Luoghi di Napoli

Storia e peculiarità dei luoghi simbolo della città di Napoli

pizza mercatoOggi Piazza del Mercato è affollata da antiestetici edifici e veicoli, però prima non era così.  C’era un tempo in cui l’area interessata si chiamava Campo Muricino/Moricino. Il significato è dubbio, c’è chi sostiene che in origine ci fossero mercanti orientali, altri per il fatto di essere molto vicino alle mura cittadine. Bartolomeo Capasso lo associa a un luogo di morte, descrivendo la spettacolare morte di Corradino di Svevia nel 1268. In base alla notizia fornitaci dal Capasso, sappiamo quindi che il Campo in origine rivestì una funzione pubblica per le uccisioni.

Due anni dopo, Carlo I d’Angiò gli diede anche un altro scopo, cioè essere sede del mercato cittadino e lo sostituì con quello principale che si teneva nel cuore della città a San Lorenzo. Il mercato si presentava come un perimetro irregolare di 5 ettari, dove svariati commercianti davano luogo alle loro attività. Facevano da sfondo ai commercianti alcuni edifici in costruzione come la chiesa di Sant’Eligio e del Carmine.

Il mercato doveva tenersi ogni 2 giorni: il lunedì e venerdì. Il successore Carlo II ratificò il provvedimento del suo predecessore a proposito dell’area destinata al mercato e regolò la vita commerciale nel 1302. Intanto, accanto ai ridenti commerci si affiancavano eventi religiosi, feste e continuavano i macabri rituali di condanne a morte.

Il tempo passava, succedeva la dinastia Aragonese. Nel 1484 Ferrante I d’Aragona fece allargare le mura cittadine, così da consentirne la costruzione di case intorno alla Piazza del Mercato. Accanto ai due suindicati edifici religiosi iniziarono a prendere forma tanti edifici abitativi di fattezze sostanzialmente mediocri. Tuttavia la forma e la grandezza della Piazza continuavano a essere immutate.

Con gli Asburgo di Spagna, la Piazza del Mercato diventò anche sede del potere politico, quando ci fu la rivolta di Masaniello. Nei primi giorni della rivoluzione, il rivoluzionario emanava ordini ai suoi lazzari su un palcoscenico costruito in Piazza. Le riunioni tra rivoluzionari avvenivano nella Chiesa del Carmine e fu anche luogo dove furono decisi i capitoli da presentare al viceré.

piazza mercato
La rivolta di Masaniello in Piazza Mercato a Napoli (1648), Michelangelo Cerquozzi, Palazzo Spada, Napoli, Fonte della foto: Wikipedia

Tra gli anni ’50 e ’60 del ‘600, lo scarno Mercato fu arricchito da due sfarzose fontane volute dal viceré conte D’Ognate. Le fontane erano poste una al centro della piazza e l’altra nella parte orientale. Prima di quest’ultima, ci stava una cappella dedicata a Santa Croce. L’edificio presentava due porte, l’altare in direzione della cappella era sovrastata da una colonna. Questa era coronata da una croce di marmo, sulla parete retrostante vi erano disegnate le immagini di santi. Invece su quella occidentale erano descritte, tramite pitture, gli ultimi avvicendamenti di Corradino di Svevia.

Durante il periodo di peste del 1656, Piazza del Mercato era rappresentata come luogo di maledizione, da dove originasse la malattia e area di sepoltura dei corpi appestati. I nobili sostenevano che la peste fosse sorta dai popolani perché consumarono il pesce salato a basso prezzo acquistato in Piazza. Un’altra critica antipopolana era che ci fosse una vendetta divina perché i popolani misero in discussione l’ordine gerarchico con la rivolta di Masaniello. La malattia mieté una grandissima fetta della popolazione e la Piazza avendo un grande spiazzo ospitò un gran numero di morti per peste.

Domenico Gargiulo – Fundación Casa Ducal de Medinaceli. Title: La plaza del mercado de Nápoles/Piazza Mercato, Naples. Date: c. 1654. Materials: oil on canvas. DImensions: 76 x 141 cm. Source: http://www.museothyssen.org/microsites/prensa/2011/Arquitecturas-pintadas/img/Gargiulo.jpg. P.S. I have changed the light, contrast and colors of the original photo.

Finita l’epidemia, il mercato riprese e alla fine del ‘600 furono avanzati due progetti per mettere ordine ai banchi sparsi disordinatamente per il perimetro. I banchi dovevano disporsi nel creare un rettangolo aperto ai 4 lati tanto da formare una croce, al cui centro si trovava la Fontana Centrale. Non sappiamo se i progetti furono o meno approvati.

Durante la dinastia dei Borbone, nel 1781 ci fu un incendio in Piazza causato dai fuochi utilizzati durante la festa del Carmine. Siccome le botteghe erano di legno subito furono arse. Ferdinando IV di Borbone commissionò all’architetto Francesco Sicuro il progetto di costruzione della Piazza del Mercato.

Essa acquisiva una forma a esedra, cioè semicircolare e sovrastata da una cupola. Costruì inoltre la Chiesa di Santa Croce e Purgatorio insieme a tre fontane: Fontana Obelisco, dei Leoni, dei Delfini e ristrutturò la Fontana Maggiore. Oggi delle fontane citate è presente la sola Fontana dell’Obelisco. Durante la repressione Borbonica nei riguardi dei sostenitori della Repubblica, la Piazza ritornò a essere luogo di morte in pubblico, si ricorda l’impiccagione di Eleonora Pimentel  Fonseca nel 1799.

Chiesa di Santa Croce e Purgatorio così come si presenta oggi in Piazza del Mercato, Francesco Sicuro, Napoli, fonte della foto: Wikipedia

La Piazza del Mercato fu seriamente danneggiata dai bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale. Nel periodo post guerra, le attività commerciali iniziarono il loro repentino declino, molti commercianti andarono via dalla Piazza. A fornire un altro colpo fu la speculazione edilizia degli anni 60 con la costruzione del Palazzo Ottieri. Questo fece perdere valore alla Piazza e non consentì alla stessa di avere una veduta verso il mare, problematiche che perdurano ancora oggi.

Da come si può comprendere leggendo l’articolo, la Piazza del Mercato ha una lunga storia da raccontare eppure oggi è totalmente abbandonata. Certamente non ha aiutato l’incuranza, da svariati anni, delle istituzioni che dovrebbero prendersi cura di un monumento come Piazza del Mercato.

Sitografia:

http://www.federica.unina.it/architettura/storia-della-citta-paesaggio/storia-piazze-mercato-napoli/

http://www.bibliotecauniversitarianapoli.beniculturali.it/index.php?it/462/piazza-mercato

Bibliografia:

B.Capasso, La casa e la famiglia di Masaniello, Giannini, Napoli, 1919

Istituto Domenico MartuscelliNato nel 1873 come Istituto Principe di Napoli, oggi il centro di istruzione per non vedenti è intitolato al suo fondatore, Domenico Martuscelli, uno dei primi ad interessarsi dell’insegnamento della scrittura ai ciechi, e rappresenta – da questo punto di vista – un importante punto di riferimento per l’intero Sud Italia.

L’istituto ospita, infatti, non vedenti e ipovedenti anche con gravi ulteriori disabilità. A questi viene fornita la possibilità di seguire, in quanto convittori o semiconvittori, un percorso educativo-riabilitativo completo. Tant’è che coloro i quali vengono ospitati presso la struttura sita in Largo Martuscelli, dispongono di assistenza allo studio dai tre anni sino alla Laurea.

Non solo, perché dal luglio del 2000 l’Istituto ha aperto un Centro di Riabilitazione Specializzato per non vedenti pluriminorati in età evolutiva, il quale non svolge solo attività riabilitativa, ma numerose altre attività di supporto finalizzate all’inserimento scolastico, sociale e lavorativo. A ciò vanno aggiunti anche dei Laboratori Protetti, ovvero laboratori occupazionali finalizzati a creare un contesto a carattere strettamente terapeutico nel quale, al tempo stesso, sviluppare prerequisiti di tipo lavorativo per un eventuale futuro inserimento nel mondo del lavoro.  In questi laboratori, tenendo conto del deficit visivo, dell’eventuale limitata efficienza intellettiva, e/o delle difficoltà motorie, e/o delle difficoltà psicopatologiche del soggetto, vengono avviate attività artigianali particolarmente adatte quali la lavorazione della ceramica, del vimini, la legatoria, l’assemblaggio, la tessitura, l’accordatura di strumenti musicali. Ovviamente non potevano mancare corsi di alfabetizzazione informatica e di scrittura e lettura braille (in rilievo).

