‘O Ru cocaro di Sessa Aurunca: il pane del buon auspicio

Casatiello - Francesca Andreoli
Foto di Francesca Andreoli

Esistono delle tradizioni nel territorio aurunco che risalgono a tempi immemori.

Tra queste ricordiamo la celeberrima Settimana Santa con la quale i cristiani del luogo si preparano alla Pasqua: suggestiva è la presenza delle confraternite, sei per la precisione, che si recano in cattedrale per l’esposizione e l’adorazione del Santissimo Sacramento. In mezzo al corteo che apre il rito, composto da confratelli che indossano un saio bianco e una mozzetta di colore diverso per ogni confraternita, avanza la Croce, con la tradizionale camminata “tre passi avanti e uno indietro”.

Sempre in tema di tradizioni, radicata tra il Casertano, il Basso Lazio, la Ciociaria e il Molise appenninico, è la ballarella. Parente stretta di alcune forme di tarantella e di saltarella, essa si manifesta variamente, secondo le zone. Vi è un modello di “altadanza” per lo più ballato in coppia, basata sul ballo frontale, giro grande e giri sottobraccio; della stessa versione vi è un modello danzato a due coppie, più figurato e coreograficamente variato. La versione a “bassadanza” è eseguita con continui giri a passi camminati, con eventuali avanzamenti e indietreggiamenti radiali.

Numerose anche le tradizioni culturali. Una di queste è “Ru Cocàro” o “Ru Cochero”.

Trattasi di una forma di pane di forma circolare con un buco e all’interno tre o cinque o un qualsiasi numero dispari di uova sode per buon augurio.

Il nome potrebbe venire dal francese “Rocher”, ossia roccia, poiché il pane era piuttosto duro e croccante.

Nelle famiglie, esso veniva sfornato dalle donne di casa come augurio al capofamiglia, il quale era addetto al taglio durante i lauti pranzi pasquali.

Nel territorio aurunco, tra Lauro, Carano, Cellole, San Castrese, Casale di Carinola ed in tanti altri paesi, nei periodi pasquali, sfornavano questo gustoso pane composto dal lievito naturale di una volta detto anche criscito a cui venivano aggiunte le uova. Si cercava in ogni modo di non far rompere il guscio, poiché, secondo la credenza popolare, mangiare un pezzo di pane con residui di guscio d’uovo rappresentava un mal auspicio.

Inizialmente, “Ru Cocàro” era il classico panello di pane con un solo uovo che doveva essere assaggiato in primis dal pater familias.

Anche alle ragazze della famiglia, poi, veniva dedicato una formina di pane, denominata “A Pupatella“, che aveva la forma di bambolina.

Benché lontani dalle credenze di un tempo, questo pane continua ad essere preparato durante le festività pasquali e viene utilizzato per accompagnare affettati e formaggi.

INGREDIENTI:

  • 500 gr di farina
  • 15 gr di lievito di birra
  • 12 gr di sale
  • 375 ml di acqua
  • N dispari di uova sode

 

PROCEDIMENTO

  • Sciogliete il lievito di birra in una ciotola con circa 300 ml di acqua e poi aggiungete 200 grammi di farina;
  • aggiungete anche la rimanente parte di acqua e farina e il pizzico di sale;
  • impastate fino a quando il composto non risulta ben amalgamato e poi avvolgetelo in una ciotola coperta con pellicola e lasciate lievitare per un paio d’ore;
  • trascorso questo tempo, lavorare ancora l’impasto e formare una specie di ciambella, alla quale aggiungerete tre, cinque o un n numero dispari di uova sode.
  • fate lievitare nuovamente per circa 2-3 ore fino a quando la pasta non risulta raddoppiata;
  • a questo punto non vi resta che cuocere la “ciambella” a una temperatura di circa 150 gradi.

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