Luoghi di Napoli

Storia e peculiarità dei luoghi simbolo della città di Napoli

costiera amalfitana

Oltre al patrimonio storico e culturale, alle tradizioni, all’arte e all’ottimo cibo, la Campania offre a qualunque visitatore scorci di unica e rara bellezza. Certi paesaggi sembrano nati dalla mano di un pittore con colori impossibili da trovare in altre parti del mondo. Cosa c’è di meglio, quindi, che ammirare questi spettacoli alla luce del tramonto, magari fra le braccia della persona amata? Per viversi al meglio tutto questo consigliamo quelli che per noi sono le dieci migliori passeggiate al tramonto.

Bosco Capodimonte

Bosco di Capodimonte

Il Museo di Capodimonte è circondato da un vasto bosco. Ampie distese di prato sono ideali per rilassarsi, leggere o fare merenda. Altrimenti si può passeggiare fra i sentieri circondati da alberi talmente alti e folti da coprire la luce del sole. Al tramonto, però, non tardate a raggiungere la fontana del Belvedere per affacciarvi a guardare tutta Napoli dall’alto, baciata dai raggi mentre il sole si tuffa nel Golfo.

vista parco virgiliano

Parco Virgiliano

In cima a Posillipo si estende il Parco Virgiliano. Anche questo, come Capodimonte, offre ettari ed ettari di vegetazione. Costruito con una serie di terrazzamenti, ogni affacciata può regalare scorci e tramonti diversi: Capri, Ischia, Procida, Capo Miseno, Napoli e tutto il Golfo.

Lago d’Averno

Per gli antichi romani il Lago d’Averno era l’ingresso degli inferi. Le sue acque nere, in effetti, sembrano assorbire la luce e nascondere i sinistri fondali. Il tramonto illumina di fuoco questo oscuro posto, ma non fatevi intimorire. Passeggiare lungo il sentiero che costeggia il lago è un’esperienza unica, così come scoprire antichissime strutture che lo costeggiano e che emergono, semi-sommerse, dalle sue acque.

Monte Nuovo

Affiancato al lago d’Averno troviamo il Monte Nuovo, un vulcano inattivo che sembrerebbe innocuo, ma meno di 500 anni fa rase al suolo un’intero paese uccidendo i suoi abitanti. Oggi offre bellezze naturalistiche uniche oltre che un panorama mozzafiato su tutto il lago sottostante.

Vesuvio

Cratere del Vesuvio

Il nostro gigante è il protagonista di quasi tutti i panorami della nostra terra, ma salire sulla sua sommità regala emozioni ancora più intense. La passeggiata è piuttosto faticosa, vista la ripida salita, ma in cima ne sarà valsa la pena. Oltre a potersi affacciare nel cratere, guardandosi intorno è possibile dominare con lo sguardo tutto il Golfo di Napoli.

Sant’Agata dei Due Golfi

Questa piccola frazione di Massa Lubrense è esattamente a cavallo fra il Golfo di Napoli ed il Golfo di Sorrento. Salendo in cima a quello che viene chiamato “Belvedere del deserto” si può vedere come i due golfi siano quasi confinati e divisi dalla penisola sorrentina. Uno spettacolo meraviglioso già normalmente, figuriamoci al tramonto.

costiera amalfitana

Costiera Amalfitana

Non c’è un punto preferibile. Anche solo percorrendo in macchina la strada piena di curve che percorre tutta la costiera è impossibile non staccare gli occhi dal panorama che si presenta. Anche solo fermarsi in un punto qualunque per ammirare il tramonto è un’esperienza irripetibile.

Casertavecchia

Borgo di Casertavecchia

In cima alle colline che circondano Caserta, l’antico borgo medioevale è ancora in piedi in tutta la sua bellezza. Le case, le chiese, le strade hanno ancora forme e colori di secoli fa e piccole botteghe, chioschi e banchetti fanno rivivere quella storia. Senza considerare che essendo molto in alto, da ogni lato è possibile ammirare il panorama circostante.

Faraglioni

Capri

Una passeggiata a Capri è sempre doverosa, ma ancor meglio se costeggiando l’isola con una piccola barca. C’è veramente qualcosa di più iconico che un sole rosso che si tuffa in mare fra i due Faraglioni?

… Ovunque

Avete capito bene! La bellezza può essere trovata, a prescindere dai consigli, a prescindere dalle cartoline e dalle belle foto sui social, in ogni angolo della Campania e del mondo. Tutte gli spettacoli della natura sono poca cosa rispetto ad un momento emozionante o un attimo di felicità.

Quindi non c’è bisogno di correre per catturare il tramonto perfetto nel luogo ideale, dove magari decine di persone si sono accalcate per farsi un selfie. Al prossimo tramonto osservate quanto riesce ad essere spettacolare visto dalla vostra finestra, cogliete la bellezza in una strada che percorrete tutti i giorni e date un bacio alla persona che amate. Non ci sarà passeggiata o spettacolo migliore.

 

Arrivando alla stazione centrale di Napoli in treno da Roma una delle prime cose ad incrociare lo sguardo dell’osservatore è l’imponente skyline del Centro Direzionale di Napoli, che emerge dal marasma dei palazzi più bassi. Sorto nel quartiere di Poggioreale su un ex area industriale dismessa di oltre 110 ettari, su progetto dell’architetto giapponese Kenzo Tange, cui fu affidato il progetto nel 1982.

Negli anni sessanta il comune, seguendo la corrente di “ricostruzione” della penisola, pensò di destinare a quell’area un intervento urbanistico su larga scala che rendesse Napoli una metropoli moderna, inutile dire che, sebbene l’intento fosse più che degno di nota, le future manutenzioni mancarono, degradando l’area.

Il progetto, in se, aveva però alcuni spunti molto interessanti: il Centro Direzionale doveva servire a “smistare” il traffico in un luogo centrale della metropoli, non a caso fu pensato un sistema sotterraneo di parcheggi e passaggi che di fatto integravano perfettamente il nuovo progetto con il nucleo della città – trasferendo il traffico su livelli inferiori e rendendo pedonale una vastissima area.

Al progetto parteciparono vari architetti italiani, che si dedicarono alla progettazione dei simbolici grattacieli: Massimo Pica Ciamarra realizzò le due Torri Enel, Nicola Pagliara progettò le Torri del Banco di Napoli e il palazzo dell’Edilred, Renzo Piano il palazzetto dell’Olivetti, Corrado Beguinot realizzò invece l’imponente Torre Telecom Italia, fino al 2010 la torre più alta del paese.