Insomma, dalla sua nascita ad oggi l’Istituto Domenico Martuscelli si è sempre posto all’avanguardia nel campo dell’assistenza ai non vedenti, battendosi molto per il loro inserimento nella società. Proprio l’idea iniziale del fondatore che, rimasto orfano a soli 14 anni, prese il posto del padre (maestro di calligrafia presso la Real Casa delle Due Sicilie) come insegnante ai ciechi dell’ospizio dei SS Giuseppe e Lucia. Di qui la sua decisione di fondare un centro che consentisse una loro migliore formazione e soprattutto un’integrazione  nella società.

Progettata e realizzata in poco più di 500 giorni. Inaugurata nel maggio del 1940, la Mostra d’Oltremare – all’epoca “Mostra Triennale delle Terre italiane d’Oltremare” – rappresentava tre esigenze fondamentali della politica mussoliniana: la prima di natura urbanistica, la seconda di natura ideologica e la terza di natura economica.

Dal punto di vista urbanistico, la Mostra d’Oltremare aveva l’obiettivo di concretizzare la definitiva estensione del capoluogo partenopeo verso i Campi Flegrei. In tale direzione, già nel 1926 il governo fascista aveva firmato una decisione strategica. Con il decreto regio n. 1002 infatti, il Re Vittorio Emanuele, il Duce e il Ministro dell’interno Luigi Federzoni, approvarono un piano di risanamento che portò l’aggregazione al comune di Napoli di due città autonome dell’area flegrea: Soccavo e Pianura, favorendone così l’espansione verso ovest.

Dal punto di vista ideologico, invece, la Mostra d’Oltremare aveva il compito di rappresentare il manifesto architettonico della spinta coloniale del regime fascista. In tale orizzonte, la città di Napoli fu una scelta strategica di Mussolini, che considerava il capoluogo partenopeo la “testa di ponte dell’Impero fascista”. Questo perché Napoli, in epoca imperiale, fu il primo porto dell’antica Roma e pertanto incarnava perfettamente quel trait d’union ideologico con l’antica spinta coloniale del mondo romano al quale il regime fascista s’ispirava.

Infine, dal punto di vista economico la Triennale doveva manifestare la compiuta ripresa commerciale, finanziaria e sociale che Mussolini aveva progettato per Napoli. Rilancio che, nelle intenzioni del Duce, doveva concretizzarsi in cinque punti strategici: agricoltura, navigazione, industria, artigianato e turismo. In tale progetto, la Mostra delle Terre d’Oltremare rappresentava la sintesi ideale dei cinque punti suddetti. Il prospetto economico fu comunicato dallo stesso Mussolini nel 1931, nel corso di un appassionato discorso alle camicie nere partenopee in Piazza del Plebiscito.

«Napoli è profondamente trasformata – affermò il Duce – : ne fanno testimonianza gli italiani e gli stranieri. Ma non basta: Napoli deve vivere e sin da questo momento deve segnare le sue direttrici per l’azione del domani. Sono cinque: prima di tutto l’agricoltura, che deve trovare sbocchi per i prodotti delle vostre terre ubertose; poi l’industria, per la quale devono esserci i lavori che le leggi hanno stabilito; la navigazione, che nel vostro porto, completato e ammodernato, deve fare rifiorire i vostri traffici; l’artigianato, che documenterà al mondo la maestria, la genialità dei vostri artigiani; finalmente il turismo, poiché voi potete offrire al mondo panorami incantevoli e città dissepolte che non hanno uguali sulla faccia della terra».

Inserita in tale contesto, la Mostra delle Terre d’Oltremare fu il frutto di un’ardita sperimentazione urbanistica, che arricchì notevolmente la già florida politica architettonica del fascismo – in grado, nel corso di appena 12 anni (dal 1928 al 1940) di edificare ben 12 città. La Triennale fu progettata seguendo i principi dell’architettura del verde: 36 padiglioni espositivi, svariati uffici, due teatri e un’arena, tutto in armonico dialogo con la prospera vegetazione flegrea. Su una superficie complessiva di 642.187 mq, infatti, ben 15 ettari furono destinati alla realizzazione di tre aree verdi: un parco faunistico (l’attuale zoo di Napoli), un parco divertimenti (l’attuale Edenlandia) e le serre botaniche (andate perdute).

La Mostra, inoltre, si presentava come una coraggiosa sintesi delle principali sperimentazioni architettoniche dell’epoca: razionaliste, eclettiche, organiche e funzionali. La maggioranza dei padiglioni espositivi e degli edifici furono realizzati da giovani architetti – soprattutto campani – mediante bandi di progettazione e concorsi. Al termine dei lavori la Triennale era costituita da: tre settori di esposizioni (storico, geografico, della produzione e del lavoro), una zona archeologica (grazie al ritrovamento di una strada, di un sito termale e di un acquedotto di epoca romana) e due parchi.

All’interno del Settore Geografico spiccava il Padiglione Libia, tra i più vasti della Triennale, che ospitava la mostra dedicata alla colonia nordafricana italiana. Vero e proprio “parco nel parco” con tanto di perimetro divisorio che ne delimitava lo spazio dal resto della Mostra, il padiglione si presentava come un autentico microcosmo libico nel cuore della Triennale.

Progettato dall’architetto Florestano Di Fausto nel 1939 – autore, non a caso, dei principali villaggi coloniali italiani in Libia – il padiglione si proponeva come una deliziosa opera di architettura araba nel centro urbanistico della Triennale. Il nucleo del progetto era costituito da una moschea bianca impreziosita da un alto minareto che poteva essere ammirato da ogni angolo della Mostra. C’erano, inoltre, un tipico marabutto arabo, delle oasi con palmeti e un frammento di deserto sahariano (prelevato direttamente dalla colonia) all’interno del quale stanziava un accampamento di beduini – noto anche come “villaggio indigeno” – che viveva all’interno di tende con gli immancabili cammelli.

Il padiglione offriva altresì, la presenza di svariate botteghe di artigiani libici: produttori di caffè, orafi, tessitori oltre a musicisti e danzatrici del ventre. Infine, l’elemento esotico del padiglione era arricchito dalla presenza di ben 1.500 esemplari di palme di datteri, provenienti dalle coste tripolitane.

I villaggi indigeni costituivano uno degli elementi principali della Triennale. Oltre al Padiglione Libia, infatti, molti altri spazi della Mostra Geografica – come ad esempio la Mostra dell’Africa Orientale Italiana, la Mostra del Settore Etnografico e la Mostra della Civiltà Cattolica in Africa – ospitavano dei villaggi indigeni. Secondo le fonti dell’epoca, furono ben 57 gli indigeni che abitarono i villaggi della Triennale nel periodo della sua apertura. Rappresentanti di vari gruppi etnici africani (eritrei, somali, libici) furono destinati ai rispettivi padiglioni di appartenenza geografica. Dei 57 indigeni, 7 erano bambini, ai quali se ne aggiunsero altri 2 nati nel periodo di permanenza nella Mostra.

Tuttavia, a causa delle leggi razziali – già in vigore dal 1938 – il governo fascista collocò all’interno della Triennale una sezione della Polizia Africana Italiana (PAI), che aveva il compito di controllare e limitare il rischio di contatto tra gli italiani e gli indigeni.

Quando la Mostra fu chiusa nel giugno 1940 a causa dello scoppio della guerra, il gruppo di nativi libici fu immediatamente imbarcato e poté tornare nel paese di origine. Un solo indigeno, tuttavia, rimase in Italia, un libico di nome Abdelgader Trudi che per colpa di una malattia non poté affrontare il viaggio in mare. Fu ospite di una famiglia italiana fino al 1943, anno in cui venne catturato dai tedeschi e deportato a Lipsia. Alla fine della seconda guerra mondiale, Abdelgader tornò a Napoli e lavorò come fattorino nella sede partenopea del Calzaturificio di Varese.

Oggi il Padiglione Libia è un luogo interdetto al pubblico che versa in un drammatico stato di abbandono – ben più sconfortante dei vicinissimi Padiglione Rodi e Padiglione Albania. Col passare del tempo, infatti, sono andate perse le strutture cardine del progetto originario: la moschea, il minareto e il marabutto. A peggiorare drammaticamente la situazione, la decisione presa negli anni ’60 di erigere il Centro Bowling Oltremare negli spazi un tempo occupati dalla moschea. Le poche testimonianze superstiti dell’antica struttura sono preda di piante e degrado.

