Fantasmi e misteri

Le storie dei fantasmi della nostra cultura

Una delle caratteristiche principali delle favole de “Lo Cunto de li Cunti”, scritto da Giambattista Basile, è che raramente i personaggi sono quello che sembrano: capita spesso che fanciulle bellissime siano foriere di maledizioni indicibili, mentre mostro orribili diventino le figure più benevole. La prima favola di tutta l’opera racchiude al meglio questo principio parlando un orco, l’“uerco”, alquanto singolare.

Prima di cominciare vogliamo ricordare che questo è solo un riassunto dell’opera originale. Pertanto consigliamo vivamente di recuperare il testo originale della favola per godere appieno di espressioni e passaggi che per sintesi trascureremo.

La storia ebbe inizio col giovane napoletano, Antuono. Non era molto sveglio e piuttosto sfaticato, non riusciva a trovare un lavoro ne a fare qualcosa di buono nella sua vita. Una croce per la povera madre che doveva lavorare giorno e notte per tirare avanti. Così, un bel giorno, la donna decise di dare una bella lezione al figlio e dopo avergli fatto una lavata di capo ed una sonora legnata decise di cacciarlo fuori di casa.

Antuono, non sapendo più cosa fare, iniziò a vagabondare e, nel suo errare, arrivò alle pendici del Vesuvio. Qui incappò in una creatura mostruosa, un orco orribile, dai denti aguzzi, che sedeva su una roccia. Una qualunque persona sana di mente e responsabile sarebbe fuggita, ma il nostro giovane non era nessuna di queste cose e diede a parlare alla creatura, anzi, si lamentò delle sue sventure familiari.

Il mostro, sentendo della disgrazia del ragazzo, si mosse a pietà e gli propose di ospitarlo: in cambio Antuono sarebbe stato al suo servizio per tutta la vita. Il giovane acconsentì sperando almeno in un tetto ed un pasto qualunque, ma quello che trovò entrando nella caverna dell’orco andava molto oltre le sue aspettative: l’interno di quell’antro all’apparenza scuro era molto più simile ad una reggia, ricolma di ricchezze di ogni tipo e prelibatezze che lo chiamavano da ogni piatto.

Così Antuono visse felicemente al servizio dell’orco, ma, passati due anni, gli venne nostalgia di casa. Il mostro, vedendolo infelice, gli concesse un giorno libero per andare a trovare la madre. Prima che partisse gli consegnò un asino per alleggerirgli il viaggio, ma raccomandandogli di non dire mai alla bestia le parole “arre, cacauro”.

Quando l’orco e la sua casa furono lontani, però, l’irresponsabile giovane provò a pronunciare la frase proibita: nemmeno il tempo di aprir bocca che l’asino iniziò a defecare, ma, al posto degli escrementi dal suo corpo fuoriuscivano oro e pietre preziose. Antuono felicissimo raccolse subito i preziosi bisogni in una saccoccia e si recò alla più vicina locanda per cenare e dormire grazie alle sue nuove finanze.

Bevve e mangiò a più non posso e, quando l’oste chiese il pagamento rimase sconvolto da quelle ricchezze tanto inaspettate. Quindi, curioso, chiese al giovane come se le fosse procurate. Antuono, innocente e sprovveduto, raccontò subito dell’asino miracoloso e della parola magica, poi si appisolò per il troppo vino. Incredulo per una simile storia, l’oste chiamò la moglie e andò a provare se fosse vera la storia. Quando si accorse del potere dell’asino, ovviamente, sentì il bisogno di sottrarlo a quel sempliciotto e, nottetempo, sostituì l’animale con un altro.

Al mattino Antuono ripartì in groppa al nuovo asino senza accorgersi della differenza. Trottò a casa dalla madre, spalancò la porta ed ordinò alla donna di mettere a terra tutte le stoffe di casa, con le quali avrebbe dovuto raccogliere una ricchezza inimmaginabile. La madre, fiduciosa, obbedì. L’asino fu posto sul corredo buono della donna, ma, quando Antuono esclamò “Arre, cacauro” la bestia iniziò a defecare… ma, in questo caso, gli escrementi erano veri. Ovviamente il ragazzo fu cacciato di nuovo e tornò dall’orco povero e colpevole, dove ricevette un’altra sonora strigliata.

Perdonato, Antuono trascorse un altro anno dal suo datore di lavoro, ma dopo un po’ gli tornò la nostalgia. Anche in questo caso l’orco gli concesse un giorno libero ed anche stavolta gli consegnò un dono, ma specificando che fosse per la povera madre del giovane. Si trattava di un fazzoletto ed, anche in questo caso, l’orco raccomandò di non dire le parole “aprete e serrate tovagliulo” prima che fosse al sicuro a casa.

Ovviamente, appena lontano dall’orco Antuono provò subito le parole magiche: il fazzoletto si aprì e da esso fuoriuscirono tantissime stoffe pregiate, di gran lusso. Richiuse con “serrate” e corse a casa, ma prima si fermò alla solita locanda. Come prima cosa diede il fazzoletto all’oste raccomandandogli di non usare le parole “aprete e serrate tovagliulo” per nessuna ragione. L’uomo, ben ricordando la fortuna dell’asino, sostituì direttamente il fazzoletto con un altro senza neanche provare.

Quando il giovane arrivò a casa il mattino dopo la scena fu molto simile a quella dell’asino, ma fortunatamente senza escrementi. Tornò nuovamente sconfitto dall’orco, maledicendo l’oste truffatore e la sua stupidità. Perdonato ancora, trascorse altro tempo e, come ormai di consueto, gli venne il desiderio di tornare a casa.

Questa volta l’orco fu ben attento nella ramanzina e lo stesso Antuono assicurò di non essere più un ragazzino e che non si sarebbe fatto fregare nuovamente. Il mostro gli consegnò, questa volta, una mazza, raccomandandogli di non dire mai “auzate mazza” o “corcate mazza”. Quando, anche stavolta, Antuono trasgredì l’ordine dicendo “auzate mazza”, però, il bastone si sollevò in aria ed inizio a percuoterlo con forza, fino a quando non disse tremante “corcate mazza”.

Dopo la scossa Antuono riuscì a realizzare che quello era proprio il modo migliore di vendicarsi dell’oste e recuperare quanto aveva perduto. Si recò ancora una volta alla taverna e subito consegnò il bastone all’uomo raccomandandogli di non usare le parole magiche “auzate mazza”… senza dire l’altra formula. Quando l’oste provò pregustando altre ricchezze la mazza si sollevò e iniziò a colpirlo senza fermarsi. Chiamò in soccorso la moglie, ma l’oggetto magico iniziò solo a colpire entrambi.

