I figli illustri di Napoli

Tutti i grandi figli illustri di Napoli

Cesare Rosaroll

Cesare Rosaroll-Scorza nacque il 28 novembre del 1809 a Roma. Suo padre era Giuseppe Rosaroll, generale napoletano dell’esercito del Regno delle Due Sicilie. Nel 1820 Giuseppe si unì alla rivolta scoppiata a Napoli affinché i Borbone concedessero una costituzione. Quando i tumulti vennero soppressi, il generale fu costretto all’esilio. Prima si diresse in Spagna, poi partecipò alla rivoluzione in Grecia, morendo in combattimento nel 1825.

Cesare seguì il padre durante gli anni di esilio e, dopo la sua morte, tornò a Napoli. Nel 1830 entrò nell’esercito borbonico come soldato semplice di cavalleria. Tuttavia, il giovane aveva fatto proprie le idee che avevano portato il padre alla rivolta ed all’esilio. Nel 1833, infatti, ordì una congiura contro il re Ferdinando II insieme al caporale Vito Romano ed al tenente Francesco Angelotti.

Luigi Settembrini, nel libro “Ricordanze della mia vita”, racconta dettagliatamente di questo complotto e della sua tragica conclusione. Il piano era quello di assassinare il re durante una rassegna affinché gli succedesse suo fratello, il principe di Capua, che avrebbe concesso la tanto agognata Costituzione. Gli unici che avrebbero dovuto conoscere i dettagli erano i tre congiurati, ma il sergente Paolillo origliò una conversazione fra Rosaroll e Romano e li denunciò.

Una volta smascherati, i due decisero di togliersi la vita l’un l’altro per evitare torture ed il disonore del carcere: il colpo di Cesare uccise sul colpo Vito, ma lui, invece, venne solo ferito dall’amico morente. Lui ed Angelotti vennero catturati e condannati a morte, ma le drammatiche preghiere dei due sul patibolo convinsero il re a risparmiare loro la vita ed a mandarli in carcere. Nel 1839, Angelotti venne ucciso mentre tentava di fuggire dal bagno di Procida.

Rosaroll fu più fortunato. Nel 1848, infatti, Ferdinando II concesse finalmente la Costituzione e fece formare un governo con a capo Carlo Troya, famoso per la sua avversione alla monarchia. Tutti quelli condannati fino a quel momento ricevettero l’amnistia e Cesare tornò ad essere un uomo libero. Il nuovo governo decise subito di fornire aiuto in Lombardia, dove le truppe piemontesi combattevano con gli austriaci in quella che verrà ricordata come la prima guerra d’indipendenza italiana.

Rosaroll fu fra i 15.000 uomini inviati da Napoli al comando del generale Guglielmo Pepe. Ferdinando II non accettò a lungo la monarchia costituzionale e, quando il Parlamento votò l’abolizione della monarchia, cancellò la Costituzione che aveva sottoscritto e dichiarò il tradimento del governo. Il 31 luglio del 1848 l’esercito borbonico inviato in Lombardia venne richiamato a Napoli, ma molti militari disobbedirono e continuarono a lottare.

Fra questi ultimi c’erano Cesare Rosaroll e persino il generale Pepe. Con un gruppo di volontari marciarono su Venezia, assediata dalle truppe asburgiche. Cesare trovò la morte in questo suo atto eroico, venendo ferito a morte presso Maghera il 27 giugno del 1849.

Oggi, a Cesare Rosaroll è dedicata una strada che collega Porta Capuana con via Foria. La scelta di intitolare una importante via del centro di Napoli a questo personaggio storico si inserisce nel progetto toponomastico, avviato dopo l’Unità d’Italia, di onorare chi si era opposto alla monarchia borbonica, spesso però cancellando denominazioni storiche che raccontavano secoli di vita della città.

Fonti:
– Luigi Settembrini, “Ricordanze della mia vita”

Napoli – Le sue canzoni non sono, probabilmente, da annoverare fra le opere migliori della musica napoletana, ma non c’è napoletano che non le conosca e non le sappia canticchiare. Nino D’Angelo, che si ami o si odi, resta il simbolo di una generazione con il suo caschetto biondo e sicuramente merita di essere incluso fra gli artisti che hanno fatto la storia della nostra terra.

Gaetano D’Angelo nacque il 21 giugno del 1957 a San Pietro a Patierno, nella periferia nord di Napoli, in una famiglia con gravi problemi economici: primogenito di sei figli, con un padre operaio ed una madre casalinga. Questa situazione non facile lo costrinse ad abbandonare giovanissimo la scuola ed a trovarsi un lavoro: di giorno era gelataio alla Stazione Garibaldi, di sera cantava ai matrimoni sfruttando il suo innato talento. Fu proprio questo a salvarlo dalla miseria.

Dopo aver partecipato ad alcune manifestazioni canore riscuotendo un ampio successo, nel 1976 pubblicò il suo primo 45′ giri utilizzando i risparmi della famiglia. “‘A Storia Mia (‘O scippo)”, questo il brano, divenne presto un album ed iniziò a circolare non solo per Napoli, ma in tutto il Meridione. Nel 1979 sposò, a soli 22 anni, Annamaria Gallo, dalla quale ebbe presto i figli Antonio e Vincenzo. Nello stesso anno iniziò anche a lavorare in teatro riproponendo le classiche “sceneggiate” napoletane.

Questo suo nuovo interesse lo portò presto al cinema interpretando ben due film con Mario Merola nel 1982: “Tradimento” e “Giuramento”. Il vero successo per Nino D’Angelo, però, arrivò con “Nu jeans e ‘na maglietta”. Al tempo per presentare una canzone, molto spesso, veniva prodotto un film con lo stesso titolo che la utilizzasse come colonna sonora principale. Fu così che venne presentata l’opera più conosciuta dell’artista. Le aspettative erano ben poche, ma “Nu jeans e ‘na maglietta” superò come incassi persino “Flashdance” ed il caschetto biondo di Nino divenne un vero e proprio simbolo.

Da quel momento iniziò il successo nazionale di Nino D’Angelo con tantissimi nuovi album. Nel 1986 debuttò al Festival di Sanremo con “Vai”: la canzone non guadagnò l’apprezzamento della critica, ma l’album “Cantautore” che la conteneva vendette più di quelli di tutti gli altri concorrenti. Fra i successi di questo periodo è sicuramente da annoverare “Napoli”, contenuta nel film “Quel ragazzo della curva B” che divenne presto uno degli inni degli azzurri, ancora oggi molto cantata allo stadio.

Nino D'Angelo

A partire dal 1990, con la morte dei genitori, lo stile di Nino cambiò radicalmente: da interprete di una Napoli scanzonata si concentrò molto di più sulla sfera emotiva, mettendo nelle successive opere un’intimità diversa. Importante in questo periodo fu l’incontro con la regista Roberta Torre, con la quale realizzò il corto “Vita a volo d’angelo“, molto apprezzato al Festival di Venezia, ed il film “Tano da morire” grazie al quale il cantante vinse un David di Donatello e il Nastro d’Argento. Nel 1999 pubblica anche una sua autobiografia “L’ignorante intelligente”.

Dal 2006 al 2010, Antonio Bassolino lo nomina direttore artistico del teatro Trianon Viviani di Napoli, carica che è tornato a ricoprire lo scorso anno. Questa maturità artistica l’ha portato ad interessarsi sempre più alla musica etnica, alla riscoperta dell’antico patrimonio artistico napoletano ed ad una sua riabilitazione. Un lavoro costante che, ancora oggi, con canzoni, opere teatrali e film, Nino D’Angelo porta avanti con la forza che solo un simbolo della musica come lui può offrire.

Giovan Battista Marino nacque a Napoli il 14 ottobre del 1569. Il padre, Giovan Francesco Marino era un giureconsulto, ma aveva sempre dimostrato un grande amore per poesia e teatro: era solito intrattenere a casa sua l’alta nobiltà napoletana recitando egli stesso piccoli componimenti. Ciò nonostante, indirizzò il figlio agli studi di legge e, quando dopo tre anni quest’ultimo decise di abbandonarli in favore della poesia, non esitò a cacciarlo di casa.

Per molti anni fu costretto a chiedere ospitalità ad amici nobili e, spesso, a chiedere denaro in prestito per sostentarsi. In questo periodo entrò, con lo pseudonimo di Accorto, nell’Accademia degli Svegliati: un circolo letterario napoletano che poteva annoverare fra i suoi adepti anche Torquato Tasso. Col nome di Accorto furono firmati due brevi sonetti scritti in occasione del cruento omicidio di Maria D’Avalos insieme al suo amante.

Per qualche anno Marino collaborò proprio con tasso Tasso: con ogni probabilità con questa sinergia è stato pubblicato nel 1595 il dialogo “Il Manso, overo Dell’amicizia” . Entrambi i poeti, inoltre, composero versi per la morte di Cordelia de la Noy duchessa di Castel di Sangro, protettrice degli Svegliati ; e uno scambio di sonetti è attestato da “Rime. Parte prima”. Nel 1594, invece, mentre era a Nola con Pignatelli si dedicò a comporre numerose opere ispirate alla poesia classica di Virgilio.

Nella seconda metà del 1596 divenne segretario personale di Matteo Di Capua. Non solo le sue finanze si assestarono, ma grazie alla ricca biblioteca e all’imponente quadreria del principe ebbe modo di coltivare quel gusto per l’arte figurativa che sarà la passione predominante di tutta la sua vita, in ricercata e spesso felice sintonia con la passione poetica. È di questi anni una cinquantina di componimenti (poi nelle prime due parti delle Rime) su pitture e sculture. Nacque in questo momento anche l’embrione di ciò che sarà l’Adone.