Esistono delle prospettive concrete per la riqualificazione del Padiglione Libia? Sì sulla carta, no nei fatti. Nel 2005 il Comune di Napoli ha approvato un PUA (Piano Urbanistico Attuativo) che avrebbe dovuto trasformare la Mostra d’Oltremare in un parco fieristico e congressuale di respiro internazionale. Il progetto proponeva anche il restauro filologico del Padiglione Libia, destinato ad ospitare il “Borgo dell’Artigianato” della Mostra d’Oltremare. Nulla è stato fatto in tale direzione.

Successivamente, l’assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli Nino Daniele ha espresso in più occasioni l’idea di restaurare il padiglione ripristinandone la moschea, il minareto ed il marabutto. A tale progetto si affiancò anche la proposta di affidare la restaurata moschea alla comunità islamica della città di Napoli. Neppure in tale direzione è stato fatto alcunché, probabilmente perché dell’antico padiglione non sopravvive più niente, a tal punto che sembrerebbe più giusto parlare di un’autentica “riprogettazione” con la relativa “ricostruzione”, piuttosto di un mero “restauro”.

L’ultima notizia sulle sorti del padiglione risalgono a giugno 2015 quando il Sindaco Luigi de Magistris ha presentato un progetto per la riqualificazione urbana e architettonica della Mostra. Un finanziamento di 65.5 milioni di euro di fondi europei – ovviamente! – 16 dei quali da destinare al restauro di ben tre padiglioni: Libia, Rodi e Albania. I lavori di riqualificazione dei padiglioni sarebbero dovuti partire nel mese di novembre del 2016 e concludersi nel 2020.

Ad Agosto 2019 nulla è cambiato e del Padiglione Libia sopravvivono solo le immagini di repertorio dell’epoca. Gli stessi frequentatori della Mostra che affollano i suoi spazi – non sempre in modo  civile – nel corso dei vari Comicon, Fiere del Baratto e Festival dell’Oriente, passando nei pressi del padiglione interdetto, non potrebbero in alcun modo immaginare lo splendore arabo che la struttura era in grado di infondere in un visitatore del 1940.

Insomma, nulla di nuovo. Semplicemente l’ennesimo scandalo – al quale ci stiamo sempre di più drammaticamente abituando – di una città che non è in grado di “aver cura” del proprio patrimonio. Scandalo che, quando potrà finalmente convertitisi in “rimpianto”, sarà sempre e colpevolmente “troppo tardi” – ammesso che non lo sia già.

Bibliografia
– Stenti S. (a cura di), Napoli guida e dintorni. Itinerari di architettura moderna (2010), Clean, Napoli.
– Valeria Deplano, La madrepatria è una terra straniera: libici, eritrei e somali nell’Italia del dopoguerra (2017), Le Monnier, Firenze.

Sitografia
– Sito dell’archivio Cinecittà-Luce, a cura del Senato della Repubblica.
– Valeria Isacchini, Conseguenza di una mostra fallita: gli ascari nel dopoguerra in Italia, contributo pubblicato sul sito ilcornodafrica.it.
– Le fonti fotografiche sono pubblicate sul sito Lombardia Beni Culturali.

La storia di piazzale Tecchio è una delle tante utopie urbanistiche della città di Napoli. Un luogo che da anni, complice dell’inesplicabile degrado urbano, è consegnato all’inesorabile oblio del suo effettivo significato architettonico.

Progettata alla fine degli anni ’30, in piena epoca fascista, dall’architetto Marcello Canino, tra i principali interpreti dell’architettura di regime – suoi, infatti, sono il Palazzo della Provincia, il Palazzo della BNL e il Palazzo dell’Intendenza di Finanza del Rione Carità – piazzale Tecchio ha decretato, nel piano d’espansione urbana dell’epoca, la porta d’accesso alla zona flegrea della città. Espansione sancita dal grande progetto architettonico, faunistico ed espositivo della Mostra d’Oltremare, il cui nome dell’epoca era Mostra Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare.

Nel corso degli anni, il progetto di Marcello Canino è stato corredato da una serie di interventi che, oltre a mutarne l’aspetto, ne hanno anche rinnovato il significato architettonico. Tra gli interventi più significativi si ricordano, in particolar modo, quelli realizzati nel biennio 1988-1990 dalla Pica Ciamarra Associati in occasione della ristrutturazione dello stadio San Paolo e dei suoi spazi esterni per i Mondiali di Calcio del 1990.

Nello specifico, il nuovo disegno urbano ha condotto una serie di interventi nell’area di piazzale Tecchio compresa tra l’Istituto Motori del CNR, la Facoltà di Ingegneria della Federico II e l’ingresso della Mostra d’Oltremare. Tra questi: la realizzazione del tunnel di via Claudio, i parcheggi sotterranei dello stadio San Paolo e la realizzazione di una vasta area pedonale che dal settore ospiti del San Paolo si estende fino all’ingresso della Mostra d’Oltremare.

L’area in riferimento presenta la forma di un triangolo equilatero. Il progetto della Pica Ciamarra Associati, ispirato dalla tradizione barocca delle “macchine da festa” partenopee, ha posto ai vertici del triangolo tre torri-obelischi alti 40 metri. Ogni torre è stata edificata con materiali diversi, a compimento di un preciso simbolismo architettonico. La Torre del Tempo e dei Fluidi, realizzata in legno, rappresenta l’elemento naturalistico ed ecologico del progetto, indicando gli elementi della terra e il dinamismo della natura. L’obelisco, inoltre, è ornato da un particolare congegno sonoro che il vento – stando alle intenzioni originarie – averebbe dovuto azionare.

Oltre al dispositivo sonoro, la torre presenta anche una vela rigida di colore bianco. Quest’ultima dovrebbe schermare i raggi laser emessi dalla vicina Torre della Memoria. Realizzata in pietra e ferro, il secondo obelisco presenta l’aspetto di un enorme periscopio. E’ l’elemento più utopistico e fiabesco del progetto: nelle intenzioni iniziali, infatti, tale periscopio avrebbe dovuto rendere osservabili ai passanti il mare di Bagnoli e il centro storico di Napoli, semplicemente camminandoci sotto.

Infine, la Torre dell’Informazione, interamente realizzata in alluminio, è l’elemento “futurista” del progetto. Con le sue antenne paraboliche, i suoi schermi video che danno sulla piazza e la sua estetica industriale, simboleggia l’affermarsi della realtà informatica e il suo conseguente ascendente nel quotidiano.

Oltre alle tre torri, il progetto della Pica Ciamarra Associati presenta un quarto elemento che col tempo è andato completamente dimenticato. Al vertice settentrionale della piazza, infatti, subito a ridosso della Torre della Memoria, è presente una gradonata realizzata in mattoni rossi disposti in piani inclinati. Non tutti sanno che tale gradonata è, in realtà, una fontana, la cui particolare forma inclinata avrebbe dovuto ispirare al passante l’impressione di camminare in prossimità di una cascata.

Secondo il progetto, infatti, la gradonata: «scende ripidamente a ovest in piani inclinati variamente orientati e lavorati in filari in aggetto di mattoni costituendo una fontana la cui acqua, incanalandosi fra le pieghe della piazza, si “frantuma” in molteplici rivoli, azionati da celle fotovoltaiche, acuendo il suono della cascata». Impreziosita dalla fontana, quest’area di piazzale Tecchio, avrebbe dovuto: «articolare uno spazio dalla forte valenza pubblica e civica, capace di accogliere e al pari esortare usi alternativi, di coinvolgere la cittadinanza rinnovandone le consuetudini in accordo con un sentimento ancorato nella storia e tradizione locale».

La piazza, dunque, avrebbe dovuto stimolare e veicolare una serie di sensazioni: i raggi laser della Torre della Memoria, il singolare effetto acustico della fontana-cascata e le particolari vibrazioni sonore azionate dal vento della Torre del Tempo e dei Fluidi. Purtroppo, nessuna di tali sensazioni è riscontrabile passeggiando per l’aria pedonale e la struttura della fontana è preda, da anni, di rifiuti e graminacee. In tale scenario, il significato architettonico di piazzale Tecchio resta del tutto precluso ai migliaia di pedoni che ogni giorno attraversano questo luogo, del tutto ignari dell’esperienza visiva e uditiva che avrebbero dovuto percepire. Ciò che invece si avverte – nell’imperdonabile degrado dell’area – è il rimpianto per un’utopia architettonica mancata.

Bibliografia
Stenti S. (a cura di), Napoli guida e dintorni. Itinerari di architettura moderna (2010), Clean, Napoli.