La pioneristica “invenzione” di un centro direzionale per uffici in una città come Napoli la rese protagonista di un ennesimo primato, essendo il centro direzionale il primo agglomerato di grattacieli dell’Europa Meridionale (ed indi d’Italia) – la sua realizzazione, cui doveva seguire una sempre più forte modernizzazione (purtroppo, mai avvenuta) fu per lungo tempo al centro del dibattito sul costruire la città; Il centro Direzionale fu, in breve, un tentativo ben riuscito (ma non terminato) di rendere Napoli la metropoli che dovrebbe essere, rappresentando il sogno interrotto bruscamente di una crescita economica del paese che si immaginava proprio negli anni sessanta, quando si pensò la prima volta a quest’opera.

Cesare Rosaroll

Cesare Rosaroll-Scorza nacque il 28 novembre del 1809 a Roma. Suo padre era Giuseppe Rosaroll, generale napoletano dell’esercito del Regno delle Due Sicilie. Nel 1820 Giuseppe si unì alla rivolta scoppiata a Napoli affinché i Borbone concedessero una costituzione. Quando i tumulti vennero soppressi, il generale fu costretto all’esilio. Prima si diresse in Spagna, poi partecipò alla rivoluzione in Grecia, morendo in combattimento nel 1825.

Cesare seguì il padre durante gli anni di esilio e, dopo la sua morte, tornò a Napoli. Nel 1830 entrò nell’esercito borbonico come soldato semplice di cavalleria. Tuttavia, il giovane aveva fatto proprie le idee che avevano portato il padre alla rivolta ed all’esilio. Nel 1833, infatti, ordì una congiura contro il re Ferdinando II insieme al caporale Vito Romano ed al tenente Francesco Angelotti.

Luigi Settembrini, nel libro “Ricordanze della mia vita”, racconta dettagliatamente di questo complotto e della sua tragica conclusione. Il piano era quello di assassinare il re durante una rassegna affinché gli succedesse suo fratello, il principe di Capua, che avrebbe concesso la tanto agognata Costituzione. Gli unici che avrebbero dovuto conoscere i dettagli erano i tre congiurati, ma il sergente Paolillo origliò una conversazione fra Rosaroll e Romano e li denunciò.

Una volta smascherati, i due decisero di togliersi la vita l’un l’altro per evitare torture ed il disonore del carcere: il colpo di Cesare uccise sul colpo Vito, ma lui, invece, venne solo ferito dall’amico morente. Lui ed Angelotti vennero catturati e condannati a morte, ma le drammatiche preghiere dei due sul patibolo convinsero il re a risparmiare loro la vita ed a mandarli in carcere. Nel 1839, Angelotti venne ucciso mentre tentava di fuggire dal bagno di Procida.

Rosaroll fu più fortunato. Nel 1848, infatti, Ferdinando II concesse finalmente la Costituzione e fece formare un governo con a capo Carlo Troya, famoso per la sua avversione alla monarchia. Tutti quelli condannati fino a quel momento ricevettero l’amnistia e Cesare tornò ad essere un uomo libero. Il nuovo governo decise subito di fornire aiuto in Lombardia, dove le truppe piemontesi combattevano con gli austriaci in quella che verrà ricordata come la prima guerra d’indipendenza italiana.

Rosaroll fu fra i 15.000 uomini inviati da Napoli al comando del generale Guglielmo Pepe. Ferdinando II non accettò a lungo la monarchia costituzionale e, quando il Parlamento votò l’abolizione della monarchia, cancellò la Costituzione che aveva sottoscritto e dichiarò il tradimento del governo. Il 31 luglio del 1848 l’esercito borbonico inviato in Lombardia venne richiamato a Napoli, ma molti militari disobbedirono e continuarono a lottare.

Fra questi ultimi c’erano Cesare Rosaroll e persino il generale Pepe. Con un gruppo di volontari marciarono su Venezia, assediata dalle truppe asburgiche. Cesare trovò la morte in questo suo atto eroico, venendo ferito a morte presso Maghera il 27 giugno del 1849.

Oggi, a Cesare Rosaroll è dedicata una strada che collega Porta Capuana con via Foria. La scelta di intitolare una importante via del centro di Napoli a questo personaggio storico si inserisce nel progetto toponomastico, avviato dopo l’Unità d’Italia, di onorare chi si era opposto alla monarchia borbonica, spesso però cancellando denominazioni storiche che raccontavano secoli di vita della città.

Fonti:
– Luigi Settembrini, “Ricordanze della mia vita”

Chiamata anticamente “Largo delle corregge” (perché adibita allo svolgimento di tornei, dove le corregge erano le bardature che si applicavano ai cavalli), via Medina è una delle strade più importanti di Napoli, e ospita monumenti e luoghi di interesse artistico-storico. Con il rifacimento del Maschio Angioino, ad opera di Alfonso V d’Aragona, anche la via delle “corregge” diventa centro di un’intensa attività commerciale, diventando addirittura il quartier generale economico di mercanti esteri.

Ma è nel 1559 che viene eseguito il primo grande intervento di miglioramento e ampliamento voluto dal viceré Pedro Afán de Ribera, Duca di Alcalà. La strada fu chiamata strada Rivera. Ma a metà Seicento si innalzarono sulla via palazzi e chiese ed il duca vicerè Medina de Las Torres, volle posizionarvi al centro una fontana, l’attuale Fontana Nettuno, che prese il nome allora di Fontana Medina, così come la strada, che divenne via Medina.

La via, come detto, è piena di riferimenti artistici e culturali, con tante chiese e palazzi. Partendo da Piazza Municipio, infatti, troviamo sulla sinistra subito Palazzo Fondi, del XVIII secolo, la Chiesa di Santa Maria Incoronata, la Chiesa di San Giorgio dei Genovesi, e sul lato opposto la Chiesa della Pietà dei Turchini (detta anche dell’Incoronatella).

Sul lato sinistro due Palazzi di Fuga: Palazzo d’Aquino di Caramanico e Palazzo Caracciolo di Forino (o Palazzo Giordano). Sul lato destro invece troviamo Palazzo Carafa di Nocera, la Chiesa di San Diego all’Ospedaletto e il Palazzo della Questura.

Ma via Medina è ricordata anche per un sanguinoso avvenimento storico, che avvenne l’11 giugno 1946. In quell’anno, infatti, la Repubblica vinse nel referendum con 2 milioni di voti di distacco, ma le polemiche dei monarchici furono aspre. La città fu infatti una grande sostenitrice della monarchia sabauda, e dopo la proclamazione della vittoria della Repubblica i monarchici cittadini tentarono il colpo di mano.