Nel 1598 la fortuna del Marino cessò di nuovo quando venne incarcerato. Non è chiaro il motivo, ma probabilmente si trattò di un’accusa di sodomia, visto che pochi anni dopo scrisse “Invettiva contra il vitio nefando” per levarsi da dosso ogni accusa. Quel che è certo è che venne scarcerato grazie all’intervento dei suoi amici e dello stesso Di Capua. Nell’agosto del 1600 tornò in carcere per falsificazione di atti a favore del giovane nobile Marcantonio D’Alessandro, accusato di omicidio e poi giustiziato in quello stesso anno. Anche in questo caso venne scarcerato per l’intercessione dei nobili, ma fuggì a Roma per evitare altri problemi.

Qui partecipò alle riunioni della futura Accademia degli Umoristi, che si andava raccogliendo in casa di Paolo Mancini. Nel 1602 si trasferì a Venezia dove ultimò e pubblicò le “Rime”, probabilmente la sua opera più corposa ed autobiografica. Il successo della sua ultima fatica fu immediato ed al suo ritorno a Roma fu chiamato al servizio del potentissimo cardinal nipote Pietro Aldobrandini. Grazie a questa nuova posizione riuscì ad entrare in contatto col fiorente mondo dell’arte di ogni tipo.

Altro successo arrivò nel 1607 con l’idillio “L’Europa”: in particolare questo componimento gli valse il primato nell’aver riportato in vita questo tipo di sonetto, ripreso e portato all’apice anni dopo da Leopardi. Nel 1608 venne pubblicato a Torino il  Ritratto del serenissimo don Carlo Emanuello duca di Savoia, un panegirico che valse al poeta, l’11 gennaio 1609, la nomina a cavaliere dell’Ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro e, nel 1610, la nomina come segretario del duca.

Seguì un periodo di successi, soprattutto nei confronti di poeti rivali. Fu solo trasferendosi a Parigi che riuscì finalmente a completare la sua opera principale, alla quale lavorava da tutta una vita. L’“Adone” venne ultimato il 24 aprile del 1622 in tutti i suoi 20 canti. Si tratta di una favola mitologica basata sull’amore, sull’arte e sul culto del bello: un’epica senza guerra, rivoluzionaria per il tempo e per l’intera poesia classica.

Lo stesso anno della pubblicazione dell’Adone tornò in Italia e, nel 1624, si trasferì nella sua Napoli. Qui però si ammalò gravemente e diede anche numerosi segni di instabilità mentale: convinto che sei servitori rubassero i suoi manoscritti ordinò di dare alla fiamme tante sue opere inedite. Per altri storici i manoscritti bruciarono in seguito all’eruzione del Vesuvio del 1794. Giovan Battista Marino morì a Napoli, forse per un farmaco sbagliato, il 25 marzo del 1625.

Fonte: Treccani, Dizionario Biografico

A Napoli lo chiamavano “‘o scultore pazzo“, perché la sua anima era tormentata da gravi squilibri psichici. Il suo nome, però, era Vincenzo Gemito (16 luglio 1852 – Napoli, 1º marzo 1929), orafo e scultore dell’Ottocento spesso limitato dalla sua condizione instabile, che lo costringeva a lunghe pause dalla sua attività creativa.

E forse questi disturbi derivarono proprio dalla sua vita, difficile sin dagli esordi. Appena nato venne abbandonato dai genitori nella ruota degli esposti dell’Annunziata. Qui gli fu storpiato anche il cognome, che era Genito (ossia generato), associato solitamente agli orfani, e che invece per errore di uno scrivano fu trasformato in Gemito.

Adottato e cresciuto in una famiglia molto povera, fin da piccolo Gemito dimostrò di avere un grande talento per le arti plastiche. Frequentò gli studi di due scultori: fu ragazzo di bottega di Emanuele Caggiano e, a 12 anni, di Stanislao Lista, promotore dello studio del vero nella scultura.

Fu ammesso a seguire i corsi del Regio Istituto di belle arti, ma di Napoli amava soprattutto i bassifondi, infatti i suoi soggetti prediletti erano bambini vestiti di stracci, giocatori e popolane. Fece il suo esordio alla mostra della Società promotrice di belle arti di Napoli dove espose il Giocatore.

Gemito divenne famoso anche all’estero: “Il pescatorello”, per esempio, fu esposto al Salon parigino del 1877.

Dopo il fortunato periodo in Francia, venne colpito da un profondo scoramento, e fu ricoverato in una clinica per malattie mentali, da dove fuggì per chiudersi nella sua casa per oltre un ventennio.

Superata la malattia, nelle opere tarde l’artista continuò nella ricerca di perfezione, quasi un sogno di bellezza ideale, eseguendo opere preziose e raffinate, come la serie dedicata alla figura di Alessandro Magno.

Alle Gallerie d’Italia di Napoli è conservato uno dei nuclei di opere più importanti dell’artista, proveniente dalla raccolta dell’avvocato Gabriele Consolazio: terrecotte, bronzi e disegni prodotti tra gli anni Settanta dell’Ottocento e gli anni Venti del secolo successivo.

Le teste giovanili modellate in terracotta (come Scugnizzo”, “Fiociniere” e “Moretto”), i ritratti in bronzo di personaggi famosi (come quelli del pittore spagnolo Mariano Fortuny e del suo contemporaneo Domenico Morelli), la “Testa di filosofo” e il“Busto di fanciulla napoletana”.

Splendidi anche i disegni, realizzati con materiali e procedimenti diversi. A Palazzo Zevallos Stigliano sono esposti i suoi autoritratti, vere e proprie fotografie dei cambiamenti dolorosi della sua fisionomia.

Nella sua famiglia, a colpire è soprattutto il senso dell’intensità della vita, che deriva chiaramente anche dalle sue drammatiche esperienze personali.

Fonti: Leonardo.it, gallerieditalia.com

Immagine tratta da Storia d’Italia – Fratelli Fabbri Editori, 1965

Sotto il dominio Aragonese, un Re illegittimo oppose resistenza allo strapotere dei Baroni, combattendoli sui campi di battaglia della Basilicata, facendo per un attimo tremare il dominio assoluto della nobiltà napoletana.

La Chiesa di Porta Capuana, la Chiesa del Gesù Nuovo e Porta Capuana sono solo alcune delle opere realizzate sotto il lungimirante dominio di Ferdinando I di Napoli. Figlio illegittimo di Alfonso V d’Aragona, al tempo influentissimo monarca dell’odierna Catalogna, cui madre pare fosse una certa Gueraldona Carlino, nobildonna Napoletana.

Nacque a Valencia nel 1424, ma partì giovanissimo per Napoli con il padre, che lo voleva al comando del nuovo regno del Sud Italia. Ferdinando dimostrò di essere un ragazzo brillante, coraggioso, e divenne presto Cavaliere sul campo di Maddaloni dove Renato d’Angiò-Valois, che era stato sfidato al duello, non si presentò. La legittimazione del giovane Ferdinando passò tra le mani di diversi pontefici: del resto non tutti vedevano di buon occhio l’investitura su un trono importante come quello di Napoli di un bastardo, un figlio illegittimo, anche se di uno dei monarchi più influenti d’Europa.

Alla fine Ferdinando ricevette l’investitura Papale da Papa Pio II e dopo aver arginato un aspro scontro con gli Angioini, anche con l’aiuto degli Sforza di Milano, regnò per un ventennio portando pace e prosperità a Napoli. Ferrante, o Don Ferrante come venne ribattezzato dai Napoletani, emanò varie leggi di stampo sociale che di fatto minavano lo strapotere dei Baroni, favorendo i piccoli artigiani e i contadini. Quest’opera di modernizzazione provocò l’immediata reazione dei Baroni del Regno in Basilicata – Ferrante, del resto, tentò -invano- dissolvere l’intricato sistema feudale che ammorbava il Regno di Napoli e di fatto gli impediva (e gli impedirà diversi secoli dopo) di competere con le altre potenze europee.

Tavola Strozzi, raffigura Napoli durante il Regno Aragonese, trionfante sugli Angioini

La congiura venne sedata, ma la fine del Regno era vicina, Ferrante, avendo sfidato i potentissimi Baroni Napoletani  (ed indi l’intera nobiltà feudale del regno) si ritrovò isolato quando la minaccia proveniva invece dall’esterno (Carlo VIII di Francia stava per calare in Italia) – non ebbe il tempo di vedere il proprio regno invaso, perché morì prima, sancendo, di lì a pochi anni, la fine della sua dinastia.

Ferdinando I ebbe il tempo di realizzare maestose opere a Napoli prima di lasciarla, prima fra tutte la Chiesa del Gesù Nuovo (ove sono conservate le reliquie di Giuseppe Moscati), Porta Capuana (che collegava le antiche mura di Napoli con la strada per Capua).

Alla sua città fece lascito delle proprie riforme, ma venne schiacciato dallo strapotere della nobiltà feudale Napoletana, che continuerà ad essere nodo di disgiunzione del regno, anche sotto i Borbone.

Palazzo Sanfelice

Ferdinando Sanfelice fu uno degli architetti più geniali del Barocco napoletano al punto che i due palazzi da lui realizzati sono diventati il simbolo di Napoli nel cinema e nelle foto di tantissimi turisti. Nacque il 18 febbraio del 1675 da una nobile famiglia napoletana.

Il padre Camillo lo orientò presto verso gli studi giuridici, nonostante la natura di Ferdinando fosse diversa. Sin da bambino sviluppò una passione per l’arte. Lo storico d’arte Bernardo De Dominici scriveva che Sanfelice, giovanissimo, si dedicava con maestria all’arte presepiale e che addirittura aiutasse le sorelle con il ricamo.

Ferdinando Sanfelice

Alla morte del padre, nel 1691, fu il fratello Antonio a curare l’educazione di Ferdinando: grazie a lui riuscì ad abbandonare gli studi e ad entrare nella prestigiosa bottega di Francesco Solimena. Qui si perfezionò sia nella pittura che nell’architettura. Tuttavia, la maggior parte delle sue opere pittoriche sono andate perdute.

palazzo dello spagnuolo
Palazzo dello Spagnuolo

Per quanto riguarda l’architettura, invece, i suoi lavori furono così incisivi da rivoluzionare completamente la concezione di tale arte. A Napoli, tra i suoi progetti più noti abbiamo la ricostruzione della chiesa di Santa Maria Succurre Miseris, ma soprattutto il palazzo dello Spagnuolo di via Vergini, commissionatogli dal marchese Moscato di Poppano, ed il palazzo di famiglia nel rione Sanità, per il quale i lavori si protrassero per quindici anni.