Sitografia
Sito della Pica Ciamarra Associati.

Santa Candida
Santa Candida
Foto di Armando Grimaldi

Napoli non finisce mai di sorprendere. Con i suoi quasi 2500 anni di vita, Partenope è uno scrigno di tesori, molti dei quali ancora inesplorati.

E’ il caso del pozzo misterioso di Santa Candida e della sua acqua miracolosa. Questo si trova nella chiesa di San Pietro ad Aram, sita all’inizio di corso Umberto, il famoso Rettifilo.

Santa Candida è stata una delle prime sante di Napoli e la leggenda vuole che l’acqua di questo pozzo fosse lenitrice dei dolori del parto. Un’acqua taumaturgica che veniva fatta bere alle donne gravide per alleviare i dolori, ma non solo, era considerata una sorta di panacea per gli infermi.

Secondo la tradizione Santa Candida era un’anziana donna del paese, afflitta da gravi infermità fisiche dovute a reumatismi. L’apostolo Pietro passando per Napoli per raggiungere Roma, fu supplicato dalla donna di guarirla, promettendogli in cambio la sua conversione al Cristianesimo.

Pietro la fece immergere nell’acqua di un pozzo e la donna all’istante guarì. Candida a quel punto chiamò anche un suo amico malato di emicranie, Aspreno, il quale fu anch’esso guarito dall’apostolo e nominato poi vescovo di Napoli. Candida morì nel 78 d.C., martire a Napoli, al tempo dell’imperatore Vespasiano (68-89 d.C).

In questa cripta si formò il primo nucleo di cristiani di Napoli e successivamente divenne luogo di sepoltura. Negli anni in questa catacomba si diffuse il culto delle “capuzzelle” simile a quello presente nel Cimitero delle Fontanelle. Sulla cripta venne edificata la Basilica di San Pietro ad Aram, che secondo la tradizione, custodirebbe l’Ara Petri, ovvero l’altare su cui pregò San Pietro durante la sua visita a Napoli. Qui l’apostolo battezzò santa Candida e sant’Aspreno, i primi napoletani convertiti al Cristianesimo, come narra anche l’affresco nel vestibolo (recentemente attribuito a Girolamo da Salerno).

san pietro ad aram
San Pietro ad Aram

L’attuale ristrutturazione è del XVII secolo (compiuta negli anni fra il 1650 e il 1690), su precedente disegno di Pietro De Marino e Giovanni Mozzetta.

Secondo il calendario liturgico cristiano Santa Candida viene celebrata il 4 settembre, in onore di Candida la Vecchia, martire di Napoli.

san pietro ad aram interno.jpg
San Pietro ad Aram, interno

 

catacombe San Pietro ad Aram
Catacombe San Pietro ad Aram

FONTI:

www.santiebeati.it

www.bibliotecauniversitarianapoli.beniculturali.it

Una lingua di cemento dalla bocca vorace di Napoli, per assaporarne le bellezze dalla prospettiva del mare. Un tuffo grigio sospeso nel Golfo, 940 metri lontano dalla costa. Il pontile più lungo d’Europa si bagna nelle acque di Bagnoli. Anche se quanti puntavano forte su questo tappeto natante, sono rimasti un po’ all’asciutto.

Costruito nel 1963, un tempo, fino al 1992, era un percorso ferroviario utilizzato dai treni merce, carichi di carbone e ferro, che le navi “consegnavano” alla terraferma, abitata dalla fabbrica siderurgica dell’Italsider il mostro d’acciaio – sorta nel 1910. Dal 2005 riabilitato come “passeggiata in mezzo al mare” nell’ambito del progetto di riqualifica della società Bagnoli Futura. Mai decollato, a dire il vero, e anzi, proprio in questi giorni, sotto inchiesta: implicati – tra gli altri – anche l’attuale sindaco di Napoli Luigi De Magistris e l’ex prima cittadina Rosa Russo Iervolino.

Oggi, secondo i piani, avrebbe dovuto esserci un attraente Parco Urbano: edifici con pannelli fotovoltaici, un museo della Civiltà e del Lavoro, un Acquario tematico, un Paese della musica, un Parco dello Sport, per la riconquista di uno dei territori (di circa 200 ettari) culturalmente e paesaggisticamente più fertili di Napoli. Peccato spuntino, invece, solo degrado e abbandono, fallimenti e buchi nei bilanci (comunali e aziendali).

Eppure il pontile “nord” di Bagnoli (detto così poiché quello più a settentrione tra le strutture ferroviarie dell’ex Italsider) può ancora vantare un panorama mozzafiato ed costituire un’esperienza naturalistica non riproducibile in nessun altro luogo d’Europa: circondato dal mare per più dei due terzi della sua lunghezza, esso permette ancora di ammirare da un lato l’isolotto di Nisida, Capri e il costone di Posillipo; dall’altro lato si toccano quasi con mano il promontorio di Monte di Procida, Procida e Ischia, oltre a tutto il lungomare di Pozzuoli.

'O Lavinaio

'O LavinaioVico rotto al Lavinaio, vico Colonne al Lavinaio e vico Ferze al Lavinaio. Non una ma ben tre stradicciole, contigue e tutte ubicate nei pressi di Piazza Mercato (quartiere Pendino), lungo l’antica cinta muraria costruita per volere degli Aragonesi sotto la direzione di Francesco Giorgio Martino nel 1484.  Data talmente antica da aver visto, nel corso del tempo, cambiare addirittura il significato del termine “Lavinaio”.

Già, perché contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, esso non ha nulla a che vedere con le eruzioni vulcaniche del Vesuvio. Lavinaio si rifà, invece, al termine “lava”, che anticamente indicava un poderoso effluvio di acqua e fango che molto spesso interessava la zona in questione. La stessa, infatti, è abbarbicata a metà tra la collina antistante e il mare, dove sfociavano proprio questi torrenti pluviali.

Già con l’espansione di epoca angioina (nel Trecento), gli edifici seguivano l’andamento delle mura medievali contigue alla strada del Lavinaio, il fossato angioino dove si incanalavano i torrenti d’acqua piovana (in dialetto appunto “lave”) destinati alla spiaggia all’altezza del Carmine.

Quando poi nel 1484 l’intera area venne annessa alle mura aragonesi, le acque furono  deviate all’Arenaccia, per fare posto nel limite meridionale al castello del Carmine, quarta fortezza cittadina, commissionato da Carlo III di Durazzo (1386) e demolito (sopravvivono tracce di mura e due torri) nel 1906.

Lavinaio, dunque, indica lo scorrere abbondante dell’acqua. Solo dopo l’eruzione effusiva del 1737 con “lava” si cominciò ad indicare anche lo scorrere tumultuoso di roccia fusa e gas fuoriuscito dal Vesuvio.

Secondo alcune fonti, inoltre, ‘o Lavenaro sarebbe stato il punto di partenza della diffusione della peste, che colpì tragicamente Napoli nel  1656. La malattia sarebbe stata portata nella città campane da alcuni topi giunti alle falde del Vesuvio a bordo di nave provenienti dalla Sardegna ed il primo ad esserne infettato sarebbe stato proprio un giovane di vico Lavinaio, il quale lavorava proprio alla dogana del porto di Napoli. Lo stesso, rincasato nella sua abitazione, sarebbe morto nel giro di ventiquattro ore, infettando anche la madre.

Proprio quest’ultima fu l’autrice (probabilmente involontaria) di un gesto che aiutò certamente la diffusione della peste: prima di passare anch’ella a miglior vita, infatti, per pagare il fitto di casa impegnò alcuni beni, tra cui il letto del figlio appestato.

costiera amalfitana

Oltre al patrimonio storico e culturale, alle tradizioni, all’arte e all’ottimo cibo, la Campania offre a qualunque visitatore scorci di unica e rara bellezza. Certi paesaggi sembrano nati dalla mano di un pittore con colori impossibili da trovare in altre parti del mondo. Cosa c’è di meglio, quindi, che ammirare questi spettacoli alla luce del tramonto, magari fra le braccia della persona amata? Per viversi al meglio tutto questo consigliamo quelli che per noi sono le dieci migliori passeggiate al tramonto.