Stremati i due coniugi si recarono da Antuono supplicandolo di far cessare l’incantesimo. Il giovane acconsentì, ma a patto che loro restituissero asino, fazzoletto e tutte le ricchezze ottenute grazie a lui. A malincuore, per salvarsi la vita, acconsentirono ed il ragazzo fece “corcare” la mazza. Tornò quindi a casa da sua madre carico di ricchezze e ne lui, ne lei, patirono più la fame e dovettero lavorare un solo giorno ancora.

La morale con cui si chiude la favola originale è un detto ancora molto diffuso nella lingua napoletana: “pazz’ e criatur’ dio l’aiuta”. Il senso è che la fortuna può colpire tutti, anche uno spiantato come Antuono che non fa nulla per attirarsela. Altra morale è che l’apparenza spesso inganna e per citare Basile “l’orco aveva una brutta faccia, ma un bel cuore”. Infine che anche una zucca vuota può imparare dai proprio errori… magari dopo aver subito una bella bastonatura.

La strega della Reggia della Caserta

La Reggia di Caserta è, senza dubbio, il simbolo della città che la ospita ed uno dei monumenti più belli ed importanti del Mezzogiorno Italiano. Una piccola grotta, tuttora presente nel suo parco, sarebbe stata la residenza di una strega. Della favola esistono più varianti, qui vi presentiamo una delle più conosciute.

La leggenda trae origine dall’amore tra il giovane principe Andrea e la sua amata, la bellissima Rosella. La giovane era di umilissime origini in quanto figlia di un pescatore napoletano. Nonostante la netta differenza di ceto, i due ragazzi si amavano profondamente ed erano pronti a convolare a giuste nozze.

Era chiaro che un’unione simile venisse osteggiata da alcune aristocratiche che vedevano in questo matrimonio la fine delle loro velleità nuziali. Fu così che le nobildonne si recarono da una strega la quale diede loro una rosa avvelenata che avrebbe ucciso la giovane.

Il giorno delle nozze le donne portarono la rosa in dono all’ignara Rosella la quale, pochi attimi prima di percorrere la navata, decise di annusarla. Le aspettative delle nobildonne vennero, però, tradite in quanto Rosella non morì ma si tramutò in una vecchia dall’aspetto orribile.

Reggia di CasertaPresa dal panico la protagonista della nostra storia si recò da una megera, risiedente nel beneventano, la quale le disse che solo il bacio di un principe avrebbe avuto il potere di spezzare il terribile sortilegio. Certa del bacio di Andrea, Rosella fece ritorno al palazzo ma non venne riconosciuta dal suo promesso sposo che, anzi, l’accusò del rapimento della ragazza e per tanto venne esiliata in una grotta, oggi racchiusa nel parco della Reggia di Caserta.

Deciso a ritrovare a tutti i costi la sua amata, Andrea organizzò una spedizione che lo portò fino ai confini del suo regno. Dopo tre anni di sforzi vani perì a causa della disperazione.

A distanza di molto tempo da questi eventi il frastuono di una battuta di caccia interruppe il silenzioso esilio di Rosella. Un cacciatore in particolare s’imbatté nella grotta nella quale la donna era stata relegata. Si trattava di Ulrico, principe austriaco, che colpì a tal punto Rosella con la sua gentilezza che ella gli regalò un ramo di pungitopo da appendere al petto come portafortuna.

Durante la battuta di caccia il re, padre di Andrea, stava per essere caricato da un cinghiale infuriato. D’istinto Ulrico si frappose tra l’animale e il monarca rimanendo ucciso. Rosella fu talmente impressionata dalla scena da urlare dalla disperazione. Fu così che i presenti la notarono e, ritenendola responsabile dell’accaduto, venne condannata a morte.

Reggia di casertaGiunta al palazzo espresse come ultimo desiderio quello di vedere un’ultima volta Ulrico. Nell’atto di accarezzare il corpo del principe la donna si punse col rametto che il nobile portava all’occhiello della giacca. Una goccia del suo sangue cadde, così, sulla bocca di Ulrico il quale si risvegliò miracolosamente.

Appreso l’accaduto il principe chiese di restare da solo con la vecchia ed istintivamente decise di baciarla. Non appena le labbra dei due si sfiorarono, Ulrico venne travolto da una grande luce dalla quale emerse una giovane e bellissima ragazza: il maleficio era stato spezzato e Rosella aveva riacquisito le sue originali sembianze.

A distanza di pochi giorni i due si sposarono e partirono per un viaggio di nozze che, secondo alcuni, dura ancora oggi. Malgrado una lunga attesa e non poche sofferenze Rosella aveva ottenuto il suo lieto fine.

La leggenda dei colli di Napoli è una leggenda che parla d’amore. È una delle più belle storie che riguardano la nostra città, e viene tramandata da Matilde Serao.

Quello tra Napoli e le storie d’amore è un rapporto che trascende il tempo, sia esso un amore felice o tormentato, respinto o corrisposto non è mai stato un dettaglio di grande importanza. La passionalità, la bellezza d’animo e la voglia di vivere delle persone che vivono quella città, e il Mezzogiorno tutto, hanno sempre caratterizzato stili di vita e modi di fare, dando origine a storie e leggende d’ogni tipo.

Tutto a Napoli, dalle persone alle pietre, trasuda amore e non resta insensibile al dolce richiamo dell’innamoramento. Anche i protagonisti della storia che ora andremo a raccontare hanno conosciuto le gioie e i dolori legati a questa complessissima e, al tempo stesso, meravigliosa condizione.

Il racconto è incentrato su quattro fratelli che erano giovani, vigorosi, belli d’aspetto e gentili di spirito. Vivevano la loro vita l’uno al fianco dell’altro, legati da un autentico ed indissolubile amore fraterno. Il loro idillio familiare, però, era destinato ad essere stravolto in quanto il cuore di ognuno di loro ardeva, in segreto, per una donna.

I giovani, alla luce dell’ottimo rapporto che li univa, decisero di mettere a nudo i sentimenti che li inquietavano. Il caso beffardo volle che tutti e quattro i fratelli fossero innamorati della stessa fanciulla la quale, come se non bastasse, non corrispondeva al sentimento di nessuno di loro. La serenità familiare venne sconvolta da quella scoperta scioccante, l’armonia che li aveva accompagnati s’incrinò, per sempre, ed avrebbe lasciato posto ad una guerra intestina.

Inevitabile sangue fratricida sarebbe stato sparso se una notte la fanciulla, causa di discordia, non fosse sparita per sempre. I giovani, sicuramente disperati per tale scomparsa e per l’impossibilità di quell’amore, decisero comunque di aspettare il ritorno della ragazza, ignari del fatto che la loro attesa sarebbe stata eterna.