Queste due opere gli valsero il particolare soprannome di Lievat’ ‘a sott'”: le sue strutture erano così leggere con quegli archi e quegli spazi ariosi che l’ironia dei napoletani le additò come qualcosa in procinto di crollare o che non avrebbe avuto vita lunga. Fortunatamente i palazzi sono ancora in piedi in tutta la loro bellezza e sono diventanti il vero simbolo dell’architettura di Napoli.

Il suo lavoro non si limitò solo a Napoli. Progettò interamente Villa d’Elboeuf a Portici, inizialmente decorata con i primi reperti emersi degli Scavi di Ercolano. Molte sue opere, specialmente lavori di restauro, sono anche a Salerno, ad Amalfi, ad esempio la restaurazione del Duomo, ed a Nardò, in Puglia, dove lavorò quando il fratello Antonio vi venne nominato vescovo.

Ferdinando raggiunse l’apice della sua carriera negli anni Quaranta del Settecento, quando, ormai rinomato in tutto il regno, costruì per re Carlo III il palazzo della Manifattura delle Porcellane del Parco Capodimonte. Non smise mai di lavorare e progettare. Morì il 1 aprile del 1748, e l’architetto napoletano Giuseppe Astarita terminò tutti i cantieri che erano rimasti incompiuti.

Fonti: Treccani; Arte.it

Renato Caccioppoli è una figura celebre nel campo di studi e di sviluppo dell’analisi matematica in Italia e nel mondo. Nasce a Napoli da padre chirurgo e da madre russa il 20 gennaio 1904 e muore nella stessa l’8 maggio 1959.
Si diplomò ad Avella, in provincia di Avellino, e dal 1921 si avvicinò al mondo della matematica, dapprima iscrivendosi alla Facoltà di Ingegneria, poi, nel 1923, passando alla Facoltà di Matematica. Subito dopo aver conseguito la laurea diventò assistente in Analisi Matematica del docente, nonché matematico italiano, Mauro Picone.

Caccioppoli si dimostrò sin da subito genio della disciplina tanto da scrivere in cinque anni una trentina di documenti che gli fecero ottenere un premio ministeriale per la matematica. Nel 1931 a soli 27 anni, ottenne la cattedra in Analisi Algebrica all’Università di Padova.
Tornato a Napoli nel 1934 occupò la cattedra di Teoria dei gruppi, poi quella di Analisi superiore e infine quella di Analisi matematica.
Il suo guizzo, la sua genialità influenzò e continua ad influenzare tutt’oggi il pensiero matematico mondiale. I riconoscimenti nella sua lunga carriera di certo non mancarono: nel 1931 fu nominato prima socio corrispondente dell’Accademia di Scienze Fisiche e Matematiche di Napoli poi, nel 1938, socio onorario della stessa. Nel 1944 divenne socio onorario dell’Accademia Pontaniana, nel 1947 fu socio corrispondente dell’Accademia Nazionale dei Lincei, successivamente, nel 1958 fu socio nazionale della medesima. Non solo, fu riconosciuto come socio onorario anche dell’Accademia patavina di scienze, lettere ed arti.

Il Caccioppoli dal 1947 al 1951, insieme a Carlo Miranda, fu anche direttore della rivista Giornale di Matematiche fondata da Giuseppe Battaglini. Ma non finisce qui, nel 1948 fu membro del Comitato di Redazione degli Annali di Matematica e nel 1952 fu membro del Comitato di Redazione di Ricerche di Matematica. Insomma un talento fuori dal comune.

Tuttavia la sua vita non fu soltanto spesa nel campo della ricerca ma fu anche caratterizzata dalla lotta e dal suo spirito anticonformista: nel maggio del 1938 in occasione della visita di Hitler a Napoli, il matematico decise, con coraggio, di denunciare gli orrori del nazismo e del fascismo in presenza dell’OVRA, la polizia segreta dell’Italia fascista. Fu di conseguenza arrestato e grazie all’aiuto della zia, Maria Bakunin, docente di Chimica all’Università di Napoli, fu scarcerato con l’attenuante di essere incapace di intendere e di volere. Caccioppoli dopo quest’episodio infelice della sua vita non arrestò la sua battaglia antifascista, ma anzi ne ridicolizzò gli aspetti più grotteschi. Ad esempio a quel tempo vi era, per gli uomini, il divieto di passeggiare con cani di piccola taglia perchè questo comportamento poteva ledere la loro virilità. Di tutta risposta Caccioppoli prese l’abitudine di camminare per la città di Napoli, con un gallo al guinzaglio.

Negli ultimi anni della sua vita si avvicinò al Partito Comunista Italiano ma la forte delusione politica unita all’abbandono della moglie lo gettarono nello sconforto più totale portandolo inizialmente all’alcolismo, e successivamente, nell’8 maggio del 1959, ad un gesto disperato: concluse la sua vita con un colpo di pistola alla testa nella sua casa di Palazzo Cellemmare, ubicato nel quartiere San Ferdinando di Napoli.
La sua vita non fu invano, egli diede un forte e massiccio contributo all’attività scientifica, influenzando non solo le future generazione di matematici ma fu d’ispirazione anche per il mondo del cinema e della letteratura: nel 1986 fu citato da Luciano De Crescenzo nel suo libro “Storia della Filosofia greca. Da Socrate in poi”, nel 1989, a trent’anni dalla sua scomparsa, fu commemorato nel libro “Renato Caccioppoli” scritto dallo storico Giovanni Pugliese Carratelli, infine nel 1992 la sua figura fu protagonista del film diretto da Mario Martone, “Morte di un matematico napoletano”.

Fonte: Treccani.it

Tino di Camaino, particolare del duomo di Napoli

A partire dal XIII sec., sul finire del Medioevo, l’arte e l’architettura italiane conobbero la rapida ed esponenziale evoluzione che fece da preludio al Rinascimento. Napoli incominciò questo percorso principalmente grazie a Tino di Camaino, architetto e scultore senese, ritenuto uno degli artisti migliori del suo tempo.

Figlio dello scultore Camaino di Crescentino, nacque a Siena intorno al 1280. Sicuramente venne sin da subito educato ed istruito per continuare il lavoro del padre ed, infatti, si formò, sempre a Siena, nella bottega di Giovanni Pisano. In quel periodo, fra il 1284 ed il 1297, Pisano lavorava alle statue della facciata del duomo: una commissione importantissima che possiamo ammirare ancora oggi e che sicuramente avrà aiutato la formazione del giovane apprendista.

Terminato l’apprendistato, Tino si recò a Pisa dove realizzò le sue prime opere. Nella maggior parte di queste erano particolarmente ispirate ai lavori del maestro Pisano, come la fonte battesimale e la tomba di Arrigo VII, entrambe nel duomo. Nel 1315 il giovane tornò nella città natale, dove, due anni dopo, realizzò nel duomo la tomba del cardinale Petroni, l’opera più elaborata del suo periodo giovanile. In seguito lavorò a Firenze, dove gli vennero commissionati numerosi monumenti funebri per figure di spicco.

I suoi lavori non passarono inosservati, soprattutto nelle corti nobiliari dell’epoca. Così, nel 1323, venne chiamato a Napoli per realizzare alcuni dei monumenti più importanti, ancora oggi, della città. Su suo progetto vennero realizzate la Certosa di San Martino e Castel Sant’Elmo. Inoltre, come ingegnere curò l’ampliamento dell’arsenale e del porto e molte sue sculture adornano il duomo.

castel sant'Elmo

Non mancarono, ovviamente, i monumenti funebri come la tomba di Caterina d’Austria in San Lorenzo Maggiore e quella di Maria di Ungheria in Santa Maria Donnaregina. Le sue opere più importanti, di questo genere, furono le tombe di Carlo di Calabria e di Maria di Valois, ancora oggi ammirabili nella Basilica di Santa Chiara. Le sculture di Tino, l’eleganza delle strutture, la ricercatezza sin nei minimi particolari rese le opere napoletane esempi a cui si ispirò l’intera arte gotica dell’Italia Meridionale.

Tino di Camaino trascorse il resto della sua vita a Napoli, dove, infatti, morì intorno al 1337. Il critico d’arte Vittorio Sgarbi dichiarò che per le sue opere napoletane, l’artista senese poteva essere considerato il “Giotto della Scultura” per l’innovazione e lo slancio che riuscì a dare alla sua disciplina.

Fonte: Enciclopedia Treccani

Marie Sophie Amalie von Wittelsbach, Herzogin in Bayern, nota in italiano come Maria Sofia Amalia di Baviera, è stata l’ultima regina consorte delle Due Sicilie.

Nata nel Castello di Possenhofen il 4 ottobre 1841 fu figlia del duca Massimiliano Giuseppe in Baviera e della principessa Ludovica di Baviera, sorella dell’arcinota Elisabetta di Baviera, per tutti Sissi. Maria Sofia aveva ricevuto un’educazione molto sui generis per una personalità del suo lignaggio, che l’aveva portata ad amare la vita all’aperto, a contatto con la natura.

Era un’esperta cavallerizza, ottima nuotatrice e pratica nell’uso della carabina. Il Tosti la descrive come «alta, slanciata, dotata di bellissimi occhi di color azzurro-cupo e di una magnifica capigliatura castana; Maria Sofia aveva un portamento nobile ed insieme maniere molto graziose».