Bosco Capodimonte

Bosco di Capodimonte

Il Museo di Capodimonte è circondato da un vasto bosco. Ampie distese di prato sono ideali per rilassarsi, leggere o fare merenda. Altrimenti si può passeggiare fra i sentieri circondati da alberi talmente alti e folti da coprire la luce del sole. Al tramonto, però, non tardate a raggiungere la fontana del Belvedere per affacciarvi a guardare tutta Napoli dall’alto, baciata dai raggi mentre il sole si tuffa nel Golfo.

vista parco virgiliano

Parco Virgiliano

In cima a Posillipo si estende il Parco Virgiliano. Anche questo, come Capodimonte, offre ettari ed ettari di vegetazione. Costruito con una serie di terrazzamenti, ogni affacciata può regalare scorci e tramonti diversi: Capri, Ischia, Procida, Capo Miseno, Napoli e tutto il Golfo.

Lago d’Averno

Per gli antichi romani il Lago d’Averno era l’ingresso degli inferi. Le sue acque nere, in effetti, sembrano assorbire la luce e nascondere i sinistri fondali. Il tramonto illumina di fuoco questo oscuro posto, ma non fatevi intimorire. Passeggiare lungo il sentiero che costeggia il lago è un’esperienza unica, così come scoprire antichissime strutture che lo costeggiano e che emergono, semi-sommerse, dalle sue acque.

Monte Nuovo

Affiancato al lago d’Averno troviamo il Monte Nuovo, un vulcano inattivo che sembrerebbe innocuo, ma meno di 500 anni fa rase al suolo un’intero paese uccidendo i suoi abitanti. Oggi offre bellezze naturalistiche uniche oltre che un panorama mozzafiato su tutto il lago sottostante.

Vesuvio

Cratere del Vesuvio

Il nostro gigante è il protagonista di quasi tutti i panorami della nostra terra, ma salire sulla sua sommità regala emozioni ancora più intense. La passeggiata è piuttosto faticosa, vista la ripida salita, ma in cima ne sarà valsa la pena. Oltre a potersi affacciare nel cratere, guardandosi intorno è possibile dominare con lo sguardo tutto il Golfo di Napoli.

Sant’Agata dei Due Golfi

Questa piccola frazione di Massa Lubrense è esattamente a cavallo fra il Golfo di Napoli ed il Golfo di Sorrento. Salendo in cima a quello che viene chiamato “Belvedere del deserto” si può vedere come i due golfi siano quasi confinati e divisi dalla penisola sorrentina. Uno spettacolo meraviglioso già normalmente, figuriamoci al tramonto.

costiera amalfitana

Costiera Amalfitana

Non c’è un punto preferibile. Anche solo percorrendo in macchina la strada piena di curve che percorre tutta la costiera è impossibile non staccare gli occhi dal panorama che si presenta. Anche solo fermarsi in un punto qualunque per ammirare il tramonto è un’esperienza irripetibile.

Casertavecchia

Borgo di Casertavecchia

In cima alle colline che circondano Caserta, l’antico borgo medioevale è ancora in piedi in tutta la sua bellezza. Le case, le chiese, le strade hanno ancora forme e colori di secoli fa e piccole botteghe, chioschi e banchetti fanno rivivere quella storia. Senza considerare che essendo molto in alto, da ogni lato è possibile ammirare il panorama circostante.

Faraglioni

Capri

Una passeggiata a Capri è sempre doverosa, ma ancor meglio se costeggiando l’isola con una piccola barca. C’è veramente qualcosa di più iconico che un sole rosso che si tuffa in mare fra i due Faraglioni?

… Ovunque

Avete capito bene! La bellezza può essere trovata, a prescindere dai consigli, a prescindere dalle cartoline e dalle belle foto sui social, in ogni angolo della Campania e del mondo. Tutte gli spettacoli della natura sono poca cosa rispetto ad un momento emozionante o un attimo di felicità.

Quindi non c’è bisogno di correre per catturare il tramonto perfetto nel luogo ideale, dove magari decine di persone si sono accalcate per farsi un selfie. Al prossimo tramonto osservate quanto riesce ad essere spettacolare visto dalla vostra finestra, cogliete la bellezza in una strada che percorrete tutti i giorni e date un bacio alla persona che amate. Non ci sarà passeggiata o spettacolo migliore.

 

Arrivando alla stazione centrale di Napoli in treno da Roma una delle prime cose ad incrociare lo sguardo dell’osservatore è l’imponente skyline del Centro Direzionale di Napoli, che emerge dal marasma dei palazzi più bassi. Sorto nel quartiere di Poggioreale su un ex area industriale dismessa di oltre 110 ettari, su progetto dell’architetto giapponese Kenzo Tange, cui fu affidato il progetto nel 1982.

Negli anni sessanta il comune, seguendo la corrente di “ricostruzione” della penisola, pensò di destinare a quell’area un intervento urbanistico su larga scala che rendesse Napoli una metropoli moderna, inutile dire che, sebbene l’intento fosse più che degno di nota, le future manutenzioni mancarono, degradando l’area.

Il progetto, in sè, aveva però alcuni spunti molto interessanti: il Centro Direzionale doveva servire a “smistare” il traffico in un luogo centrale della metropoli, non a caso fu pensato un sistema sotterraneo di parcheggi e passaggi che di fatto integravano perfettamente il nuovo progetto con il nucleo della città – trasferendo il traffico su livelli inferiori e rendendo pedonale una vastissima area.

Al progetto parteciparono vari architetti italiani, che si dedicarono alla progettazione dei simbolici grattacieli: Massimo Pica Ciamarra realizzò le due Torri Enel, Nicola Pagliara progettò le Torri del Banco di Napoli e il palazzo dell’Edilred, Renzo Piano il palazzetto dell’Olivetti, Corrado Beguinot realizzò invece l’imponente Torre Telecom Italia, fino al 2010 la torre più alta del paese.

La pioneristica “invenzione” di un centro direzionale per uffici in una città come Napoli la rese protagonista di un ennesimo primato, essendo il centro direzionale il primo agglomerato di grattacieli dell’Europa Meridionale (ed indi d’Italia) – la sua realizzazione, cui doveva seguire una sempre più forte modernizzazione (purtroppo, mai avvenuta) fu per lungo tempo al centro del dibattito sul costruire la città; Il centro Direzionale fu, in breve, un tentativo ben riuscito (ma non terminato) di rendere Napoli la metropoli che dovrebbe essere, rappresentando il sogno interrotto bruscamente di una crescita economica del paese che si immaginava proprio negli anni sessanta, quando si pensò la prima volta a quest’opera.

Cesare Rosaroll

Cesare Rosaroll-Scorza nacque il 28 novembre del 1809 a Roma. Suo padre era Giuseppe Rosaroll, generale napoletano dell’esercito del Regno delle Due Sicilie. Nel 1820 Giuseppe si unì alla rivolta scoppiata a Napoli affinché i Borbone concedessero una costituzione. Quando i tumulti vennero soppressi, il generale fu costretto all’esilio. Prima si diresse in Spagna, poi partecipò alla rivoluzione in Grecia, morendo in combattimento nel 1825.

Cesare seguì il padre durante gli anni di esilio e, dopo la sua morte, tornò a Napoli. Nel 1830 entrò nell’esercito borbonico come soldato semplice di cavalleria. Tuttavia, il giovane aveva fatto proprie le idee che avevano portato il padre alla rivolta ed all’esilio. Nel 1833, infatti, ordì una congiura contro il re Ferdinando II insieme al caporale Vito Romano ed al tenente Francesco Angelotti.

Luigi Settembrini, nel libro “Ricordanze della mia vita”, racconta dettagliatamente di questo complotto e della sua tragica conclusione. Il piano era quello di assassinare il re durante una rassegna affinché gli succedesse suo fratello, il principe di Capua, che avrebbe concesso la tanto agognata Costituzione. Gli unici che avrebbero dovuto conoscere i dettagli erano i tre congiurati, ma il sergente Paolillo origliò una conversazione fra Rosaroll e Romano e li denunciò.

Una volta smascherati, i due decisero di togliersi la vita l’un l’altro per evitare torture ed il disonore del carcere: il colpo di Cesare uccise sul colpo Vito, ma lui, invece, venne solo ferito dall’amico morente. Lui ed Angelotti vennero catturati e condannati a morte, ma le drammatiche preghiere dei due sul patibolo convinsero il re a risparmiare loro la vita ed a mandarli in carcere. Nel 1839, Angelotti venne ucciso mentre tentava di fuggire dal bagno di Procida.

Rosaroll fu più fortunato. Nel 1848, infatti, Ferdinando II concesse finalmente la Costituzione e fece formare un governo con a capo Carlo Troya, famoso per la sua avversione alla monarchia. Tutti quelli condannati fino a quel momento ricevettero l’amnistia e Cesare tornò ad essere un uomo libero. Il nuovo governo decise subito di fornire aiuto in Lombardia, dove le truppe piemontesi combattevano con gli austriaci in quella che verrà ricordata come la prima guerra d’indipendenza italiana.