L’aspettarono per millenni e si tramutarono in quattro colli fioriti che in loro memoria presero i nomi di: Poggioreale, Vomero, San Martino e Capodimonte. L’amore per una donna li aveva divisi, il fato li volle di nuovo vicini ed inseparabili, perennemente in preda ad un amore infinito ed immutabile che il tempo non potrà mai scalfire.

Napoli – Il cimitero delle Fontanelle è uno dei luoghi più misteriosi e spirituali di Napoli. Nato come fossa comune durante la peste del 1656, nei secoli l’ossario ha raccolto i resti di migliaia e migliaia di napoletani che non potevano permettersi sepolture più degne. Il tempo ed un’inondazione hanno poi travolto e sparpagliato quelle ossa rendendolo un inimitabile agglomerato di resti umani anonimi.

In realtà, però, due scheletri hanno potuto conservare il loro nome e la loro identità: quello di Filippo Carafa Conte di Cerreto dei Duchi di Maddaloni, morto il 17 luglio 1797 e di Donna Margherita Petrucci, nata Azzoni, morta il 5 ottobre 1795. Entrambi i corpi erano custoditi in bare di vetro che hanno, quindi, resistito alla distruzione dell’acqua lasciando integri gli scheletri.

Il corpo di Donna Margherita è mummificato ed il teschio ha la bocca spalancata come di chi sta per vomitare. Per questo particolare, la tradizione popolare ha stabilito che la nobildonna fosse morta strangolata da uno gnocco inghiottito male. Ovviamente questa è un’interpretazione dovuta, in gran parte, all’ironia napoletana, inarrestabile persino avanti alla morte.

Misteriosa è, in realtà, la causa del decesso: la donna potrebbe essere morta per strangolamento, come nella leggenda; oppure in un attacco di tosse; oppure ancora per un trauma molto forte oppure, come più probabile, la mascella si è aperta solo dopo il decesso, come spesso avviene, ed è rimasta così per sempre senza venire risistemata da nessuno.

Fonte: Comune di Napoli

Ischia è uno dei luoghi più belli della nostra Campania, e anche una delle mete più scelte dai turisti. Essa fu il primo stanziamento greco in Italia e un tempo era chiamata Pithecusaprobabilmente dal greco “pitueois”, ossia “ricco di pini”, infatti l’isola è ricca di pinete. Sono tanti gli scorci e i posti suggestivi dell’isola, ma uno in particolare la caratterizza: il Fungo di Lacco Ameno.

Il Fungo è un vero e proprio simbolo di Ischia, e consiste in una roccia che emerge dalle acque e che ricorda, appunto, la forma di un fungo. Lo scoglio, di tufo verde, raggiunge un’altezza di dieci metri. La sua origine ufficiale deriva probabilmente da un’eruzione vulcanica del Monte Epomeo, che ha provocato lo scivolamento in acqua del complesso roccioso. Solo dopo il mare ha scavato le sue pareti, formando quello che oggi sembra un fungo.

Intorno a questa roccia ruota una leggenda che trova conferma in in uno scritto di Giovangiuseppe Cervera. Si narra, infatti, che due giovani innamorati decisero di scappare insieme via mare, ma che proprio in acqua trovarono la morte. Così, Madre Natura, per ricordare il loro amore, decise di ergere questo blocco tufaceo nel punto esatto in cui morirono.

“Il fato fu inesorabile, come a quel fanciullo e a quella fanciulla che troppo presto si amarono e vollero fuggire nell’immenso mare. Essi perirono insieme, e la natura, affranta, eresse loro nel mare un tumulo, un Fungo che sotto l’alcova della sua ombrella veglia ancora il riposo dei piccoli”, questo il riferimento alla storia inserito nel lavoro di Cervera.

Chiunque può decidere di credere o meno alla leggenda, ma la certezza è la particolarità del luogo, che merita davvero di essere visitato.

Quando si entra nel campo di miti e leggende, tutto si tramanda per “tradizione” e per passaparola. Storie, voci, chiacchiericci. Con poco si creano personaggi e vicende incredibili, che si tramandano di generazione in generazione, pur senza avere alcuna comprovata veridicità. Questo è anche il caso di Giustiniano Lebano, conosciuto come “lo stregone” di Torre Annunziata.

Su di lui si è detto tanto, ma scritto pochissimo, per cui le uniche tracce ancora in circolazione sono per lo più orali, ricordi, quasi folklore.

Si dice, infatti, che Don Giustiniano avesse una villa in via IV Novembre, ancora oggi visitabile, seppur in rovina, in cui avvenivano strani prodigi, eventi soprannaturali. A quanto pare, l’uomo aveva la capacità di invocare gli spiriti con un libro nero, e portava al dito un anello magico e talmente strano che nessuno ha mai saputo descrivere.

Giustiniano era ricco, sensuale, avaro, vinceva al lotto cifre altissime, ma restava sempre chiuso tra le mura della sua residenza, dove avvenivano questi riti proibiti. E guai ad avvicinarsi alla sua villa. Un giorno, un viandante tentò di cogliere un melograno che sporgeva dal muro di cinta della sua casa, ma si ritrovò con il braccio paralizzato, e solo dopo una grande opera di convincimento Don Giustiniano cancellò la maledizione.

Sono solo leggende, forse. Di vero c’è che Giustiniano fu una personalità importante per Torre Annunziata. Assessore, vicesindaco, avvocato e soprattutto spiritista, eppure il suo nome non compare quasi da nessuna parte.

Potrete trovarlo in qualche raro testo della Massoneria o del Martinismo. Troppo poco per uno come lui, considerato da tanti uno degli esoteristi più importanti dell’800.

Fonte: www.centrostudiscienzeantichena.it 

Pulcinella

Pulcinella

Nulla fa più gola di un piatto di maccheroni conditi con una salsa al pomodoro degna della cucina napoletana. Non è un caso che lo stesso re Ferdinando ne andasse talmente tanto ghiotto da mangiarli con le mani. Come è nato questo piatto che piace tanto ad un popolano quanto ad un re? Si potrebbe parlare di tradizione popolare, una di quelle ricette tramandate da sempre, da che esiste la cucina.

Matilde Serao, nella sua opera “Leggende napoletane”, riporta una versione romanzata della nascita del celebre piatto.

Qui di seguito riassumiamo i punti essenziali della leggenda dei maccheroni, ma vi invitiamo a sfogliare il libro della Serao e leggerla nella sua versione originale.

