I figli illustri di Napoli

Tutti i grandi figli illustri di Napoli

L'angelo custode - Domenico Antonio Vaccaro
L'angelo custode - Domenico Antonio Vaccaro
L’Angelo custode

Tra i principali esponenti del tardo Barocco napoletano, Domenico Antonio Vaccaro (nascita 3 giugno 1678) è stato un pittore, scultore e architetto tra i più influenti della Napoli a cavallo tra il ‘600 e il ‘700.

Formatosi presso la bottega di Francesco Solimena e del padre Lorenzo Vaccaro, è alla morte di quest’ultimo (ucciso da due sicari nel 1705 e seppelito nella chiesa di Santa Croce di Torre del Greco) che comincia a manifestare le sue grandi doti artistiche: egli, infatti, completa i marmi decorativi della Basilica napoletana di San Giorgio Maggiore. Non solo, perché operando una fusione tra la pittura di Solimena e quella di Giordano, dà sfoggio della sua bravura nei cicli decorativi della volta di Santa Maria di Montevergine.

E’ però nella Basilica di San Paolo Maggiore, anche questa a Napoli, che realizzò una delle sue sculture più celebri, l’Angelo custode. Inoltre, tra il 1718 e il 1725 progettò e costruì la chiesa di Santa Maria della Concezione a Montecalvario, considerata dalla critica la sua opera migliore.

Tra le altre sue opere più degne di nota non si possono non citare la chiesa di S. Michele Arcangelo (1730), il progetto di restauro del vecchio chiostro angioino delle Clarisse nel Complesso Monumentale di Santa Chiara  (1739-42), con l’uso decorativo delle maioliche realizzate dai maestri “riggiolari” Giuseppe e Donato Massa.

Infine, va ricordato che, da buon napoletano qual era, fu notevole esecutore di figure da presepio. Morì a Napoli il 13 giugno 1745.

La scena più celebre recitata da Massimo Troisi è, molto probabilmente, quella del dialogo tra Gaetano e Robertino nel film Ricomincio da tre. Una pellicola che a quasi 40 anni di distanza continua a divertire come se fosse la prima volta, un capolavoro autentico del cinema che come tutti i capolavori è senza età.

Renato Scarpa è nato a Milano il 14 settembre 1939. La sua carriera nel cinema è iniziata nel 1969 con una parte nel film Sotto il segno dello scorpione dei fratelli Taviani, il primo di una filmografia estremamente lunga e importante. Proprio Scarpa è l’attore che interpreta Robertino, una persona di circa 40 anni che però è ancora un bambino a causa della madre, la quale lo ha sempre rinchiuso, represso, confinato in una casa senza permettergli di crescere e diventare un uomo. La sua condizione di vita è soprattutto tragica: Gaetano lo sprona a uscire, “a rubare”, “toccare le femmine” scatenando la reazione di Robertino che si mette a urlare chiamando mammina. Risate estremamente amare.

Un ruolo per il quale Renato Scarpa era una sorta di predestinato. In un’intervista a Repubblica del 29 settembre 2016 ha infatti affermato: “Massimo, come tutte le persone che hanno sofferto, era molto sensibile. Aveva colto qualcosa in me: sono figlio di una vedova, orfano della guerra, mio padre è morto a 28 anni. Quel personaggio forse ce l’avevo dentro, Massimo l’ha tirato fuori […] Tra noi c’ è stata subito una grande alchimia. La scena di Robertino non l’abbiamo mai ripetuta, come se l’avessimo sempre fatta. Massimo ha abbattuto i pregiudizi sul Sud, dal machismo al superomismo, allo stereotipo sulla famiglia. Ha fatto un film generazionale, è un idolo come Marilyn. Era speciale, il fratello che chiunque avrebbe voluto avere, un amico vero. Un portabandiera dell’onestà. Citando Dickens dico sempre che Massimo è una persona di quelle che si incontrano quando la vita decide di farti un regalo. Un uomo senza sovrastrutture. Un talento enorme, una summa tra la profondità di Eduardo e la comicità di Totò. Ma con uno stile tutto suo”.

Renato Scarpa è celebre anche per aver interpretato il dottor Cazzaniga in Così parlò Bellavista e Il mistero di Bellavista, film culto di Luciano De Crescenzo in cui dietro la scorza impassibile e intransigente di questo signore venuto da Milano si cela una persona a modo, gentile, un uomo d’amore per dirla con Bellavista.

Ed un uomo d’amore lo è davvero Renato Scarpa, stando alle belle parole che ha riservato a Napoli nella stessa intervista: “Adoro la città, le chiese, Capodimonte, vengo a Napoli spesso, ho molti amici. Invece mi arrabbio quando in taxi vado verso il Vomero e vedo lo scempio edilizio de “Le mani sulla città” di Rosi”. Anche “Così parlò Bellavista” è stato per me speciale, divertente, ricordo con affetto Renzo Arbore, grande personaggio che racconta nel mondo Napoli, la sua città d’adozione, con tocco gentile”.

Sarebbe però riduttivo citare soltanto pochi film. Renato Scarpa ha infatti recitato in decine di film, diretti da alcuni dei migliori registi italiani: oltre ai fratelli Taviani prima citati, dobbiamo aggiungere Bellocchio, Comencini, Rossellini, Steno, Monicelli, Liliana Cavani, Garrone e tanti altri. Ne Il postino, ultimo film con Massimo Troisi, è stato diretto da Michaeal Radford.

Fonti:
Renato Scarpa: “Troisi, il mio fratello perduto” su Repubblica.it(consultato il 04/06/2019)
Renato Scarpa, filmografia. IMDB

Gaetano_filangieri
Gaetano_filangieriGaetano Filangieri fu uno dei più importanti giuristi e pensatori italiani. Nacque in un’antica villa di suo padre, situata presso San Sebastiano di Napoli (che oggi è San Sebastiano al Vesuvio), il 22 agosto 1753 da una famiglia nobile poichè il padre, Cesare, era il principe di Arianiello e sua madre, Marianna Montalto era la figlia del duca di Fragnito, mentre lo zio era l’arcivescovo Serafino Filangieri.
Fu avviato alla carriera militare, ma in seguito abbandonò questo percorso seguito da tutti i suoi coetanei aristocratici, per dedicarsi completamente agli studi. A soli 19 anni scrisse la sua prima opera “Pubblica e privata educazione”. Nel 1774 si laureò in giurisprudenza presso l’Università di Napoli ed esercitò per breve tempo l’avvocatura.
Secondo quanto afferma ilportaledelsud.org, Filangieri si adoperò a favore del progetto di riforma della giustizia, mettendosi così in luce a corte, dove ebbe incarichi fin dal 1777. Nel 1783 sposò la contessa Carolina Fremdel di Presburgo e subito dopo si trasferì a Cava de’ Tirreni dove elaborò la sua famosa Scienza della Legislazione.

Nel 1787, rientrò a Napoli chiamato al Supremo Consiglio delle Finanze, ma le sue condizioni di salute erano già molto gravi poichè era malato di tubercolosi. Si ritirò dunque a Vico Equense, dove morì il 21 luglio 1788, all’età di soli 35 anni.

Il suo illuminismo fu definito “napoletano”, poichè non era assimilato dall’esterno, ma prodotto in quella Napoli del ‘700 dove ancora sopravvivevano i privilegi feudali, il lusso sfrenato della nobiltà e del clero, mentre l’enorme massa plebea permaneva nell’ignoranza.
Proprio per questo problema si parlò della “Questione meridionale” che, non soltanto impediva il progresso, ma veniva messa in discussione proprio l’idea stessa di civiltà in quanto popolo, nobiltà e clero erano completamente separati socialmente e culturalmente. Ed è in questo contesto che Gaetano Filangieri rappresentò la voce riformatrice, la cui efficacia fu tuttavia limitata dalla precoce morte.
Per la Napoli borbonica, Filangieri aveva pensato ad un modello di monarchia illuminata, in cui il re guidasse una “rivoluzione pacifica”, da attuarsi attraverso la riforma della legislazione.
Tale rivoluzione avrebbe dovuto scaturire delle riforme, quali: uguaglianza civile e pubblica istruzione per tutti i cittadini del Regno, libertà commerciale, codificazione delle leggi, riforma della giustizia, ridistribuzione delle proprietà terriere per creare un vasto ceto di piccoli proprietari, fiscalità basata su di un’imposta unica sul reddito prodotto.
Queste proposte erano però considerate fin troppo estreme, ribelli, per l’epoca, anche se erano sempre sorrette da concrete argomentazioni giuridiche.
Solo alcune di queste proposte di Filangieri, vennero poi effettivamente messe in pratica.
L’opera di Gaetano Filangieri, “La Scienza della Legislazione”, progettata in sette volumi, fu pubblicata a partire dal 1780: Norme Generali, Diritto e Procedura Penale (1783), l’Educazione (1785). Una seconda parte uscì postuma. L’opera fu apprezzata da tutti, tranne dalla Chiesa cattolica che, nel 1784, la mise all’indice dato che Filangieri non solo aveva criticato il parassitismo ed i troppi privilegi del clero, ma aveva messo in campo proposte miranti al progresso.
Pensiero contrastante alla Chiesa cattolica fu però quello di Benjamin Franklin che prese alcuni spunti dalla sua opera per la stesura della Costituzione americana soprattutto in merito alla questione del “diritto alla ricerca della felicità” come diritto inalienabile di tutti gli uomini. Ed è proprio questo uno dei motivi per cui il Comune di Napoli ha deciso di dedicargli il Maggio dei Monumenti 2019. Sempre a Gaetano Filangieri è dedicata anche la kermesse “la felicità abita qui” a partire dal 10 maggio a Vico Equense.
Inoltre, l’opera fu, insieme a “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, uno dei contributi italiani maggiormente diffusi e tradotti all’estero e suscitò interesse e discussioni sino al Novecento.
L’idea di Filangieri era quella di mirare al progresso e allo sviluppo del Regno siculo-partenopeo, attraverso una azione legislativa fondata sulla Ragione.