Nel 1858, a soli 17 anni, venne promessa in sposa a colui che sarebbe diventato re Francesco II di Borbone delle Due Sicilie. I futuri marito e moglie non si erano mai visti prima. Il loro matrimonio, celebrato per procura l’8 gennaio 1859, fu combinato per rafforzare i rapporti tra le due corone, quella borbonica e quella asburgica. Maria Sofia giunse in una Bari festante il primo febbraio e solo allora vide per la prima volta il marito e suo suocero, re Ferdinando II di Borbone, sul quale già aleggiava l’ombra della malattia che di lì a poco gli sarebbe costata la vita.

Francesco II di Borbone

Accolta con gioia nella sua nuova famiglia, la futura regina giunse a Napoli e rimase estasiata dalla bellezza della città. Fu così che i futuri sovrani s’insediarono nella loro capitale, ignari però dell’ingiusto destino che li attendeva.

Maria Sofia fin da subito riscosse le simpatie del popolo e non nascose il suo temperamento risoluto. Dopo la grave rivolta delle guardie reali svizzere fu lei a chiedere ed ottenere la loro sostituzione con tre battaglioni di soldati bavaresi. La regina aveva compreso subito che la morte di Ferdinando II, avvenuta il 22 maggio 1859, aveva spezzato tutti gli equilibri, a corte c’era chi non aveva nessuna lealtà nei confronti del marito.

Nonostante i provvedimenti positivi la tensione cresceva; i provvedimenti liberali che Francesco fu costretto a prendere gli furono consigliati non da chi aveva a cuore la sopravvivenza dello Stato borbonico, ma da chi voleva decretarne la fine.

Durante l’invasione del Regno delle Due Sicilie la regina fu l’unica a conservare una forte determinazione del voler scacciare il nemico. Triste e deluso dai ministri, però, Francesco II decise di abbandonare la sua capitale per andare a difendere il suo trono a Gaeta, convinto che le potenze europee non avrebbero ulteriormente tollerato l’oltraggio piemontese e sarebbero intervenute in suo soccorso. Ciò non avvenne ed inevitabile fu il ripiegamento su Gaeta. È in questo contesto che Maria Sofia guadagnò la sua fama da “eroina”.

Assedio di Gaeta, l’esplosione della fortezza

Fin dal primo giorno la regina fece costante visita ai soldati per incoraggiarli, mostrò il suo continuo sostegno alla popolazione ed assistette i feriti e i malati, sprezzante del pericolo ed incurante di svolgere delle mansioni non consone al suo rango di regina. L’assedio di Gaeta divenne sempre più soffocante per gli assediati. Quando Francesco II decise di firmare l’armistizio e di accettare un triste esilio, i soldati stabilirono che non avrebbero servito più nessun re.

Strappate le spalline delle uniformi e spezzate le spade piansero tutte le loro lacrime e salutarono, insieme alla cittadinanza, l’ultimo esponente di una dinastia che avevano amato di un amore viscerale e corrisposto. I reali, col cuore infranto, a stento riuscirono a farsi largo tra la folla che non voleva lasciarli andare.

Durante il soggiorno romano Maria Sofia era convinta che non tutto era perduto e che bisognava organizzare una controffensiva per restaurare Francesco II. Volontari da tutta Europa giunsero a Roma a sostegno della causa borbonica e Maria Sofia fu la vera ispiratrice della resistenza. Ai momenti di scoramento si aggiunsero diversi tentativi di calunnia ai danni della regina che, proprio a causa della sua determinazione, era invisa a molti.

Come se non bastasse il destino fu ancora più duro con gli ultimi sovrani duosiciliani. Dopo solo tre mesi di vita, infatti, il 28 marzo 1869 morì la loro unica figlia, Maria Cristina Pia. Dopo un lungo peregrinare tra le corti d’Europa, Francesco II si stabilì ad Arco di Trento dove morì il 31 dicembre 1894.

Maria Sofia continuò per il resto della sua vita a ribadire i diritti della monarchia napoletana e a continuare la sua personalissima battaglia contro gli usurpatori Savoia.

Quella degli ultimi sovrani duosiciliani è una storia triste, con molte ombre e poche luci. Le tragedie familiari e il fato beffardo del marito segnarono in profondità Maria Sofia. Malgrado tutto la regina conservò la sua indole positiva e il suo amore per un popolo ed una terra che l’avevano accolta ed amata davvero. Dopo i lunghi decenni di  demonizzazione e discredito da parte della storiografia prezzolata è iniziato anche per lei un giusto processo di riabilitazione della sua bella e brillante figura.

Fonti:
– A. Tosti, Maria Sofia, ultima regina di Napoli.
– F.B. Castiglione, Una Regina contro il Risorgimento. Maria Sofia delle Due Sicilie.
– R. Moscati, La fine del Regno di Napoli.

Francesco Saverio Nitti (Melfi, 19 luglio 1868 – Roma, 20 febbraio 1953) è stato il padre del Meridionalismo italiano, a cui va dato il merito di aver posto l’attenzione su quella che i suoi contemporanei chiamarono “la questione Meridionale”. Egli sollevò pesanti critiche nei confronti dei governi del tempo, che trattarono il Sud come “feudo politico” del settentrione, depredandolo delle sue materie prime e mantenendolo volontariamente nell’arretratezza, favorendo invece lo sviluppo del Nord.

Nato in un piccolo paese della Basilicata a confine con la Campania, in una famiglia dai lunghi trascorsi pro unitari – il padre, infatti, militò per la Guardia Nazionale, aderì alla Giovine Italia e combatté con le forze garibaldine in funzione antiborbonica. Nitti visse gli anni dell’infanzia ad Ariano Irpino e quindi a Napoli, dove si trasferì nel 1882 per iniziare l’università alla facoltà di Giurisprudenza.

Ebbe una vita intensa, formandosi come giornalista e scrivendo per i maggiori giornali del Regno d’Italia, sempre tenendo a cuore la sua terra d’origine. Nitti difatti sviluppò autonomamente (e per la prima volta in Italia) un senso critico nei confronti della situazione in cui versava il Mezzogiorno, additando la classe politica del tempo e attaccando fortemente il procedimento con cui avvenne l’unità nazionale.

I suoi scritti vennero tradotti in diverse lingue e distribuiti in tutto il mondo, il che gli permise di raggiungere una discreta fama in Italia, circostanza che lo portò ad esordire in politica nel 1904. Francesco Saverio Nitti fu il primo meridionalista a ricoprire incarichi ministeriali (governo Giolitti). Nel 1919 fu eletto Presidente del Consiglio (Partito Radicale Italiano) venendo più volte confermato a tale ruolo, talvolta accettando governi di larga intesa.

Il 16 novembre 1922 Mussolini chiese fiducia alla camera, Nitti rifiutò fermamente e, a seguito di tale avvenimento, iniziò ad essere vittima di intimidazioni e si ritirò a vita privata, non senza tentare (invano) di fermare l’ascesa del fascismo, opponendosi politicamente. Fu costretto all’esilio, trasferendosi a Parigi e svolgendo vivida attività antifascista; fu anche catturato e deportato ad Itter dopo l’occupazione tedesca della Francia, solo per poi essere liberato nel 1945.

Perchè dovremmo essere riconoscenti nei confronti di quest’uomo?

Al di là della suo schieramento politico, delle sue idee e delle lotte da lui affrontate in vita, Nitti portò per la prima volta all’attenzione pubblica le cause e le dinamiche che causarono quella che oggi chiamiamo la “Questione Meridionale”.

Ebbe un ruolo centrale nel riconoscimento storico delle responsabilità del settentrione italiano nell’arretratezza del meridione, con i suoi scritti contribuì sollevare una questione tuttora irrisolta, che si fa fatica ad affrontare con chiarezza. Grazie a lui, oggi (con un ritardo di oltre centocinquant’anni) si inizia a fare chiarezza su quelle che furono le responsabilità dei governi Italiani post unitari, fornendo motivo di riflessione sulle ripercussioni di quelle scelte che danneggiarono le nostre terre e determinarono la realtà che adesso viviamo.

Fonti:

  • – Francesco Saverio Nitti, “L’Italia all’alba del XIX secolo”, Editrice Nazionale Roux e Viarengo, 1901
  • – Giovanni Vetritto, “Francesco Saverio Nitti, un profilo”, Rubbettino Editore, 2013
  • – http://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-saverio-nitti_%28Dizionario-Biografico%29/

Arrivare in cima al Vesuvio, oggi, è una piacevole passeggiata da fare con tutta la famiglia: la strada che dall’altitudine di 750 metri, a Ercolano, porta fin quasi al cratere è agevole per automobili ed autobus turistici ed offre, inoltre, un incantevole panorama sul nostro Golfo. Tuttavia, non è sempre stato così facile. Goethe, nel suo “Viaggio in Italia”, raccontava della sua “scalata” fin sopra al cratere del vulcano e descriveva il tutto come una faticosa e rischiosa avventura.

Il diario di viaggio dello scrittore tedesco venne pubblicato nel 1816, ma la situazione rimase pressoché invariata fino agli anni ’50 del secolo scorso. Nel frattempo era nata la rivoluzionaria funicolare vesuviana, ma nel 1944 era stata chiusa a seguito dei danni subiti durante l’eruzione del 18 marzo. Quindi, se bambini, anziani, intere famiglie, gruppi turistici e gite scolastiche possono godere delle bellezze offerte dal Vesuvio lo si deve solo ed esclusivamente al lavoro ed all’impegno di un solo uomo: Antonio Matrone.

Nel 1950, il Cavaliere Matrone, originario di Boscotrecase, si rese conto di quanto fosse difficile raggiungere l’altitudine dei 1000 metri in automobile: i mezzi di locomozione che, ormai, si stavano diffondendo in tutto il mondo non potevano percorrere le ripide salite fra i boschi. Così, prese la decisione di costruire a sue spese una strada percorribile e sicura. Non aveva nessun interesse economico, solo un incredibile attaccamento alla sua terra.

Come racconta Giuseppe Imperato in un articolo dedicato al Matrone, per realizzare il suo progetto e raccogliere i fondi necessari vendette tutte le sue proprietà, fortunatamente consistenti: poderi, residenze e terre. In pochissimi anni, metro dopo metro, la strada verso i 1000 m venne ultimata ed Antonio e sua moglie Genoveffa si trasferirono in una nuova proprietà fatta costruire proprio sui 750 m di altitudine, dove era iniziato tutto.