Siamo nel 1220 in una Napoli governata dall’imperatore Federico II. In una palazzina malfamata viveva un mago di nome Chico. Sempre vestito in abiti scuri, Chico passava le notti a lavorare in una piccola stanzetta: chi lo intravedeva dalla finestra notava del preoccupante liquido rosso sulle sue mani ed un calderone in cui rimestava erbe, probabilmente demoniache. Tutti lo temevano e, al contempo, lo rispettavano data la sua fama di persona colta.

Chico non era realmente un mago: rampollo di buona famiglia godette di tutti i possibili piaceri della vita e compì grandi imprese. Quando però le finanze iniziarono a scarseggiare, insieme alla forza della gioventù, l’uomo decise di investire i suoi ultimi averi per regalare qualcosa di prezioso all’umanità. Così studiò antiche pergamene, manoscritti di alchimia e di cucina. Dopo notti estenuanti di studio e lavoro Chico, al buio della sua stanzetta, aveva creato la pietanza più buona al mondo: i maccheroni al pomodoro.

Il mago era fermamente convinto di voler tener segreta la sua opera finché non fosse stata perfetta, sarebbe stata la sua rivalsa sulla società, ma qualcosa andò storto. La sua vicina, tale Jovannella di Canzio, donna subdola e pettegola, riuscì in qualche modo a scoprire il segreto dei maccheroni. Era sposata con lo sguattero del cuoco del re e convinse il marito a rivelare la rivelare la ricetta a corte. L’uomo fece scattare un passaparola ed, in poco tempo, sul tavolo di Federico arrivò un patto di maccheroni con la salsa al pomodoro ed una grattata di grana.

Ovviamente, il sovrano impazzì per tale prelibatezza e mandò subito a chiamare la donna che aveva fornito la ricetta per chiederle come ci fosse riuscita. Jovannella rispose che la procedura per creare i maccheroni le fu rivelata in sogno da un angelo. La donna diventò ricca e famosa e la ricetta creduta sua arrivò presto in tutte le case di Napoli.

Chico, chiuso nelle sue ricerche, non sapeva niente di quanto stesse accadendo. Un giorno decise di prendere una boccata d’aria lungo il molo, ma fu subito colpito da un odore familiare che proveniva da una casa vicina. Quando chiese alla padrona cosa stesse cucinando lei gli rispose di star preparando i maccheroni secondo la ricetta di Jovannella di Canzio. Il mago capì tutto e sentì un’amarezza talmente forte che scomparve per sempre e nessuno ebbe mai più sue notizie.

Jovannella ebbe sorte migliore, vivendo una vita agiata, ma sul letto di morte decise di confessare il suo misfatto. Si racconta che ancora oggi, passando di notte vicino alla palazzina diroccata, si possa vedere alla finestra Chico che taglia i suoi maccheroni, Jovannella che li cuoce ed il diavolo che tiene acceso il fuoco.

L’Amante Ritrovata. Miniatura tratta dal Roman de la Rose (fine XV sec.) -Bodleian Library Oxford

La Scuola Medica di Salerno gode di una grande fama poiché è una delle eccellenze del nostro Mezzogiorno essendo l’istituzione medica più antica del mondo. Da tempo immemore i medici di Salerno sono stati interpellati per le loro grandi capacità e competenze. Questa situazione ha dato vita anche a molte leggende e storie straordinarie, una di queste è quella del “povero Enrico”.

Il protagonista di questo racconto è Enrico, giovane principe tedesco molto amato dal popolo, che venne colpito dalla lebbra. La malattia lo debilitò al punto tale da sfigurarlo e consumarne il corpo. Nel tentativo di migliorare la sua condizione il principe decise di partire per la volta di Salerno, con la speranza che l’immensa sapienza dei medici salernitani potesse aiutarlo.

Prima di operare questa scelta Enrico fece un incubo che lo convinse definitivamente a consultare la Scuola medica salernitana. Sognò il diavolo che, assunte le vesti di un dottore, gli indicò la cura adatta al suo problema.

Per guarire definitivamente doveva fare un bagno nel sangue di una vergine che si fosse offerta spontaneamente al macabro rituale. Malgrado la complessità della situazione c’era una giovane donna disposta a immolare la propria vita per il bene di Enrico: si trattava della figlia di un nobiluomo, Elsie, segretamente innamorata dello sfortunato principe. Appresa la notizia Enrico impedì alla ragazza di compiere quell’estremo gesto.

Fu così che il titolato si recò a Salerno in compagnia della bellissima Elsie. Giunti in città il principe non poté essere subito ricevuto dai medici, in quanto impegnati nella cerimonia del giuramento d’Ippocrate fatto dai neolaureati presso la chiesa di San Pietro a Corte e dai relativi festeggiamenti, che avevano luogo in tutta la città.

Turbato dall’ulteriore complicazione Enrico decise di andare a pregare sulla tomba dell’evangelista Matteo, in attesa di poter avere il consulto medico tanto desiderato. Mentre era assorto nella sua orazione il Santo gli concesse la grazia, la lebbra abbandonò il suo corpo ed anche i segni della malattia sparirono immediatamente. Travolto da una grande gioia Enrico decise di sposare seduta stante Elsie, dando vita a grandi festeggiamenti per tutta la città.

Senza l’aiuto della sua amata Enrico non avrebbe mai messo piede a Salerno e molto probabilmente non sarebbe mai guarito dalla malattia che lo stava consumando. I meriti di Elsie, però, non finiscono qui. Senza la ragazza, infatti, non avremmo avuto nemmeno questa bellissima storia che ha contribuito alla crescita della notorietà e del prestigio della Scuola Medica salernitana.

Fonte:
– Hartmann von Aue, Der arme Heinrich (poema in Tedesco, anno 1190 ca.)

Il lupo mannaro, detto anche uomo lupo o licantropo, è una delle creature mostruose che hanno maggiormente ispirato la letteratura e il cinema dell’orrore, oltre che arricchito il folklore e le narrazioni misteriose. Un esempio celebre e vicino ai nostri anni è Twilight, il primo libro della fortunata saga di Stephanie Meyer, che ha riscosso molto successo negli Stati Uniti ed è sbarcato in Italia ottenendo il medesimo risultato.

Il licantropo, secondo la leggenda, sarebbe un essere umano condannato da una maledizione a trasformarsi in una bestia feroce ad ogni plenilunio: la forma di cui si racconta più spesso è quella del lupo, ma in alcune culture prevalgono la figura dell’orso, del bue o del gatto selvatico.

Alcune leggende al riguardo caratterizzano anche la Campania, in particolare Ravello, dove alcuni cantori del luogo narravano che nelle notti di luna piena dei terribili ululati si mischiavano ai versi dei guelfi e ai canti delle civette.