Gli scontri furono violenti, e uno dei più pesanti avvenne proprio in via Medina, dove all’epoca c’era la sede del Partito Comunista. Quest’ultima fu assaltata per aver esposto la bandiera tricolore senza lo stemma dei Savoia. Nella guerriglia morirono 9 persone, colpite dalle raffiche della sicurezza, e i feriti furono 150.

Fonti:
– Romualdo Marrone, Le strade di Napoli, Newton Compton Editori, 2004
– guidanapoli.com

Napoli – Il quartiere di Secondigliano, spesso associato a quello confinante di Scampia, oggi nutre una fama molto negativa. Criminalità organizzata, spaccio di sostanze stupefacenti, agguati e rapine sembrano le prime cose che vengono in mente quando si sente nominare. Si aggiungono poi i media ed opere come “Gomorra” che non fanno altro che rafforzare nell’opinione pubblica il rapporto fra Secondigliano-Scampia ed il degrado sociale.

Con queste informazioni il quartiere può sembrare solo una periferia dissestata, nata semplicemente come un dormitorio, ma la sua storia è molto più antica di quanto si possa immaginare. Lo stesso nome è di dubbia interpretazione. La versione più accreditata è che derivi dal fatto che sorga a due miglia dal centro di Napoli e che quindi il nome nasca da una crasi di “Secondo Miglio”. Per altre fonti potrebbe aver avuto origine dall’influente famiglia romana dei Secondii o dal fatto che si trovi a ridosso dei colli Secondili.

Notizie circa lo sviluppo della zona si hanno a partire dal VII sec. a.C. e sappiamo che Secondigliano fu per secoli un casale di Napoli. Già nel 1805 Lorenzo Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli” descriveva così l’area: “Casale Regio della città di Napoli, da cui ne dista miglia 3 circa, situato in pianura di buona aria, ma molto umido nel tramontar del sole. La più antica notizia che abbiamo di questo nostro casale è del 19 ottobre del VII secolo, sotto l’Imperatore Alessio, celebrata in questa nostra città, la quale contiene l’affitto di un fondo posto in villa “Secundillani”.”

“In altri 2 diplomi – continua lo storico – dell’epoca di Carlo II chiamasi “Secundillyanum”, ma non si trova sotto l’imperatore Federico II tra il numero dei casali della nostra città. E’ fertilissima di ogni sorta di vettovaglie, e produce pure della buona frutta. La sua chiesa Maggiore sotto il titolo di S.S. Cosma e Damiano tiene un bel forte campanile, ma non terminato. I suoi abitanti al numero di 6000 circa, per la massima parte sono addetti all’agricoltura, e tra i medesimi ci sono di quelli che oltrepassano i 100 anni.

In seguito all’Unità d’Italia Secondigliano divenne un Comune autonomo che comprendeva anche Scampia. Solo nel 1926, sotto il regime fascista, entrambi vennero inglobati nel Comune di Napoli come quartieri. Fu dagli anni ’50 agli anni ’80 del secolo scorso che importanti lavori edili diedero alla zona la fisionomia attuale, innalzando edifici e palazzi dove un tempo c’erano solo serre e frutteti.

Via Toledo

Via Toledo

È una delle strade più famose e affollate di Napoli che, non a caso, Stendhal definì “la via più popolosa e gaia del mondo”: ma il suo nome è via Roma o via Toledo? La toponomastica napoletana, infatti, a tal proposito gioca brutti scherzi, registrando in questo caso più cambi di nome.

Originariamente la via si chiamava Toledo, e fu voluta dal Viceré Don Pedro de Toledo per bonificare la fogna che da Montesanto convogliava le acque reflue della collina del Vomero, per poi proseguire verso il mare. Via Toledo è una strada particolarissima perché contiene al suo interno le arterie dei Quartieri Spagnoli, inizialmente edificati per l’uso di appartamenti militari.

La strada, lunga circa 1.2 km, riscosse grande successo da parte della cittadinanza.

Il cambio di nome, invece, è legato ad un avvenimento storico. Nel 1870, infatti, l’esercito di Vittorio Emanuele II riuscì a creare un varco tra le mura aureliane, conquistando la città, ponendo fine al potere temporale del Papa: Roma fu riunita all’Italia con il plebiscito del 2 ottobre.

Quel successo sembrò generare entusiasmo anche a Napoli e il 10 ottobre il sindaco Paolo Emilio Imbriani la ribattezzò “via Roma” per celebrare l’annessione di Roma all’Italia,

Questa decisione, in realtà, spaccò in due l’assemblea: perché cambiare nome proprio a via Toledo? Per risolvere la questione, si decise di nominare la strada “via Roma già via Toledo”. 

Ma dopo quasi un secolo, nel 1980, per volere della Giunta Valenzi, l’arteria partenopea riacquistò il suo nome originario, mentre via Roma fu destinata a una strada del quartiere di Scampia.

Napoli – Nel 1958 la RAI era in piena espansione: da soli quattro anni erano cominciate le prime trasmissioni televisive e servivano sempre nuovi studi e spazi per ampliare l’offerta. In particolare, mancava un auditorium in cui poter mettere in scena e registrare concerti di musica classica o trasmissioni basate sulla canzone. Come luogo per far sorgere il nuovo Centro di Produzione si scelse Napoli, in via Guglielmo Marconi, a Fuorigrotta.

I lavori durarono cinque anni e non si badò a spese: il progetto venne affidato agli architetti Renato Avolio De Martino, Raffaele Contigiani e Mario De Renzi, che dotarono il centro delle tecnologie più all’avanguardia del momento. Il Centro di Produzione RAI partenopeo venne ufficialmente inaugurato il 7 marzo del 1963 alla presenza del Presidente del Consiglio Amintore Fanfani.

Il 31 marzo dello stesso anno venne inaugurato anche l’Auditorium, intitolato a Domenico Scarlatti, con uno speciale concerto. L’Orchestra Sinfonica A. Scarlatti della RAI, diretta da Franco Caracciolo, si esibì in diretta televisiva e radiofonica, alla presenza delle più alte cariche dello Stato, tra cui l’allora Presidente della Repubblica Antonio Segni e il Presidente della Camera dei Deputati Giovanni Leone.

L’Auditorium si rivelò una delle strutture più attrezzate ed innovative d’Italia: una capienza di 1000 posti a sedere in uno spazio di 800 m² completamente insonorizzato con elementi in legno studiati per ottimizzare il rendimento acustico; il palco di 400 m² era sormontato da un maestoso organo, uno dei più grandi del tempo, costruito dalla ditta Tamburini.