Una donna per le donne, una badessa per le monache, una malata per le malate. Maria Lorenza Longo ha speso la sua santità  costruendo la “Casa di Dio” nelle anime e nei corpi, in senso figurato ma anche e soprattutto in senso letterale. Dall’Ospedale degli incurabili all’Ordine delle Clarisse Cappuccine, la cura e la fondazione tra i principi cardine di una nobildonna venuta dalla Spagna per lasciare un segno indelebile in Italia e a Napoli.

Nata nel 163 in Catalogna, Maria Lorenza Richenza, a soli 15 anni è data in sposa a Giovanni Longo, Gran Cancelliere del Regno di Spagna, con cui giunge nel Vicereame di Napoli nel 1506. La leggenda vuole che qui, a causa di un tentativo di avvelenamento da parte di una serva, sia rimasta paralitica per alcuni anni (oggi si formula anche l’ipotesi di episodi ricorrenti di artrite reumatoide), fino a quando fu risanata presso la Santa Casa di Loreto.

Fu solo l’inizio di un calvario che l’accompagnò per tutto il resto della vita, ma anche  – voto fatto dopo la miracolosa guarigione – di un’intensa attività in favore dei più deboli, ovvero donne e malati. Ad appena 46 anni, nel 1509, infatti, rimase vedova (con tre figli a carico) ma cominciò anche ad accudire gli infermi, prestando servizio presso l’ospedale di San Nicola,  in Castel Novo. Viste le richieste sempre più numerose degli infermi, ebbe l’idea di fondarne uno nuovo: fu così che nel 1519, fece edificare il celebre Ospedale degli Incurabili, nel centro antico di Napoli, che accolse San Gaetano da Thiene e i ‘teatini’ giunti nel capoluogo partenopeo nel 1533.

Inizialmente fu soprattutto un luogo dove le partorienti, sia sposate che non, potessero sentirsi al sicuro. Infatti nell’ospedale si trovava il primo dipartimento di maternità, decorato con affreschi che ispirano calma e serenità. Fu il primo nosocomio fatto costruire da una donna per le donne.

Il suo nome originario fu Ospedale di Santa Maria del Popolo degli incurabili, inaugurato il 23 marzo 1522, anche grazie al sostegno di alcuni suoi potenti e ricchi amici. Lo diresse per dieci anni, facendo costruire accanto ad esso anche una casa per prostitute, affidata alla direzione della duchessa di Termoli, Maria Ayerbo.

A Napoli, nel 1530, favorì anche l’arrivo dei Cappuccini, facendo edificare per loro il convento di S. Eframo vecchio.

Ancora non appagata, fece costruire anche il monastero di S. Maria di Gerusalemme con la Regola del Terz’Ordine Francescano,  accettando solo sorelle senza dote, come nei primi decenni della comunità di S. Chiara, sulle orme di S. Coletta. Data la richiesta d’ingressi, il papa fissò il numero massimo di 33 sorelle. Aveva 72 anni, nel 1535, quando decise di entrare nel suo monastero affidando la direzione dello stesso ai frati cappuccini. Alla loro presenza, seguì la proposta di adottare la Regola di S. Chiara, “strictissime”, istituendo così le monache Clarisse Cappuccine. Paolo III con la bolla Cum Monasterium del 10 dicembre 1538 vincolò i Frati Cappuccini ad assistere in perpetuo il monastero. Maria Lorenza Longo fu nominata badessa da papa Paolo II,I carica che conservò fino alla morte, avvenuta a 79 anni, nel 1542. Dalle sue sorelle è ricordata il 21 dicembre.

Massimo Ranieri

Massimo RanieriUna carriera al massimo, Napoli portata ovunque sul suo volto da scugnizzo scafato e un eclettismo innato, che lui stesso ha descritto in questi termini: “Sono un pianoforte di cui vengono suonati tutti i tasti“. Sarà forse questo il segreto del successo di Massimo Ranieri, cantante, attore, musicista, presentatore, boxeur e ballerino di fama inveterata e anche precocissima. Basti pensare che all’età di appena 13 anni il piccolo Giovanni Calone – suo nome di battesimo – dovette inventarsi già il primo pseudonimo, Gianni Rock, per lanciare il suo primo album. Massimo (nome semplice e facile da ricordare) Ranieri (in onore del principe di Monaco) arriverà solo nel 1970, all’età che darà anche il titolo alla canzone premiata col gradino più alto del podio a Canzonissima, “Vent’anni“.

Tanti erano quelli passati dal 3 maggio 1951, quando una famiglia povera del quartiere Pallonetto di Santa Lucia diede alla luce il futuro Massimo Ranieri che oggi, a 68 anni compiuti, può finalmente guardarsi indietro e – prima di ripartire con il consueto entusiasmo – dare una spulciata all’album dei ricordi.

Da bambino “scalda” la voce facendo lo strillone ed il posteggiatore, prima di passare – come tutti i grandi cantanti napoletani – ad allietare matrimoni e comunioni con le sue prime canzoni e la sua musica. Stoffa da vendere ne ha: il primo acquirente gli cucirà subito il vestito del predestinato. L’autore di canzoni Giovanni Polito, infatti, lo nota durante una delle sue esibizioni per cerimonie e dopo qualche mese lo spedisce direttamente a New York, al seguito nientemeno che di Sergio Bruni. Ha soltanto 13 anni.

Due anni dopo arriva anche il debutto in tv nella trasmissione “Scala Reale”, con la canzone “L’amore è una cosa meravigliosa”. Sono anni fertili per il giovanissimo cantautore, premiato anche col primo posto nel girone B del varietà “Cantagiro“, grazie al testo “Pietà per chi si ama“. Ma è nel biennio 1968-69 che arrivano due dei suoi più grandi successi: ancora minorenne il non ancora Massimo Ranieri, reduce dal Festival di Sanremo del 1968 (in coppia con I Giganti), sbanca il Cantagiro con “Rose rosse” , per poi piazzarsi secondo a Canzonissima con “Se bruciasse la città“. Assieme a “Vent’anni” i componimenti che gli regalano il definitivo successo, tanto che nel 1970 esce il primo disco intitolato col suo nome d’arte più celebre, “Massimo Ranieri“.

Ormai il solo palcoscenico musicale gli sta stretto, così lo scugnizzo del Pallonetto prende parte a diversi film: da “Bubù” a “La Cugina“, da “Con la rabbia agli occhi” a “La patata bollente“. Ma è la partecipazione in “Metello” a valergli addirittura il David di Donatello come miglior attore e il premio internazionale delle critica.

Il successo non lo appaga, semplicemente lo stimola. Per cui dal cinema passa al teatro, dove è protagonista di interpretazioni magistrali, sulla scia dei più grandi artisti napoletani, da Totò a Eduardo. Da ricordare, ad esempio, “Napoli: chi resta e chi parte“. E poi negli anni a venire, in particolare tra il 2010 e il 2011, interpreta per la Rai quattro commedie del grande Eduardo De Filippo“Filumena Marturano”, “Napoli milionaria!”, “Questi fantasmi” e “Domenica e lunedì”.

Prima, però, Massimo Ranieri ha ancora il tempo per firmare altre perle canore, come il disco “‘O surdato nammurato“, del 1972, omaggio alla musica napoletana e soprattutto la sua canzone in assoluto più famosa, “Perdere l’amore“, con cui nel 1988 vince anche il Festival di Sanremo. E’ l’apice di una carriera invidiabile.

Per quanto riguarda invece la vita privata, Massimo Ranieri è stato sentimentalmente legato a due donne. La prima è Franca Sebastiani, che nel 1970 dà alla luce la sua prima figlia, Cristiana Calone. La riconoscerà solo molti anni più tardi, presentandola a sorpresa al suo pubblico, in tv. La seconda è l’attrice Barbara Nascimbene, deceduta il 17 settembre 2018, data in cui ha davvero perso l’amore. Non certo quello del pubblico, però, che all’età di 68 anni continua a far innamorare di sé.

Giancarlo Esposito è un attore e regista statunitense particolarmente amato ed apprezzato in tutto il mondo. In particolare, Esposito è famoso per aver interpretato Gus Fring, antagonista principale nella celebre serie TV “Breaking Bad”, probabilmente la più seguita al mondo. Nonostante il lavoro ed il successo, però, come si evince dal nome Giancarlo ha origini napoletane.

Il padre, Giovanni Esposito, era un umile carpentiere napoletano che tirava avanti facendo lavori in tutta Italia. La madre, invece, Elizabeth Foster, era una nota cantante afro-americana originaria dell’Alabama. Come vennero in contatto due mondi tanto diversi? Come fece un operaio napoletano a conquistare una famosa straniera?

I due si conobbero alla Scala di Milano: Giovanni ci lavorava come tecnico, Elizabeth arrivò come cantante d’opera. In qualche modo il fascino napoletano conquistò la cantante. L’amore fra i due si trasformò in un matrimonio, da cui, il 26 aprile del 1958 nacque Giancarlo.

La famiglia visse per anni in Italia, ma, quando il piccolo aveva solo 6 anni, si trasferì a New York. Fu negli Stati Uniti che Giancarlo studiò e si innamorò del teatro e della recitazione. L’esordio sul grande schermo fu nel 1979 con “Running – Il vincitore”. Tutti ruoli minori in cui, però, Giancarlo si distinse per espressività e per quella voce profonda che lo caratterizzava.

Fu nel 2009 che il ruolo di narcotrafficante in “Breaking Bad” lo portò alla fama internazionale. L’ultimo lavoro di Giancarlo è stato il remake de “Il Libro della Giungla”, targato Walt Disney, dove l’attore ha prestato la voce al lupo Akela, padre adottivo del protagonista Mowgli.