Nel 1955 il tratto venne reso percorribile dalla Regione ed inaugurato a febbraio. Accorsero autorità da Napoli e da tutta Italia, persino le telecamere della RAI si mossero per immortalare la colossale impresa di Antonio Matrone. Lui stesso ricevette i migliori complimenti per il suo lavoro, al punto da venir chiamato da tutti “ingegnere” pur non avendo alcuna laurea. Pochi anni dopo, la strada venne gradualmente acquistata, a titolo gratuito, dalla Regione Campania.

Solo molto tempo dopo la morte di Matrone, quel tratto da lui creato prese anche il suo nome, mentre una targa apposta da sua moglie lo ricorda vicino al luogo in cui si trasferì: “Entusiasta del Vesuvio con prodiciosa attività, vincendo ostacoli umani e naturali Antonio Matrone costruì singolare Strada realizzando antico sogno di far giungere l’auto fino alla cima del Vulcano non vide la fine di così ardua impresa ma Egli sarà sempre ricordato come il Pioniere delle strade vesuviane.”

Ancora oggi, percorriamo via Cav. Antonio Matrone per raggiungere la cima del Vesuvio e quasi nulla è cambiato da quando venne costruita, nel bene e nel male. Se il lavoro del Cavaliere fu impeccabile al punto da superare più di mezzo secolo intatto, allo stesso modo dovrebbe essere l’impegno delle autorità moderne per preservarlo ed adeguarlo alle esigenze attuali.

Nacque a San Pietro a Patierno, quartiere periferico di Napoli, il 21 giugno del 1957. Iniziò ad intonare le sue prime note grazie all’influenza del nonno materno, grande appassionato di musica napoletana. Difatti Gaetano ‘Nino’ D’Angelo, differentemente dai suoi coetanei, crebbe ascoltando miti del calibro di Sergio Bruni, Mario Abbate e Mario Merola. Il suo talento venne alla luce in seguito ad uno spettacolo amatoriale tenutosi presso la parrocchia di San Benedetto a Casoria: fu un tale Padre Raffaello ad invogliarlo affinché intraprendesse la carriera di cantante. Fu così dunque che Nino divenne uno dei cantanti più richiesti nella galleria Umberto I dove, in quel periodo, solevano esibirsi artisti emergenti.

Nel 1976 incise il suo primo 45 giri, dal titolo A storia mia (‘O scippo), che lui stesso commercializzò con il sistema della vendita porta a porta. Ciò contribuì a far crescere la sua notorietà che raggiunse il suo apice ad inizio anni 80, quando il cantante fece il suo esordio nel modo del cinema col film Celebrità a cui seguirono le pellicole de Lo studente, L’ Ave Maria e Tradimento e Giuramento. Nel 1981 scrisse Nu jeans e na maglietta affermandosi come uno dei più amati neomelodici partenopei. In seguito all’ uscita del film dall’omonimo titolo, la sua immagine con il caschetto d’oro divenne l’emblema di tutti i ragazzi dei quartieri popolari del sud. Il 1986 è l’anno della sua prima partecipazione al Festival di Sanremo con la canzone Vai che si classificherà settima. Poi ancora cinema con: La discoteca, Uno scugnizzo a New York, Popcorn e patatine, L’ammiratrice, Fotoromanzo, Quel ragazzo della curva B, La ragazza del metro e Giuro che ti amo.

Nel ’91 in seguito alla morte dei genitori decise di tagliare la sua folta chioma bionda: fu in questo periodo che nacquero  E la vita continua, Bravo ragazzo e soprattutto Tiempo, il disco più apprezzato dalla critica di allora. In quello stesso anno conobbe Roberta Torre, regista emergente che decise di girare un cortometraggio per raccontare la sua vita dal titolo “La vita a volo d’angelo”che verrà poi presentato al Festival di Venezia riscuotendo anche un importante successo. Più avanti Nino conobbe anche l’allora sindaco di Napoli, Antonio Bassolino, che, colpito dall’incredibile feeling instauratosi tra lui e la città, decise di aprirgli le porte del Mercadante. Così arrivò il primo Core Pazzo. Lo stesso Bassolino gli offrì la possibilità di festeggiare i suoi 40 anni a Piazza del Plebiscito: il cantante però declinò tale offerta preferendo Scampia, dove c’era la sua gente, dove c’era la sua Napoli.

Successivamente ricoprì il ruolo di protagonista in film ‘non musicali’ come “Paparazzi”, “Vacanze di Natale 2000” e “Tifosi” dove si trovò a recitare insieme ad un altro simbolo della storia napoletana come Diego Armando Maradona. Nel giugno del 2000 fece il suo debutto da regista in occasione di Aitanic. Nell’autunno del 2001 uscì il suo nuovo album dal titolo Terra Nera, campione di incasso. Tra il 2003 e il 2004 si trovò in vetta alle hit musicali di Moldavia e Romania grazie al brano Senza giacca e cravatta. Quindi le tournee negli Stati Uniti e in Canada che contribuirono a tenere alto il suo nome anche all’estero.

Nel 2010 la sua ultima apparizione a Sanremo con la canzone Jammo ja. Il 21 ottobre del 2013 rese omaggio a Sergio Bruni in uno spettacolo tenutosi presso il Teatro San Carlo di Napoli. Il 1° novembre del 2014 iniziò il tour Nino D’Angelo Concerto Anni 80… E non solo. Il 24 giugno prossimo terrà un concerto al San Paolo in occasione dei suoi 60 anni:

«Sono molto emozionato anche perché mi è stata data la possibilità di festeggiare nello stadio della mia squadra del cuore e proprio nell’anno in cui cade il trentennale del primo scudetto. Ci sono tutti gli ingredienti perché sia una bella festa. Negli anni ’80  sono stato definito un grandissimo fenomeno di sottocultura, la gente non guardava mai sotto il mio caschetto, nei miei confronti c’era pregiudizio. Per molti al Nord  io ero ‘il terrone’, ho subito il razzismo e quindi posso capire come si sente chi ha la pelle scura. Ma oggi posso dire che sono cresciuto anche grazie a quelle critiche e affermare che senza cultura non si va da nessuna parte».

Sul palco a festeggiare l’artista, tanti cantanti e artisti napoletani tra cui, solo per citarne alcuni, Clementino, Gigi Finizio con cui duetterà in ‘Bella’, brano scritto la notte della retrocessione del Napoli in serie C, Enzo Gragnaniello, James Senese, Rocco Hunt, Maria Nazionale, Raiz, Sal Da Vinci, Brunella Selo. Artisti che: «non mi hanno imposto nulla. Il loro regalo è cantare insieme e insieme ricorderemo Pino Daniele a cui tutti abbiamo voluto bene».

Tanti auguri, Nino!

Nasceva oggi, il 14 giugno del 1912, Dolores Palumbo, attrice caratterista, che recitò con Eduardo De Filippo e Totò.

Figlia d’arte, Dolores trascorre un’infanzia difficile a causa dei problemi economici della famiglia. Fin da piccola emerge la sua predisposizione nella recitazione e il suo talento. Nel 1930, a soli diciotto anni, entra nella compagnia teatrale dei fratelli De Filippo e debutta per la prima volta al Teatro Kursaal, interpretando il ruolo della cameriera nell’opera “La bella Trovata”.

L’attrice napoletana ha un modo di recitare del tutto naturale; è allegra e possiede una verve comica tale da farsi notare subito dai capocomici più importanti dell’epoca. Nino Taranto, infatti, la chiama al suo fianco per recitare il teatro di rivista, quel genere di teatro in cui gli artisti si cimentano in diversi numeri dove cantano e ballano anche.

In quegli anni, così, si divide tra il teatro di Eduardo e la rivista. Negli anni Cinquanta la Palumbo lascia il teatro per dedicarsi al cinema e così la vediamo al fianco di Totò recitare Luisella, la sua compagna irosa e scontrosa nel film “Miseria e nobiltà”. Magistrali sono anche le sue altre interpretazioni in: “Carosello napoletano” (1954) di Ettore Giannini; ; “Lazzarella” (1957) di Carlo Ludovico Bragaglia; l’esilarante “La nonna Sabella” (1957) di Dino Risi, dove la vediamo, tra gli altri al fianco di Tina Pica, Peppino De Filippo, Renato Salvatori; “Mariti in città” (1957) di Marino Girolami; “La nipote Sabella” (1958),  sequel del già citato “La nonna Sabella”; “Pane amore e Andalusia” (1958) di Javier Setò dove la vediamo recitare al fianco di Vittorio De Sica, Lea Padovani e Tina Pica.

Celebri sono anche le sue apparizioni nei film musicali degli anni Sessanta, le cui colonne sonore erano scritte perlopiù da artisti quali Gianni Morandi, Bobby Solo e Little Tony. La vediamo così recitare in: “Una lacrima sul viso” (1965), “Non son degno di te” (1965) di Ettore Maria Fizzarotti con Gianni Morandi, Laura Efrikian, Nino Taranto; “In ginocchio da te” (1965) di Ettore Maria Fizzarotti; “Se non avessi più te” (1965) di Ettore Maria Fizzarotti e “Il suo nome è Donna Rosa” (1969) di Ettore Maria Fizzarotti con Al Bano e Romina Power e tanti altri.

Dolores Palumbo morì il 30 gennaio 1984 Napoli. Tanti sorrisi e tante risate ci ha regalato una delle attrici napoletane più brave.

Se pensiamo agli esordi del “Romanzo Giallo” immediatamente ci viene in mente l’epopea di Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle: lo scrittore inglese è ritenuto da tutti il padre dei polizieschi moderni, sicuramente il più famoso. Eppure, quasi mezzo secolo prima del successo di Sherlock, un giornalista e scrittore napoletano inventava il giallo italiano.