Divenuto sede dell’orchestra Rai l’Auditorium ospitò le esibizioni dei più grandi artisti del momento: Mina, Dalida, Claudio Baglioni, Gianni Morandi, Ornella Vanoni, Patty Pravo, Mia Martini, Marcella Bella, Milva, Massimo Ranieri, Rino Gaetano, Roberto Vecchioni e molti altri. Il programma televisivo che lo rese celebre fu “Senza Rete”, ideato da Enzo Trapani e girato a Napoli per ben 10 anni. Tuttavia, la struttura invecchiò ed andò incontro ad un lento declino.

Negli anni ’90 venne smantellata ogni infrastruttura utile ad insonorizzare e l’Auditorium, con tutto il Centro di Produzione, divenne un semplice studio televisivo dove registrare programmi minori: in questo periodo la produzione più conosciuta è stata la fiction di Rai 3 “Un Posto al Sole”.

Made in sud

Nel 2005, grazie ai fondi investiti dalla Regione Campania, l’intero complesso è stato ristrutturato ed è tornato a nuova vita. L’Auditorium, ridotto a 600 posti a sedere, oggi ospita in pianta stabile i concerti della “Nuova Orchestra Scarlatti”, nata dalle ceneri della precedente, e numerosissimi ed amatissimi programmi TV: fra gli spettacoli più seguiti girati a Napoli abbiamo “Ti lascio una canzone”; “Made in Sud”; “Kilimangiaro” e tanti altri.

A Napoli non tutte le cose meravigliose sono ben visibili all’occhio umano, così molte volte capita di dover cercare a fondo prima di trovare dei piccoli gioielli nascosti.

È questo il caso del parco di Re Ladislao, un piccolo polmone verde di 4.500 mq nascosto a ridosso della Chiesa di San Giovanni a Carbonara, nel cuore del centro antico della città.

Il giardino storico è uno splendido esempio di hortus conclusus, ovvero di giardino medievale recintato, in questo caso da alte mura, tipico dei monasteri e dei conventi.

Solitamente queste aree verdi non assolvevano alla funzione di elementi decorativi ma venivano utilizzate, data la netta separazione dal mondo esterno, come luoghi per la cura dello spirito, oltre che per la coltivazione di piante aromatiche ed erbe mediche.

Il parco prende il nome da un celebre Re di Napoli, Ladislao d’Angiò – Durazzo, vissuto tra la fine del 1300 e l’inizio del 1400. Non tutti sanno che tale Re passò alla storia per aver a lungo aspirato ad un importante progetto mai attuato: unificare l’Italia con Napoli capitale. Oggi le sue spoglie sono conservate all’interno dell’imponente monumento sepolcrale nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara.

Dal 2001, anno del suo restauro, il giardino si presenta come una vera e propria oasi verde curata nei minimi dettagli e abbellita con diverse e numerose specie di piante e fiori colorati.

Molti sono anche gli eventi messi in atto nel corso degli anni per valorizzare ulteriormente questo gioiello dall’inestimabile valore architettonico. Esempio più recente sono le visite guidate alla scoperta del parco, organizzate lo scorso giugno, in occasione della rassegna “Giugno Giovani 2017”.

Parco di Re Ladislao: INFO
Dove: ingressi in via Cardinale Seripando e via Pontenuovo I Traversa
Quando: dalle 7.00 alle 18.00 dall’ 1 al 31 marzo, dalle 7.00 alle 19.30 dall’ 1 aprile al 30 giugno, dalle 7.00 alle 20.30 dall’ 1 luglio al 31 agosto, dalle 7.00 alle 19.00 dall’ 1 al 30 settembre, dalle 7.00 alle 18.00 dall’ 1 al 31 ottobre, dalle 7.00 alle 16.30
Per ulteriori informazioni: 081281795

Fonte: comune.napoli.it

Piazzale Tecchio
Piazzale Tecchio
Foto di Google Maps

Per anni il suo nome, a Napoli, è stato ricordato attraverso un piazzale a lui dedicato, antistante lo stadio San Paolo. Fino a ieri per l’esattezza, quando il sindaco Luigi de Magistris – in occasione della Giornata della Memoria celebrata oggi – ha voluto dedicare ad altri la via cittadina e così dimenticare una brutta pagina di storia nazionale e locale. Già, perché Vincenzo Tecchio era uomo del Fascismo, che ha servito attraverso la politica, ma anche mediante i giornali.

Nato a Napoli il 26 aprile 1895 (e mortovi il 9 settembre 19253), diviene avvocato grazie all’acquisizione della Laurea in Giurisprudenza, ma alla carriera forense preferisce ben presto quella politica.  Infatti, svolge il ruolo di deputato per ben tre legislature consecutive, dalla ventottesima alla trentesima. Siamo negli anni che vanno dal 1929 al 1943. Soprattutto siamo negli anni dell’ascesa e poi della caduta del Fascismo e di Benito Mussolini.

Sotto l’egida del Duce, Vincenzo Tecchio è prima alla Camera del Regno (dal 1929 al 1939) e poi presso la Camera dei Fasci e delle Corporazioni (dal 1939 al 1943). In quest’ultimo quinquennio, per l’esattezza dal 2 maggio 1934 al 2 marzo 1939, Tecchio presiede la Commissione per l’esame dei bilanci e dei rendiconti consuntivi, venendo ad essere, dunque, il braccio economico della dittatura mussoliniana.

Ma oltre all’impegno propriamente politico, Vincenzo Tecchio è salito agli onori (o meglio, orrori) della cronaca per aver contribuito – alla guida di un gruppo di tecnici – alla costruzione della Mostra d’Oltremare, sorta dopo l’abbattimento delle abitazioni dell’allora rione Castellana; e ancor di più per aver controllato la stampa napoletana grazie all’acquisizione del quotidiano “Roma” da parte delle società editrice Il Mezzogiorno, di cui era presidente.

Napoli – Ogni strada di Napoli racchiude una storia, una tradizione o una leggenda e spesso questo passato riemerge nel nome. Ad esempio c’è una piccola stradina, nei pressi di Porta Capuana, chiamata Vico della Serpe. Potrebbe sembrare uno dei tanti stretti vicoli presenti nella zona Vicaria, ma il suo passato e l’origine del nome affondano le radici in una leggenda quasi del tutto sconosciuta.