Foto Instagram

Oggi una delle più belle attrici e cantanti figlie di questa terra, compie gli anni. Ben 43 anni fa nasceva a Soccavo la poliedrica Serena Autieri. Oggi anche mamma di una bellissima bambina, Giulia Tosca, nata nel 2013 dal matrimonio con il produttore Enrico Griselli. Un rapporto solido e felice come la stessa Serena non nasconde né nelle diverse interviste rilasciate né sui suoi profili social, attraverso i quali si nota con un solo colpo d’occhio, grazie foto che pubblica, tutto l’amore verso il marito e la figlia.

Serena sin da piccola ha sempre voluto sfondare nel mondo dello spettacolo. Infatti da subito si dedica con passione ed entusiasmo allo studio della danza classica, del canto e della recitazione. E grazie a questi anni di lavoro sodo, come è evidente a tutti, oggi è un attrice bravissima e con una voce potente ed emozionante.

Il suo talento convince subito sia i “pezzi forti” della musica che dello spettacolo. Nel 1997 pubblica il suo primo cd Anima Soul e nel 1998 debutta nei panni si Sara De Vito nella serie made in Napoli “Un posto al Sole”. Da quel momento la sua carriera come attrice e come conduttrice è tutta in discesa. Nel 2001 affianca Alberto Castagna in “Stranamore” e dal 2001 al 2003 partecipa a due serie tv “Vento di ponente” e “Tutti i sogni del mondo”.

Nel 2003 viene scelta dalla Rai per co-condurre il Festival di Sanremo al fianco della Claudia Gerini e di Pippo Baudo. Nel 2004 Serena per la sua voce stupenda, viene scelta come cantante per rappresentare l’Italia durante la cerimonia dei Columbs Day a New York per poi vestire i panni dell’eclettica Sara May nel 2004.

La bella napoletana viene scelta anche per alcune miniserie che hanno ottenuto un discreto successo e apprezzamento da parte del pubblico: “La maledizione dei Templari”, “”Callas e Onassis” e “L’onore e il rispetto” e nel 2017 ritorna sul set dei cinema con “Notte prima degli esami-Oggi”. Nel 2012 è tra i protagonisti di “Tale e Quale Show”, dove registra un grandissimo successo per le enormi doti canore, per poi condurre “Una voce per Padre pio” e “Cantare è d’amore”.

Serena è anche la voce della principessa Elsa in Frozen- Il regno di ghiaccio, prestando la voce anche per le canzoni in italiano. Nel 2016 è in scena con un altro napoletano doc, Vincenzo Salemme nel film “Se mi lasci non vale” e nel 2017 è la protagonista di Diana&Lady D- L’amore si trova sempre, primo musical sulla vita della principessa Diana.

Serena è è resterà un volto amato non solo a Napoli ma ad un livello nazionale e internazionale, conquistando tuti con la sua bravura, gentilezza, eleganza e umiltà.

Anche quest’anno Napoli è una delle protagoniste ai Premi David di Donatello 2019. Marina Confalone, nota attrice italiana che esordì con il grande Eduardo, ha vinto l’ambito premio come miglior attrice non protagonista per il ruolo nel film “Il vizio della speranza”, di Edoardo De Angelis.

Marina Confalone è conosciuta dal grande pubblico per la sua scena cult della lavatrice nel film “Così parlò Bellavista” e da allora ne è passato di tempo. Alla premiazione, in diretta su Rai1, ritirando il premio commossa ha detto davanti all’immensa platea: “Il regista Edoardo de Angelis ha raccontato la nostra terra, la Campania, ed io voglio dedicare questo premio alla nostra terra, ai napoletani che hanno buona volontà e tra questi uno in particolare – continua emozionata Marina – il mio compagno. Il mio compagno Gigi che ha molta buona volontà con me”. 

Non solo, la band della celebre taverna di Capri, L’Anema e Core band, si è esibita durante il primo party serale dei David di Donatello che si sono tenuti agli Studios di Roma, il polo multimediale dell’imprenditore Daniele Taddei. La celebre band ha celebrato Napoli con la sua musica, contaminandola con ritmi dagli ’60 ai giorni nostri. Gianluigi Lembo e la sua band, attraverso le loro canzoni, hanno fatto scatenare davvero tutti, da star internazionali come Jennifer Lopez e Leonardo Di Caprio, agli habituè come Fiona Swarovski e Caterina Balivo. Ma, non è finita qui, perchè L’Anema e Core band si esibirà, ancora per una serata, alla nuova serata-evento, stasera 28 marzo, presso Palazzo Madama.

Marina Confalone e L’Anema e Core band sono divenuti protagonisti di questa grande premiazione e, insieme a loro, Napoli, omaggiata con il sound della musica e con il discorso della grande attrice.

Il video è di Gianni Simioli

Giuseppe Mercalli sul Vesuvio

Mercalli è un nome che, purtroppo, viene sempre associato alle tragedie peggiori. La Scala Mercalli, infatti, misura l’intensità delle scosse sismiche in base agli effetti ed ai danni prodotti. Tale scala si compone di 12 gradi di intensità ed ad ogni grado corrisponde una distruttività maggiore del terremoto. L’inventore di questo importantissimo metodo analitico, insieme agli studiosi Cancani e Sieberg, fu il grande vulcanologo e sismologo italiano Giuseppe Mercalli, da cui prese il nome.

Mercalli nacque il 21 maggio del 1850 a Milano. Era terzogenito di cinque figli in una famiglia di artigiani tessili e presto intraprese la carriera ecclesiastica. Infatti, i suoi studi avvennero all’interno del Seminario di Monza per la cultura letteraria e scientifica. Qui si laureò a 24 anni in Scienze Naturali e, sempre all’interno del seminario, ottenne la sua prima cattedra. Fra i suoi studenti più illustri di questo periodo si annovera Achille Ratti, che salirà al soglio pontificio come Pio XI e che manterrà con Mercalli uno stretto rapporto professionale e di amicizia.

I suoi primi studi riguardarono i depositi glaciali alpini in Lombardia. Insegnò anche al Real Collegio di Reggio Calabria e all’Università di Catania. La reale passione di Mercalli, tuttavia, era lo studio analitico di terremoti e vulcani. La cattedra, proprio in sismologia e vulcanologia, all’Università di Napoli, conseguita nel 1892, gli fornì l’occasione ideale per applicare i suoi studi sul campo, in una delle aree sismicamente più attive della penisola.

Già prima di arrivare a Napoli come docente, il professor Mercalli aveva studiato fenomeni come il terremoto che distrusse Casamicciola, ad Ischia, ed i vulcani italiani, con maggior attenzione al Vesuvio ed a Stromboli. Oltre alla cattedra all’università, lo studioso insegnò anche come Professore Reggente al Liceo Vittorio Emanuele di Napoli, dove ebbe come studente Giuseppe Moscati, futuro medico e santo.

Nel 1911 divenne direttore dell’Osservatorio Vesuviano. Qui Mercalli cambiò radicalmente il metodo di ricerca e controllo del vulcano. Per prima cosa eseguì studi accuratissimi sull’attività vulcanica e sismica dell’intera zona. Poi trasformò l’Osservatorio in quello che doveva essere dall’origine: un centro di analisi e controllo per poter prevedere l’attività del Vesuvio in base all’attività sismica e presismica, calcolando e valutando le scosse, anche le più minime, e tutte le altre avvisaglie di un incremento della pericolosità.

Nell’ambito della prevenzione, lo studioso analizzò anche il comportamento di molti animali prima di un’imminente scossa. Oggi, viene definita “sindrome di Mercalli” la particolare sensazione che fa percepire ad animali ed a qualche essere umano l’arrivo imminente di un terremoto. Per le sue ricerche, Giuseppe Mercalli venne insignito dell’onorificenza di Cavaliere della Corona d’Italia.

Purtroppo, il professore Mercalli morì tragicamente a 64 anni il 19 marzo del 1914, casualmente il giorno del suo onomastico. Avrebbe inavvertitamente fatto cadere una lampada ad olio accesa: una sbadataggine che causò un incendio che lo uccise e distrusse il suo appartamento a Napoli, in via Sapienza 23. Per alcuni non fu un incidente, ma una rapina finita male e, quindi, l’incendio fu un modo per cancellare ogni prova.

Fonti: Mille anni di scienza in Italia – Museo Galileo; Enciclopedia Treccani.

Il 18 marzo 2011 moriva Enzo Cannavale, attore di teatro e di cinema, nato a Castellammare di Stabia e morto a Napoli. Cannavale era il primo di quattro fratelli, e venne scoperto da Eduardo De Filippo quando era un impiegato delle poste.

Grande esponente del teatro napoletano, attore caratterista e ironico, ha lavorato con De Filippo e Aldo Giuffré in commedie importanti come Fortunato…!, Miseria e nobiltà e La festa di Montevergine.

Successivamente si è dedicato alle pellicole cinematografiche, soprattutto di genere, e nella celebre serie “Piedone lo sbirro” con Bud Spencer.

Nel 1988 ottenne il premio “Nastro d’Argento” come migliore attore non protagonista per l’interpretazione in “32 dicembre” di Luciano De Crescenzo, e sempre nello stesso anno recitò in “Nuovo cinema Paradiso”.

Ha collaborato anche con Giuseppe Tornatore, Nanni Loy, Mario Merola, Lino Banfi e Nino d’Angelo.

Oggi ricorre l’ottavo anno dalla sua morte, che fu causata da un attacco cardiaco. Cannavale aveva 82 anni.

Eleonora Pimentel de Fonseca è stata una giornalista, politica, poetessa, si inserisce nel contesto culturale dell’illuminismo e fa da sfondo Napoli, una città cosmopolita. Accede nei circoli culturali entrando in contatto con gli intellettuali dell’epoca.

Nasce a Roma il 13 gennaio 1752, figlia di un nobile di origine spagnola, Clemente de Fonseca, e di una nobile di origine portoghese, Caterina Lopez di Leon. I de Fonseca si trasferiscono a Napoli sotto suggerimento dello zio di Elonora, Antonio Lopez, perché ci sono dei forti dissapori tra lo Stato della Chiesa e il Portogallo.