Francesco Mastriani nacque a Napoli, al numero 52 di via Concezione Montecalvario, il 23 novembre del 1819 da Filippo Mastriani e Teresa Cava. La famiglia apparteneva all’alta borghesia cittadina e si trovava in condizioni agiate nonostante il numero di figli: il padre aveva due figli con un’altra donna e sette figli con la moglie, di cui Francesco era il terzo.

Sin da subito appassionato di letteratura, il giovane lesse circa quattrocento classici nel corso dell’adolescenza. Tuttavia, la sua passione era osteggiata dal padre che desiderava per lui un futuro più concreto nel mondo del lavoro. Quando, nel 1836, morì la madre, il diciassettenne Francesco si vide costretto a cedere ai desideri paterni ed a trovare un impiego nel Società Industriale Partenopea di Carlo Filangieri.

Un anno dopo si iscrisse a medicina, ma mise presto da parte gli studi per intraprendere numerose collaborazioni con alcuni giornali. Alla morte del padre, nel 1842, si dedicò completamente alla carriera giornalistica e letteraria.

Nel 1840 conobbe la cugina Concetta, che sposò quattro anni dopo. La nascita della primogenita Sofia, nel 1846, corrisponde anche alla stesura e pubblicazione del suo primo romanzo, “Sotto altro cielo”, una cupa storia gotica. Negli anni seguenti il tema principale della sua produzione letteraria sarà il malocchio.

Un bisogno catartico visto che la sua vita sembrava funestata da una profonda sfortuna: perennemente in miseria, fra collaborazioni giornalistiche poco vantaggiose, insuccessi delle sue opere e sporadici lavori per tirare avanti, costretto a traslocare in continuazione con la famiglia perché incapace di pagare l’affitto. Ad aggravare il tutto si aggiunse l’epidemia di colera che colpì lui ed uccise tre dei suoi sette figli.

Questo dolore costante lo avvicinò sempre più alle classe più umili della società napoletana, di cui Mastriani divenne presto portavoce: “La cieca di Sorrento”, pubblicato nel 1852, è la prima opera a carattere sociale della sua produzione. Il lavoro che, però, ha portato lo scrittore napoletano nella storia è “Il mio cadavere”, pubblicato a puntate nel 1851. Il romanzo d’appendice, seppur non ottenne grande apprezzamento dalla critica e dal pubblico del tempo, è considerato il primo giallo scritto in Italia. L’occupazione piemontese e l’Unità segnarono una vera svolta nella produzione del Mastriani.

Dal 1863 al 1870 pubblicò quella che gli studiosi definiscono la “trilogia socialista”: tre saggi, separati fra loro, che analizzavano i disagi ed i problemi che vessavano la Napoli post-unitaria. Le tre opere furono, in ordine di pubblicazione: “I vermi. Studi storici su le classi pericolose in Napoli”, un acuto saggio sulla Camorra e su come si andasse sviluppando appoggiata dal nuovo Regno.

Il secondo fu “Le ombre. Lavoro e miseria”, una denuncia sullo sfruttamento delle donne nel mondo del lavoro ed, infine, “I misteri di Napoli. Studi storico-sociali”, un acuto romanzo che mostra tutto ciò che la società del tempo voleva nascondere. I tre lavori sono caratterizzati da un fortissimo spirito critico e da uno stampo giornalistico: il Mastriani non evita nemmeno di aggiungere nomi e cognomi delle persone che attacca e questo da un lato gli fece guadagnare la stima del pubblico, dall’altro l’odio degli interessati.

Negli anni successivi si dedicò al nascente meridionalismo, ma la sua vita continuò ad essere funestata dalla miseria e da altri lutti: morirono altri suoi figli, fra cui l’amata primogenita Sofia. Morì vecchio e povero a Napoli, nell’ultima casa in cui si era trasferito da pochi mesi, il 7 gennaio del 1891. Molte delle sue opere vennero pubblicate postume dal figlio Filippo, che si impegnò anche a raccogliere e diffondere tutti i lavori paterni, fra articoli, saggi e romanzi.

Matilde Serao, due giorni dopo la morte del Mastriani, pubblicò un accorato ricordo ed omaggio sul Corriere di Napoli che ben riassume la vita sfortunata del grande scrittore: “Questo povero vecchio che si è spento oscuramente, carico di anni e di dolori, affranto da un duro e incessante lavoro che gli lesinava il pane, tormentato da una invincibile miseria, non soccorso dalla fredda speculazione giornalistica che lo ha tanto sfruttato, soccorso dalla segreta pietà di poche anime buone, questo martire della penna era, veramente, fra i più forti e più efficaci nostri romanzieri.

“L’opera sua, formata da cento e più romanzi, appare grezza, disuguale, talvolta ingenua nella scarsezza delle risorse artistiche; e negli ultimi romanzi suoi è la fretta, lo stento, l’intima straziante pena di chi deve guadagnare, ogni giorno, quelle tre o quattro lire che gli davano: ma da tutta quanta l’opera sua, considerata insieme, emana una così fervida potenza d’invenzione che ha rari riscontri”.

Fonti: sito ufficiale dedicato a”Francesco Mastriani”,Cenni sulla vita e sugli scritti di Francesco Mastriani”, di Filippo Mastriani, “Un romanziere popolare a Napoli”. di G. Algranati

Francesco Proto Carafa nacque a Napoli il 22 marzo 1821 da Donato duca di Albaneta e da Clorinda Carafa, dalla quale ereditò il titolo di duca di Maddaloni. Come tutti gli aristocratici del tempo venne presto introdotto agli studi classici, nei quali si cimentò con passione e risultati eccellenti. Sviluppò un interesse particolare per le ricerche storiche ed, infatti, a soli 20 anni pubblicò la sua prima opera: una biografia del Cardinale Richelieu, controversa figura storica della Francia settecentesca.

Nel 1845 sposò la nobile inglese Harriett Vanneck, con la quale l’anno seguente ebbe un figlio, e partecipò a Napoli alla VII adunanza degli scienziati italiani. Il suo amore per l’erudizione e la cultura venne però presto soppiantato da un interesse ben più rischioso: alla fine del 1847 Proto prese parte ad alcune manifestazioni popolari volte ad ottenere il rilascio di una costituzione o, comunque, una svolta liberale da parte di Ferdinando II di Borbone.

Il giovane aristocratico venne arrestato e rilasciato nei tumulti che seguirono la protesta, ma venne rilasciato dopo pochissimo tempo. Abbastanza, però, per trasformare Proto in un grande sostenitore del processo che avrebbe unificato l’Italia. Quando, nel 1848, il sovrano concesse l’agognata costituzione, il letterato si arruolò nella guardia nazionale con il grado di maggiore, e prese parte al nascente comitato per la ‘crociata italiana’: un fallimentare progetto che avrebbe dovuto unire le monarchie costituzionali di tutta Italia in un unico grande regno.

Dopo questa breve parentesi iniziò la vera e propria carriera politica di Proto come deputato di Casoria nel Parlamento Napoletano: un’altra esperienza fallimentare dal momento che nel giro di pochi mesi l’esperienza costituzionale della Napoli borbonica si concluse nella repressione e, con essa, l’organo parlamentare. Il letterato traspose la sua esperienza nell’opera “La congiura dei baroni”, un’opera che sotto l’apparente ricerca storiografica denunciava i giochi di potere nella politica napoletana del tempo.

L’ennesima delusione portò Proto a prender parte ad un nuovo tumulto popolare il 15 maggio del 1848: questa volta fu costretto a fuggire all’estero per evitare il carcere e riuscì a tornare a Napoli solo cinque anni dopo, con la “grazia” del sovrano. Dopo il ritorno in città si dedicò quasi esclusivamente alla produzione letteraria: degno di nota il romanzo storico “La figlia dello Spagnoletto”, pubblicato con Le Monnier. Il resto delle opere di quel periodo fu composto da numerosi, quanto mediocri, drammi teatrali, spesso inscenati alla corte di nobili o avanti alla stessa famiglia reale.

Nel marzo del 1860 questioni politiche costrinsero ancora una volta Proto all’esilio: la polizia lo inquadrò come uno dei partecipanti ad una presunta congiura in favore di Luciano Murat, figlio di Gioacchino Murat. Tornò nel 1861 poco dopo l’ingresso di Garibaldi in città. Inizialmente, Proto fu più che favorevole al nuovo Governo: venne eletto deputato al Parlamento italiano. Con il discorso “Delle cose di Napoli” cercò anche di convincere Cavour a spostare la capitale a Napoli per combattere la corruzione imperante, a detta sua, sotto il regime borbonico.

Alla morte di Cavour, però, il neo-deputato cambiò radicalmente atteggiamento nei confronti dell’Italia unita. Il 20 novembre del 1861 Proto presentò una violenta ed accorata mozione in cui denunciava i metodi utilizzati dai piemontesi per occupare il Meridione e tutti i disagi relativi all’annessione, invocò una Commissione Parlamentare che indagasse sulla questione e risolvesse i problemi di ordine pratico e giuridico per evitare dislivelli con le zone occupate. Fu uno scandalo, i giornali di tutta la penisola ne parlarono e, dopo solo una settimana, il parlamentare fu costretto a dimettersi.

Hanno insanguinato ogni angolo del regno, combattendo e facendo crudelissima una insurrezione, che un governo nato dal suffragio popolare dovrebbe aver meno in orrore. Il governo di Piemonte toglie dal banco il danaro de’ privati, e del danaro pubblico fa getto fra i suoi sicofanti; scioglie le Accademie, annulla la pubblica istruzione.

Nessuno più avanzò una simile mozione. Oggi, il testo integrale è conservato a Roma, Archivio storico della Camera dei deputati. Dopo l’ennesimo fallimento tentò di entrare nelle grazie di Francesco II di Borbone, esiliato a Roma, e traspose la sua frustrazione in opere satiriche in cui denunciava e metteva alla berlina nascente stato: esempi sono “Il senato cattolico” ed “Il conte Durante” in cui, addirittura, fingeva un secondo viaggio di Dante attraverso la moderna Italia.