La storia ci è stata tramandata da Fra Serafino Montorio, che l’ha scritta nel suo “Zodiaco di Maria, ovvero le dodici provincie del Regno di Napoli”, pubblicato a Napoli nel 1715. Fino ad allora Porta Capuana era l’ingresso alla città e, quindi, tutte le zone oltre di essa erano al di fuori della cinta muraria. In particolare, il luogo dove oggi sorge Vico della Serpe faceva parte di una vasta palude insalubre.

Il frate racconta che all’interno della palude viveva un mostro, un “draco”. Sia in greco che in latino questa parola può indicare sia un drago a tutti gli effetti che un serpente, due figure che comunque nella mitologia si distinguono difficilmente. In ogni caso questa bestia poteva pietrificare esseri umani col solo sguardo, avvelenarli con miasmi infernali, stritolarli fra le sue spire e dilaniarli con i suoi artigli affilati.

Nella leggenda un nobile, tale Gismondo, decide di attraversare la nefasta palude incurante del pericolo. Il suo obiettivo è infatti quello di raggiungere Napoli ad ogni costo e pregare all’altare dove San Pietro celebrò messa. Secondo la tradizione cristiana il primo apostolo si fermò nella nostra città al suo arrivo in Italia e qui iniziò a diffondere il culto cristiano. Gismondo era pronto persino ad affrontare il mostro, ma questo non apparve e lui arrivò incolume a Napoli.

Nella notte al devoto apparve la Madonna che gli disse di aver ucciso la bestia per rendere sicuro il suo passaggio e per salvare la città dalla sua pestilenza. In cambio, Gismondo avrebbe dovuto edificare a suo nome un tempio, una chiesa, dove avesse trovato il corpo esanime del serpente. Solo allora il popolo napoletano sarebbe stato davvero libero dal male. Il mattino seguente il nobile si recò nella palude e trovò il cadavere della bestia, ormai inoffensiva.

In quel punto fondò la Chiesa di Santa Maria ad Agnone. Lo stesso nome “Agnone” sarebbe una trasformazione di “Anguone”, dal latino “anguis”, che tradotto significa “grossa serpe”. La chiesa nell’Ottocento divenne un carcere femminile e venne completamente rasa al suolo dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Unica testimonianza della storia raccontata da Fra Serafino resta il nome “Vico della Serpe”, in memoria di quella bestia sconfitta dalla Vergine.

Nell’iconografia cristiana non è la prima volta che la Madonna schiaccia e uccide una figura draconica: rappresenta come la purezza di Maria allontani il peccato, la bestialità, il maligno. Eppure potrebbe esserci dell’altro. Forse la leggenda potrebbe essere un modo epico di raccontare una bonifica particolarmente vasta e “miracolosa” eseguita nella zona di Porta Capuana e poi consacrata con la nascita della chiesa perduta.

Tuttavia potrebbe esserci un’altra spiegazione al nome di Vico della Serpe e della chiesa di Santa Maria ad Agnone. Uno dei più grandi studiosi di Storia Patria Napoletana, Bartolomeo Capasso, ritrovò proprio nella zona della stradina un pezzo di marmo raffigurante un serpente. Secondo la mitologia greca il serpente era il simbolo della medicina, ancora oggi campeggia sul simbolo delle farmacie, e rappresentava il dio Asclepio, per i latini Esculapio, patrono appunto dell’arte medica.

Lo studioso ipotizzò che al posto della chiesa cristiana sorgesse, al tempo dei romani, un tempio dedicato proprio a questa divinità. Il nome del vico e l’epiteto Agnone deriverebbero quindi non dalla leggenda cristiana, ma direttamente dalla mitologia greca e dall’antico luogo di culto che si ergeva in quelle zone.

Foto Facebook di Travelando Flegreo

La Campania non si fa mancare nulla, neppure gli alberi che crescono…al contrario! Sì, proprio così! A Bacoli, nel Parco Archeologico di Baia, c’è un albero di fico selvatico che anziché crescere verso l’alto si è sviluppato verso il basso, tanto da diventare un’attrazione turistica.

Il particolare arbusto si trova nella volta di un locale termale ubicato accanto al Tempio di Mercurio, e appartiene alla specie Ficus carica, una pianta spontanea in grado di resistere anche a lunghi periodi di siccità grazie alle sue radici profonde che le permettono di svilupparsi anche tra le pietre.

La specie appartiene alla famiglia delle Moraceae, originaria dell’Asia occidentale, introdotta nel Mediterraneo ormai da tempo imprecisabile.

L’albero del parco archeologico di Baia ha foglie verdi e rigogliose che infittiscono la chioma gradualmente, e il tronco particolarmente tortuoso. Oggi, per ovvi motivi, è la star del parco, e sono in tantissimi a scattare una foto davanti all’arbusto.

 

Napoli – Pur trovandosi nel cuore del Centro Storico di Napoli, via del Sole non è particolarmente frequentata da turisti e curiosi. Si tratta di una semplice e spoglia stradina che sale con un ripido pendio da via dei Tribunali, costeggiata per gran parte del cancello del Vecchio Policlinico: pochi negozietti, nessuna decorazione e pochi palazzi interessanti. Tuttavia, dal 1833 la strada ospitò la prima caserma dei pompieri dell’Italia preunitaria: istituita da Napoleone nel 1806.

Eppure, c’è un altro particolare che collega indissolubilmente la strada all’antica storia di Napoli: il nome. La strada è perennemente assolata e sprovvista di alberi che possano portare un po’ d’ombra, ma questo non giustifica il nome di via del Sole. Secondo quanto sostenuto da Giovanni Attinà la ripida salita, al tempo dei Cumani, quindi alle origini di Neapolis, conduceva all’acropoli, il luogo dove sorgevano i templi.

In particolare, l’attuale via del Sole sarebbe stata sovrastata dal tempio di Helios, dio del sole. Il nome sarebbe quindi un richiamo a quell’antica meta. Tuttavia, ci sono delle realtà che, in parte, smantellano questa teoria. I Romani avevano eretto il tempio di Apollo, corrispettivo latino di Helios, dove ora sorge la Basilica di Santa Restituta, su via Duomo. La stessa strada, al tempo il decumano superiore, era detta “vicus solis” per la presenza di tale luogo di culto.

È difficile pensare che i Romani abbiano distrutto e ricostruito un tempio allo stesso dio, con così poca distanza. Del resto l’attuale via del Sole non sarebbe mai potuta sbucare sull’originario “vicus solis”, essendone una parallela. Insomma, le soluzioni possibili sono due: o, effettivamente, il tempio di Helios che avrebbe sovrastato via del Sole è stato distrutto e ricostruito altrove dal popolo occupante; oppure la nuova strada ha preso il nome in onore del vicino “vicus solis”.