Rosaroll fu fra i 15.000 uomini inviati da Napoli al comando del generale Guglielmo Pepe. Ferdinando II non accettò a lungo la monarchia costituzionale e, quando il Parlamento votò l’abolizione della monarchia, cancellò la Costituzione che aveva sottoscritto e dichiarò il tradimento del governo. Il 31 luglio del 1848 l’esercito borbonico inviato in Lombardia venne richiamato a Napoli, ma molti militari disobbedirono e continuarono a lottare.

Fra questi ultimi c’erano Cesare Rosaroll e persino il generale Pepe. Con un gruppo di volontari marciarono su Venezia, assediata dalle truppe asburgiche. Cesare trovò la morte in questo suo atto eroico, venendo ferito a morte presso Maghera il 27 giugno del 1849.

Oggi, a Cesare Rosaroll è dedicata una strada che collega Porta Capuana con via Foria. La scelta di intitolare una importante via del centro di Napoli a questo personaggio storico si inserisce nel progetto toponomastico, avviato dopo l’Unità d’Italia, di onorare chi si era opposto alla monarchia borbonica, spesso però cancellando denominazioni storiche che raccontavano secoli di vita della città.

Fonti:
– Luigi Settembrini, “Ricordanze della mia vita”

Chiamata anticamente “Largo delle corregge” (perché adibita allo svolgimento di tornei, dove le corregge erano le bardature che si applicavano ai cavalli), via Medina è una delle strade più importanti di Napoli, e ospita monumenti e luoghi di interesse artistico-storico. Con il rifacimento del Maschio Angioino, ad opera di Alfonso V d’Aragona, anche la via delle “corregge” diventa centro di un’intensa attività commerciale, diventando addirittura il quartier generale economico di mercanti esteri.

Ma è nel 1559 che viene eseguito il primo grande intervento di miglioramento e ampliamento voluto dal viceré Pedro Afán de Ribera, Duca di Alcalà. La strada fu chiamata strada Rivera. Ma a metà Seicento si innalzarono sulla via palazzi e chiese ed il duca vicerè Medina de Las Torres, volle posizionarvi al centro una fontana, l’attuale Fontana Nettuno, che prese il nome allora di Fontana Medina, così come la strada, che divenne via Medina.

La via, come detto, è piena di riferimenti artistici e culturali, con tante chiese e palazzi. Partendo da Piazza Municipio, infatti, troviamo sulla sinistra subito Palazzo Fondi, del XVIII secolo, la Chiesa di Santa Maria Incoronata, la Chiesa di San Giorgio dei Genovesi, e sul lato opposto la Chiesa della Pietà dei Turchini (detta anche dell’Incoronatella).

Sul lato sinistro due Palazzi di Fuga: Palazzo d’Aquino di Caramanico e Palazzo Caracciolo di Forino (o Palazzo Giordano). Sul lato destro invece troviamo Palazzo Carafa di Nocera, la Chiesa di San Diego all’Ospedaletto e il Palazzo della Questura.

Ma via Medina è ricordata anche per un sanguinoso avvenimento storico, che avvenne l’11 giugno 1946. In quell’anno, infatti, la Repubblica vinse nel referendum con 2 milioni di voti di distacco, ma le polemiche dei monarchici furono aspre. La città fu infatti una grande sostenitrice della monarchia sabauda, e dopo la proclamazione della vittoria della Repubblica i monarchici cittadini tentarono il colpo di mano.

Gli scontri furono violenti, e uno dei più pesanti avvenne proprio in via Medina, dove all’epoca c’era la sede del Partito Comunista. Quest’ultima fu assaltata per aver esposto la bandiera tricolore senza lo stemma dei Savoia. Nella guerriglia morirono 9 persone, colpite dalle raffiche della sicurezza, e i feriti furono 150.

Fonti:
– Romualdo Marrone, Le strade di Napoli, Newton Compton Editori, 2004
– guidanapoli.com

Napoli – Il quartiere di Secondigliano, spesso associato a quello confinante di Scampia, oggi nutre una fama molto negativa. Criminalità organizzata, spaccio di sostanze stupefacenti, agguati e rapine sembrano le prime cose che vengono in mente quando si sente nominare. Si aggiungono poi i media ed opere come “Gomorra” che non fanno altro che rafforzare nell’opinione pubblica il rapporto fra Secondigliano-Scampia ed il degrado sociale.

Con queste informazioni il quartiere può sembrare solo una periferia dissestata, nata semplicemente come un dormitorio, ma la sua storia è molto più antica di quanto si possa immaginare. Lo stesso nome è di dubbia interpretazione. La versione più accreditata è che derivi dal fatto che sorga a due miglia dal centro di Napoli e che quindi il nome nasca da una crasi di “Secondo Miglio”. Per altre fonti potrebbe aver avuto origine dall’influente famiglia romana dei Secondii o dal fatto che si trovi a ridosso dei colli Secondili.

Notizie circa lo sviluppo della zona si hanno a partire dal VII sec. a.C. e sappiamo che Secondigliano fu per secoli un casale di Napoli. Già nel 1805 Lorenzo Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli” descriveva così l’area: “Casale Regio della città di Napoli, da cui ne dista miglia 3 circa, situato in pianura di buona aria, ma molto umido nel tramontar del sole. La più antica notizia che abbiamo di questo nostro casale è del 19 ottobre del VII secolo, sotto l’Imperatore Alessio, celebrata in questa nostra città, la quale contiene l’affitto di un fondo posto in villa “Secundillani”.”

“In altri 2 diplomi – continua lo storico – dell’epoca di Carlo II chiamasi “Secundillyanum”, ma non si trova sotto l’imperatore Federico II tra il numero dei casali della nostra città. E’ fertilissima di ogni sorta di vettovaglie, e produce pure della buona frutta. La sua chiesa Maggiore sotto il titolo di S.S. Cosma e Damiano tiene un bel forte campanile, ma non terminato. I suoi abitanti al numero di 6000 circa, per la massima parte sono addetti all’agricoltura, e tra i medesimi ci sono di quelli che oltrepassano i 100 anni.

In seguito all’Unità d’Italia Secondigliano divenne un Comune autonomo che comprendeva anche Scampia. Solo nel 1926, sotto il regime fascista, entrambi vennero inglobati nel Comune di Napoli come quartieri. Fu dagli anni ’50 agli anni ’80 del secolo scorso che importanti lavori edili diedero alla zona la fisionomia attuale, innalzando edifici e palazzi dove un tempo c’erano solo serre e frutteti.

Via Toledo

Via Toledo

È una delle strade più famose e affollate di Napoli che, non a caso, Stendhal definì “la via più popolosa e gaia del mondo”: ma il suo nome è via Roma o via Toledo? La toponomastica napoletana, infatti, a tal proposito gioca brutti scherzi, registrando in questo caso più cambi di nome.

Originariamente la via si chiamava Toledo, e fu voluta dal Viceré Don Pedro de Toledo per bonificare la fogna che da Montesanto convogliava le acque reflue della collina del Vomero, per poi proseguire verso il mare. Via Toledo è una strada particolarissima perché contiene al suo interno le arterie dei Quartieri Spagnoli, inizialmente edificati per l’uso di appartamenti militari.

La strada, lunga circa 1.2 km, riscosse grande successo da parte della cittadinanza.

Il cambio di nome, invece, è legato ad un avvenimento storico. Nel 1870, infatti, l’esercito di Vittorio Emanuele II riuscì a creare un varco tra le mura aureliane, conquistando la città, ponendo fine al potere temporale del Papa: Roma fu riunita all’Italia con il plebiscito del 2 ottobre.

Quel successo sembrò generare entusiasmo anche a Napoli e il 10 ottobre il sindaco Paolo Emilio Imbriani la ribattezzò “via Roma” per celebrare l’annessione di Roma all’Italia,

Questa decisione, in realtà, spaccò in due l’assemblea: perché cambiare nome proprio a via Toledo? Per risolvere la questione, si decise di nominare la strada “via Roma già via Toledo”. 

Ma dopo quasi un secolo, nel 1980, per volere della Giunta Valenzi, l’arteria partenopea riacquistò il suo nome originario, mentre via Roma fu destinata a una strada del quartiere di Scampia.