La ragazza vive a Napoli nei Quartieri Spagnoli, viene istruita da Antonio Lopez che è incline nelle materie letterarie tanto da consentirle di conoscere anche il latino e greco. Eleonora si interessa tanto delle materie letterarie quanto di quelle scientifiche. Il fatto che una donna si acculturasse non è un’originalità, le nobili dell’epoca possono tranquillamente ampliare le proprie conoscenze.

La casa dov’è vissuta Eleonora Pimentel Fonseca

Inizia a scrivere molte poesie che rimandano allo stile arcadico di Metastasio, questo viene confermato da Eleonora quando invia una lettera allo stesso Metastasio, tra i due si crea una fitta corrispondenza che comprende l’intero arco della vita di Eleonora.

Scrive svariate opere letterarie dedicate alla famiglia reale dei Borbone, tra queste cito le prime due “A Maria Carolina Regina delle due Sicilie per l’Augustissimo parto d’una seconda Bambina (1773) ”, trattasi di un sonetto in onore della nascita di Maria Luisa, figlia di Maria Carolina d’Austria e Ferdinando IV, poi “La nascita di Orfeo (1775)”, una cantata dedicata al neonato principe ereditario Carlo Francesco di Borbone.

Le epistole della donna non si fermano a Metastasio, ma coinvolgono altri noti illuministi dell’epoca come Voltaire, quest’ultimo le dedica alcune parole (1776) sul Giornale letterario di Siena, in merito a un sonetto che gli ha dedicato.

Il 1778 segna due eventi degni di nota per Eleonora: i de Fonseca diventano ufficialmente sudditi del regno e un regio decreto li legittima come nobili portoghesi, inoltre Eleonora, all’età di 25 anni, sposa Pasquale Tria de Solis, un militare di 20 anni più grande di lei che appartiene alla piccola nobiltà napoletana.

La differenza culturale e sociale tra i due non tarda ad arrivare. Eleonora vive la vita di coppia in una forte contrapposizione tra l’amalgamarsi alla tradizione femminile nell’essere una moglie esemplare, servizievole, e l’essere una donna di cultura che provoca imbarazzo al suo uomo.

Conduce una vita matrimoniale infelice: subisce 2 aborti e le quotidiane botte del marito. Il suo essere madre trapela dalle due opere letterarie dedicate ai suoi aborti, la prima dal titolo “Sonetti di Altidora Esperetusa in morte del suo unico figlio (1779)” ed è costituita da 8 sonetti dedicati a suo figlio Francesco che muore a 8 mesi, il 13 ottobre 1778.

In questa sede inserisco il secondo sonetto, nelle prime due quartine Eleonora esterna il ricordo amorevole del figlio in vita; invece le due terzine rimandano al suo presente, al dolore della morte del figlio:

Figlio, mio caro figlio, ahi! l’ora è questa
Ch’io soleva amorosa a te girarmi,
E dolcemente tu solei mirarmi
A me chinando la vezzosa testa.

Del tuo ristoro indi ansiosa e presta
I’ ti cibava; e tu parevi alzarmi
La tenerella mano, e i primi darmi
Pegni d’amor: memoria al cor funesta.

Or chi lo stame della dolce vita
Troncò, mio caro figlio, e la mia pace,
Il mio ben, la mia gioia ha in te fornita?

Oh di medica mano arte fallace!
Tu fosti mal accorta in dargli aita,
Di uccider più, che di sanar, capace.

La seconda opera è “Ode elegiaca per un aborto (1779)”, si tratta di un’ode in cui viene esternato il dolore della perdita di un altro figlio e la gioia di essere ancora viva, perché la sua vita è stata messa in pericolo dall’aborto stesso. Il suo salvatore è Mr Pean, lei ringrazia le madri inglesi per aver messo al mondo persone come chi le ha salvato la vita.

La donna prova ad assecondare il volere del marito ma non ci riesce, quindi il padre di lei passa per le vie legali attraverso il divorzio che avrà luogo nel 1785. Il padre muore poco dopo, Eleonora vive un periodo di forte instabilità economica, questa situazione viene risolta dall’intervento dei Borbone offrendole un sussidio per i suoi talenti che vanno al di là dell’ordinario femminile.

Eleonora continua a scrivere opere letterarie dedicate ai Borbone, le cose però cambiano a seguire delle adesioni degli intellettuali alle idee politiche rivoluzionari e dell’imminente arrivo dei francesi in Italia. In questo clima, i Borbone abbandonano il programma di riforme ed emanano provvedimenti di tipo poliziesco.

Eleonora offre la sua casa come luogo di discussione tra intellettuali. Noi non conosciamo se anche lei ha preso parte alla congiura del 1792 – 94 cui partecipano alcuni dei suoi amici, però la sua presa di posizione pro rivoluzione viene avvertita dalla perdita del sussidio reale del 1797 e dal suo arresto essendo imprigionata nel carcere della Vicaria 1798.

Durante gli anni del carcere realizza un sonetto “Contro Maria Carolina: Rediviva Poppea, tribade impura”. Si dibatte tra intellettuali se il testo sia stato scritto di pugno da Eleonora. C’è chi crede che il testo sia stato utilizzato come accusa per giustificare la condanna a morte di Eleonora. I toni sono molto aspri, da qui si comprende chiaramente l’allontanamento della donna dai Borbone:

Rediviva Poppea, tribade impura,
d’imbecille tiranno empia consorte
stringi pur quanto vuoi nostra ritorta
l’umanità calpesta e la natura…

Credi il soglio così premer sicura,
e stringer lieto il ciuffo della sorte?
Folle! E non sai ch’entro in nube oscura
quanto compresso è il tuon scoppia più forte?

Al par di te mové guerra e tempesta
sul franco oppresso la tua infame suora
finché al suolo rotò la indegna testa…

E tu, chissà? Tardar ben può, ma l’ora
segnata è in ciel ed un sol filo arresta
la scure appesa sul tuo capo ancora.

I lazzari assediano la Vicaria durante la rivoluzione (1799), quindi liberano Eleonora, una volta liberata entra a far parte del comitato dei patrioti, i quali sono propensi a una Repubblica democratica in opposizione nei riguardi di un potenziale governo anarchico o aristocratico dominato dagli eletti della città. Il comitato conquista Sant’Elmo il 20 gennaio, in un secondo momento fanno breccia i francesi nel territorio, il 22 gennaio nasce la Repubblica napoletana. Eleonora compone un inno alla libertà i cui temi principali sono l’odio al re e il giuramento alla libertà, tuttavia il testo non ci è pervenuto.

Eleonora svolge un importante ruolo politico per la Repubblica: scrive per il Monitore napoletano, un giornale che si occupa di pubblicare tutte le notizie che hanno per oggetto i provvedimenti politici emanati dalla Repubblica. Il Monitore ha un breve respiro che va dal 2 febbraio all’8 giugno del 1799. Si dibatte sull’ideatore della redazione tra C. Lauberg o la stessa Eleonora, comunque sia la gestisce prima Lauberg poi Eleonora, perché il primo viene nominato presidente del governo provvisorio il 25 gennaio.

Eleonora scrive per la redazione dalla sua nascita alla sua fine, riporta notizie ufficiali ma anche personali, per esempio: sul malcostume dei soldati francesi a Napoli, la lunga discussione da parte del governo sull’abolizione del feudo, il modo di educare i popolani al nuovo governo istruendoli attraverso un linguaggio a loro comprensibile, cioè utilizzando il dialetto napoletano.

Negli ultimi mesi del giornale, Eleonora scrive sempre meno opinioni personali per cedere il posto alle notizie ufficiali, questo perché il cardinale Ruffo è oramai  alle porte di Napoli.

Il cardinale Ruffo giunge a Napoli il 13 giugno, alcuni giorni dopo firma una capitolazione, in altre parole concede un’amnistia a tutti i patrioti della Repubblica, tuttavia Ferdinando IV la ritira e quindi Eleonora viene condannata all’impiccagione, dopo la sentenza emanata il 17 agosto dalla Giunta patrocinata da V. Speciale. Eleonora chiede di essere decapitata in quanto nobile.

Vincenzo Cuoco ci offre gli ultimi istanti di Eleonora: “Prima di avviarsi al patibolo volle bere il suo caffè, e sorgendo dalla sua sedia le sue parole furono: forsan haec olim meminisse juvabit” (“Forse un giorno ci farà piacere ricordare anche queste cose”). La donna sale sul patibolo posto in Piazza Mercato, si lega bene il vestito scuro alle gambe per evitare che i popolani ne approfittassero nel vederla da sotto, poi viene impiccata il 20 agosto 1799.

Sitografia:
– http://www.treccani.it/enciclopedia/fonseca-pimentel-eleonora-de_(Dizionario-Biografico)/

Bibliografia:
– Vincenzo Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, Tipografia milanese, Milano, 1801
– Maria Rosaria Pellizzari, Eleonora de Fonseca Pimentel: morire per la rivoluzione, <>, 2008
– Elena Urgnani, La vicenda letteraria e politica di Eleonora de Fonseca Pimentel, La città del sole, 1998

Letizia De Martino, a soli 27 anni divenne la prima donna giudice d’Italia. Correva l’anno 1964.

Sposata con il maggiore Saro Ferone e madre di due bimbi piccolissimi, trovò il tempo di studiare e prepararsi all’esame di concorso per la Magistratura, arrivata seconda e superata di poco dal primo ammesso. Letizia De Martino è tra le otto donne che superarono nel ’64 il primo concorso in magistratura non riservato a soli uomini.

Il 9 febbraio 1963 fu una data storica fondamentale per l’ingresso delle donne in magistratura: ci sono voluti quindici anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione per avere l’affermazione del principio di uguaglianza fra i sessi nell’accesso in magistratura, prima di quel giorno le donne erano completamente escluse da tutti gli uffici pubblici che implicavano l’esercizio di diritti e di potestà politiche. La proposta venne approvata con la legge 9 febbraio 1963 n. 66 che sancì l’Ammissione della donna ai pubblici uffici ed alle libere professioni.