Napoli affascina per la sua grande storia, tradizione e cultura. Via Toledo, il duomo, largo di Palazzo, via San Gregorio Armeno sono zone davvero molto conosciute che ogni anno attirano migliaia e migliaia di turisti da tutto il mondo.

Alla grandiosità e all’imponenza dei siti più noti di Napoli fanno da contraltare luoghi più ameni e meno noti che oggi non godono di fama e non sono meta di viaggiatori e curiosi, ed anzi spesso sono poco conosciuti anche dai napoletani stessi. Con questo, però, non si vuole dire che tali aree non abbiano anch’esse un passato importante e storia degni di essere ricordati e raccontati.

Si pensi alla miriade di vicoli, vicoletti e stradine delle quali Napoli è piena. Compagini queste spesso associate al degrado, alla malavita e al pattume ma che invece possono divenire emblema di decoro ed umiltà; sicuramente colmi di fascino, contribuiscono ad arricchire la componente magica tipica della città.

E tra queste tante viuzze ce ne sono alcune che si contraddistinguono sulle altre a causa di racconti singolari, dettagli stravaganti e curiosità. È questo il caso di via del Cerriglio, considerata dalla tradizione popolare come il vicolo più stretto di Napoli.

Come se non bastasse a questa specifica strada è legata una vicenda storica molto precisa. Fin dal 1300, infatti, in tale località sorge una locanda denominata per l’appunto: locanda del Cerriglio. Tale taverna era frequentata da personaggi del calibro di: Giovan Battista Della Porta, Giambattista Basile, Giulio Cesare Cortese, Carlo Celano, Antonio Genovesi e Benedetto Croce.

Tra le tante figure illustri ce n’è stata una che ha particolarmente legato il suo nome a questo ritrovo. Stiamo parlando di Michelangelo Merisi, detto il “Caravaggio”. Questi, la notte del 24 settembre 1609, venne aggredito e sfregiato da quattro sicari.

Molto probabilmente gli organizzatori dell’imboscata furono i familiari di Rainuccio Tomasoni, l’uomo ucciso dall’artista a Roma a causa di un futile litigio. L’aggressione fu così violenta che, in un primo momento, si disse che addirittura il Merisi rimase ucciso dalle ferite riportate, notizia che poi si rivelò infondata.

Si pensa che, quindi, l’origine toponomastica del vicolo sia legata alla secolare presenza di questa locanda che da poco ha riaperto i battenti. Altri sostengono che nel luogo dove sorgeva la taverna vi fosse un gruppo di querce altrimenti dette “cerigli”. Ad onor del vero, ancora oggi, non è possibile diradare le nebbie del mistero.

Parco dei Quartieri Spagnoli – Foto: Gente Green Napoli

Nel cuore dei Quartieri Spagnoli, in vico della Trinità delle Monache nella zona di Montecalvario, lontano dalla calca che affolla il centro storico e la più vicina zona pedonale di via Toledo, vi è un’area verde vasta circa sedicimila metri quadrati conosciuta semplicemente come Parco dei Quartieri Spagnoli.

In origine, il parco fu un convento di suore appartenente alla Chiesa della SS. Trinità edificato nel 1600 per volere della nobildonna Vittoria de Silva. Sfortunatamente, nel 1732, un violento terremoto si abbatté sulla città di Napoli danneggiando profondamente il Monastero. I lavori di restauro per riportare il luogo al suo splendore iniziale durarono oltre dieci anni a causa d’una insufficienza di fondi, quindi riaprì solo nel 1743.

In seguito, con la discesa dell’esercito Napoleonico nel 1795 e con l’occupazione del Regno di Napoli ad opera di Giuseppe Bonaparte, il Monastero fu presto trasformato in un ospedale militare e le monache lì residenti furono sloggiate dalla struttura.

Un vero e proprio declino del luogo iniziò sotto il regno dei Borbone, durante il quale furono messi in atto numerosi interventi di restauro in città ad eccezione dell’ormai ex Ospedale Militare.

A partire da marzo del 2000 il controllo del parco passò nelle mani dell’Amministrazione Comunale e, per un periodo, anche in quelle dell’Ateneo Suor Orsola Benincasa. Da quel momento in poi iniziarono i lavori di recupero riguardanti la risistemazione delle aree verdi, la realizzazione di aree giochi per bambini, servizi igienici, oltre che un’area per l’organizzazione di spettacoli all’aperto durante il periodo estivo.

Nonostante l’importanza che ricopre sul territorio e nonostante i diversi lavori effettuati, la struttura si trova attualmente in uno stato di semi abbandono, dimenticata completamente dalle Istituzioni ma non dai suoi cittadini che chiedono continuamente interventi di manutenzione immediati per dare al parco il valore che merita e che effettivamente, all’interno della comunità, potrebbe ricoprire.

Info
Dove: vico della Trinità delle Monache a Montecalvario
Orari: Lunedì chiuso. Martedì – sabato dalle 9.30 alle 17.00 in autunno/inverno; martedì – sabato dalle 08.30 alle 18.00 in primavera/estate. Domeniche e festivi chiusura alle ore 14.00
Come arrivare: Funicolare di Montesanto fermata C.so Vittorio Emanuele

Fonte

Uno dei lasciti più importanti dei romani è, senza ombra di dubbio, la conoscenza nel campo dell’architettura e dell’urbanistica. Gran parte delle più importanti città europee si erge su fondamenta millenarie ed in tutto il mondo si ripetono gli stessi schemi e progetti inventati dai nostri antichi progenitori. La Montagna Spaccata, situata nella zona dei Campi Flegrei, è l’esempio lampante del genio architettonico dei romani.

Al tempo il porto di Puteoli, oggi Pozzuoli, era un’importantissima risorsa per tutta la penisola: merci e ricchezze di qualunque genere arrivavano da ogni angolo del Mediterraneo. Il problema era trovare un modo per trasportarle fino a Roma. La via Antica Consolare Campana, lunga 21 miglia, partiva dall’Anfiteatro Flavio di Puteoli e si snodava tra alcuni antichi crateri, passando per i territori di Quarto, Marano, Qualiano, Giugliano ed Aversa, finendo sulla via Appia, collegata direttamente a Roma.