Napoli – Nel 1958 la RAI era in piena espansione: da soli quattro anni erano cominciate le prime trasmissioni televisive e servivano sempre nuovi studi e spazi per ampliare l’offerta. In particolare, mancava un auditorium in cui poter mettere in scena e registrare concerti di musica classica o trasmissioni basate sulla canzone. Come luogo per far sorgere il nuovo Centro di Produzione si scelse Napoli, in via Guglielmo Marconi, a Fuorigrotta.

I lavori durarono cinque anni e non si badò a spese: il progetto venne affidato agli architetti Renato Avolio De Martino, Raffaele Contigiani e Mario De Renzi, che dotarono il centro delle tecnologie più all’avanguardia del momento. Il Centro di Produzione RAI partenopeo venne ufficialmente inaugurato il 7 marzo del 1963 alla presenza del Presidente del Consiglio Amintore Fanfani.

Il 31 marzo dello stesso anno venne inaugurato anche l’Auditorium, intitolato a Domenico Scarlatti, con uno speciale concerto. L’Orchestra Sinfonica A. Scarlatti della RAI, diretta da Franco Caracciolo, si esibì in diretta televisiva e radiofonica, alla presenza delle più alte cariche dello Stato, tra cui l’allora Presidente della Repubblica Antonio Segni e il Presidente della Camera dei Deputati Giovanni Leone.

L’Auditorium si rivelò una delle strutture più attrezzate ed innovative d’Italia: una capienza di 1000 posti a sedere in uno spazio di 800 m² completamente insonorizzato con elementi in legno studiati per ottimizzare il rendimento acustico; il palco di 400 m² era sormontato da un maestoso organo, uno dei più grandi del tempo, costruito dalla ditta Tamburini.

Divenuto sede dell’orchestra Rai l’Auditorium ospitò le esibizioni dei più grandi artisti del momento: Mina, Dalida, Claudio Baglioni, Gianni Morandi, Ornella Vanoni, Patty Pravo, Mia Martini, Marcella Bella, Milva, Massimo Ranieri, Rino Gaetano, Roberto Vecchioni e molti altri. Il programma televisivo che lo rese celebre fu “Senza Rete”, ideato da Enzo Trapani e girato a Napoli per ben 10 anni. Tuttavia, la struttura invecchiò ed andò incontro ad un lento declino.

Negli anni ’90 venne smantellata ogni infrastruttura utile ad insonorizzare e l’Auditorium, con tutto il Centro di Produzione, divenne un semplice studio televisivo dove registrare programmi minori: in questo periodo la produzione più conosciuta è stata la fiction di Rai 3 “Un Posto al Sole”.

Made in sud

Nel 2005, grazie ai fondi investiti dalla Regione Campania, l’intero complesso è stato ristrutturato ed è tornato a nuova vita. L’Auditorium, ridotto a 600 posti a sedere, oggi ospita in pianta stabile i concerti della “Nuova Orchestra Scarlatti”, nata dalle ceneri della precedente, e numerosissimi ed amatissimi programmi TV: fra gli spettacoli più seguiti girati a Napoli abbiamo “Ti lascio una canzone”; “Made in Sud”; “Kilimangiaro” e tanti altri.

A Napoli non tutte le cose meravigliose sono ben visibili all’occhio umano, così molte volte capita di dover cercare a fondo prima di trovare dei piccoli gioielli nascosti.

È questo il caso del parco di Re Ladislao, un piccolo polmone verde di 4.500 mq nascosto a ridosso della Chiesa di San Giovanni a Carbonara, nel cuore del centro antico della città.

Il giardino storico è uno splendido esempio di hortus conclusus, ovvero di giardino medievale recintato, in questo caso da alte mura, tipico dei monasteri e dei conventi.

Solitamente queste aree verdi non assolvevano alla funzione di elementi decorativi ma venivano utilizzate, data la netta separazione dal mondo esterno, come luoghi per la cura dello spirito, oltre che per la coltivazione di piante aromatiche ed erbe mediche.

Il parco prende il nome da un celebre Re di Napoli, Ladislao d’Angiò – Durazzo, vissuto tra la fine del 1300 e l’inizio del 1400. Non tutti sanno che tale Re passò alla storia per aver a lungo aspirato ad un importante progetto mai attuato: unificare l’Italia con Napoli capitale. Oggi le sue spoglie sono conservate all’interno dell’imponente monumento sepolcrale nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara.

Dal 2001, anno del suo restauro, il giardino si presenta come una vera e propria oasi verde curata nei minimi dettagli e abbellita con diverse e numerose specie di piante e fiori colorati.

Molti sono anche gli eventi messi in atto nel corso degli anni per valorizzare ulteriormente questo gioiello dall’inestimabile valore architettonico. Esempio più recente sono le visite guidate alla scoperta del parco, organizzate lo scorso giugno, in occasione della rassegna “Giugno Giovani 2017”.

Parco di Re Ladislao: INFO
Dove: ingressi in via Cardinale Seripando e via Pontenuovo I Traversa
Quando: dalle 7.00 alle 18.00 dall’ 1 al 31 marzo, dalle 7.00 alle 19.30 dall’ 1 aprile al 30 giugno, dalle 7.00 alle 20.30 dall’ 1 luglio al 31 agosto, dalle 7.00 alle 19.00 dall’ 1 al 30 settembre, dalle 7.00 alle 18.00 dall’ 1 al 31 ottobre, dalle 7.00 alle 16.30
Per ulteriori informazioni: 081281795

Fonte: comune.napoli.it

Piazzale Tecchio
Piazzale Tecchio
Foto di Google Maps

Per anni il suo nome, a Napoli, è stato ricordato attraverso un piazzale a lui dedicato, antistante lo stadio San Paolo. Fino a quando il sindaco Luigi de Magistris – in occasione della Giornata della Memoria 2018ha voluto dedicare ad altri la via cittadina e così dimenticare una brutta pagina di storia nazionale e locale. Già, perché Vincenzo Tecchio era uomo del Fascismo, che ha servito attraverso la politica, ma anche mediante i giornali.

Nato a Napoli il 26 aprile 1895 (e mortovi il 9 settembre 19253), diviene avvocato grazie all’acquisizione della Laurea in Giurisprudenza, ma alla carriera forense preferisce ben presto quella politica.  Infatti, svolge il ruolo di deputato per ben tre legislature consecutive, dalla ventottesima alla trentesima. Siamo negli anni che vanno dal 1929 al 1943. Soprattutto siamo negli anni dell’ascesa e poi della caduta del Fascismo e di Benito Mussolini.

Sotto l’egida del Duce, Vincenzo Tecchio è prima alla Camera del Regno (dal 1929 al 1939) e poi presso la Camera dei Fasci e delle Corporazioni (dal 1939 al 1943). In quest’ultimo quinquennio, per l’esattezza dal 2 maggio 1934 al 2 marzo 1939, Tecchio presiede la Commissione per l’esame dei bilanci e dei rendiconti consuntivi, venendo ad essere, dunque, il braccio economico della dittatura mussoliniana.

Ma oltre all’impegno propriamente politico, Vincenzo Tecchio è salito agli onori (o meglio, orrori) della cronaca per aver contribuito – alla guida di un gruppo di tecnici – alla costruzione della Mostra d’Oltremare, sorta dopo l’abbattimento delle abitazioni dell’allora rione Castellana; e ancor di più per aver controllato la stampa napoletana grazie all’acquisizione del quotidiano “Roma” da parte delle società editrice Il Mezzogiorno, di cui era presidente.

Napoli – Ogni strada di Napoli racchiude una storia, una tradizione o una leggenda e spesso questo passato riemerge nel nome. Ad esempio c’è una piccola stradina, nei pressi di Porta Capuana, chiamata Vico della Serpe. Potrebbe sembrare uno dei tanti stretti vicoli presenti nella zona Vicaria, ma il suo passato e l’origine del nome affondano le radici in una leggenda quasi del tutto sconosciuta.

La storia ci è stata tramandata da Fra Serafino Montorio, che l’ha scritta nel suo “Zodiaco di Maria, ovvero le dodici provincie del Regno di Napoli”, pubblicato a Napoli nel 1715. Fino ad allora Porta Capuana era l’ingresso alla città e, quindi, tutte le zone oltre di essa erano al di fuori della cinta muraria. In particolare, il luogo dove oggi sorge Vico della Serpe faceva parte di una vasta palude insalubre.

Il frate racconta che all’interno della palude viveva un mostro, un “draco”. Sia in greco che in latino questa parola può indicare sia un drago a tutti gli effetti che un serpente, due figure che comunque nella mitologia si distinguono difficilmente. In ogni caso questa bestia poteva pietrificare esseri umani col solo sguardo, avvelenarli con miasmi infernali, stritolarli fra le sue spire e dilaniarli con i suoi artigli affilati.

