasi 2500 anni di vita, Partenope è uno scrigno di tesori, molti dei quali ancora inesplorati.

E’ il caso del pozzo misterioso di Santa Candida e della sua acqua miracolosa. Questo si trova nella chiesa di San Pietro ad Aram, sita all’inizio di corso Umberto, il famoso Rettifilo.

Santa Candida è stata una delle prime sante di Napoli e la leggenda vuole che l’acqua di questo pozzo fosse lenitrice dei dolori del parto. Un’acqua taumaturgica che veniva fatta bere alle donne gravide per alleviare i dolori, ma non solo, era considerata una sorta di panacea per gli infermi.

Secondo la tradizione Santa Candida era un’anziana donna del paese, afflitta da gravi infermità fisiche dovute a reumatismi. L’apostolo Pietro passando per Napoli per raggiungere Roma, fu supplicato dalla donna di guarirla, promettendogli in cambio la sua conversione al Cristianesimo.

Pietro la fece immergere nell’acqua di un pozzo e la donna all’istante guarì. Candida a quel punto chiamò anche un suo amico malato di emicranie, Aspreno, il quale fu anch’esso guarito dall’apostolo e nominato poi vescovo di Napoli. Candida morì nel 78 d.C., martire a Napoli, al tempo dell’imperatore Vespasiano (68-89 d.C).

In questa cripta si formò il primo nucleo di cristiani di Napoli e successivamente divenne luogo di sepoltura. Negli anni in questa catacomba si diffuse il culto delle “capuzzelle” simile a quello presente nel Cimitero delle Fontanelle. Sulla cripta venne edificata la Basilica di San Pietro ad Aram, che secondo la tradizione, custodirebbe l’Ara Petri, ovvero l’altare su cui pregò San Pietro durante la sua visita a Napoli. Qui l’apostolo battezzò santa Candida e sant’Aspreno, i primi napoletani convertiti al Cristianesimo, come narra anche l’affresco nel vestibolo (recentemente attribuito a Girolamo da Salerno).

san pietro ad aram
San Pietro ad Aram

L’attuale ristrutturazione è del XVII secolo (compiuta negli anni fra il 1650 e il 1690), su precedente disegno di Pietro De Marino e Giovanni Mozzetta.

Secondo il calendario liturgico cristiano Santa Candida viene celebrata il 4 settembre, in onore di Candida la Vecchia, martire di Napoli.

san pietro ad aram interno.jpg
San Pietro ad Aram, interno

 

catacombe San Pietro ad Aram
Catacombe San Pietro ad Aram

FONTI:

www.santiebeati.it

www.bibliotecauniversitarianapoli.beniculturali.it

E’ stata immensa la folla di fedeli che, nella giornata di ieri, ha riempito il Duomo di Napoli. Tutti sono accorsi per rendere omaggio alle Reliquie di Bernadette, la beata pastorella di Lourdes, le quali hanno fatto il loro ingresso nella città partenopea.

Oltre al seguito di fedeli, all’evento religioso hanno partecipato anche delle ospiti d’eccezione. Stiamo parlando delle cosiddette “Parenti di San Gennaro”, cioè le ultime appartenenti (almeno secondo la tradizione cittadina) alla famiglia d’origine del Santo Patrono. Le stesse signore che si sente urlare “Faccia Gialla! Fallo ‘stu Miracolo!” ogni qual volta il loro “avo” tarda nello sciogliere il sangue. 

Le signore hanno inoltre parlato della loro devozione per la beata di Francia, sedute in prima fila ad assistere al corteo. Intervistate da Il Mattino, le Parenti infatti hanno detto: “Non siamo devote solo a lui ma a tutti i santi che, come Bernadette, invocano Dio e noi seguiamo il loro esempio”. 

“La sosta a Napoli si inserisce nell’ambito di un lungo pellegrinaggio, che porterà la santa in diverse città italiane. Il percorso prevede che venga accolta laddove esiste una devozione particolare, cioè una parrocchia intitolata a lei. Per cui si fa una richiesta al santuario di Lourdes, che concede la peregrinatio delle reliquie”. Spiega Don Vincenzo Papa, il parroco della Chiesa della Beata Vergine di Lourdes a Ponticelli, anche lui presente al Duomo. Napoli è molto devota a Bernadette, come se fosse San Gennaro”. 

Prima dell’avvenente chiesa di Capodichino, ci stava la cappella seicentesca di san Michele fondata dal collegio degli Ebdomadari. A un certo punto però, si faceva sempre più urgente la sistemazione di strade tanto che sostituiranno l’edificio religioso nel 1813.

La perdita di un simile edificio creava negli animi dei fedeli un grande sconforto, considerato che non tutti potevano raggiungere le chiese perché ubicate in luoghi lontani e non sempre erano raggiungibili, per esempio molte volte le strade si allagavano a causa della pioggia.

Un tale disagio sarà risolto attraverso la costruzione di una nuova chiesa per volere di Ferdinando II dopo essere scampato da un assassinio. Secondo la tradizione, il 7 dicembre 1856 fra Luigi di Sant’Antimo si recò nella chiesa di Santa Maria della Salute e vide l’Immacolata che predisse un imminente attentato a Ferdinando II.

Il padre si affrettò nel mandare un suo delegato, padre Angelo, per informare il Re, il quale sarebbe dovuto andare il giorno dopo in visita al campo di Marte nei pressi di Capodichino. Nonostante fosse stato avvisato, decise ugualmente di andare nel luogo prestabilito, ma si equipaggiò di una corazza di ferro.

L’attentato effettivamente avvenne da parte di un albanese Agesilao Milano. L’obiettivo dell’attentatore era di arruolarsi nell’esercito per commettere un assassinio nel momento più opportuno. Agesilao inflisse un colpo di baionetta al Re senza recargli un danno letale  grazie alla corazza che portava. L’attentatore fu condannato a morte il 13 dicembre 1856, poi Ferdinando II fece costruire una chiesa in onore dell’Immacolata.

L’inaugurazione ebbe luogo il 2 e 3 agosto del 1857, il momento clou fu la benedizione della prima  pietra cui fu immortalata nella tela di Salvatore Fergola, oggi custodita nel Museo di san Martino, mentre la riproduzione è situata nella chiesa. La prima foto del documento ritrae l’opera di Fergola. L’edificio sarà costruito solo dopo 7 anni, perché seguiranno una serie di avvenimenti: la morte di Ferdinando II a 49 anni, l’arrivo di Garibaldi a Napoli e l’unità d’Italia sotto il governo Sabaudo.

La chiesa presenta un’unica navata che conclude con un altare maggiore cui troneggia la splendida Madonna dell’Immacolata che da un lato recava la lancia d’argento mentre dall’altro il Bambino. La statua di epoca ottocentesca è stata più volte oggetto di furto: infatti il Bambinello non è quello originale e la lancia d’argento non è più presente. La struttura ospita 4 cappelle per ogni lato, in alcune albergano statue di estrema raffinatezza come la statua settecentesca di san Michele Arcangelo che si trovava nella vecchia parrocchia.

