Il Compra Sud al tempo dei Borbone: l’invenzione dei “Marchi Doc” per tutelare i prodotti del Regno delle Due Sicilie

I territori del Regno delle Due Sicilie


La crisi economica che ormai stiamo vivendo da anni (e che il Mezzogiorno subisce da circa 160), ha portato ad enormi riflessioni di carattere socio-economico obbligando molti studiosi ed appassionati alla ricerca di alternative valide al fine di evitare il completo tracollo delle aree più abbandonate del Paese, partendo dalla consapevolezza di un completo abbandono del Sud da parte dei governi italiani che si sono susseguiti specialmente nell’ultimo ventennio.

Una delle “tante” soluzioni proposte anche da associazioni meridionaliste come il Movimento Neoborbonico e la Fondazione il Giglio già dal 1993, è quello di acquistare, nella maggior parte dei casi, prodotti delle aziende del Sud. Attivismo abbracciato in pieno anche dalla nostra redazione che dalla sua nascita cerca di sostenere lo sviluppo delle aziende con sede legale e di produzione specialmente in Campania ma non solo. Da sempre si sa che appoggiando l’economia locale si riscontra un benessere maggiore, non solo perché ciò che si spende rimane sul territorio, ma rimarrebbero in quel territorio anche i lavoratori che non sarebbero costretti ad emigrare. È un dato acquisito che si emigra maggiormente dove gira l’economia. La cosa interessante è che dalla storia si imparano a conoscere le soluzioni imitando pregi ed evitando errori per il presente ed il futuro.

Nel recente libro “I primati del Regno delle Due Sicilie” (Grimaldi & C Editori), scritto dal professor Gennaro De Crescenzo, presidente dei neoborbonici, si può facilmente apprendere come già in epoca borbonica il meridione cercasse di tutelare le proprie eccellenze agli occhi di quel mondo che, “difficile a dirsi”, poteva già considerarsi “globalizzato”, e con l’apertura del canale di Suez lo stava diventando ancor di più. A pag. 181 del libro si può apprendere infatti quanto il re Ferdinando II di Borbone tutelasse “gl’indigeni prodotti a preferenza degli esteri” (parte iniziale di un decreto del 13 luglio 1834). Già da allora era chiaro a tutti che acquistare e valorizzare le produzioni locali voleva dire aiutare la propria gente facendo circolare l’economia all’interno del Regno. Ovviamente non si parla solo di prodotti alimentari visto che chiaramente, date le “scarse capacità di conservazione”, era più facile consumare prodotti a km 0.

Molte furono le leggi, gli interventi e le attività a tutela dei prodotti del (non ancora) Sud, dalle “privative”- brevetti alle mostre industriali; ci sarebbe da considerare anche la nascita dei primi prodotti che oggi definiremmo “DOC”, Denominazione di Origine Controllata: ad esempio secondo il decreto del 12 dicembre 1844 uno tra questi era il preziosissimo olio pugliese.

Il Compra Sud al tempo dei Borbone

Ma la domanda che sorge più spontanea sarebbe: “esisteva un marchio vero grazie al quale potesse essere facilmente riconosciuto un prodotto del (non ancora) Sud”? La risposta è .

Nella Collezione delle Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie, decreto del 3 maggio 1837 e dell’8 maggio 1837, del 5 giugno 1837, del 23 ottobre 1837 e del 4 settembre 1838 era stato costituito un bollo di piombo con fili di seta da opporti alla manifattura stabilita che avesse dalla parte convessa un cavallo sfrenato che identificasse la provenienza napolitana dei prodotti del Regno. 

Consultando gli annali Civili del Regno delle Due Sicilie cit., Napoli 1838, addirittura per ciò che concerne l’illuminazione a gas nella città di Napoli, atipico ma molto importante fu l’utilizzo dei “nocciuoli di olive” di “produzione interna” (praticamente presenti in tutto il Sud), al contrario del settentrione d’Italia che doveva acquistare dall’estero il “carbon fossile” per l’illuminazione delle città. Potremmo anche dire che il Sud era avanzato dal punto di vista Green e quindi della sostenibilità.

Insomma quello che oggi noi chiamiamo “Compra Sud”, all’epoca poteva chiamarsi “Compra Due Sicilie”, ma il risultato è che all’epoca il Regno delle Due Sicilie era uno degli stati più importanti d’Europa, oggi invece “la macro-regione del Sud” non sappiamo più nemmeno a che posto si trovi in tutte le classifiche internazionali.

Sul sito dei neoborbonici troviamo scritto in poche parole: “L’unificazione dell’Italia ha significato lo smantellamento dell’apparato produttivo del Regno delle Due Sicilie, ricco di eccellenze anche industriali. La conseguenza è stata la colonizzazione economica da parte delle grandi imprese del Nord, con il Sud ridotto a mercato di sbocco dei loro prodotti. L’emigrazione massiccia, prima di forza lavoro, poi di cervelli, che continua oggi, ci ha privato di enormi risorse. Negli anni ’80 e ’90 l’acquisizione di banche meridionali hanno favorito la nascita delle grandi concentrazioni bancarie del Nord, ed il Sud è diventato l’unica tra le regioni dell’Ue priva di istituti di credito di dimensioni medio-grandi. 

Recenti studi ormai di istituti di ricerca statistici come Svimez, Istat, Eurispes, ma anche Unicredit (che nel 2010 affermò che il Nord è ricco perché esporta i propri prodotti al Sud), hanno demolito quelle tesi “vittimistiche” di un settentrione che aiuta il meridione, sarebbe piuttosto il contrario: infatti, il 63% delle spese del Sud sono dirette al Nord, ed il 40% delle produzioni del Nord sono acquistate infatti dal Sud. L’economista Paolo Savona ha smantellato quelle tesi della massa di trasferimenti pubblici diretti al Sud, 45 miliardi circa, ne risalgono al centro-nord circa 63, sotto forma di acquisti netti per beni e servizi.

Incominciate a pensare che se ogni mese una famiglia di meridionali (circa 6 milioni in Italia) spendesse 200 euro di prodotti del Sud, ogni anno le nostre imprese incasserebbero 14,4 miliardi di euro che girerebbero praticamente nelle nostre tasche e non in quelle “altrui”.


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