Il primo concorso aperto anche alle donne venne bandito il 3 maggio 1963 e fu vinto da otto donne e le prime donne magistrato entrarono in servizio il 5 aprile 1965. Tra queste c’era anche la napoletana Letizia De Martino, che arrivò seconda al concorso dopo un uomo.

Ma l’entrata delle donne in magistratura non fu subito facile e ben accolta: le nuove magistrate dovettero affrontare un clima di ostilità e pregiudizi, la donna poteva votare (ed era già un gran traguardo per l’epoca), poteva educare ma non giudicare, soprattutto uomini.

Il pretore di Napoli – raccontò Letizia De Martino in un’intervista a Radio Radicale (5 novembre 2005) – voleva assegnarmi all’ufficio civile e di fronte alla mia richiesta di essere assegnata al settore penale cercò di dissuadermi perché aveva un carico di lavoro molto pesante“. “Ho dovuto fare delle scelte perché ero sposata e avevo dei figli e chiesi di essere assegnata in Pretura, con orari più normali“, affermò.

Nel settembre del 2000 ha riposto per sempre la toga nell’armadietto, dopo 36 anni di servizio trascorsi in pretura, poi in tribunale ed infine in corte d’appello.

Fonti:

www.donnemagistrato.it
iltirreno.it (del 20 settembre 2000)
radioradicale.it

Le donne, da sempre, hanno avuto un ruolo importante nella storia del capoluogo campano, tra vicende politiche e imprese rivoluzionarie. Donne che hanno cambiato in meglio Napoli, lottando con ogni mezzo per ciò che amavano, arrivando anche a morire, lasciando un impronta che sarà ricordata per sempre. Quale momento migliore, se non l’8 marzo, per raccontare la storia delle più grandi donne napoletane.

Maria Lorenza Longo

Maria Lorenza Longo è nota per essere la prima donna che fondò un ospedale a Napoli, nel 1522: L’Ospedale degli Incurabili. Nata a Lleida nel 1463, Maria seguì suo marito a Napoli, che, però, poco dopo morì, lasciandola vedova e con figli a carico. L’avvelenamento di una serva causò un’artrite reumatoide alla donna, che, essendo molto religiosa,  si recò in pellegrinaggio al santuario della Santa Casa di Loreto, ad Ancona, promettendo di creare un ospedale, se fosse guarita. Recuperando presto la salute, per grazia ricevuta, Maria entrò a far parte del Terz’ordine di San Francesco. In seguito, tornò a Napoli, ma come governante di Maria de Cardona, contessa di Avellino e conobbe, nel capoluogo partenopeo, persone potenti che l’aiutarono a costruire il suo sogno: l’Ospedale degli Incurabili, che offriva servizi per tutti i tipi di malati. Per “Incurabili”, Maria indicava le persone che non avevano nessuna opportunità di provvedere alle proprie cure mediche in casa. Oggi, l’ospedale è ancora attivo e si trova nei pressi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Eleonora Pimentel Fonseca

Eleonora Pimentel Fonseca, era di origini portoghesi, ma nacque a Roma il 13 gennaio 1752, passando la sua vita a Napoli. Giornalista, politica e grande rivoluzionaria, ricordata per il suo coinvolgimento nelle rivolte per la creazione della Repubblica Napoletana, negli anni tra il 1792 e 1798. Bella, intelligente, amante del sapere, Eleonora riuscì, altresì, ad attirare l’attenzione di Voltaire. Il drammaturgo le dedicò, infatti, un sonetto: “Beau rossignol de la belle Italie”. Organizzatrice di incontri segreti, volti a parlare del Moniteur Universel, quotidiano di carattere politico, di carattere propagandistico. Inoltre, Eleonora ospitò Annibale Giordano nella sua dimora, discutibile rivoluzionario italiano che la tradì, denunciandola alla polizia borbonica. Nell’abitazione della giornalista furono trovate delle copie dell’Encyclopedie, vasta enciclopedia in lingua francese. Nella suddetta opera, infatti, venivano ripresi valori dell’illuminismo, che potevano incidere, quindi, sul pensiero della gente di quel tempo. Arrestata e rilasciata nel 1799, aiutò i francesi ad entrare a Napoli e cooperò con  i napoletani per occupare Castel Sant’Elmo. Non solo, rivoluzionaria, ma anche scrittrice. Eleonora sarà ricordata dalla storia per aver scritto un inno alla libertà per la Repubblica Partenopea, sempre, nel 1799. Divenuta, nello stesso periodo, direttrice del giornale Monitore Napoletano, nei suoi articoli voleva diffondere lo spirito repubblicano, democratico, perso con i Borboni. Ma, i reali riuscirono a rovesciare la Repubblica nel giugno del 1799 e a restaurare la Monarchia. L’inimicizia tra i Borboni ed Eleonora portò alla condanna a morte di quest’ultima. La donna, allora quarantasettenne, venne impiccata il 20 agosto 1799, in Piazza Mercato.

Matilde Serao

Giornalista e scrittrice, Matilde Serao nacque a Patrasso, in Grecia, il 14 marzo 1856. Con la fine della dinastia borbonica, Matilde, insieme alla sua famiglia, ritorna a Napoli. Già in tenera età, questa donna, dimostra la sua bravura nell’arte della scrittura. Matilde, infatti, fu la prima donna fondatrice e direttrice di un giornale, insieme al suo primo marito Edoardo Scarfoglio. I due coniugi istituirono Il Mattino. Il suo talento fu riconosciuto anche da Gabriele D’Annunzio, che collaborò al giornale, insieme a Giosuè Carducci e Francesco Saverio Nitti. Le doti di Matilde fecero del Mattino, il giornale più importante da mezzogiorno. Ma, il tradimento del marito, porta al divorzio e alla chiusura del quotidiano. Questo fallimento non ferma la nostra eroina che fondò, in seguito, il giornale “Il giorno”, questa volta, insieme al suo nuovo compagno Giuseppe Natale, avvocato e giornalista. Altresì, Matilde Serrao è autrice di romanzi e novelle. Il più famoso libro della Serrao è “Il Ventre di Napoli”. La giornalista ha sempre amato la città partenopea, scrivendo questo diario di viaggio, in cui dona al lettore la sua percezione della cultura e delle tradizioni napoletane. L’icona del giornalismo napoletano morì il 25 luglio 1927, facendo ciò che amava: scrivere.

Sophia Loren

Sofia Villani Scicolone, in arte Sophia Loren, è una delle più celebri attrici della storia del cinema. La diva, oggi ottantaquattrenne, è nata a Roma il 20 settembre 1934, passando la sua infanzia, fino ai 14 anni, a Pozzuoli. Come molte star, Sofia Loren ha cominciato dai concorsi di bellezza. La svolta nella sua vita è stata l’incontro del famoso produttore Carlo Ponti nel 1952. Una storia travagliata: i due vissero lontano dal bel paese, per attenuare gli scandali, dovuti al matrimonio di Conti. La Loren venne presto venerata dal mondo dello spettacolo, per le sue curve mediterranee, diventate, oggi, simbolo della sensualità mediterranea e per le sue grandi doti recitative. Infatti, il grande Vittorio De Sica, nel 1954, la scelse per il ruolo di pizzaiola nel film “L’Oro di Napoli”. Da lì, i successi per Sophia Loren furono tantissimi. Con il film “Orchidea Nera”, diretto da Martin Ritt, vinse la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. Il drammatico ruolo di Cesira nella pellicola “La Ciocara”, del 1960, le conferì, poi, l’Oscar. Il premio ambito, vinto a 28 anni, è il primo dato ad un’attrice di un film non in lingua inglese. La talentuosa bravura ha portato la star ha recitare fianco a fianco a Marcello Mastroianni, Richard Burton e, perfino, Marlon Brando. La sua veracità napoletana ha colpito tutto il mondo, facendola vincere, nel 1991, anche un Oscar alla carriera. Oggi, un idolo per le donne e un modello di bellezza sano da seguire, ancora, dopo anni.

Le storie raccontante sono di donne, che senza nessun compagno affianco, hanno fatto la storia di Napoli. Donne che hanno abbattuto gli stereotipi maschilisti del nostro tempo.“Date alle donne occasioni adeguate ed esse possono far tutto”, scrisse Oscar Wilde.

Napoli – L’avvocato Hillary Sedu è stato eletto nel comitato pari opportunità del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli. Si tratta del primo consigliere di colore ed ha ricevuto ben 800 voti. Ma chi è Hillary Sedu? Cosa l’ha portato in Italia? Come è arrivato alla toga di avvocato?

Nella primissima infanzia la sua storia non è diversa da quella di tanti bambini che troppo spesso vediamo su giornali e telegiornali. Hillary è nato in Nigeria ed è stato costretto a lasciare il suo paese per sfuggire alla fame. Arrivato in Italia insieme alla madre si è sentito subito fiero di essere diventato italiano e non ha mai accettato di essere definito “straniero”.

Come tanti giovani il suo sogno era diventare calciatore ed a Castel Volturno, luogo in cui viveva, iniziò a tirare i primi calci ad un pallone. A 13 anni il suo talento venne notato dalla Salernitana che lo scelse come difensore. Da lì iniziò una brillante, seppur breve, carriera sportiva: Hillary giocò in serie D per il Mazara e l’Orvietana ed in C2 per l’Igea Virtus, passando anche per un periodo alla Turris.

Il sogno, però, venne spezzato da un duro infortunio al ginocchio. Cinque operazioni che rendevano impossibile una carriera come calciatore professionista. Il ragazzo non si lasciò scoraggiare e con la forza di volontà che contraddistingue chi nella vita ha davvero sofferto decise di appendere le scarpette al chiodo e lottare per indossare la toga.

Si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza ed ottenne la laurea brillantemente nel 2013, macinando esami. La cultura è stata la sua rivalsa, il modo per affermare avanti a tutti di essere italiano e di essere un membro valido del suo paese. Come lui stesso ha affermato: “La mia è una battaglia: è la cultura che deve permettere a un immigrato, anche se ha la pelle di colore diverso, di diventare italiano. Non un Governo…”.