L’edificio è abbellito da due affreschi posizionati all’ingresso, trattasi dei santi Cosma e Damiano posti sulla sinistra; invece sulla destra san Giovanni Vianney.

Anche Padre Pio è stato in questo edificio, ciò è attestato attraverso un’epigrafe su cui sono incise le seguenti parole:

Il 31 dicembre 1998 il Beato Padre Pio da Pietralcina visitava questa comunità parrocchiale affidandole un messaggio di umiltà, di amore a Gesù Crocifisso di devozione alla Vergine Addolorata perché con gioia possa camminare con fede per le vie di questo mondo verso il regno dei cieli. Il Parroco Sac. Luigi Graziuso”.

Sitografia:

http://www.immacolatacapodichino.it/pdf/storia-chiesa-capodichino.pdf

Oggi possiamo segnalare una nuova tappa per la riqualificazione del patrimonio artistico napoletano. Stiamo parlando del restauro del cancello dell’ingresso principale del Complesso della SS. Annunziata. Una delle chiese più famose di Napoli, dove vi era la cosiddetta “Ruota degli Esposti”.

L’inaugurazione è avvenuta stamattina alla presenza del sindaco de Magistris e degli assessori all’Urbanistica Carmine Piscopo e alla Cultura Gaetano Daniele. Il restauro ha riguardato il ripristino funzionale del cancello (risalente addirittura al XVI secolo), il quale era chiuso da anni per motivi di sicurezza. I tecnici hanno poi provveduto alla pulitura del basamento lapideo del campanile su via Annunziata.

L’opera di restauro è stato reso possibile dal Lions International Distretto 108Ya (che si riferisce a Campania, Calabria e Basilicata) dalla Fondazione Lions e dalle varie raccolte fondi che negli anni si sono succedute. Un gran lavoro è stato anche prestato dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli e dagli uffici comunali di Servizio Valorizzazione per la città storica.

“Ancora una volta  la proficua collaborazione tra pubblica amministrazione e Lions Club International consentirà l’accesso da via Annunziata al percorso museale legato alla Ruota degli Esposti e al Succorpo. Da oggi in poi sarà garantito un accesso più agevole e suggestivo ai tanti turisti e cittadini che si recano al Complesso monumentale.” Così si sono espressi gli Assessori Daniele e Piscopo.

Come accade oramai da tempo, Napoli si riappropria sempre di più del suo passato. Una bellezza resa di nuovo visitabile e apprezzabili da turisti e autoctoni. 

Foto pagina Facebook Coro Gospel Eyael di Raffaele Esposito

Sabato 4 e domenica 5 maggio 2019 saranno due giorni all’insegna della musica Gospel, in occasione della prima edizione dell’International Gospel Days, nelle chiese di Napoli e Pozzuoli, con concerti nella Basilica di San Giovanni Maggiore a Napoli. Inoltre è prevista anche una messa in Gospel nella chiesa della santissima Vergine Madre del Buon Consiglio di Napoli a Capodimonte.

Concluderà queste due giornate un concerto Gospel formato da 120 coristi e 5 cori, diretti da Thierry Fred Francois, Cassandra Drane, Nico Bucci ed Enrica Di Martino con la partecipazione del maestro di djembe Omar Diop, che si terrà nella chiesa di Sant’Artema di Monteruscello a Pozzuoli.

I cinque cori che parteciperanno sono il Tf Gospel Academy di Ginevra, il Tf Gospel di Parigi, Il Roma Gospel Voices di Roma, l’Eyael di Napoli ed il coro città di Pozzuoli.

L’evento è patrocinato dalla Regione Campania, dal Comune di Napoli e dal Comune di Pozzuoli, e prevede l’ingresso gratuito per tutti gli eventi.

Ecco il programma completo:

Sabato 4 maggio ore 20.00 presso la Basilica di San Giovanni Maggiore (Rampe S. Giovanni Maggiore, Napoli), si terrà un Concerto Gospel in cui ogni coro canterà due brani e con un ensemble iniziale e finale con tutti i canti eseguiti a cappella.

Domenica 5 maggio ore 12.00 presso la Chiesa della Santissima Vergine Madre del Buon Consiglio (via Capodimonte 13 Napoli), si terrà la Messa in Gospel

Domenica 5 maggio ore 18.30 presso la Chiesa di Sant’Artema (via Amedeo Modigliani, 2C di Monteruscello Pozzuoli) vi sarà il Concerto Gospel con i 120 coristi e i 5 cori.

Per maggiori informazioni sull’evento, consultare l’evento facebook.

Risalendo alla strada di sopra, si vede Sant’Angelo a segno, parrocchia fondata sin dal 554 ad onore dell’archangelo, per avere il valore de’ napolitani, con l’assistenza di Sant’Agnello allora vivente, e soccorsi da un cavaliere di casa dicono della Marra, discacciati i saraceni, entrati dalla Porta Don’Orsa e sin a quel luogo giunti, ove in memoria vi posero un chiodo di bronzo in marmo (come soleano fare i romani), ed oggi vi si vede con epitaffio, nuovamente posto, ch’esprime il tutto“. Così Domenico Antonio Parrino, in un antico testo del 1700, sintetizza magistralmente la storia della piccola chiesa di Sant’Angelo a segno, sita al civico 45 di via dei Tribunali.

Un edificio religioso nato, dunque, a imperitura memoria di un evento da tramandare ai posteri: l’allora vescovo di Napoli, Sant’Agnello (Aniello), pose fine alle scorribande dei saraceni (turchi) per mezzo del vessillo della Croce e di un’apparizione dell’Arcangelo Michele. Lì, come era solito avvenire già in epoca romana, fu posto un chiodo per “segnare” il luogo di cotanto miracolo. Oggi questo chiodo non c’è più, ma esso è stato sostituito da un epitaffio in latino che ricorda l’intera storia e che recita:

A Dio Ottino Massimo un chiodo di rame infisso in una lastra di marmo, mentre Iacopo de Marra, soprannominato Trono, raccolta una schiera di soldati dalle sue città in Irpinia e nel Sannio, venne in soccorso di Napoli presa dagli africani e grazie a Sant’Agnello, allora abate per volere divino e all’arcangelo Michele, meravigliosamente splendenti tra quelli in prima fila, sottrae la vittoria ai vincitori, dopo che i barbari sono stati battuti e scacciati dalla città al primo assalto. Nell’anno della salvezza 573 dedicato un tempio al celeste protettore dell’impresa e decorato lo scudo gentilizio del liberatore con le insegne della città, a memoria dell’impresa dove la fuga fu iniziata dai nemici, secondo il costume degli antenati ,per decisione del Senato a spese pubbliche e per decisione della curia, regnando per la seconda volta Carlo II, la patria grata pose come premio per l’antico valore”.