Tuttavia, all’altezza del quarto miglio (dove oggi sorge Quarto), l’asse viario veniva interrotto da un’enorme collina dal diametro di circa 900 metri: uno delle più antiche bocche vulcaniche dei Campi Flegrei. Circumnavigare il luogo rallentava moltissimo i trasporti, già non semplici all’epoca. Così, i romani decisero che se la collina intralciava i commerci doveva venire “spaccata”. La strada, oggi denominata “Montagna Spaccata”, è il risultato dell’importantissima impresa urbanistica.

Il taglio è largo 78 metri nella parte superiore e alto 50. Mura di sostegno furono realizzate sui due lati, lungo i 290 metri di lunghezza. Un lavoro impeccabile che dimezzò i tempi di percorrenza dell’Antica Consolare Campana e garantì lo sviluppo incredibile del porto di Puteoli come base commerciale.

Sono tutt’oggi visibili i resti di quello che sembra essere stato un arco in tufo destinato a sostenere le spinte laterali del terreno: una struttura realizzata talmente bene più di due millenni fa da resistere intatta al terremoto del 1980. C’è ancora molto da scoprire sull’operato dei romani nei Campi Flegrei: basti pensare che gli incendi degli ultimi tempi hanno fatto riemergere un altro tratto di mura della “Montagna Spaccata”.

Arrivare in cima al Vesuvio, oggi, è una piacevole passeggiata da fare con tutta la famiglia: la strada che dall’altitudine di 750 metri, a Ercolano, porta fin quasi al cratere è agevole per automobili ed autobus turistici ed offre, inoltre, un incantevole panorama sul nostro Golfo. Tuttavia, non è sempre stato così facile. Goethe, nel suo “Viaggio in Italia”, raccontava della sua “scalata” fin sopra al cratere del vulcano e descriveva il tutto come una faticosa e rischiosa avventura.

Il diario di viaggio dello scrittore tedesco venne pubblicato nel 1816, ma la situazione rimase pressoché invariata fino agli anni ’50 del secolo scorso. Nel frattempo era nata la rivoluzionaria funicolare vesuviana, ma nel 1944 era stata chiusa a seguito dei danni subiti durante l’eruzione del 18 marzo. Quindi, se bambini, anziani, intere famiglie, gruppi turistici e gite scolastiche possono godere delle bellezze offerte dal Vesuvio lo si deve solo ed esclusivamente al lavoro ed all’impegno di un solo uomo: Antonio Matrone.

Nel 1950, il Cavaliere Matrone, originario di Boscotrecase, si rese conto di quanto fosse difficile raggiungere l’altitudine dei 1000 metri in automobile: i mezzi di locomozione che, ormai, si stavano diffondendo in tutto il mondo non potevano percorrere le ripide salite fra i boschi. Così, prese la decisione di costruire a sue spese una strada percorribile e sicura. Non aveva nessun interesse economico, solo un incredibile attaccamento alla sua terra.

Come racconta Giuseppe Imperato in un articolo dedicato al Matrone, per realizzare il suo progetto e raccogliere i fondi necessari vendette tutte le sue proprietà, fortunatamente consistenti: poderi, residenze e terre. In pochissimi anni, metro dopo metro, la strada verso i 1000 m venne ultimata ed Antonio e sua moglie Genoveffa si trasferirono in una nuova proprietà fatta costruire proprio sui 750 m di altitudine, dove era iniziato tutto.

Nel 1955 il tratto venne reso percorribile dalla Regione ed inaugurato a febbraio. Accorsero autorità da Napoli e da tutta Italia, persino le telecamere della RAI si mossero per immortalare la colossale impresa di Antonio Matrone. Lui stesso ricevette i migliori complimenti per il suo lavoro, al punto da venir chiamato da tutti “ingegnere” pur non avendo alcuna laurea. Pochi anni dopo, la strada venne gradualmente acquistata, a titolo gratuito, dalla Regione Campania.

Solo molto tempo dopo la morte di Matrone, quel tratto da lui creato prese anche il suo nome, mentre una targa apposta da sua moglie lo ricorda vicino al luogo in cui si trasferì: “Entusiasta del Vesuvio con prodiciosa attività, vincendo ostacoli umani e naturali Antonio Matrone costruì singolare Strada realizzando antico sogno di far giungere l’auto fino alla cima del Vulcano non vide la fine di così ardua impresa ma Egli sarà sempre ricordato come il Pioniere delle strade vesuviane.”

Ancora oggi, percorriamo via Cav. Antonio Matrone per raggiungere la cima del Vesuvio e quasi nulla è cambiato da quando venne costruita, nel bene e nel male. Se il lavoro del Cavaliere fu impeccabile al punto da superare più di mezzo secolo intatto, allo stesso modo dovrebbe essere l’impegno delle autorità moderne per preservarlo ed adeguarlo alle esigenze attuali.


Chi a Napoli non è mai passato per ‘e quatto palazze? Stiamo parlando di Piazza Nicola Amore, tra le più importanti del centro storico della città, situata lungo il Rettifilo o Corso Umberto I.

Conosciuta dal popolo partenopeo come i quattro palazzi propri per i quattro edifici identici in stile neo-rinascimentale che la circondano, fu voluta e costruita nel 1880 dall’allora sindaco Nicola Amore durante il Risanamento, ovvero il periodo dei grandi interventi urbanistici che modificarono il volto di Napoli.

Il nome originario da attribuirle era Piazza Agostino Depretis, così come quella che conosciamo come via Depretis, doveva assumere il nome via Nicola Amore. Nel 1894 fu però deciso di invertire i toponimi.

Il 7 febbraio del 1904, al centro della piazza, fu inaugurata una statua in marmo costruita dallo sculture Francesco Jerace in onore del già citato sindaco. Nei primi mesi del 1938 fu spostata a Piazza Vittoria, dove si trova tutt’ora, per non intralciare la passeggiata, da piazza Garibaldi a Mergellina, che il Führer Adolf Hitler avrebbe fatto il 5 maggio dello stesso anno in occasione della grande parata navale.

La scultura fu quindi sostituita dapprima da una coppa giratoria, poi da un’aiuola fiorita.

Statua Nicola Amore – Piazza Vittoria

Attualmente Piazza Nicola Amore si presenta come un cantiere a cielo aperto a causa dei lavori di costruzione della stazione metropolitana Duomo, iniziati negli ultimi anni novanta ed ancora in corso d’opera. Il lento progredire delle operazioni è dovuto ai numerosi resti archeologici, risalenti all’epoca greco-romana, trovati al di sotto del suolo.