Oggi Hillary è un giovane avvocato di 32 anni, ma non ha accantonato la voglia di lottare. Indossando la toga difende i diritti essenziali come la salute e la cittadinanza, è diventato uno dei più grandi sostenitori dello Ius Culturae, che prevede la cittadinanza per gli immigrati che completano gli studi.

Nonostante il suo passato non rinuncia ad essere duro contro chi approfitta dell’ospitalità: “Alcuni bivaccano per 14 ore al giorno perché non ci sono obblighi nei centri di accoglienza, come per esempio quello di frequentare corsi linguistici. – aggiunge, però – La colpa però non è solo loro: spesso non hanno alcun servizio e quindi diventano prede della criminalità.”

Le sue battaglie in Tribunale e nella vita, la speranza che trasmette, la competenza con cui si destreggia nel diritto gli sono valsi una delle cariche più prestigiose del foro napoletano, con la speranza che si tratti dell’ennesimo trampolino di lancio per puntare sempre più in alto.

Napoli – Poche interpreti hanno rappresentato Napoli ed il suo teatro come Luisa Conte. Nella sua lunga carriera ha lavorato con gli artisti più illustri, primo fra tutti Eduardo De Filippo, ed ha interpretato i ruoli più iconici delle nostre scene. Una donna che ha dedicato tutta la sua vita all’arte e che si è sempre battuta per dare lustro e riconoscimento alla nostra città.

Nacque a Napoli il 27 aprile del 1925 da Alberto Conte, figlio di una ballerina del San Carlo, e Francesca Malleo. La famiglia versava in condizioni economiche precarie e la piccola Luisa doveva aiutare in casa e con il lavoro per tirare avanti. A quattordici anni iniziò la sua carriera di attrice con la compagnia Cafiero-Fumo: il fratello della madre, Fiorante Malleo, era marito della nota attrice Nunzia Fumo.

La svolta nella vita di Luisa Conte arrivò pochi mesi dopo con l’incontro con Nino Veglia, attore e produttore, che la portò in tournée in Sud America. Il sodalizio con Veglia si trasformò presto in amore e, 8 anni dopo, in matrimonio. L’esperienza oltreoceano rese noto a tutti il talento di Luisa e la giovane venne notata da Eduardo De Filippo. Dopo averla scritturata, il maestro del teatro napoletano le insegnò tutto ciò che occorreva per perfezionare il suo, già enorme, talento.

In scena con Eduardo fu Bettina in “Miseria e Nobiltà” e ricoprì il ruolo di protagonista femminile in “Non ti pago”, “La grande magia” e “Le voci di dentro”. Grazie al maestro arrivò anche in televisione con lo sceneggiato televisivo “Peppino Girella”. Ma Eduardo non fu l’unico drammaturgo a cui Luisa prestò volto e voce: in scena interpretò ruoli di Eduardo Scarpetta, Antonino Petito e Luigi Pirandello.

Nel 1958 iniziò il sodalizio artistico fra Luisa Conte e Nino Taranto. Inseme a lui, agli inizi degli anni ’80, ripropose le antiche commedie dialettali napoletane come “‘A morte ‘e Carnevale” di Raffaele Viviani, poi trasmesso anche in TV. Intanto, negli anni ’60 si era battuta insieme al marito per la ristrutturazione del Teatro Sannazzaro di Napoli, da tempo distrutto dall’incuria. Quel luogo divenne il suo tempio, il palco dove si esibì con gli attori più in vista del momento, fino alla fine dei suoi giorni.

Malata di cuore, Luisa Conte si spense nella sua casa a Napoli il 30 gennaio del 1994, a 69 anni, mentre ancora lavorava e preparava spettacoli e progetti per la sua città. Oggi riposa in una cappella gentilizia nel cimitero di Poggioreale.

Fonte: “Luisa Conte – Vita d’attrice”, Gioconda Marinelli

Michele Arcangelo Pezza, detto Fra Diavolo, è stato un brigante ed un militare al servizio di re Ferdinando IV di Napoli. Divenne famoso per aver preso parte alle insorgenze dei movimenti legittimisti sanfedisti e per aver dato vita ad azioni di resistenza antifrancese.

Nacque ad Itri, paese dell’allora provincia di Terra di Lavoro, il 7 aprile del 1771. All’età di cinque anni si ammalò gravemente e, vista l’inefficacia delle cure, la madre decise di fare un voto a San Francesco di Paola. Il bambino avrebbe portato il saio fino a quando la veste non si sarebbe consumata, fu così che iniziò ad essere chiamato “Fra Michele”.

Vista la sua reticenza verso lo studio venne apostrofato dal canonico della sua parrocchia come “Fra Diavolo”. Abbandonati i libri venne mandato dal mastro sellaio del paese, Eleuterio Agresti, per imparare un mestiere.

Durante una discussione tra i due, Michele si macchiò di duplice omicidio in quanto uccise sia Eleuterio che il fratello dell’artigiano. Fu così che iniziò per lui un periodo di vagabondaggio terminato con la presentazione di una domanda presso l’esercito borbonico intento ad affrontare la Grande Armée che, dopo aver invaso il nord Italia, si apprestava a marciare verso Napoli.

La richiesta di Michele venne accolta e la pena per le sue colpe fu commutata in tredici anni di servizio militare. All’inizio del 1798 si arruolò come soldato nel corpo di fucilieri della fanteria borbonica. Nel contingente che il 28 novembre 1798 conquistò Roma, per ordine di Ferdinando IV, figurava anche Fra Diavolo.

Ritiratosi nel suo paese natio, il Pezza decise di assaltare le truppe francesi che erano solite transitare sulla via Appia da lui ottimamente conosciuta. Arrivò alla piazzaforte di Gaeta, dalla quale voleva guidare una poderosa controffensiva ai danni dei francesi, ma quando apprese che il colonello Tschudy si era già arreso, si ritirò ad Itri partecipò a tutti i tentativi di sommossa antifrancese, ottenendo il controllo totale sulle vie di comunicazione tra Napoli e Roma e dominando in maniera diretta i territori tra Gaeta e Capua.

Le sue azioni furono elogiate anche dagli Inglesi e quando si formò la Seconda coalizione antifrancese, decisa a muovere assedio alla fortezza di Gaeta, la sua massa di uomini venne riconosciuta come parte integrante dell’esercito borbonico mentre lui veniva nominato capitano dal re in persona.

Dopo tre mesi d’assedio i Francesi capitolarono e abbandonarono Gaeta, l’apporto del Pezza e dei suoi uomini si rivelò decisivo. Agli inizi del 1800 rientrò nel suo paese d’origine col titolo di Comandante Generale del dipartimento di Itri.

Nel 1806 Napoleone riportò una vittoria decisiva sulla Quarta Coalizione e decise di dichiarare guerra al Regno di Napoli. Fra Diavolo rispose prontamente alle esigenze difensive del proprio paese. Dopo poco però ricevette un’ordinanza nella quale gli veniva imposto di non opporre nessuna resistenza contro l’armata francese, dopo pochi giorni Giuseppe Bonaparte venne incoronato re di Napoli.

Fra Diavolo ovviamente disobbedì all’ordinanza, ritornò alla fortezza di Gaeta dove diede vita a nuove scorribande contro l’esercito francese. Venne chiamato dal re a Palermo dove fu dichiarato luogotenente di una nuova spedizione che avrebbe dovuto calcare le orme dell’impresa sanfedista del 1799. Nella risalita della Calabria verso Napoli, furono numerosi i successi del Pezza ma nel momento decisivo venne richiamato a Palermo, lasciando i suoi uomini privi di una guida e quindi facili prede dei Francesi.

Fu ricompensato col titolo di Duca di Cassano, ma non poteva essere soddisfatto della situazione in quanto i Francesi erano riusciti a sedare le rivolte. Non contento fece l’ennesimo appello alle masse popolari per un nuovo tentativo di resistenza.

Si barricò a Sora con 500 uomini, dopo tre giorni la città era circondata, ma Fra Diavolo riuscì a fuggire sulle Montagne di Miranda divenendo il ricercato numero uno di tutto il Regno di Napoli. La caccia all’uomo durò 15 giorni. Sfinito, con un numero decrescente di uomini e pochissime risorse, Fra Diavolo venne infine catturato a Baronissi, condotto in prigione a Napoli e condannato a morte dal Tribunale straordinario.

Fu impiccato l’11 novembre del 1806, in piazza del Mercato, vestito con l’uniforme di brigadiere dell’esercito borbonico. Non appena la Real Famiglia venne informata della sua morte celebrò, nella Cattedrale di Palermo, il funerale di quell’uomo che aveva dedicato e sacrificato la propria vita per la sua patria e per la dinastia borbonica.

Fonti:
– Francesco Barra, Michele Pezza detto Fra Diavolo. Vita avventure e morte di un guerrigliero dell’800 e sue memorie inedite.
– Pino Pecchia, Il Colonnello Michele Pezza (frà Diavolo). Protagonista dell’Insorgenza in Ciociaria e Terra di Lavoro. 1798-1806.
– Roberto Giardina, La leggenda di Fra Diavolo: l’avventurosa storia del brigante buono.

Francesco Rosi a Parigi sul set del film “Carmen”. Fonte: https://www.nytimes.com/2015/01/13/movies/francesco-rosi-giant-of-italian-cinema-dies-at-92-.html

Il grande regista nasce il 15 novembre 1922 a Napoli nel rione di Montecalvario, da madre napoletana e padre calabrese. Francesco Rosi è stato un uomo pieno di energia, durante gli anni del fascismo s’iscrive a giurisprudenza alla “Federico II” di Napoli, ma non si laureerà, lavora per diverse mittenti radiofoniche, collabora con alcune redazioni, entra in una compagnia teatrale e diventa assistente di teatro con Ettore Giannini per 2 anni. Il suo sogno, però, è diventare un regista.