Oggi, però, la chiesa non è più quella di un tempo, ma è il risultato dei lavori di ricostruzione condotti nel 1825 dall’architetto Luigi Malesi. Così come le opere una volta esposte al suo interno sono attualmente custodite nel Museo di Capodimonte. Nello specifico si tratta di una Tavola raffigurante S. Michele Arcangelo, posta sull’altare maggiore, opera di Francesco Pagano – attribuita da Monsignor Gennaro Aspreno Galante a Angiolillo Boccadirame nel XV secolo; un San Tommaso di Canterbury della scuola del Balducci; la Circoncisione del Bambin Gesù di Simon Vouet del 1623, attribuita al Procaccini; Santa Rosa attribuita al Simonelli della Scuola di Luca Giordano.

Chiusa al culto dalla metà degli anni 60 del secolo scorso, la chiesa di Sant’Angelo a segno – dopo un restauro conservativo – è ora adibita a teatrino rionale.

NAPOLI – L’antica agorà di neapolis sfregiata dai graffiti. Non passa inosservata l’enorme scritta arancione “mastiffs” sulla remota roccia lavica del campanile di San Lorenzo Maggiore, tra i più belli del centro storico di Napoli, sul quale sono ben visibili gli stemmi degli storici sedili di Napoli.

La Fondazione Angeli del Bello di Firenze, che da anni è impegnata nel capoluogo toscano nella tutela del decoro dei principali siti artistici della città, ha donato al neonato Coordinamento degli Angeli del Bello di Napoli un laser innovativo per la rimozione di scritte, tag e graffiti. Il dono verrà ufficialmente concesso alla città partenopea sabato 13 aprile alle ore 11.00, a piazza San Gaetano.

All’evento, parteciperanno il Presidente della Quarta Municipalità Giampiero Perrella e il presidente del Coordinamento Angeli del Bello di Napoli, Giuseppe Serroni. La presentazione del laser sarà anche l’occasione per una conferenza stampa in cui verrà presentato il protocollo di intesa con la Soprintendenza, al fine di delineare un programma di interventi che interesseranno altri siti artistici del centro storico di Napoli.

Il laser donato, come si apprende da Repubblica, è un Blaster 50W, dal valore di circa 60mila euro, che i volontari Fondazione Angeli del bello di Firenze hanno utilizzato nel capoluogo toscano per ripulire alcuni monumenti cittadini colpiti dal fenomeno dei graffiti.

Soddisfazione per il Presidente della Quarta Municipalità Giampiero Perrella: «Ha inizio la nostra lotta per difendere il bello dagli incivili, alcuni nostri concittadini purtroppo dicono e cantano di difendere Napoli, ma poi imbrattano i monumenti che danno prestigio a questa città e richiamano centinaia di migliaia di turisti. Molti non sanno neanche che scrivere sui muri, deturpare un monumento storico, è un reato penale. I beni artistici sono di tutti e devono essere tutelati. Ringrazio quindi gli Angeli del bello che ci consentono di utilizzare questo laser all’avanguardia per cancellare graffiti e scritte dai muri dei nostri palazzi storici e monumenti, con risultati di gran lunga migliori delle tecniche tradizionali».

Di orrenda memoria, ma per diversa ragione, non perché infestato di spiriti, ma perché bruttato da fatti di libidine, di sangue e di sacrilegio, era il vicolo di Sant’Arcangelo di Baiano, dove si vedeva ancora la chiesa superstite dell’antico monastero di monache benedettine, abolito nel 1577“. Così il filosofo e storico napoletano Benedetto Croce in merito alla cronaca leggendaria di uno dei luoghi di culto più misteriosi ed esoterici di tutta Napoli, il monastero di Sant’Arcangelo a Baiano appunto, ubicato in quel di Forcella.

Fondato dai monaci basiliani in onore di Michele Arcangelo e di san Pietro nel VI secolo d. C., sui resti di un antico tempio pagano dedicato ad Ercole, deve probabilmente la locuzione “a Baiano” alla presenza in zona dell’importante famiglia dei Baiani, del seggio della Montagna, provenienti proprio da Baia.

Ed era propria una discendente di questa famiglia, Laura de’ Bajani, la badessa del monastero quando tutto ebbe inizio. Sotto di lei dal 1540 diciotto suore, tutte appartenenti all’aristocrazia locale. Fatto per nulla insolito, dato che all’epoca la nobiltà obbligava le secondogenite a prendere i voti in modo da garantire ricche doti alle prime nate, maritandole a uomini di alto rango. A queste 18 sorelle ben presto se ne aggiunsero altre quattro, anch’esse di nobili famiglie: Agata Arcamone, Laura Frezza dei patrizi di Ravello, Chiara Sanfelice dei duchi di Bagnoli, e Giulia Caracciolo Rossi dei principi di Avellino.

Le quattro giovani suore presero a condurre una vita agiatissima (avevano stanze sontuose e persino ancelle personali) e soprattutto libidinosa, almeno stando a quanto una certa suor Eufrasia riferì alla successiva badessa Costanza Mastrogiudice, ovvero che Giulia Caracciolo aveva una relazione segreta con un marchese, mentre suor Lavinia Pignatelli se la intendeva con un mercante. Nell’indagare sulla vicenda la madre superiore fu testimone dell’aggressione mortale degli sgherri del principe di Garagusa a danno dei sia del marchese che del mercante.

Fu solo l’inizio di crimini efferati. Di lì a poco, infatti, la madre badessa morì avvelenata. La nuova superiora, Elena Marchese, fu anch’essa uccisa, stavolta da suor Zenobia Marchese e dal suo amante, i quali la pugnalarono e scapparono, coperti da altre suore che si adoperarono anche di togliere da mezzo consorelle complici o scomode testimoni: Chiara Sanfelice, uccisa con il pugnale, e suor Camilla Origlia, buttata giù da una finestra. Queste morti vennero fatte passare come suicidi.

Si organizzò dunque un banchetto per metter pace in convento, ma alcune suore denunziarono lo stato di cose al padre confessore Andrea d’Avellino, dell’Ordine dei Chierici Regolari Teatini di San Gaetano, che perquisì le celle e interrogò le religiose. Con l’autorizzazione dell’ arcivescovo di Napoli don Pietro Carafa, Andrea d’Avellino chiese al vicario criminale del Tribunale di intervenire con i suoi gendarmi.

Il processo venne presieduto da monsignor Reviva, vicario generale diocesano, che fece frustare tre suore sospettate di aver ucciso Eufrasia D’Alessandro, Chiara Sanfelice e Lavinia Pignatelli. Altre 9 consorelle furono mandate in quattro diversi conventi. L’ordine di Sant’Arcangelo venne sciolto e il complesso sconsacrato.