Sulla strada che porta al paese, infatti, in alcune circostanze avvenivano degli episodi molto strani: coloro che si avventuravano alcune notti per la via buia, si imbattevano in visioni spaventose. E tutti coloro che avevano avuto questa esperienza sostenevano di essere stati rincorsi da terribili lupi mannari. Ma non appena svoltavano a destra o a sinistra, questi esseri continuavano a correre davanti a sé, come se avessero i paraocchi.

Da allora, secondo i popolani, nel caso in cui si fosse inseguiti dai lupi, basterebbe semplicemente virare sui lati della strada.

La licantropia clinica, comunque, è una rara patologia riconosciuta dagli psichiatri: chi ne è colpito assumerebbe atteggiamenti da lupo durante particolari condizioni (come le notti di luna piena).

Fonti: unescoamalficoast

San Giorgio e il drago, Paolo Uccello (National Gallery di Londra). Dettaglio

Non è noto a tutti ma draghi, mostri e più in generale creature fantastiche furono protagonisti di molte cronache che, tra il Seicento e il Settecento, riguardavano il Regno di Napoli.

Fra Serafino Montorio, nel suo “Zodiaco di Maria, ovvero le dodici province del Regno di Napoli” pubblicato a Napoli nel 1715, parla della presenza di draghi che nel corso del tempo fu riscontrata nella città.

Una cronaca del 789 riportata nello scritto del frate vuole che tale animale fantastico si nascondesse nelle acque che scorrevano tra il colle di Sant’Elmo e quello volgarmente definito “Petruscolo”. Tale dragone o serpente rendeva impossibile la vita a tutti coloro i quali si avvicinavano alle sponde di quel torrente. Fu solo grazie all’intervento di San Gaudioso che la zona venne liberata dalla creatura della quale non si sentì più parlare.

Ad una storia simile fa riferimento una cronaca risalente all’anno 832 nella quale si parla di una palude nei pressi dell’antico castello di Capuana. In questo luogo si era insediato un mostruoso serpente che col suo alito pestifero contaminava e degradava tutta la zona. Come se non bastasse la belva non solo divorava tutti gli animali che incontrava lungo il suo cammino, ma riservava lo stesso trattamento anche agli uomini della zona dopo averli avvelenati coi suoi occhi.

L’area era quindi diventata disabitata e tutti cercavano di evitarla per non andare incontro ad un terribile destino. Si dice che solo una persona, dopo aver attraversato la palude, ne fosse uscita illesa, un nobile chiamato Gismondo. Questi era mosso dal desiderio di recarsi, per motivi devozionali, presso il luogo nel quale San Pietro celebrò la sua prima messa a Napoli. Non essendoci altra strada per raggiungere la città, dopo aver affidata la propria anima alla Vergine Maria, l’uomo decise di percorrere il pericoloso passo, sede del serpente.

Gismondo non solo fu il primo a superare la palude, ma non incontrò nemmeno il dragone. Terminato il suo viaggio, il nobiluomo stava organizzando il rientro. Nel corso della notte che precedeva la partenza gli apparve la Vergine la quale gli disse che il serpente era morto per mano Sua e che egli passando per la palude ne avrebbe visto la carcassa.

In quel luogo preciso Gismondo avrebbe dovuto edificare un tempo a Lei dedicato che avrebbe riportato fede e speranza dove prima c’erano solo morte e disperazione. Gismondo rispose alla chiamata divina e costruì una chiesa che chiamò Santa Maria dell’Agnone (o Anguone) espressione derivante dal termine latino anguis che indica per l’appunto un grosso serpente. A ricordare tale episodio è sopravvissuta, in zona, una piccola stradina che si chiama Vico della Serpe.

Napoli ha anche richiamato molti scrittori del genere gotico, si pensi ad Ann Radcliffe, Horace Walpole e soprattutto Mary Shelly che fece nascere il suo Victor Frankenstein proprio a Napoli. Forte era evidentemente il fascino della città su questi uomini i quali erano in grado di carpirne il sottile lato esoterico visibile nelle molte chiese barocche, nei cimiteri e nel culto del sangue dei santi. Non si sa però se questi autori fossero a conoscenza del fatto che storie di draghi, mostri e creature fantastiche coinvolgessero la città già prima dell’anno Mille.

Quando i Longobardi invasero l’Italia meridionale, alcuni soldati si accamparono a Torre Annunziata, nei pressi del fiume Sarno, di fronte allo scoglio di Rovigliano. I soldati erano guidati dal Conte Orso, un condottiero generoso e coraggioso, sposato con una donna bellissima, di nome Donna Fulgida. Insieme a lei e al loro figlio Miroaldo si sistemarono nel castello che si ergeva sull’isoletta.

Donna Fulgida era una donna caritatevole, che spesso si allontanava dalla sua casa per andare tra i soldati, ai quali regalava parole di conforto e piccoli doni.

Un giorno, nel golfo di Castellammare, apparvero quattro navi saracene. Il conte Orso diede ordine ai suoi soldati di prepararsi alla difesa, ma nonostante questo, furono sconfitti. Per cui, furono messi a un bivio: darsi alla fuga o arrendersi. Così gran parte dei Longobardi furono massacrati, e i pochi che sopravvissero furono portati via come schiavi.

I più coraggiosi, insieme al Conte, tentarono una disperata resistenza ritirandosi sulle rocce di Rovigliano. Ma qui furono sconfitti e il conte fu ferito e impiccato. Donna Fulgida, che aveva cercato di fare scudo col proprio corpo al marito, fu trafitta da un’asta nemica e lasciata moribonda sugli scogli.

Secondo la leggenda, donna Fulgida non morì colpita dalla lancia, e anzi riprese i sensi svegliandosi sulla riva in mezzo ai cadaveri dei tanti soldati trucidati, tra cui anche suo marito.

Non si sa cosa ne fu davvero di lei, ma ogni notte il suo spirito sembra che vaghi per gli scogli di Rovigliano invocando invano il suo sposo e suo figlio. Ad accompagnarla durante le apparizioni, una danza dei gabbiani che le volano intorno.

Rovignano

Fonte: leggendedinapoli.altervista.org

Benevento, terra di leggende, terra per eccellenza di presenze misteriose come, ad esempio, quella delle notissime streghe.

Nella città campana, il culto delle streghe è antichissimo e pare che risalga addirittura ai tempi dell’epoca romana, tuttavia si narra che si è andato diffondendo solo dopo l’anno mille.

Numerose sono le streghe protagoniste di storie mistiche. Una di queste è la cosiddetta Zucculara.

Chi è la Zucculara e cosa faceva a Benevento?

La zucculara era una donna che era solita vagare, nelle ore notturne, per le strade strette del quartiere Triggio, la zona compresa tra le mura longobarde beneventane che fino agli anni ’50 – periodo in cui vennero fatti lavori di recupero – risultò essere piuttosto degradata.