Tornato a Napoli venne tormentato da due gravi lutti: nel 1875 morì, a soli 29 anni, il figlio Carlo Alberto e poco dopo perse anche la moglie. Proto si rifugiò nella scrittura e produsse numerose opere storiche e teatrali che, però, incontrarono difficilmente l’apprezzamento della critica. Maggiormente apprezzati i suoi Epigrammi, che figuravano spesso sui quotidiani e venivano declamati nei salotti aristocratici. Salvatore Di Giacomo li raccoglierà e pubblicherà dopo la sua morte. Insieme a quest’ultimo ed a Benedetto Croce, Proto fondò la rivista “Napoli nobilissima”.

Restò sempre incredibilmente apprezzato nell’ambiente dell’aristocrazia napoletana, di cui divenne l’esponente più rappresentativo: fu anche testimone di nozze di Matilde Serao. Nel 1883 venne anche eletto eletto nella lista cattolica al Consiglio comunale di Napoli, ma manifestò scarso interesse nella carica e l’abbandonò dopo pochi mesi per dedicarsi esclusivamente ai piaceri mondani. Morì a Napoli il 25 aprile del 1892, a 71 anni. Sul Mattino del 28 aprile, nel suo necrologio, Achille Torelli lo definì “l’ultimo dei napoletani”.

Probabilmente il titolo va riferito al fatto che fosse stato l’esempio dell’aristocrazia della sua città: scostante, ma passionale, incapace ad adattarsi agli stravolgimenti politici, ma sempre pronta ad infiammarsi. A noi ed alla storia piace pensare che, invece, si riferisse al fatto che fu l’ultimo napoletano che, anche se per poco tempo, continuò a lottare contro le ingiustizie di un’Unità basata sul sangue del Sud.

Fonti: dizionario Biografico Treccani

Marisa Laurito ha compiuto 67 anni. Nata a Napoli nel 1951, la sua carriera di attrice e presentatrice è iniziata quando era appena una bambina: a 8 anni aveva già deciso che il palcoscenico sarebbe stato il suo habitat e, giovanissima, entra a far parte della compagnia di Eduardo De Filippo, con cui collabora per ben sei anni.

Il suo curriculum è lungo e prestigioso: a 26 anni Luigi De Laurentiis la sceglie come protagonista accanto a Manfredi e a Tognazzi nel film La Mazzetta di Sergio Corbucci. Grazie al film “Tierra Nueva” con Antonio Banderas vince il Premio di miglior attrice protagonista straniera al Festival Internazionale di Bogotà.

In tv, indimenticabili le sue collaborazioni con Renzo Arbore in programmi che hanno segnato un’epoca, come “Quelli della notte” e “Marisa la nuit”. E’ stata poi conduttrice di “Domenica in” per la regia di Gianni Boncompagni.

Sempre sul piccolo schermo, ha avuto grande successo con i programmi di cucina: CasaLaurito, Pasta Love e Fantasia e I Fatti Vostri di Michele Guardì.

Paladina di Napoli e del Sud, Marisa non ha mai perso l’occasione di difendere la meridionalità: “Io sono il Sud, perché il Sud è migliore di quello che si racconta, in generale il Sud del mondo. Ci sono pregiudizi ancora oggi. Ma al Sud c’è una creatività particolare, un modo di prendere la vita che è un po’ on the road. Guardare le piccole cose, questa è anche una filosofia del Sud: non pensare che bisogna essere per forza ricchi per essere felici”.

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troisi

Moriva ieri Ettore Scola, cineasta italiano globalmente conosciuto ed applaudito che, con Napoli, ha da sempre avuto uno rapporto complesso, fatto quasi di amore e odio: in ricordo della sua enfasi professionale e delle sue scelte filmiche, vi proponiamo un intervista a Massimo Troisi, intervistato alla 42esima edizione del Festival di Cannes, in concorso con il film “Splendor”, diretto appunto da Scola , ed interpretato in compagnia di un magistrale Marcello Mastroianni.

Splendor è un film del 1988 ed è la prima pellicola che Massimo girò con Ettore Scola. I due, affini quasi da subito professionalmente hanno, infatti, continuato a lavorare assieme, con Che Ora è? (1989, in scena ancora con Mastroianni) e Il Viaggio del Capitan Fracassa (1990).

Massimo Troisi, come mostra il video che segue, viene intervistato, da una reporter televisiva che lo interroga in merito alla sua presenza al Festival e le speranze di guadagnare la Palma d’Oro.

E l’intellettuale napoletano, dall’ironia sottile ed efficace, esplicita le sue speranze di vittoria, motivando così la sua presenza al Festival, sarcastico sul suo apparire forse presuntuoso. Tuttavia, ben sappiamo che non era questa la percezione che il pubblico possedeva di Troisi, sempre pronto a combattere gli stereotipi del napoletano spavaldo in ogni situazione e sempre a suo agio. Al contrario, la sua aria timida e riservata mostrava una sincerità inconsueta, lontana dall’etichetta di napoletano, vicina all’umanità tutta.

Ogni pezzo di Massimo, è un pezzo autentico di Napoli, pertanto, buona visione.

 

Michele Piacenza nacque a Terlizzi, in Puglia, nel novembre del 1731. Come racconta N. Giangregorio nella biografia “Michele Sarcone”, della sua famiglia d’origine non si sa nulla: venne abbandonato da bambino dietro la Chiesa di S. Maria dei Minori Osservanti, dove venne raccolto da alcuni frati del vicino convento.

Furono loro a crescerlo, ad accudirlo e ad insegnargli i primi rudimenti di grammatica, matematica, latino e musica: tutto ciò di cui un giovane del tempo aveva bisogno per una cultura di base. Nel frattempo, Michele decise di cambiare il cognome “Piacenza” in “Sarcone”, forse per tagliare di netto i legami con la famiglia che l’aveva rifiutato.

I monaci, colpiti dalla predisposizione del giovane per le scienze naturali finanziarono la sua iscrizione alla facoltà di Medicina della Federico II di Napoli. Si laureò a soli 23 anni nel 1754, ma questa sua precocità segnò anche un inizio fallimentare della sua carriera.

Fece subito domanda per ottenere una cattedra, ma quel giovane Michele Sarcone, orfano pugliese, non aveva amicizie importanti e non si era fatto conoscere negli ambienti importanti per ambire ad un simile posto. Rifiutato, fu costretto a cercare maggior fortuna in provincia ed esercitò la professione di medico a Sessa Aurunca.

Qui, dopo qualche anno di attività, conobbe il vaiolo nel modo peggiore possibile: nel 1758 una violenta epidemia si diffuse nella zona ed uccise i suoi due figli. Distrutto dal dolore tornò a Napoli con l’obiettivo di impedire che simili tragedie si perpetrassero e mettere la parola fine alle epidemie.

Intanto, l’intero regno era in fermento per l’incoronazione di Ferdinando IV a soli 8 anni. Fra i ministri ed i consulenti di Sua Maestà c’era Bernardo Tanucci, che iniziò subito a prodigarsi per cambiare dalle fondamenta la medicina del tempo: per lui i medici si comportavano più come astrologi curando i pazienti senza basarsi su reali analisi.

Michele Sarcone trovò, quindi, una Napoli diversa e decisamente più aperta a ricerca e talento. Divenne medico militare nel 1760 e poco tempo dopo venne nominato direttore dell’ospedale militare della Trinità. Grazie a questa esperienza Sarcone riuscì a sviluppare il suo metodo di analisi, dando importanza all’osservazione di ogni caso clinico ed alla ricerca di causa ed effetto di ogni sintomo.

Il suo primo trattato pratico scientifico fu il risultato di quegli anni, “Istoria ragionata dei mali osservati in Napoli nell’intero anno 1764”, e, non a caso, lo dedicò proprio al Tanucci.

Lo studioso Francesco Babudri descrisse così l’importanza del trattato: “Egli ebbe chiaro concetto che ogni contagio fosse un “quid” vivente dopo i profondi suoi studi sulla epidemiologia, nella quale branca lasciò più libri. Così studiò a fondo il vaiolo, spianando la via della vaccinazione di Jenner. Le sue celebri osservazioni sui mali a Napoli sono un capolavoro in cui il Sarcone mostra la sua tempra di batteriologo e insieme di filosofo, che doveva concepire i bacilli come esseri viventi”.

Il modo con cui il medico affrontò l’epidemia di vaiolo che si abbatté sulla città nel 1768 e gli studi che ne derivarono vennero utilizzati da Edward Jenner, citato da Babudri, per creare il vaccino contro il letale virus.

I suoi progressi medici e scientifici, però, attirarono su di lui l’invidia ed i rancori dei colleghi napoletani e fu costretto a trasferirsi a Roma nel 1770. Anche qui trovò un ambiente chiuso e medici incompetenti che nemmeno riuscivano a comprendere i suoi progressi.

Ne “Il Caffè” Sarcone denunciò questa situazione con satira ed amarezza e questo, anche stavolta, lo costrinse ad abbandonare la città. A Napoli, intanto, anche Tanucci era decaduto a causa di intrighi di palazzo e maldicenze. Il medico si trovò quindi nuovamente solo, in un ambiente ostile, allontanato dai colleghi e dai salotti illustri.

Questo non gli impedì di continuare le ricerche, anzi: nel 1783 venne nominato capo della commissione per le ricerche scientifiche riguardo al terremoto che, in quell’anno, aveva devastato la Calabria. Inoltre la sua opera del 1787, “Scrittura medico-legale”, segnò la nascita della moderna medicina legale, cioè quella branca di medicina che con analisi sui cadaveri risale alla causa del decesso ed ai sintomi pregressi.

Il suo approccio scientifico e rivoluzionario alla professione, la ricerca costante e le doti nella comprensione di sintomi e malattie gli valsero l’appellativo di “Ippocrate Napoletano” in onore del greco padre della medicina a cui, ancora oggi, i futuri medici si votano in un solenne giuramento.