Il monastero rimase chiuso fino al 1645, quando fu ripristinato come romitorio maschile e affidato ai Frati Bianchi o della Mercede. I padri ricostruirono convento e chiesa. Dai primi anni dell’800 il complesso religioso rimase di nuovo disabitato e la chiesa sconsacrata. I monaci vennero trasferiti in altri conventi. Si disse che nel monastero vi fossero stati casi di possessione, e la gente per anni affermò che dall’interno venissero urla e si verificassero apparizioni spettrali.

La più suggestiva riguarda la già citata suor Agata Arcamone di cui, una volta sorpresa in una tresca amorosa, si persero le tracce: per alcuni lasciò per sempre Napoli, secondo altri, invece, il suo fantasma si aggirerebbe ancora oggi tra le mura del monastero, che lei considerò sempre una prigione.

Non si sa bene dove finisca la cronaca e dove cominci la leggenda, ma è certo che all’epoca e per alcuni secoli a venire i fatti del monastero di Sant’Arcangelo a Baiano furono molto famosi, tanto che lo stesso Stendhal vi dedicò un libello di grande successo, pubblicato prima in Francia (1829) e poi in Italia (1860).

Oggi il monastero risulta ancora abbandonato.

FONTI:
Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Napoli, Napoli Sacra, I itinerario, Napoli 1993.
Italo Ferraro, Napoli. Atlante della Città Storica. Quartieri Bassi e il “Risanamento”, Napoli 2003.
Bartolommeo Capasso, Topografia della città di Napoli nell’XI secolo, Napoli 1895.

chiesa di santa maria della sapienza 2

chiesa di santa maria della speranzaTra le tante bellissime chiese del centro storico di Napoli ce n’è una che è stata tristemente abbandonata a se stessa: è la Chiesa di Santa Maria della Sapienza, in via Costantinopoli.

Il complesso è un’imponente struttura risalente al ‘600 e chiusa da diversi decenni.

All’interno, anch’essa tristemente abbandonata al degrado, c’è la Cappella della Scala Santa, un’altra ricchezza da valorizzare.

L’abbandono della struttura ha fatto sì che sia proliferata l’inciviltà attorno ad essa: oltre ad essere diventata una discarica a cielo aperto, la chiesa è vittima di infiltrazioni d’acqua, furti ed atti vandalici.

chiesa di santa maria della speranza 2Inutile quindi dire che lo stato di manutenzione della struttura è praticamente nullo.

A proposito di ciò, Francesco Emilio Borrelli (consigliere regionale dei Verdi) e Enzo Vasquez (responsabile tematiche dei rifiuti dei Verdi di Napoli), chiedono l’autorizzazione ad entrare nel complesso e procedere alla pulizia per ridare dignità ad un così importante pezzo della storia di Napoli.

I due inoltre dichiarano che “è inaccettabile che simili ricchezze, anziché essere mete di visitatori, siano simbolo e trionfo di consolidato degrado”.

La chiesa di San Michele Arcangelo è una celebre chiesa monumentale situata in Piazza San Nicola, nel cuore del centro storico di Anacapri.
La chiesa in puro stile barocco fu edificata tra il 1698 e il 1719 e progettata dall’architetto Antonio Domenico Vaccaro per volere della Madre Serafina di Dio, religiosa di Capri nota per essere anche la fondatrice del convento delle teresiane.
La volontà e la determinazione della donna nel portare avanti questo progetto deriva da una promessa che ella fece a San Michele Arcangelo: “Se voi liberate Vienna (dall’assedio dei Turchi, ndr), prometto di fondare ad Anacapri una chiesa ed un monastero, a maggior gloria del Signore e a onor Vostro”. Ed ovviamente così fu.

In prima linea a favore della costruzione della chiesa vi fu il vescovo di Capri Michele Gallo di Vandenejnde che non solo mise a disposizione il suo patrimonio personale ma espresse altresì il desiderio d’essere sepolto proprio in quella chiesa inedita, di fatti dietro l’altra maggiore vi è un’epigrafe a ricordarlo.
La chiesa di San Michele Arcangelo fu costruita di fianco la Chiesa di San Nicola, della quale oggi non è rimasto nulla se non il nome della piazza che ospita la chiesa di cui stiamo parlando.

Nel corso del tempo, la chiesa non fu, come normale che sia, utilizzata solo per momenti di raccolta e di preghiera ma tra il 1806 e il 1808, durante l’occupazione inglese e francese, il suo spazio fu usato come deposito per le armi e come alloggio per i militari.
Quando i militari abbandonarono la struttura, furono progettati dei lavori di restauro, iniziati nel 1815. La chiesa fu riaperta ai fedeli solo il 10 giugno del 1817 grazie al re Ferdinando delle Due Sicilie.

Dal punto di vista architettonico, l’edificio si presenta con una pianta ottagonale a forma di croce greca. Di straordinaria bellezza è l’altare maggiore, realizzato dal “mastro marmoraro” Agostino Chirola in marmo di Carrara verde e giallo, ai cui lati sono posti due splendidi angeli in marmo bianco. L’Altare fu realizzato a Napoli e trasportato in seguito sull’isola con una scialuppa.

Tuttavia ciò che della chiesa lascia senza fiato i visitatori è il pavimento maiolicato raffigurante la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso ad opera del maestro “riggiolaro” Leonardo Chianese, mentre il disegno fu creato dal pittore italiano Francesco Solimena.
Proprio perché il pavimento è un’opera d’arte unica nel suo genere, non può essere calpestato ma deve essere ammirato percorrendo le passarelle laterali che lo recintano.
Inoltre salendo una stretta scala a chiocciola situata all’ingresso è possibile ammirare il pavimento maiolicato dall’alto e nel suo complesso.
Il dipinto è carico di elementi di conseguenza occorre tempo e tranquillità per poterli ammirare tutti, dalla flora e la fauna che fanno da sfondo alla descrizione del paradiso terrestre al serpente, che incarna il diavolo, attorcigliato all’albero della conoscenza del Bene del Male.

Dove: Piazza San Nicola,1 – Anacapri
Quando: aprile – settembre dalle 9:00 alle 19:00; ottobre – marzo dalle 10:00 alle 15:00; chiusura dal 27 novembre all’8 dicembre
Costo d’ingresso: 3 euro
Per maggiori informazioni: 081 8372396/ info@chiesa-san-michele.com

Fonte

Napoli è da sempre una città che ha un rapporto particolare con la morte, un modo tutto suo di gestire l’altra dimensione, protagonista da sempre dei detti popolari e degli usi e costumi della tradizione. Uno degli esempi evidenti è la Chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco, detta anche “la Chiesa delle Capuzzelle”, o chiesa d”e cape ‘e morte”, il luogo principale dove si concentra il culto delle anime pezzentelle.

Il legame con la morte fu alimentato in larga parte dal clima della Controriforma del ‘600, che sosteneva il principio delle anime purganti, attraverso l’intercessione di preghiere e messe a suffragio, per salvare  le anime dei morti in sosta al Purgatorio, e aiutarle ad espiare i peccati e salire al Paradiso.