Prepara un saggio dei Malavoglia di Verga per accedere al Centro sperimentale di cinematografia. Qui, grazie all’intermediazione dei suoi amici conosce uno dei padri del neorealismo italiano: Luchino Visconti. Quest’ultimo lo assume come aiuto regista nel film La terra trema” (1947).

Visconti è stato per Rosi un grande mentore, a proposito della sua esperienza nei panni di aiuto regista riporto le sue parole prese da un’intervista:

Visconti è stato un grandissimo maestro … in questa meravigliosa esperienza (La terra trema) … per me è stato come fare scienze sperimentale, l’università, avere 2 o 3 lauree…”.

Inizia così la sua lunga attività di aiuto regista, collabora nuovamente con Luchino Visconti e altri come Vittorio Gassman, Goffredo Alessandrini e il già citato Ettore Giannini.

Esordisce con il suo primo lungometraggio, La sfida” (1958). Il film è ambientato a Napoli, i protagonisti sono persone comuni, povere, che subiscono la povertà materiale dell’immediato dopoguerra, e quindi si dedicano ad attività illecite sempre più redditizie.

L’immagine è tratta dal film La sfida. Fonte: https://quinlan.it/upload/images/2013/05/la-sfida-1958-francesco-rosi-05.jpg

Negli anni ’60 determina una vera svolta nell’ambito della cinematografia, è il primo a occuparsi del cinema d’inchiesta, gira il film Salvatore Giuliano” (1962), si tratta di un bandito siciliano che opera tra gli anni 30 – 40 del ‘900 nella Sicilia occidentale. Dirige diverse attività con la sua banda, fa azioni criminose e terroristiche, oltre a essere uno dei massimi promotori dell’EVIS, cioè favorevole all’indipendenza della Sicilia dall’Italia. Il regista descrive con minuzia l’esperienza del bandito attraverso dei flashback senza rispettare un ordine cronologico dei fatti. Ottiene due premiazioni, rispettivamente l’Orso d’argento al Festival di Berlino e il Nastro d’argento come miglior regista. Il film d’inchiesta Le mani sulla città” esce nelle sale cinematografiche l’anno seguente, il regista descrive la speculazione edilizia a Napoli che nasce in un sodalizio tra malavitosi e alti organi dello Stato. Il regista viene premiato con un Leone d’Oro al Festival, e candidato a due Nastri d’argento come miglior regista e miglior soggetto scritto.  Alcuni anni dopo gira Uomini contro” (1970), tratta della Grande Guerra degli italiani, i protagonisti sono soldati che hanno ingiustamente sacrificato la propria vita per mezzo degli ordini di generali negligenti.

Un altro film di grande rilievo che gli fa ottenere la Palma d’Oro èIl caso Mattei” (1972). Enrico Mattei è stato vicepresidente dell’Agip, poi presidente dell’Eni e deputato della Dc, muore a causa di un incidente aereo, tuttavia non sono mai state chiarite le cause dell’incidente. Il regista ripercorre tutta la vita di Enrico Mattei, si avvale di due giornalisti, ossia Nelio Minuzzo e Tito Di Stefano, direttore dell’ufficio stampa dell’Eni. Il fine è divulgare il profilo di questo personaggio al grande pubblico. Ripeto alcune parole prese dal regista in un’altra intervista:

La maggior parte della gente non sapeva chi fosse Mattei e per quale motivo fosse così noto internazionalmente, cioè quale fosse la sua strategia per assicurare l’energia, e quindi il petrolio all’Italia. Ora, di Petrolio Mattei non ne trovò molto in Italia ne trovò poco, ma trovò molto metano e da questa disponibilità è nata la possibilità delle industrie italiane di avere a disposizione l’energia per poter praticamente produrre. L’altra cosa importantissima è stata quella di pensare che i Paesi produttori di energia, quindi di petrolio o metano, fossero messi direttamente in contatto con i Paesi consumatori. Questa è stata la grande invenzione di Mattei. Naturalmente questo dava fastidio a quel pool di società internazionali, che fino ad allora erano stati gli indiscussi padroni della produzione del petrolio … ”.

Seguono tanti altri film: “Lucky Luciano” (1973), “Cadaveri eccellenti” (1975), “Cristo si è fermato a Eboli” (1979), “Tre fratelli” (1981), “Carmen” (1984), “Cronaca di una morte annunciata” (1987), “Dimenticare Palermo” (1990). Napoli ricompare nel cortometraggio 12 autori per 12 città” (1990), ossia 12 importanti registi presentano 12 mirabili città italiane in onore della Coppa del mondo di Calcio, Francesco Rosi presenta la sua città, Napoli. Questa è protagonista anche nel film – inchiestaDiario napoletano” (1992), il regista cammina per le strade di Napoli scrutando la delinquenza giovanile e i risultati del mercato della droga. Vede nella città un mix tra scoraggiamento e una speranza rivolta al futuro nel restituire il suo bel volto.

Rosi riceve un David di Donatello per il film La tregua” (1997), ispirato al romanzo di Primo Levi. I protagonisti sono degli italiani scampati dai forni crematori di Auschwitz che ritornano alle proprie case. Negli anni 2000 si occupa nell’ambito della regia teatrale, il 12 maggio 2012 ottiene il Leone d’oro alla carriera alla Biennale di Venezia.

Il regista napoletano si spegne all’età di 95 anni a Roma, il 10 gennaio 2015.

 

Sitografia:

http://anpi.it/media/uploads/patria/2015/34-36_DARBELA_n.1-2_2015.pdf

https://www.artribune.com/television/2015/01/francesco-rosi-lo-sguardo-severo-e-appassionato-di-un-cineasta/

http://www.treccani.it/enciclopedia/enrico-mattei/

http://www.treccani.it/enciclopedia/salvatore-giuliano/

http://www.mymovies.it/biografia/?r=2385

Autoritratto, Mattia Preti (1696), Galleria degli Uffizi

Non conosciamo molto della vita del pittore, alcuni dettagli sono discordanti tra studiosi. Sappiamo la sua provenienza sociale, un uomo di origine nobile terzo di 6 figli di Cesare Preti e Innocenza Schipani, e nasce a Taverna in Calabria nel mese di febbraio del 1613. Mattia Preti lascia un vasto repertorio artistico nella città di Napoli, in questo posto ha dato il meglio di sé tanto da essere considerato uno dei migliori esponenti della pittura napoletana barocca, le sue opere hanno ispirato artisti come Luca Giordano e Francesco Solimena.

All’età giovanile, si dedica agli studi umanistici nella sua città natia, mentre dal punto di vista artistico non si esclude l’ipotesi che avesse fatto praticantato a Napoli intorno ai 17 anni, il viaggio può essere possibile perché recatosi dallo zio. Inizia ad approfondire il proprio bagaglio di conoscenze durante gli anni trascorsi a Roma, quando viene educato allo studio di diverse discipline dal fratello maggiore Gregorio, anche lui pittore. Il soggiorno romano diventa proficuo dal punto di vista artistico e non, realizza opere di alto spessore e fa parte dell’Ordine gerosolimitano per mezzo di papa Urbano VIII. La sua fama di pittore va oltre le mura romane, opera probabilmente all’estero e in alcuni luoghi Italia, tra cui Napoli dal 1653 al 1659.

Nella città partenopea ha modo di conoscere Luca Giordano, inoltre viene commissionato dai padri soriani per realizzare un affresco sulla cupola nella chiesa di San Domenico. Oggi l’affresco non c’è più, per dare giustizia all’opera riprendo le parole del testo seicentesco “Notizie della vita del Cavaliere Fra Mattia Preti”di Bernardo de’ Dominici:

“ … Rappresentandovi Nostro Signore, che con la Beata Vergine, la Maddalena, e S. Caterina, ed altri Santi portano l’immagine di S. Domenico, e nel più basso recinto vari angeli, che appoggiati a balaustrate addobbate di ricchi drappi suonano, e contano in diverse bellissime attitudini, assai proprie e naturali, siccome intorno alla cupola sono molti Santi dipinti nudi, situati in difficili, ma graziose maniere, e disegnati eccellentemente, e sono anche ammirabili alcuni vecchi santi ivi dipinti…”.

Le sue abilità non sono circoscritte all’arte, ma è anche abile con la spada, ci sono diversi aneddoti narrati nel testo in cui si evidenzia quanto scritto. Un duello gli costa il carcere, proprio a Napoli, durante il periodo della peste nel 1656. In questo periodo, il viceré invia un’ordinanza secondo la quale nessuno avrebbe dovuto oltrepassare le porte cittadine. Da come s’intuisce dal libro, il pittore si trova all’esterno delle mura della città, ebbene la sua inottemperanza a varcare una delle porte lo porta a un battibecco con una delle guardie. Il battibecco si trasforma in duello, il pittore uccide la guardia e ciò gli costa il carcere, tuttavia la fama che lo contraddistingue nell’arte diventa mezzo per essere scagionato a patto che dipingesse gratuitamente le porte della città. I protagonisti delle porte sono Gesù Bambino e la Madonna venerati dai santi per porre fine alla peste a Napoli.

Il primo dipinto è di Porta Capuana, dov’è rappresentato San Gennaro con Sant’Agnello Abate, San Michele Arcangelo e San Rocco, questi santi pregano alla SS. Vergine affinché plachi l’epidemia in atto. Nella parte inferiore ci sono molti carretti sui quali sono posti i cadaveri destinati alla sepoltura.

La Porta dello Spirito Santo presenta nella parte interna la statua di bronzo dedicata a San Gaetano, al di fuori è posto il quadro della Vergine con San Gaetano insieme con altri santi che pregano il Redentore. Un angelo ripone nella guaina la spada, mentre in basso sono rappresentati i cadaveri degli appestati. Sopra le scale del tempio giace una donna morta con suo figlio che succhia il latte dalle sue fredde mammelle, inoltre c’è un uomo nudo che trascina un cadavere con una corda.

Sulla Porta di Costantinopoli è impressa la Vergine in piedi con il Bambinello, vicino c’è San Gaetano con San Gennaro che pregano alla Vergine per ottenere dal Bambinello la fine del morbo. In basso sono raffigurati i morti appestati e i sopravvissuti.