C’è dell’altro, però: altra cosa che lega Michele Sarcone ad Ippocrate ed al suo giuramento è stata la totale devozione ai pazienti, una missione che portò il medico incontro alla sua stessa morte.

Lo storico e biografo A. Casarini scrisse che: “Fu precisamente al ritorno da un viaggio faticoso a Sessa, ove, nonostante i rigori della stagione invernale, si era rigorosamente recato in consulto per visitare un amico gravemente infermo, che fu colto da polmonite.” Tornato a Napoli morì dopo pochi giorni di malattia il 25 gennaio del 1797 a sessantasei anni.

L’uomo che la storia ricorda come Carlo I d’Angiò, re di Sicilia, nacque il 21 marzo del 1226 a Parigi dal re di Francia Luigi VIII e sua moglie Bianca di Castiglia. Venne battezzato col nome di Stefano: cambiò il nome in “Carlo” soltanto in seguito per ostentare la discendenza della regale dinastia dei Carolingi, i discendenti di Carlo Magno, fondatore del Sacro Romano Impero. Ultimogenito, era destinato alla vita monastica, ma la prematura scomparsa di ben due fratelli gli concesse titoli ed onori a cui non era destinato.

Ciò che davvero gli diede prestigio e potere, però, fu il matrimonio con la dodicenne Beatrice, contessa di Provenza. Gli avvenimenti che precedettero l’unione sono paragonabili ad una favola classica: alla prematura scomparsa del padre, la ragazzina si trovò ad ereditare una delle terre più floride e ricche della Francia del tempo. Questo attirò numerosi pretendenti ed il più importante fra questi, Giacomo I d’Aragona, arrivò addirittura ad assediare il castello della contessa per ottenere la sua mano. Carlo arrivò con le sue armate e spazzò via quelle del rivale riuscendo a sposare la giovane il 31 gennaio del 1246 ed acquisendo, di conseguenza, il titolo di Conte di Provenza.

Nel 1248 accompagnò suo fratello, divenuto re di Francia come Luigi IX, nella fallimentare settima crociata: in Egitto l’intera famiglia reale venne fatta prigioniera costringendo le truppe “cristiane” ad una veloce ritirata. Tornato in patria nel 1250 sedò numerose rivolte e prese parte a varie guerre dinastiche che accrebbero i suoi possedimenti. Tra il 1258 ed il 1264 riuscì persino a conquistare tutto il Piemonte ponendo, di fatto, fine all’autonomia della regione. Intanto, però, in tutta la penisola italica si acuiva la lotta fra i guelfi, sostenitori del Papa e del suo potere temporale, ed i ghibellini, fedeli all’impero tedesco.

Fra questi, Manfredi della casata di Svevia, re di Sicilia, acquisiva sempre più potere e manifestava l’intenzione di unificare tutta l’Italia sotto il suo dominio. Nel 1263 papa Urbano IV scomunicò Manfredi, ma serviva qualcuno abbastanza potente da affrontare il re in battaglia e scacciare le sue armate dalla Sicilia e dalla Campania. Carlo accettò la sfida e nel 1266 radunò a Roma circa 30.000 soldati francesi. La notte dell’epifania, nella basilica pontificia, venne ufficialmente incoronato re di Sicilia.

Il 10 febbraio iniziò la marcia in Campania e la maggior parte dei baroni fedeli a Manfredi, impauriti dall’avanzata francese, tradirono il loro signore. Lo Svevo tentò una disperata resistenza lungo il fiume Calore, nei pressi di Benevento, ma nella violenta battaglia venne colpito a morte. Carlo I d’Angiò regnava ormai su tutto il Sud Italia, ma i baroni che avevano tradito si pentirono presto del loro gesto: consapevole dell’infedeltà che lo circondava, il nuovo re si dimostrò duro ed autoritario, sostituendo suoi funzionari scelti a nobili e possidenti locali.

Questo scatenò presto una rivolta capeggiata da Corradino di Svevia, giovanissimo nipote di Manfredi. Questa nuova minaccia venne presto sedata nel sangue da Carlo: il 29 ottobre del 1268 l’ultimo Svevo venne condannato a morte e decapitato in Piazza del Mercato, a Napoli. Nello stesso anno, rimasto vedovo di Beatrice, il re prese in moglie Margherita di Borgogna. Placata ogni rivolta interna Carlo rivolse le sue attenzione ai focolai ghibellini che ancora resistevano in tutta Italia, ma prima di iniziare quest’ultima impresa decise di spostare la capitale del regno da Palermo a Napoli: la città era centrale, ricca, ben collegata e si confaceva al suo proposito di unificare l’intera penisola.

Carlo I d’Angiò, Palazzo Reale

Nei due anni successivi il re, con la scusa di sottomettere le città ghibelline riuscì ad estendere, con la compiacenza del Papa, gran parte della Toscana. Per un breve periodo il regno di Carlo era quanto di più simile ad un’Italia unita dal Piemonte alla Sicilia e Napoli si trovò ad esserne la capitale. Nel 1270, però, le ambizioni del sovrano furono arrestate da un’ennesima crociata del fratello, dove, peraltro, lo stesso Luigi IX perse la vita in seguito ad una violenta dissenteria. Tornato in patria il re di Sicilia mosse altre guerre di conquista e sottomissione, finanziando tutto con tasse sempre più pesanti.

Il 30 marzo del 1282, il lunedì di Pasquetta, un generale francese mise le mani addosso ad una nobildonna palermitana per perquisirla: il popolo insorse generando una violenta rivolta conosciuta oggi come i “vespri siciliani”. In realtà, escludendo la storiella dell’onore della donna, i motivi per un’insurrezione erano ben altri: oltre alle tasse elevate i palermitani avevano mal digerito il trasferimento della capitale a Napoli, così come i funzionari francesi nelle più alte cariche governative. In pochissimo tempo l’intera Sicilia insorse e Carlo riuscì a riottenerne il controllo dopo più di un anno di guerra.

Ad approfittare di questo caos fu Pietro III d’Aragona che sbarcò a Trapani con circa 9000 armigeri e scacciò definitivamente le truppe francesi dall’isola. Carlo per tre anni cercò di arginare l’avanzata spagnola sul continente, ma, in parte per l’incapacità del figlio, Carlo lo Zoppo che perse l’intera flotta napoletana, ed in parte per le continue rivolte popolari contro l’autoritario monarca ogni sforzo fu vano. Gravemente ammalato e stremato da una febbre persistente Carlo I d’Angiò morì a Foggia il 7 gennaio del 1285 mentre si dirigeva in Puglia per organizzare uomini e riscuotere altre imposte. I suoi resti, riportanti in Francia, riposano nella Basilica di Saint Denis mentre una sua statua è fra quelle che decorano la facciata del Palazzo Reale di Napoli.

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Oggi ricorrono 123 anni dalla vostra morte ed io voglio dedicarvi alcune righe.
Chi si interessa alla causa borbonica, di solito, prende come punto di riferimento vostro padre: Re Ferdinando II, sotto il quale Napoli e tutto il Regno hanno vissuto la loro età dell’oro. Io invece ho sviluppato da subito un’ammirazione ed un trasporto per Voi. Dalla storiografia scritta dai vincitori venite descritto come debole, privo di polso, incapace al comando.

Chi, invece, ha avuto la fortuna di studiarvi senza il filtro fuorviante della storiografia prezzolata è in disaccordo con questa versione dei fatti. Personalmente ho conosciuto un sovrano che, nonostante abbia ereditato un pesantissimo trono, occupato in maniera indiscutibilmente brillante dal padre, a soli 23 anni ha governato con dignità e lungimiranza, mostrando acutezza, determinazione e grande umanità anche durante l’invasione del suo Stato da parte di un avventuriero sanguinario per conto di Vittorio Emanuele II.

Non ho mai conosciuto un sovrano o un leader che per salvare i suoi uomini e i suoi “figli” (come amavate chiamare il vostro popolo) decidesse di firmare l’armistizio per liberare Gaeta da un assedio disumano. Per i più questo gesto è stato dettato dalla debolezza, invece è emblema dell’immenso amore che avevate per la vostra terra e per i vostri sudditi, che vi ha portato ad accettare, senza esitazioni, un triste esilio per risparmiar loro altre sofferenze.

Non avete mai chinato il capo, ma anche quando ormai vi avevano privato del vostro trono, avete lottato con grande dignità, e con l’aiuto della vostra profondissima fede coltivavate in cuor vostro il desiderio di rimpossessarvi dello scettro dei vostri padri. Commoventi sono i vostri scritti sugli ultimi giorni di regno e sull’esilio, dove si percepisce tutto il vostro dolore ma sempre contraddistinto da un’umanità ed una bontà d’animo più unica che rara.

Siete stato ultimo baluardo di un mondo che ormai stava collassando, sconvolto da venti di guerra, libertà mendaci e falsi miti. Testimone di una Napoli che oggi non esiste più. La vostra è stata l’ultima luce splendente di un’umanità che non esiste più in quanto successivamente il cinismo, la prevaricazione ed il tornaconto sono stati innalzati ed esaltati come gli unici archetipi da perseguire a tutti i costi.

Perdonateci se non siamo stati capaci di difendere quello che voi e i vostri antenati avete creato per noi. Mi appello alla clemenza del vostro immenso cuore, con capo chino, perché ancora oggi dopo quasi 156 anni c’è ancora chi infanga il nome vostro e della vostra famiglia.

Le persone parlano e spesso lo fanno per partito preso. Possono dire tutto quello che vogliono, ma chi è a conoscenza della verità sa come sono andate le cose. Non dispiacetevi per i più che ancora vi calunniano, ma guardate con benevolenza e con occhio di padre, chi dopo un secolo e mezzo ancora urla al mondo la grandezza del vostro operato e vi acclama ancora, ma non solo come: Vostra Maestà, ma come punto di riferimento, intimo padre e fratello.

Grazie di tutto Re Franceschiello, che Iddio vi abbia sempre in Gloria.