Caratteristica della zucculara era quella di calzare degli zoccoli particolarmente rumorosi – da questi deriva il suo nome. La sua abitudine era quella di bussare alle porte delle vecchie case, ma quando il soggetto importunato apriva la porta, la donna spariva e al malcapitato di turno non restava altro che udire le sue stridule risate unite ad un gran rumore prodotto dalle ciabatte di legno.

Il termine è utilizzato ancora oggi e sta ad indicare una donna volgare, visto e considerato che le donne che abitavano in quel posto erano molto spesso di facili costumi e tendevano ad abbigliarsi e a truccarsi in modo particolarmente vistoso.

Sempre ai nostri giorni la figura della zucculara è citata dagli adulti per scoraggiare i bambini a scorrazzare per strada in tarda ora.

Fonti:
– beneventoceraunavolta.blogspot.it

mariotto e ganozza romeo e giuliettaMariotto e Ganozza: i “Romeo e Giulietta” nati dalla fantasia di Masuccio Salernitano.

Ci sono storie che entrano nei cuori delle persone e nell’immaginario collettivo al punto tale da resistere allo scorrere del tempo e ai cambiamenti, riuscendo a divenire di una bellezza quasi immortale. È questo il caso della tragedia shakespeariana “Romeo e Giulietta” che ha appassionato e continua ad appassionare milioni di persone.

Pare che William Shakespeare nello scrivere la sua opera più famosa sia stato indirettamente influenzato dalla storia di Mariotto e Ganozza raccontata da Masuccio Salernitano nel suo “Novellino”. Tommaso Guardati, soprannominato successivamente Masuccio Salernitano, nacque a Salerno nel 1410. Esponente di una famiglia nobile molto ricca, dapprima tentò la carriera ecclesiastica successivamente, dopo aver dismesso la toga, si trasferì a Napoli alla corte di Alfonso D’Aragona, nella quale entrò in contatto con i maggiori rappresentati della cultura umanistica.

Da Luigi Settembrini viene definito “il Boccaccio napoletano” nell’introduzione della ristampa avvenuta nel 1878 de “Il Novellino”, la sua raccolta di novelle. Morì nella natia Salerno nel 1475. L’anno successivo venne pubblicata postuma a Napoli “Il Novellino”. L’opera è scritta in toscano e napoletano, e contiene numerosi latinismi. La trentatreesima novella raccolta nello scritto prende proprio il titolo di “Mariotto e Ganozza”.

La storia è ambientata a Siena, Mariotto e Ganozza erano due amanti che travolti dal fuoco della passione decisero di sposarsi in segreto. Poco dopo Mariotto ebbe uno scontro verbale con un concittadino e, proprio come Romeo Montecchi, si macchiò di omicidio. A causa di questo delitto il nostro protagonista venne condannato a morte. Per aver salva la vita Mariotto fuggì ad Alessandria d’Egitto ove trovò il supporto di un suo zio. Ganozza pur di seguire il suo amato non esitò a farsi credere morta e travestendosi da frate, grazie ad una finta identità, si mise in viaggio per la città egiziana.

Informato dal fratello della morte della sua amata, Mariotto decise di far ritorno a Siena, nel frattempo però Ganozza giungeva ad Alessandria d’Egitto e quando venne a sapere che Mariotto era rientrato in Italia, la giovane subito organizzò il viaggio di ritorno nella città natale. Giunta a Siena apprese che il suo amato era stato giustiziato a causa del suo crimine, appena tre giorni prima. Sconvolta dal dolore la giovane decise di chiudersi in convento ma non sopravvisse a lungo al suo amato e poco dopo morì di dolore.

Le similitudini tra questo racconto e quello shakespeariano sono molteplici: un amore tormentato e a tratti impossibile, la morte dei protagonisti e quant’altro. Non sarebbe impossibile che Shakespeare, sulle quali non mancano delle congetture circa una sua eventuale origine siciliana, abbia tratto spunto da questa storia per dar vita al suo immortale e più apprezzato capolavoro.

Amalfi e la Costiera Amalfitana, gioielli di bellezza e luoghi di “culto” per il buon cibo, sono invase ogni anno da milioni di turisti provenienti da tutto il mondo. Ma quanti di questi, e quanti di voi che state leggendo, conoscono le origini di Amalfi e la leggenda legata al suo nome?

In pochi sapranno, infatti, che un tempo Amalfi non esisteva e che la sua fondazione è legata a un amore mitologico che vede protagonista un personaggio mezzo uomo e mezzo dio: Ercole.

La leggenda della nascita di Amalfi ruota infatti intorno alla figura del figlio di Zeus e dell’umana Alcmena: secondo il mito, il semi dio si sarebbe perdutamente innamorato della ninfa Amalfi a tal punto da desiderare di sposarla.

Ma il loro amore fu passionale e fugace, visto che la ninfa morì improvvisamente. L’eroe, distrutto dal dolore, decise che la sua amata dovesse avere una sepoltura speciale. Così, iniziò a girare alla ricerca di un posto perfetto, e lo trovò in una terra dalle coste frastagliate in cui mare e cielo si confondevano riconciliandosi all’orizzonte.

In questo luogo, un piccolo villaggio con natura e paesaggio incantevoli, conquistò Ercole, che decise di adornarlo con quegli alberi dai frutti pastosi, profumati e squillanti di sole che aveva rubato al Giardino delle Esperidi e che regalarono al luogo un profumo caratteristico.

Fu qui che decise di dire addio alla sua ninfa Amalfi, e a questo villaggio, che battezzò con il nome dell’amata, affidò i suoi resti.

Quei frutti con cui adornò il villaggio, oggi sono conosciuti come i limoni di Amalfi.

Piccola o grande, gioiosa o spaventosa, nota o misteriosa: ogni vicolo, a Napoli, nasconde una storia, che spesso lo caratterizza per sempre. Uno dei vicoli più interessanti e segreti di Napoli è quello che fino al 1890 era chiamato “Vico Pensiero”.

Prima che fosse cancellato dal Risanamento, in quel vicolo c’era una targa che avvisava i passanti della presenza, lì, di una strega, che vi abitava o che vi aveva abitato, che faceva uscire di senno gli uomini.

La targa, che oggi è conservata nei locali della Società Napoletana di Storia Patria, recava una scritta: “Povero pensiero me fu arrobbato, pe no le fare le spese me l’ha tornato”.

Due frasi dal significato poco chiaro, e a giudicare dalla lingua sembra fosse lì almeno dal ‘500. Così, tra il popolo si diffuse una fantasia, quella che la targa era stata affissa da un giovane prima di sparire per sempre dal vicolo.