Foto: Complesso Museale Purgatorio ad Arco, pagina Facebook

A Napoli, di pari passo, si sviluppò il rito delle anime pezzentelle, ossia quello delle capuzzelle: i teschi venivano adottati e curati dal popolo, con preghiere e devozione per ottenere benedizioni per la propria famiglia.

Quindi, le donne dei quartieri, sceglievano la propria “capuzzella” tra i tanti teschi sparsi nelle catacombe, attribuendole un nome e un ruolo specifico. Poi la si sistemava su un cuscino ricamato, e la si lucidava e puliva, addobbandola con fiori e lumini. Dopo questa procedura, si pregava l’anima del morto, chiedendogli grazie e intercessioni durante i sogni, che erano l’unico modo per comunicare con il defunto.

Il teschio di Lucia ‘a sposa

Questa è anche la storia della chiesa della Anime del Purgatorio ad Arco, che sorge in via Tribunali 39, nel Complesso culturale della «Via dell’Arte» di Via Duomo, a due passi dal Pio Monte della Misericordia e dal Museo del Tesoro di San Gennaro.

La Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco sorse per desiderio di una congregazione nobiliare laica nel 1604, che raccoglieva fondi per aiutare le persone più bisognose, ossia per garantire messe a suffragio e sepolture per i loro defunti.

La Chiesa fu disegnata dagli architetti ed ingeneri Giovan Cola Di Franco e da Giovan Giacomo Di Conforto, e fu chiamata “ad Arco” per la presenza di un arco posto all’incrocio tra via Tribunali, via Nilo e via Atri.

Foto: Complesso Museale Purgatorio ad Arco, pagina Facebook

La chiesa è molto bella, strutturata su due livelli, ricca di simbologie mortuarie: la parte superiore rappresenta il mondo dei vivi, la parte inferiore quello dei morti. L’interno è in stile barocco, e si apre con un’unica navata con tre cappelle laterali e un transetto ridotto.

Molto particolari, e in linea con il motivo centrale della Chiesa, sono i fregi allegorici che simboleggiano l’aldilà, oltre che i teschi e le ossa sul portale d’ingresso e nelle nicchie.

La “pezzentella” più richiesta è quella di Lucia, alla cui edicola si accumulano spesso biglietti di turisti e visitatori. A lei, infatti, vengono raccontate le sofferenze sentimentali e espresso il desiderio di trovare l’amore.

La Chiesa, il Museo e l’Ipogeo, sono aperti dal lunedì al venerdì dalle 10,00 alle 14,00 e il sabato dalle ore 10,00 alle 17,00. Domenica chiuso.


Il complesso monumentale di Santa Chiara, che comprende Chiesa, Monastero e Convento, è un edificio di culto situato nella città di Napoli.

Fu edificato a partire dal 1310 per volere del monarca Roberto d’Angiò e della sua seconda moglie Sancha di Maiorca, entrambi cattolici e estremamente devoti a San Francesco d’Assisi e a Santa Chiara, per offrire una residenza alle Clarisse, nel monastero, e ai Frati Minori nel convento.

L’intento era quello di realizzare un convento doppio, una cittadella francescana che possedesse due edifici religiosi separati ma posti l’uno di fronte l’altro.

Furono Gagliardo Primario e Lionardo di Vito gli architetti scelti per i lavori di costruzione. Solo nel 1340, dopo trent’anni, la chiesa, in puro stile gotico, fu aperta al culto.

Il monastero di Santa Chiara sito in via Santa Chiara, di fronte alla Chiesa omonima, ospita al suo interno il Museo dell’Opera, un’area archeologica di epoca romana, quattro chiostri monumentali (Chiostro maiolicato, Chiostro di San Francesco, Chiostro dei Frati Minori, Chiostro di Servizio), una biblioteca, e la Chiesa delle Clarisse (ex refettorio dei Frati Minori).

Successivamente il Chiostro dei Frati Minori e quello di Servizio diventarono parte della Chiesa delle Clarisse, adiacente al complesso di Santa Chiara, ubicata in piazza del Gesù Nuovo.

Chiostro Maiolicato di Santa Chiara

Tuttavia il più chiostro più suggestivo è certamente quello maiolicato delle Clarisse, visitabile tutt’oggi, progettato da Domenico Antonio Vaccaro tra il 1742 e il 1769 e decorato con maioliche settecentesche da Giuseppe e Donato Massa. Dal chiostro delle Clarisse si può accedere a quello di San Francesco, che è molto più piccolo e che, purtroppo, ha perso quasi del tutto il suo originario aspetto trecentesco.

Il Museo dell’Opera invece si compone di quattro sale: Sala Archeologica, Sala della Storia, Sala dei Marmi e la Sala dei Reliquiari.

Nel corso dei secoli parte il complesso monumentale subì diverse interventi di ristrutturazione.

In particolare, durante la seconda guerra mondiale, il 4 agosto del 1943, parte della Chiesa e degli affreschi al suo interno furono distrutti da un bombardamento aereo. Solo nel 1953 i lavori di restauro guidati da Mario Zampino terminarono e la Chiesa riaprì al pubblico.

Dove: Via Santa Chiara, 49/c
Orari:
– Chiesa 7:30/13:00 e 16:30/20:00
– Complesso Monumentale, feriali 9:30/17:00; festivi 10:00/14:30
Costo: intero 6 euro, ridotto 4,50 euro
Per maggiori info: 081 7971224 o consultare sito web.

Fonte: www.monasterodisantachiara.com

Chiesa di Santa Maria Assunta-Positano

La chiesa Santa Maria Assunta è un piccolo gioiello del centro cittadino di Positano, situata in piazza Flavio Gioia, a pochi passi dalla spiaggia di Marina Grande ed è raggiungibile solo ed unicamente a piedi.
Grazie alla suggestiva cupola in maiolica, composta da piastrelle gialle, verdi e blu, risulta una fra le attrazioni più visitate e fotografate del luogo, tant’è vero che è stata più e più volte riprodotta in incantevoli dipinti.

L’abbazia fu fondata nella seconda metà del X secolo e fu dedicata a San Vito, santo patrono di Positano. Al luogo sacro è legata l’icona bizantina della Madonna nera con il bambino che, secondo una fonte non documentata, arrivò a Positano nel XII secolo grazie ad alcuni monaci benedettini. Mentre secondo una leggenda, l’immagine sacra si trovava a bordo di un veliero che, giunto nei pressi di Positano, fu travolto da una tempesta che lo costrinse ad arrestare il viaggio. Dopo vani tentativi di proseguire la navigazione, fu sentita una voce: “Posa, posa” che fu interpretata come una manifestazione della volontà della Vergine di restare in quel luogo. Il capitano decise quindi di dirigere la prua verso terra e solo allora la nave riprese a muoversi. raggiunta la riva, i marinai consegnarono l’icona agli abitanti di Positano che la portarono in una chiesa ubicata in una piazza del paese.
Il giorno seguente, l’immagine sacra scomparve e fu ritrovata in un campo di ginestre, vicino al mare. L’accaduto fu interpretato dalla popolazione locale come un miracolo compiuto dalla Madonna e per tale motivo fu costruita una nuova chiesa lì, dove era stata ritrovato il quadro della Vergine.
Che appartenga a realtà oppure a leggenda, oggi l’icona può essere ammirata all’interno della Chiesa ed è ritenuta uno fra gli oggetti più preziosi custoditi al suo interno.