Tra i ritrovamenti principali vi sono i resti di un edificio databile al IV e al III secolo a.C, un tempio dedicato ai giochi Isolimpici istituiti a Napoli da Ottaviano Augusto nel 2 d.C. ,un porticato Ellenistico di età Flavia, una fontana di epoca medievale, databile al XIII secolo e la testa marmorea di Nerone Cesare, figlio di Germanico e fratello di Caligola.

Il magnifico sito archeologico sarà inglobato nella futura e imponente stazione metropolitana di Duomo, progettata dall’architetto Massimiliano Fuksas e che sarà inaugurata nel 2019. Gli scavi saranno così esposti al pubblico attraverso una bolla trasparente fatta in vetro e metallo chiamata lanterna magica.

Viene chiamata “Coroglio” la zona di Napoli immediatamente a ridosso di Capo Posillipo. Oltre ad offrire meravigliosi scorci panoramici sul Golfo e su Nisida, è anche il punto di collegamento con la zona di Bagnoli. La sinuosa e lunga discesa che parte dall’apice della collina di Posillipo ed arriva al mare ed al quartiere industriale è detta “Discesa di Coroglio”.

La strada era conosciuta, un tempo, come “Rampa dei Tedeschi”. Questo nome, tramandato dalla tradizione, si deve ad una serie di studi che alcuni archeologi tedeschi svolsero all’interno della grotta di Seiano, raggiungibile dalla discesa, agli inizi dell’Ottocento. Gli studiosi si stabilirono per lungo tempo lungo la strada finendo per “ribattezzarla”. La storia dei tedeschi e delle loro ricerche è raccontata da Luigi Lancellotti in Sullo scavo della grotta di Sejano e sulla nuova strada di Coroglio”.

Il nome della stessa zona affonda le sue radici dalla tradizione popolare. “Coroglio” deriva, infatti, dal termine napoletano “curuoglio” che, a sua volta, ha origine nel latino “corollio” (piccola corolla). Questo era “quel cercine o torciglione di panno, che si adatta sul capo a comodo trasporto di oggetti pesanti”, come scrive Gino Doria nel libro “Le strade di Napoli: saggio di toponomastica storica”. Probabilmente il nome è stato attribuito per la particolare forma del capo estremo del colle, molto simile ad un panno attorcigliato.

Napoli – Molto spesso i nomi delle strade storiche di Napoli non sono soltanto dei titoli che vengono dati arbitrariamente, ma sono un vero e proprio racconto sul passato, reale o inventato, del luogo. Via Cisterna dell’Olio non è da meno. La stretta stradina che collega via Toledo, quasi all’altezza di piazza Dante, a Spaccanapoli, nella parte del Gesù Nuovo, non avrebbe nulla che richiami il nome, apparentemente. Nel 1588, l’architetto Giovanni Vincenzo Della Monica progettò la costruzione di quattro enormi cisterne per conservare l’olio d’oliva che arrivava da tutto il regno.

L’operazione venne approvata e le cisterne vennero posizionate nel sottosuolo della via che oggi porta il loro nome. L’unica testimonianza che ci è arrivata dell’antica fisionomia della strada è un disegno elaborato da Giuseppe Astarita, in cui gli enormi contenitori figurano scavati lungo le mura in entrambe le direzioni di Santa Maria di Costantinopoli e del palazzo Pignatelli di Monteleone. Gli ampi contenitori vennero abbandonati con l’avvento di nuovi modalità di conservazione.

Tuttavia, le cisterne esistono ancora nel sottosuolo e ne è una prova un negozio al civico 5A della strada. All’interno del moderno esercizio commerciale è ancora visibile una targa di marmo che indica la capienza della cisterna sottostante: 125.000 litri. Non solo. Sul pavimento del locale sono presenti due oblò dai quali poter osservare l’antica struttura e, con la disponibilità del titolare, è persino possibile raggiungere la cisterna tramite un’ascensore.

Un’altra conca che un tempo conteneva una cisterna è stata riadattata nella seconda metà del secolo scorso in un cinema con quattro sale di proiezione. La strada è anche famosa per palazzo Giovene del Girasole, al civico 10, conosciuto come la casa in cui abitò San Giuseppe Moscati.

Nel libro “La pelle di Napoli: voci di una città senza tempo”, di Pietro Treccagnoli, un’intero capitolo è dedicato alle cosiddette “Cisterne dell’Abbondanza” ed alla loro attuale ubicazione nel sottosuolo degli esercizi commerciali e dei palazzi moderni.

Sappiamo, ormai, che ogni singolo vicolo di Napoli racconta una storia: lo può fare con una canzone che riecheggia al suo interno, con un profumo che dalla cucina di qualche casa invade la strada, con una tradizione tramandata o, semplicemente, con lo stesso nome.

Vico Cinquesanti, che collega via Tribunali e via Anticaglia nel cuore del Centro Storico, famoso per tagliare di netto il nascosto teatro romano di Neapolis, deve il suo particolare nome ad uno strano caso storico: due santi, due beati ed un venerabile vi abitarono.

Secondo la ricostruzione di Giovanni Vitiello per “DettiNapoletani”, il primo ad inaugurare questa tradizione fu San Gaetano da Thiene, il prete Vicentino che nel 1527 fondò l’ordine dei Chierici Regolari Teatini. Nel 1533 il santo si trasferì a Napoli dove il viceré Pedro de Toledo consegnò al nuovo ordine sacerdotale la basilica San Paolo Maggiore.

Da allora i teatini si affermarono in tutta la città e in vico Cinquesanti sorsero abitazioni per ospitare gli esponenti più importanti del culto, primo fra tutti San Gaetano. Teatino ed amico del santo, anche il Beato Giovanni Marinoni abitò in una di queste strutture: oggi le sue spoglie riposano insieme a quelle di San Gaetano nella basilica di San Paolo.

Sant’Andrea Avellino, potentino, fu allievo di Marinoni e nel 1556 si unì ai teatini napoletani andando a vivere nel vicolo. Al tempo era famoso per le sue innate doti nella risoluzione dei conflitti e nella mediazione che gli valsero anche la santificazione dopo la morte.

Allievo del beato fu anche il venerabile Giacomo Torno, anche lui alloggiato nella zona. Il Beato Paolo Burali d’Arezzo, invece, abitò ben poco ai Cinquesanti. Di nobili natali, venne nominato cardinale e dopo anni trascorsi a Roma venne a Napoli nel 1576. Gravemente malato abbandonò il vicolo dei teatini dopo soli due anni per recarsi nella salubre Torre del Greco, ma vi morì.