Quel giovane, si narrava, era un poeta, che in una sera aveva incontrato un gattino, che prese e mise sotto al mantello per portarlo a casa. In quel momento però si spalancò una porta, da cui uscì una bellissima donna che rivendicò la proprietà del felino. Il giovane si innamorò di lei, e i due si diedero appuntamento ogni notte per un tempo indefinito.

Ma una delle notti la sconosciuta non si presentò all’appuntamento, e il poeta la cercò ovunque, senza successo, perché nessuno la conosceva e nessuno l’aveva mai vista.

Tutti cercarono di consolare il giovane dicendogli che era stato vittima di un gioco malvagio di una strega che faceva perdere il senno agli uomini. Il ragazzo non credette alle malelingue, finendo per impazzire completamente. E prima di sparire avrebbe appunto inciso la targa per avvisare chiunque volesse entrare nel vicolo.

Lo studioso Ludovico de la Ville sur Yllon, invece, fornisce un’altra spiegazione, meno fantasiosa: la frase, infatti, sarebbe riferita al furto di un bassorilievo che all’epoca dei fatti era ancora sopra la targa e che raffigurava un uomo assorto nei suoi pensieri (da qui il nome del vicolo).

Il ladro avrebbe rubato questo bassorilievo e poi, pentitosi, lo avrebbe restituito aggiungendovi la lapide per esprimere la sua vergogna.

In Corso Vittorio Emanuele, una delle strade più importanti e panoramiche di Napoli, sorge uno splendido monastero incastonato nella roccia, ricavato inizialmente da una cella scavata nella collina di San Martino, da un frate francescano. La cella fu prima trasformata in una chiesa, poi in un convento, chiamato “di Santa Lucia al Monte”.

Questo luogo, che conserva il suo antico valore mistico e religioso, oggi è stato trasformato in un albergo, un hotel panoramico, “San Francesco al Monte”, dove sono custodite una vecchia cappella e una sedia che avrebbe il potere di proteggere le donne incinte.

La storia del Convento iniziò con Frate Agostino de Miglionico, che nel ‘500 decise di ricavare da una roccia una piccola chiesa, che poi divenne un convento. In questo luogo visse per 12 anni, e poi morì, anche colui che poi diventò San Giovanni Giuseppe della Croce, patrono di Ischia.

Il santo operò qui con devozione e spirito di carità, tanto da essere considerato un oracolo dai napoletani. Dal 1789, anno in cui morì, la sua cella fu trasformata in una cappella in sua memoria.

Qui c’è nascosta una sedia in legno, dove era solito sedersi per pregare. Secondo la leggenda, infatti, fu proprio qui che si verificò il cosiddetto “miracolo delle albicocche” attribuito al santo.

Si narra, infatti, che una donna, in dolce attesa, si rivolse a lui col desiderio di assaggiare un’albicocca, introvabile però nel periodo invernale. Il santo, allora, le regalò una piantina da cui spuntarono presto i frutti agognati dalla donna.

Dopo la beatificazione del santo, la sua sedia divenne oggetto di culto e preghiera, tanto da pensare che avesse il potere di proteggere le donne incinte che vi si sedevano.

Fonte e foto: cosedinapoli.com

Napoli – La tradizione vuole che i fantasmi pullulino nei luoghi in cui nel corso della storia ci sia stata molta sofferenza e morte, come se le anime dei defunti rimanessero legate al luogo in cui la vita venne strappata in modo violento. Castel Sant’Elmo è probabilmente uno dei luoghi più “cruenti” di Napoli e non stupisce che secondo le leggende popolari sia infestato da numerose entità.

Costruito sulla collina del Vomero per ordine di Roberto il Saggio ed ultimato sotto il regno di Giovanna I d’Angiò, il castello divenne presto teatro di numerosi e violenti assedi: quando francesi e spagnoli combatterono per la conquista del Regno di Napoli, la fortezza era un punto militare nevralgico data la posizione rialzata da cui si poteva controllare l’intera città. Secondo una leggenda, i nemici che assaltavano il castello venivano giustiziati nei sotterranei e lasciati a marcire lì senza sepoltura.

Fonti storiche, invece, affermano che una notte di tempesta un fulmine si abbatté sul deposito di munizioni della fortezza e l’esplosione che ne scaturì uccise sul colpo più di 150 soldati che stanziavano nelle mura. Oltre a questi spiacevoli eventi è la stessa forma del castello a suscitare occulti interessi. Le mura esterne presentano sei “punte”, i bastioni posti alle estremità: ovviamente la scelta è stata fatta per garantire maggior difendibilità da ogni versante, ma in molti vedono un collegamento con la stella a sei punte onnipresente in ogni simbologia esoterica.

Il risultato di tutto questo? Una folla di fantasmi e presenze avvertite o addirittura avvistate da turisti e custodi. Proprio molti di questi ultimi hanno affermato che di notte dalle mura del castello si alzano grida fortissime, come se le anime dei morti senza riposo continuassero a disperarsi per la mancata sepoltura. Molto probabilmente, però, si tratta del sibilare del vento attraverso le innumerevoli grotte e cavità sotto la struttura.

Di meno facile comprensione è un’altra entità. In molti affermano di aver avvistato un fantasma in bianco aggirarsi nelle sale interne o lungo la pedamentina esterna attraversando mura e porte. Fortunatamente questa presenza non è ostile, ma burlona e giocherellona: tende infatti a comparire improvvisamente spaventando i malcapitati per poi scomparire ridendo a crepapelle.

L’ultima leggenda, la più fantasiosa, è legata alla “Sala delle Maschere”. Qui sono conservate maschere storiche indossate dai più illustri protagonisti del teatro napoletano come Eduardo, Peppino De Filippo e Totò. In molti sostengono che certe notti i fantasmi di questi grandi attori decidano di tornare ad indossare le amate maschere aggirandosi nella stanza con esse.

Fonti: leggendedinapoli; Storie vere di fantasmi napoletani.

Leggenda vuole che la città di Positano sia stata fondata da Poseidone, dio dei mari, per amore della ninfa Pasitea. È certo che, nel loro lungo girovagare nel Mediterraneo, Fenici e Greci abbiano trovato ristoro lungo la magnifica costa positanese. A rendere ancora più irresistibile la già gettonatissima Positano è la sua frazione di Montepertuso: il racconto leggendario che la vede scenario di un evento straordinario è tramandato dalla parrocchia di Santa Maria delle Grazie, che si trova proprio in quella località

Si dice che a bucare il monte sia stato il dito indice della Vergine Maria. Il demonio deciso a sfidarla tentò di bucare la montagna con le sue mani per dimostrare la propria forza, senza successo. Fu allora che la Madonna, impietosita, sfiorò col dito il monte dito che si sgretolò. Sconfitto, il diavolo precipitò sulle rocce dove, secondo alcuni, ancora oggi, è visibile una gigantesca orma impressa nella pietra.