Originariamente l’interno della chiesa era ad una sola navata, poi grazie ai lavori di ristrutturazione, compiuti tra il 1777 e il 1782, fu divisa in tre navate con cinque archi e diverse cappelle laterali. Sull’altare maggiore è posta l’immagine della Vergine, mentre ai lati dell’abside vi è il coro in noce massiccio alle cui estremità sorgono due nicchie che custodiscono l‘Addolorata ed un pregevole Cristo, realizzato nel 1798 da Michele Trillocco.

A destra dell’altare maggiore vi è la cappella di Santo Stefano all’interno della quale è custodita la statua lignea settecentesca della Madonna con Bambino. A sinistra c’è la cappella del SS. Sacramento.
Altre opere custodite nella chiesa sono l’altare della Circoncisione, opera di Fabrizio Santafede del 1599 e il busto reliquiario del santo patrono del paese, San Vito.
Lungo la navata sinistra, è possibile ammirare le cappelle del Crocifisso, dell’Annunziata, di San Vito e di San Nicola di Bari. Lungo la navata destra vi sono le cappelle di Sant’Anna, di Sant’Antonio, dell’Immacolata e di San Biagio.
Sopra la porta centrale vi è il maestoso organo meccanico inaugurato nel 2000.

Ed infine, a pochi passi dalla Chiesa sorge il campanile, edificato nel 1707, al cui centro vi è un bassorilievo medioevale raffigurante un mostro marino, una volpe ed un pesce di manifattura campana.

La bellezza propria dell’abbazia, unita al magnifico paesaggio che solo la costiera amalfitana può regalare, rende la Chiesa di Santa Maria Assunta una fra le location preferite dalle coppie per pronunciare il fatidico Sì.

Chiesa di Santa Maria Assunta-Positano
Chiesa di Santa Maria Assunta-Positano

Fonte

matrimonio

Quando cammini a Napoli prima di ogni pensiero, azione o riflessione, ti innamori. E lo fai quasi inconsciamente, poiché non sei sempre padrone dei tuoi occhi, i quali viaggiano per i vicoli come le parole dei poeti di un tempo. Riluttanti nell’essere dominati.

Chi ha scritto ” Parto. Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell’universo” non era napoletano; è stato Stendhal, dopo il suo soggiorno nella città partenopea.

Ci si innamora di Napoli e ci si innamora a Napoli. Esistono chiese, quelle famose e quelle  meno conosciute che hanno suggellato unioni storiche e che continuano ad essere dimora sacra dei matrimoni partenopei. Un amore che nasce a Napoli è un quadro incorniciato nella storia e la scelta della Chiesa per il giorno tanto atteso è cosa cara ai napoletani. Ma quali sono le Chiese in cui i napoletani sognano di sposarsi?

Una classifica è cosa ardua in una città ricca d’arte e trasversale fascino, tuttavia esistono Chiese  più desiderate di altre dagli amori napoletani: sposarsi alla Basilica di Santa Chiara, ad esempio, rappresenta una peculiare scelta. Nel cuore del centro storico e nella poesia dell’architettura Gotica, la Basilica è un pezzo di storia raccontata, poiché, tra l’altro, fu gravemente danneggiata durante il secondo conflitto mondiale. La canzone Munastero e’ Santa Chiara si riferisce proprio alla malinconia del cuore napoletano dopo il devasto della città (Penz A’ Napule comm’era, Penz a’ napule comm’è).

santa chiara

Il Duomo. La Cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta e un pò anche casa di San Gennaro, di cui si svolge il rito dello scioglimento di sangue. Il Duomo, come molte chiese di Napoli e la stessa Basilica di Santa Chiara gode di una contaminazione tra Gotico e Barocco, caratteristico di molti edifici di Napoli, in parte ri-costruiti dopo danneggiamenti, terremoti o altro.

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Altra scelta consueta di alcune coppie di sposi è celebrare il rito nella Chiesa del Gesù Nuovo, tra le volte affrescate dagli artisti del ‘600 e lo scenario di Piazza del Gesù. Forse i sanpietrini delle vie del centro non saranno graditi alla sposa, ma vale la pena rischiare, soprattutto se c’è il sole ad illuminare la piazza.

Arte e fede, il presepe napoletano in mostra alla chiesa del Gesù Vecchio

Una chiesa, forse, meno conosciuta dai napoletani stessi, ma densa di fascino mistico è la Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, in via dei Tribunali. L’interno è barocco, con opere di Stanzione, Giordano e Vaccaro, ma ad attirare l’attenzione sono i teschi esposti all’esterno, i quali si ritrovano anche dentro, poichè in questa chiesa venivano, quasi clandestinamente, fatte preghiere per le anime nel limbo, quelle del Purgatorio.

chiesa del purgattorio

Se invece l’amore vorrà essere celebrato guardando il mare, una delle scelte possibili è la Chiesa di San’Antonio a Posilipo. Il terrazzo in strada, appena fuori la chiesa, si affaccia su una delle vedute più belle di Napoli, in cui visitatori e napoletani restano estasiati. Inoltre, la zona rimane famosa anche per le 13 discese di Sant’Antonio, poiché scendendo dalla collina si percorre una strada a serpente che forma esattamente le 13 discese, arrivando sul lungomare.

chiesa di sant'antonio

Se si preferiscono le zone alte, inoltre, al centro città, una delle Chiese da poter scegliere è la Certosa di San Martino. Indiscusso mirador di Napoli, San Martino è anche luogo di ritrovo delle serate estive, da cui la vista cade armoniosamente su Napoli illuminata. La Certosa, a navate unica, è un lampante esempio di arte Barocca, con la volta affrescata dal Lanfranco, le transenne di marmo del Fanzago e il pavimento marmoreo di Bonaventura Presti.

Certosa di San Martino
Certosa di San Martino

Tra il centro storico e l’altezza collinare, si affaccia con gentilezza e ferma maestosità la Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio, conosciuta per lo più come Basilica di Capodimonte. Anche quest’ultima risulta essere gettonata per il giorno del matrimonio, sebbene è la più recente basilica di Napoli. E’ stata infatti costruita nel XX secolo, sul modella della Basilica di San Pietro a Roma. E’ affiancata dalle Catacombe di San Gennaro, simbolo della cristianità napoletana.

chiesa di capodimonte

Oscar Wilde scrisse: “Si dovrebbe essere sempre innamorati. Ecco perché non bisognerebbe mai sposarsi”. Tuttavia, probabilmente ora, sposarsi è un gesto rivoluzionario, poiché è la conferma di ciò che vorresti per il mondo.