La Porta Nolana presenta la Vergine con Bambino, vicino vi sono diversi santi (San Gennaro, San Francesco Saverio, Santa Rosalia), che mostrino al Redentore i cadaveri degli appestati e i pochi cittadini rimasti in vita.

Sulla Porta di San Gennaro è disegnata la Vergine Maria con il Bambino in braccio circondati da angeli. San Gennaro offre il suo sangue per concedere la grazia al suo popolo e San Francesco Saverio è posto in ginocchio. La peste è espressa in una donna nuda che si morde le mani e sta seduta sulle scale .

Su Porta Chiaia è raffigurata la Madonna con Gesù Bambino in braccio, ai lati c’è San Gennaro, San Gaetano e San Francesco, fa da sfondo un gran numero di angioletti e putti. Ai piedi non c’è alcun lugubre spettacolo, poiché quel luogo non è più afflitto dalla malattia.

Contrariamente da Chiaia, la Porta del Carmine (luogo abitato da tanti popolani) presenta figure atroci, una moltitudine di corpi morti mentre i vivi piangono tra la mole di cadaveri.

Oggi, i dipinti sono andati tutti perduti, salvo quello presente sulla Porta di San Gennaro su cui è stato fatto un restauro nel 1997.

Napoli. Porta San Gennaro

Il pittore realizza altre opere d’arte a sfondo sacro per diversi soggetti laici e religiosi a Napoli e dintorni, per maggiori approfondimenti rimando alla lettura del sopraddetto testo. Negli anni a seguire si sposta tra Italia e Malta, non manca un ritorno a Napoli. Secondo Bernardo de’ Dominici, Mattia Preti ha una certa dimestichezza anche nell’ambito dell’architettura, a proposito di un’azione di ristrutturazione della cattedrale della città La Valletta, e una costruzione sferica destinata alla chiesa di Sarria a Floriana. Mattia Preti trascorre i suoi ultimi anni di vita a Malta, poiché chiamato dal Gran Maestro dell’Ordine di Malta, muore il 3 gennaio del 1699.

Bibliografia:

Bernardo de’ Dominici, Notizie della vita del Cavaliere Fra Mattia preti,Malta, Zefirino Micallef, 1864

Sitografia:

http://www.treccani.it/enciclopedia/preti-mattia-detto-il-cavalier-calabrese_%28Dizionario-Biografico%29/

Cesare Rosaroll

Cesare Rosaroll-Scorza nacque il 28 novembre del 1809 a Roma. Suo padre era Giuseppe Rosaroll, generale napoletano dell’esercito del Regno delle Due Sicilie. Nel 1820 Giuseppe si unì alla rivolta scoppiata a Napoli affinché i Borbone concedessero una costituzione. Quando i tumulti vennero soppressi, il generale fu costretto all’esilio. Prima si diresse in Spagna, poi partecipò alla rivoluzione in Grecia, morendo in combattimento nel 1825.

Cesare seguì il padre durante gli anni di esilio e, dopo la sua morte, tornò a Napoli. Nel 1830 entrò nell’esercito borbonico come soldato semplice di cavalleria. Tuttavia, il giovane aveva fatto proprie le idee che avevano portato il padre alla rivolta ed all’esilio. Nel 1833, infatti, ordì una congiura contro il re Ferdinando II insieme al caporale Vito Romano ed al tenente Francesco Angelotti.

Luigi Settembrini, nel libro “Ricordanze della mia vita”, racconta dettagliatamente di questo complotto e della sua tragica conclusione. Il piano era quello di assassinare il re durante una rassegna affinché gli succedesse suo fratello, il principe di Capua, che avrebbe concesso la tanto agognata Costituzione. Gli unici che avrebbero dovuto conoscere i dettagli erano i tre congiurati, ma il sergente Paolillo origliò una conversazione fra Rosaroll e Romano e li denunciò.

Una volta smascherati, i due decisero di togliersi la vita l’un l’altro per evitare torture ed il disonore del carcere: il colpo di Cesare uccise sul colpo Vito, ma lui, invece, venne solo ferito dall’amico morente. Lui ed Angelotti vennero catturati e condannati a morte, ma le drammatiche preghiere dei due sul patibolo convinsero il re a risparmiare loro la vita ed a mandarli in carcere. Nel 1839, Angelotti venne ucciso mentre tentava di fuggire dal bagno di Procida.

Rosaroll fu più fortunato. Nel 1848, infatti, Ferdinando II concesse finalmente la Costituzione e fece formare un governo con a capo Carlo Troya, famoso per la sua avversione alla monarchia. Tutti quelli condannati fino a quel momento ricevettero l’amnistia e Cesare tornò ad essere un uomo libero. Il nuovo governo decise subito di fornire aiuto in Lombardia, dove le truppe piemontesi combattevano con gli austriaci in quella che verrà ricordata come la prima guerra d’indipendenza italiana.

Rosaroll fu fra i 15.000 uomini inviati da Napoli al comando del generale Guglielmo Pepe. Ferdinando II non accettò a lungo la monarchia costituzionale e, quando il Parlamento votò l’abolizione della monarchia, cancellò la Costituzione che aveva sottoscritto e dichiarò il tradimento del governo. Il 31 luglio del 1848 l’esercito borbonico inviato in Lombardia venne richiamato a Napoli, ma molti militari disobbedirono e continuarono a lottare.

Fra questi ultimi c’erano Cesare Rosaroll e persino il generale Pepe. Con un gruppo di volontari marciarono su Venezia, assediata dalle truppe asburgiche. Cesare trovò la morte in questo suo atto eroico, venendo ferito a morte presso Maghera il 27 giugno del 1849.

Oggi, a Cesare Rosaroll è dedicata una strada che collega Porta Capuana con via Foria. La scelta di intitolare una importante via del centro di Napoli a questo personaggio storico si inserisce nel progetto toponomastico, avviato dopo l’Unità d’Italia, di onorare chi si era opposto alla monarchia borbonica, spesso però cancellando denominazioni storiche che raccontavano secoli di vita della città.

Fonti:
– Luigi Settembrini, “Ricordanze della mia vita”

Napoli – Le sue canzoni non sono, probabilmente, da annoverare fra le opere migliori della musica napoletana, ma non c’è napoletano che non le conosca e non le sappia canticchiare. Nino D’Angelo, che si ami o si odi, resta il simbolo di una generazione con il suo caschetto biondo e sicuramente merita di essere incluso fra gli artisti che hanno fatto la storia della nostra terra.

Gaetano D’Angelo nacque il 21 giugno del 1957 a San Pietro a Patierno, nella periferia nord di Napoli, in una famiglia con gravi problemi economici: primogenito di sei figli, con un padre operaio ed una madre casalinga. Questa situazione non facile lo costrinse ad abbandonare giovanissimo la scuola ed a trovarsi un lavoro: di giorno era gelataio alla Stazione Garibaldi, di sera cantava ai matrimoni sfruttando il suo innato talento. Fu proprio questo a salvarlo dalla miseria.

Dopo aver partecipato ad alcune manifestazioni canore riscuotendo un ampio successo, nel 1976 pubblicò il suo primo 45′ giri utilizzando i risparmi della famiglia. “‘A Storia Mia (‘O scippo)”, questo il brano, divenne presto un album ed iniziò a circolare non solo per Napoli, ma in tutto il Meridione. Nel 1979 sposò, a soli 22 anni, Annamaria Gallo, dalla quale ebbe presto i figli Antonio e Vincenzo. Nello stesso anno iniziò anche a lavorare in teatro riproponendo le classiche “sceneggiate” napoletane.

Questo suo nuovo interesse lo portò presto al cinema interpretando ben due film con Mario Merola nel 1982: “Tradimento” e “Giuramento”. Il vero successo per Nino D’Angelo, però, arrivò con “Nu jeans e ‘na maglietta”. Al tempo per presentare una canzone, molto spesso, veniva prodotto un film con lo stesso titolo che la utilizzasse come colonna sonora principale. Fu così che venne presentata l’opera più conosciuta dell’artista. Le aspettative erano ben poche, ma “Nu jeans e ‘na maglietta” superò come incassi persino “Flashdance” ed il caschetto biondo di Nino divenne un vero e proprio simbolo.

Da quel momento iniziò il successo nazionale di Nino D’Angelo con tantissimi nuovi album. Nel 1986 debuttò al Festival di Sanremo con “Vai”: la canzone non guadagnò l’apprezzamento della critica, ma l’album “Cantautore” che la conteneva vendette più di quelli di tutti gli altri concorrenti. Fra i successi di questo periodo è sicuramente da annoverare “Napoli”, contenuta nel film “Quel ragazzo della curva B” che divenne presto uno degli inni degli azzurri, ancora oggi molto cantata allo stadio.

Nino D'Angelo

A partire dal 1990, con la morte dei genitori, lo stile di Nino cambiò radicalmente: da interprete di una Napoli scanzonata si concentrò molto di più sulla sfera emotiva, mettendo nelle successive opere un’intimità diversa. Importante in questo periodo fu l’incontro con la regista Roberta Torre, con la quale realizzò il corto “Vita a volo d’angelo“, molto apprezzato al Festival di Venezia, ed il film “Tano da morire” grazie al quale il cantante vinse un David di Donatello e il Nastro d’Argento. Nel 1999 pubblica anche una sua autobiografia “L’ignorante intelligente”.

Dal 2006 al 2010, Antonio Bassolino lo nomina direttore artistico del teatro Trianon Viviani di Napoli, carica che è tornato a ricoprire lo scorso anno. Questa maturità artistica l’ha portato ad interessarsi sempre più alla musica etnica, alla riscoperta dell’antico patrimonio artistico napoletano ed ad una sua riabilitazione. Un lavoro costante che, ancora oggi, con canzoni, opere teatrali e film, Nino D’Angelo porta avanti con la forza che solo un simbolo della musica come lui può offrire.

Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione anche di “terze parti” per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookies. Scopri di più