Quel buco è considerato un segno nella roccia netto, perfetto, al punto tale che è molto improbabile che la mano umana sia riuscita a realizzarlo.

Nel VI secolo Montepertuso era una selva abitata da popoli che si sfamavano grazie alla caccia della selvaggina locale. Una notte vennero tutti svegliati di soprassalto da un continuo tuonare. Scrutando il cielo verso il monte videro una grande luce bianca con al centro un’immagine. Una giovane ragazza venne avvolta nel candore di questa luce ove sentì una voce materna che le disse:

«Non aver più paura, il demonio è stato maledetto ed i suoi sforzi contro questo monte sono finiti, perché distrutto lo spirito maligno. Resti del suo corpo a forma di serpente si trovano all’altro versante della roccia viva. Vieni, dunque, con me ed accompagnami sulla collina della selva Santa, ove ci fermeremo per sempre».

Era la voce della Madonna che, dopo aver sconfitto il maligno, volle rassicurare gli abitanti del posto. Tutti furono illuminati nello spirito da questo evento prodigioso. Ancora oggi è possibile ammirare nella roccia la sagoma spezzata del serpente maledetto. Su quella collina adesso sorge il tempio dedicato alla Vergine delle Grazie, posto di fronte al monte forato che dà il nome alla frazione della località campana.

Esiste una leggenda metropolitana, una tragica storia alla Romeo e Giulietta ambientata a Napoli, dove Milena la protagonista morì lasciando per sempre il suo amato.

Secondigliano in antico era uno dei casali più importanti di Napoli, noto dalle fonti come «Casale Regio di Secondigliano» titolo che assumerà tra la fine del 1500 e gli inizi del 1600. Tra campagne salubri, chiese di culto, botteghe e trattorie, la zona incarnava il ritratto del benessere e della prosperità. Proprio in questo contesto è ambientata la storia di Milena, il fantasma di San Lorenzo.

Corso Secondigliano, civico 148, inizi del Novecento. Qui abitava Milena che a 26 anni fu data in moglie ad un uomo di nome Cosimo. Un matrimonio combinato, fatto di interessi di natura economica. La prima notte di nozze si rivelò tragica per i due sposi: Milena, ancora scossa dall’evento per sottrarsi ai doveri coniugali e da un uomo che non voleva si gettò dal balcone, il suo corpo cadde nel cortile giacendo in una pozza di sangue. Era la notte del 10 agosto, una serata torrida.

Si racconta che la giovane amasse un altro ragazzo forse non ben voluto dalla sua famiglia e che ella abbia preferito la morte alla lontananza dal suo amato. D’allora ogni notte di San Lorenzo il fantasma di Milena appare nella palazzina, oggi diventata condominio, vestita in abito da sposa. Si sporge dalla balaustra e si lancia nel vuoto emettendo un grido gelido: il suo vestito candido si gonfia al vento e i capelli fluttuano nel vuoto. La sagoma poi si rialza e scompare nel nulla. Alcuni giurano, invece, di aver visto una figura bianca di donna volteggiare nel cielo la notte del 10 agosto.

Una drammatica storia, di una sposa infelice che ogni anno ripete l’atroce gesto per espiare il suo peccato, un amore negato ed impossibile.


Nella Chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina vi è un singolare dipinto del 1542 «San Michele che scaccia il demonio», conosciuto popolarmente come “Il diavolo di Mergellina”.

Realizzato dall’artista Leonardo Grazia da Pistoia, il quadro non solo è ricco di significati metaforici ma si ricollega anche ad una nota leggenda narrata, in due versioni differenti, da Benedetto Croce e Matilde Serao.

Come anche il nome del dipinto suggerisce, il protagonista indiscusso della composizione è San Michele Arcangelo che, dall’alto dei cieli, è intento a trapassare la gola di un demonio, ovvero il diavolo di Mergellina personificato da una seducente donna seminuda con una folta chioma ramata e con tratti tipici d’un serpente.

Entrando nel merito, esistono, come abbiamo detto, non una ma ben due storie popolari che si ricollegano al quadro.

La prima leggenda, descritta nel celebre volume di Benedetto CroceStorie e leggende napoletane”, narra la storia di Vittoria d’Avalois, nobildonna napoletana, la quale invaghitasi di un giovane prete, Diomede Carafa, tentò con ogni arma di seduzione in suo possesso di sviarlo dalla promessa religiosa fatta a Dio.

Ecco spiegato anche il detto antico popolare «Si’ bella e ‘nfama comme o’ riavulo ‘e Margellina», pronunciato dagli uomini nei confronti di quelle donne “pericolose” che utilizzano la loro bellezza per ammaliarli e rapir loro cuore ed anima.

La seconda leggenda, narrata da Matilde Serao in “Leggende nepoletane“, racconta d’una affascinante fanciulla aristocratica tra le più ricercate nei prestigiosi salotti del cinquecento, di nome Isabella. Fortemente desiderata dall’élite maschile napoletana, era solita stregare con il suo fascino ogni individuo di sesso maschile che incrociava lungo il suo percorso, senza mai concedersi a nessuno.

Tra gli sfortunati caduti nella sua trappola d’amore vi fu anche Don Diomede Carafa, Vescovo di Ariano Irpino, uomo di straordinaria bellezza appartenente ad una delle famiglie più prestigiose della città partenopea. L’uomo per perseverare nella sua posizione ecclesiastica, rifiutò ogni contatto con la giovane nonostante ne fosse profondamente attratto. Proprio quando pensò di essere uscito indenne dalla fattura d’amore, ricevette una sua lettera nella quale ella si dichiarava innamorata e disposta ad iniziare una relazione amorosa.

È risaputo che l’unico modo per resistere alle tentazioni è cedervi, di fatti Diomede accettò la richiesta d’amore della fanciulla. La passione tra i due durò fino al momento in cui la donna non si rivelò interessata ad un altro uomo, miglior amico del vescovo, Giovanni Verrusio.

Per sopportare il senso di perdita e per esorcizzare il dolore, Diomede entrò in contatto con un noto pittore di Pistoia, commissionandogli il quadro che ogni giorno, nella Chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina posta al di sopra del ristorante Ciro, possiamo ammirare: San Michele Arcangelo che scaccia un demonio con il volto della celebre tentatrice.

Quasi come un urlo di gioia, il dipinto è accompagnato da un’interessante iscrizioneFecit Victoriam Alleluia 1542 Carafa”.