 

Ischia – A picco sul mare e bianca, la chiesa di Santa Maria del Soccorso, o della Neve, si erge sul promontorio che da essa prende il nome come simbolo della cittadina di Forio, sull’isola di Ischia. Il santuario, dedicato inizialmente alla Madonna della Neve, ha assunto nei secoli la denominazione “del Soccorso” a causa del forte affetto e devozione dei naviganti e di tutti i marittimi che si affidano alla protezione della Madonna con ex voto. La tradizione deriva da una particolare reliquia custodita nella chiesa che vedremo in seguito.

Inizialmente parte di un convento degli Eremitani di S. Agostino, entrambe le strutture vennero edificate intorno al 1350. A confermarlo è una relazione ufficiale redatta dal priore dello stesso convento il 2 aprile del 1650 in cui si venne compilato anche un elenco attendibili di beni mobili ed immobili, entrate ed uscite economiche della comunità.

Secondo tale documento si evince che, inizialmente, il convento fosse circondato da alcuni terreni impossibili da coltivare a causa del vento forte che batteva incessantemente sull’altura. Proprio a causa di questo potente effetto climatico il terreno sarebbe via via franato distaccandosi dalla roccia, fino a “scolpire” il promontorio su cui attualmente si erge la chiesa. Viene da chiedersi a cosa servisse una descrizione tanto capillare. Nel 1649, Papa Innocenzo X sancì la soppressione di tutti i conventi minori, non in grado di sostentarsi.

Con la relazione il priore aveva cercato di dimostrare l’operatività della struttura, ma con scarsi risultati: la posizione e la lontananza dal centro abitato non davano modo alle casse di rimpinguarsi, anzi, i debiti non facevano che aumentare. Un anno dopo il documento, gli Eremitani abbandonarono il convento, che venne soppresso ufficialmente nel 1653. Rimase solo la chiesa che, nel corso dei secoli, subì numerosi rimaneggiamenti e notevoli trasformazioni che l’hanno resa quella che attualmente possiamo ammirare.

La prima chiesa era particolarmente modesta e dallo stile semplice. Nel 1791, la singola navata venne arricchita dalla cappella del Crocifisso e, nel 1854, venne eretta una maestosa cupola per adornare l’esterno. Di questa meraviglia, però, rimangono solo miniature e dipinti del tempo dal momento che un terremoto la distrusse completamente nel 1883 e, quando venne ricostruita, le dimensioni furono molto più contenute. I lavori del 1864 diedero alla chiesa la sua fisionomia attuale e le caratteristiche che oggi attirano turisti da ogni parte del mondo.

La facciata bianca e la struttura architettonica  leggera spiccando sullo sfondo blu offerto dal promontorio, mentre una scala di maioliche colorate è l’unico tocco di colore che accoglie i visitatori. Le mattonelle sono risalenti al Settecento e raffigurano le scene della Passione di Cristo con giallo, bianco e rosso come colori dominanti. Il cuore pulsante della chiesa è, però, la cappella del Crocifisso, a cui è legato l’intera devozione dei marittimi.

Il crocifisso custodito al suo interno e risalente al ‘400, secondo la leggenda, venne rinvenuto in mare da alcuni naviganti diretti in Sardegna. All’altezza dell’isola furono costretti a ripiegare le vele a causa di una violenta tempesta. Per placare l’ira del mare posizionarono la reliquia rinvenuta all’interno del santuario della Madonna della Neve e, come se non fosse mai arrivata, la tempesta si placò. Pronti a ritornare a bordo cercarono di portare con l’oro il prodigioso crocifisso, ma, le porte della chiesa si chiudevano da sole impedendone l’uscita. Solo lasciando la reliquia sull’altare i naviganti riuscirono ad uscire dalla struttura.

Verità o leggenda, miracolo o impressione popolare, quella croce è diventata il simbolo della protezione e del soccorso per chi lavora sul mare. La cappella nella quale è custodita è ricolma di ex voto, modellini di navi e velieri, preghiere lasciate dai marinai di ogni tempo ed ogni paese per invocare la protezione nei lunghi viaggi lontano da casa. Si aggiunga che, a causa della conformazione del tratto di mare intorno ad Ischia, l’isola era anche tristemente nota per i continui naufragi: nel santuario, gli sfortunati naviganti potevano trovare soccorso spirituale e ristoro, particolarità che, nei secoli, ha dato nome al luogo. Del resto, quale posto migliore di una chiesa sospesa fra cielo e mare per rappresentare una simile devozione?

maschio angioino

maschio angioino

Domenica 15 gennaio 2017 a Napoli saranno aperte al pubblico alcune strutture monumentali. Tra queste troviamo il Maschio Angioino che sarà aperto straordinariamente dalle ore 9,00 alle 14,00 (ingresso fino alle ore 13,30) ad ingresso gratuito.

Sarà possibile visitare esclusivamente: il Cortile, la Sala dei Baroni, l’ex Sala dell’Armeria (percorso archeologico) e la Sala della Loggia con affaccio sugli arsenali. Inoltre sono anche previste visite guidate gratuite ogni ora, dalle ore 10,00 alle 13,00. Il museo civico invece resterà chiuso.

Grazie al progetto “Il Graal al Maschio Angioino” dalle ore 9,30 alle 12,30 sono previste visite guidate al costo che varia dai 10 ai 15 euro in base al percorso prescelto e prevede obbligatoria prenotazione (info 3317451461).

Vi sono tre tipi di percorsi:  un percorso esoterico che dall’Arco di Trionfo arriverà alla Sala dei Baroni; un itinerario che dagli spalti del Maschio Angioino conduce ad una cannoniera e alle antiche prigioni; un percorso speleologico.

Tra le strutture aperte ci sarà anche il Complesso Monumentale di san Domenico Maggiore dalle ore 10,00 alle 19,00 in occasione della Mostra “Storie di giocattoli – dal Settecento a Barbie“, con ingresso a pagamento.

Infine dalle ore 9,00 alle 13,00 ci saranno una serie di chiese aperte, le quali tuttavia sospenderanno le visite durante la celebrazione liturgica.