Nella leggenda un nobile, tale Gismondo, decide di attraversare la nefasta palude incurante del pericolo. Il suo obiettivo è infatti quello di raggiungere Napoli ad ogni costo e pregare all’altare dove San Pietro celebrò messa. Secondo la tradizione cristiana il primo apostolo si fermò nella nostra città al suo arrivo in Italia e qui iniziò a diffondere il culto cristiano. Gismondo era pronto persino ad affrontare il mostro, ma questo non apparve e lui arrivò incolume a Napoli.

Nella notte al devoto apparve la Madonna che gli disse di aver ucciso la bestia per rendere sicuro il suo passaggio e per salvare la città dalla sua pestilenza. In cambio, Gismondo avrebbe dovuto edificare a suo nome un tempio, una chiesa, dove avesse trovato il corpo esanime del serpente. Solo allora il popolo napoletano sarebbe stato davvero libero dal male. Il mattino seguente il nobile si recò nella palude e trovò il cadavere della bestia, ormai inoffensiva.

In quel punto fondò la Chiesa di Santa Maria ad Agnone. Lo stesso nome “Agnone” sarebbe una trasformazione di “Anguone”, dal latino “anguis”, che tradotto significa “grossa serpe”. La chiesa nell’Ottocento divenne un carcere femminile e venne completamente rasa al suolo dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Unica testimonianza della storia raccontata da Fra Serafino resta il nome “Vico della Serpe”, in memoria di quella bestia sconfitta dalla Vergine.

Nell’iconografia cristiana non è la prima volta che la Madonna schiaccia e uccide una figura draconica: rappresenta come la purezza di Maria allontani il peccato, la bestialità, il maligno. Eppure potrebbe esserci dell’altro. Forse la leggenda potrebbe essere un modo epico di raccontare una bonifica particolarmente vasta e “miracolosa” eseguita nella zona di Porta Capuana e poi consacrata con la nascita della chiesa perduta.

Tuttavia potrebbe esserci un’altra spiegazione al nome di Vico della Serpe e della chiesa di Santa Maria ad Agnone. Uno dei più grandi studiosi di Storia Patria Napoletana, Bartolomeo Capasso, ritrovò proprio nella zona della stradina un pezzo di marmo raffigurante un serpente. Secondo la mitologia greca il serpente era il simbolo della medicina, ancora oggi campeggia sul simbolo delle farmacie, e rappresentava il dio Asclepio, per i latini Esculapio, patrono appunto dell’arte medica.

Lo studioso ipotizzò che al posto della chiesa cristiana sorgesse, al tempo dei romani, un tempio dedicato proprio a questa divinità. Il nome del vico e l’epiteto Agnone deriverebbero quindi non dalla leggenda cristiana, ma direttamente dalla mitologia greca e dall’antico luogo di culto che si ergeva in quelle zone.

Foto Facebook di Travelando Flegreo

La Campania non si fa mancare nulla, neppure gli alberi che crescono…al contrario! Sì, proprio così! A Bacoli, nel Parco Archeologico di Baia, c’è un albero di fico selvatico che anziché crescere verso l’alto si è sviluppato verso il basso, tanto da diventare un’attrazione turistica.

Il particolare arbusto si trova nella volta di un locale termale ubicato accanto al Tempio di Mercurio, e appartiene alla specie Ficus carica, una pianta spontanea in grado di resistere anche a lunghi periodi di siccità grazie alle sue radici profonde che le permettono di svilupparsi anche tra le pietre.

La specie appartiene alla famiglia delle Moraceae, originaria dell’Asia occidentale, introdotta nel Mediterraneo ormai da tempo imprecisabile.

L’albero del parco archeologico di Baia ha foglie verdi e rigogliose che infittiscono la chioma gradualmente, e il tronco particolarmente tortuoso. Oggi, per ovvi motivi, è la star del parco, e sono in tantissimi a scattare una foto davanti all’arbusto.

 

Napoli – Pur trovandosi nel cuore del Centro Storico di Napoli, via del Sole non è particolarmente frequentata da turisti e curiosi. Si tratta di una semplice e spoglia stradina che sale con un ripido pendio da via dei Tribunali, costeggiata per gran parte del cancello del Vecchio Policlinico: pochi negozietti, nessuna decorazione e pochi palazzi interessanti. Tuttavia, dal 1833 la strada ospitò la prima caserma dei pompieri dell’Italia preunitaria: istituita da Napoleone nel 1806.

Eppure, c’è un altro particolare che collega indissolubilmente la strada all’antica storia di Napoli: il nome. La strada è perennemente assolata e sprovvista di alberi che possano portare un po’ d’ombra, ma questo non giustifica il nome di via del Sole. Secondo quanto sostenuto da Giovanni Attinà la ripida salita, al tempo dei Cumani, quindi alle origini di Neapolis, conduceva all’acropoli, il luogo dove sorgevano i templi.

In particolare, l’attuale via del Sole sarebbe stata sovrastata dal tempio di Helios, dio del sole. Il nome sarebbe quindi un richiamo a quell’antica meta. Tuttavia, ci sono delle realtà che, in parte, smantellano questa teoria. I Romani avevano eretto il tempio di Apollo, corrispettivo latino di Helios, dove ora sorge la Basilica di Santa Restituta, su via Duomo. La stessa strada, al tempo il decumano superiore, era detta “vicus solis” per la presenza di tale luogo di culto.

È difficile pensare che i Romani abbiano distrutto e ricostruito un tempio allo stesso dio, con così poca distanza. Del resto l’attuale via del Sole non sarebbe mai potuta sbucare sull’originario “vicus solis”, essendone una parallela. Insomma, le soluzioni possibili sono due: o, effettivamente, il tempio di Helios che avrebbe sovrastato via del Sole è stato distrutto e ricostruito altrove dal popolo occupante; oppure la nuova strada ha preso il nome in onore del vicino “vicus solis”.

Napoli affascina per la sua grande storia, tradizione e cultura. Via Toledo, il duomo, largo di Palazzo, via San Gregorio Armeno sono zone davvero molto conosciute che ogni anno attirano migliaia e migliaia di turisti da tutto il mondo.

Alla grandiosità e all’imponenza dei siti più noti di Napoli fanno da contraltare luoghi più ameni e meno noti che oggi non godono di fama e non sono meta di viaggiatori e curiosi, ed anzi spesso sono poco conosciuti anche dai napoletani stessi. Con questo, però, non si vuole dire che tali aree non abbiano anch’esse un passato importante e storia degni di essere ricordati e raccontati.

Si pensi alla miriade di vicoli, vicoletti e stradine delle quali Napoli è piena. Compagini queste spesso associate al degrado, alla malavita e al pattume ma che invece possono divenire emblema di decoro ed umiltà; sicuramente colmi di fascino, contribuiscono ad arricchire la componente magica tipica della città.

E tra queste tante viuzze ce ne sono alcune che si contraddistinguono sulle altre a causa di racconti singolari, dettagli stravaganti e curiosità. È questo il caso di via del Cerriglio, considerata dalla tradizione popolare come il vicolo più stretto di Napoli.

Come se non bastasse a questa specifica strada è legata una vicenda storica molto precisa. Fin dal 1300, infatti, in tale località sorge una locanda denominata per l’appunto: locanda del Cerriglio. Tale taverna era frequentata da personaggi del calibro di: Giovan Battista Della Porta, Giambattista Basile, Giulio Cesare Cortese, Carlo Celano, Antonio Genovesi e Benedetto Croce.

Tra le tante figure illustri ce n’è stata una che ha particolarmente legato il suo nome a questo ritrovo. Stiamo parlando di Michelangelo Merisi, detto il “Caravaggio”. Questi, la notte del 24 settembre 1609, venne aggredito e sfregiato da quattro sicari.

Molto probabilmente gli organizzatori dell’imboscata furono i familiari di Rainuccio Tomasoni, l’uomo ucciso dall’artista a Roma a causa di un futile litigio. L’aggressione fu così violenta che, in un primo momento, si disse che addirittura il Merisi rimase ucciso dalle ferite riportate, notizia che poi si rivelò infondata.

Si pensa che, quindi, l’origine toponomastica del vicolo sia legata alla secolare presenza di questa locanda che da poco ha riaperto i battenti. Altri sostengono che nel luogo dove sorgeva la taverna vi fosse un gruppo di querce altrimenti dette “cerigli”. Ad onor del vero, ancora oggi, non è possibile diradare le nebbie del mistero.

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