Ecco quali:

San Pietro a Maiella – via San Pietro a Maiella 4;
San Lorenzo Maggiore – Piazza san Lorenzo;
Chiesa Santa Maria della Pace – via dei Tribunali 228;

Chiesa Santa Caterina a Formiello – P.zza E. De Nicola 49;
Basilica di Santa Chiara – via Benedetto Croce/ via Santa Chiara 49/c;
Chiesa di San Domenico Maggiore – Piazza San Domenico Maggiore 8/a;

Chiesa Sant’ Angelo a Nilo – Piazzetta Nilo;
Chiesa San Giorgio Maggiore – via Duomo, 237/a/ Piazzetta Crocella ai Mannesi;
Chiesa di Santa Maria Coeli – largo Regina Coeli;

Chiesa dei SS. Apostoli – largo Ss. Apostoli 9;
Santa Maria del Carmine Maggiore – Piazza del Carmine 2;
Chiesa di Sant’ Eligio Maggiore – Piazza Sant’ Eligio 4;

Chiesa di Santa Maria Egiziaca a Forcella – Corso Umberto I – 190;
Chiesa dei Santi Cosma e Damiano – Piazza Nolana 18;
Chiesa di San Pietro ad Aram – corso Umberto I – 292;
Chiesa Sant’Agrippino a Forcella – via Forcella 86 (S. Messa ore 13,00).

Situata a Vico Equense su un costone roccioso alto 90 metri e a picco sul mare, la Chiesa della Santissima Annunziata è una tra le più incantevoli della penisola sorrentina, chiamata anche di Punta a Mare per la sua location esclusiva, ambita da tante giovani coppie per pronunciare il fatidico .
La struttura affaccia su una terrazza panoramica che abbraccia il Golfo di Napoli e la costiera e fu edificata agli inizi del XIV secolo per volere del vescovo Giovanni Cimino, eretta in sostituzione della prima cattedrale di Vico Equense.

L’edificio originario era collocato nella zona bassa della città, ma, a seguito delle incursioni dei pirati, il centro cittadino fu spostato nella zona alta e, di conseguenza, anche la sua struttura religiosa.
Di stile gotico, fu sede vescovile fino al 1799, anno della morte del vescovo Michele Natale e cattedrale della diocesi di Vico Equense fino al 1818.
I danni a seguito del terremoto del 1980, hanno obbligato la chiesa ad effettuare importanti interventi di restauro e ad un periodo di chiusura di quasi vent’anni, difatti è stata riaperta al pubblico solo il 26 agosto del 1995.

Nonostante la sua facciata, restaurata sia in stile barocco, la chiesa della Santissima Annunziata resta uno dei pochi esempi di architettura gotica della costiera sorrentina.
All’ingresso sono presenti due porte in bronzo raffiguranti un Cristo ieratico, realizzate dallo scultore Michele Attanasio che dedicò la sua opera al Papa Giovanni Paolo II.
La struttura interna è composta da tre navate, una centrale e due laterali, all’interno delle quali vi sono numerosi affreschi ad opera di stimati pittori dell’epoca, come ad esempio Giuseppe Bonito, Jacopo Cestaro, Armando De Stefano e Francesco Palumbo, il quale fu anche autore dei trentaquattro affreschi conservati nella sagrestia e raffiguranti i vescovi vicani.

La chiesa non si caratterizza solo per le interessanti tele e per i quadri religiosi d’autore ma anche perché custodisce le urne funerarie del vescovo fondatore della struttura Giovanni Cimino del giurista e filosofo del settecento Gaetano Filangieri, morto a Vico Equense nel 1788.
Ad arricchire ulteriormente il quadro già di per sé suggestivo, vi è un imponente campanile del XVI secolo posto di fianco alla chiesa. Quest’ultimo fu commissionato da Paolo Regio e si articola su tre piani terminanti con una terrazza.

Chiesa di Santa Maria Incoronata
Chiesa di Santa Maria Incoronata
Chiesa di Santa Maria Incoronata – via Medina, Napoli

La Chiesa di Santa Maria Incoronata, riaperta al pubblico circa due anni fa, è ubicata in via Medina, nel centro storico di Napoli. La sua nascita è antica e risale al 1352 per volere di Giovanna I in occasione della sua incoronazione e di quella del suo secondo marito, Luigi Ludovico di Taranto. Il nome scelto inizialmente per la Chiesa fu Santa Maria Spina Corona, mutato prima in Santa Maria Coronata, poi in Santa Maria Incoronata.
Tale appellativo si lega ad un episodio che ha per protagonisti i nuovi sovrani di Napoli: per conferire un maggior prestigio alla Chiesa, la regina, durante il loro matrimonio, donò una spina della Corona di Cristo, ricevuta dal Re Carlo V di Francia e custodita precedentemente nella Saint-Chappelle di Parigi.

A partire dal 1378, la struttura fu affidata all’ordine dei Certosini di San Martino e, durante quel periodo, fu utilizzata per le cerimonie e le incoronazioni degli Angioini e degli Aragonesi. Il suo periodo di gloria durò fino alla fine del XVI secolo, poi la Chiesa fu lasciata in totale abbandono. Nel corso del XVIII secolo fu restaurata in stile barocco e fu costruito alla sommità un edificio di due piani, quindi riaperta al pubblico come luogo di culto. Tra il 1925 e il 1929 l’architetto Gino Chierici fece rimuovere tutte le decorazioni barocche e la struttura riacquistò il suo aspetto originario in stile gotico.

Durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, l’edificio posto al di sopra della chiesa fu danneggiato e la sua rimozione definitiva tra il 1959 e 1961, portò alla luce le basi di due campanili. Vennero inoltre rinnovate le decorazioni in marmo poste all’ingresso. I lavori di ristrutturazione e rivalorizzazione non durarono a lungo: il terremoto del 1980 vide la chiusura della Chiesa fino al 1993. Da quel momento furono messi a punto diversi restauri che costrinsero la Chiesa ad alternare periodi di apertura e chiusura. Nel corso dei lavori furono recuperati gli affreschi risalenti al XIV secolo ad opera di Roberto d’Oderisio, presenti oggi nella navata principale della Chiesa. A giugno 2014 la Chiesa è stata riaperta definitivamente.

Affreschi di Roberto d'Oderisio
Affreschi di Roberto d’Oderisio

L’accesso alla chiesa è consentito attraverso due scale discendenti essendo ubicata a circa tre metri sotto il livello stradale. Il portale d’ingresso, come già accennato, è in marmo di Carrara e di particolare importanza è il bassorilievo raffigurante due angeli che sorreggono la celebre Corona di Spine. All’interno la chiesa presenta due navate: una centrale e una laterale.

La navata centrale si distingue per i dipinti trecenteschi e per la presenza dell’altare maggiore realizzato in marmo policromo e pietre dure, testimonianza del rifacimento barocco del XVIII secolo. Nella navata laterale, posta sul lato sinistro, vi sono diverse lapidi funerarie e affreschi realizzati tra il 1403 e il 1414 da un artista marchigiano, chiamato Maestro delle Storie di San Ladislao, nome che gli è stato attribuito per aver rappresentato scene di vita dell’omonimo Re d’Ungheria, venerato come Santo dalla Chiesa Cattolica.

Fonte:
www.comune.napoli.it
www.napoligrafia.it

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