Palazzi di Napoli

Tutti i palazzi monumentali di Napoli

Arrivando alla stazione centrale di Napoli in treno da Roma una delle prime cose ad incrociare lo sguardo dell’osservatore è l’imponente skyline del Centro Direzionale di Napoli, che emerge dal marasma dei palazzi più bassi. Sorto nel quartiere di Poggioreale su un ex area industriale dismessa di oltre 110 ettari, su progetto dell’architetto giapponese Kenzo Tange, cui fu affidato il progetto nel 1982.

Negli anni sessanta il comune, seguendo la corrente di “ricostruzione” della penisola, pensò di destinare a quell’area un intervento urbanistico su larga scala che rendesse Napoli una metropoli moderna, inutile dire che, sebbene l’intento fosse più che degno di nota, le future manutenzioni mancarono, degradando l’area.

Il progetto, in se, aveva però alcuni spunti molto interessanti: il Centro Direzionale doveva servire a “smistare” il traffico in un luogo centrale della metropoli, non a caso fu pensato un sistema sotterraneo di parcheggi e passaggi che di fatto integravano perfettamente il nuovo progetto con il nucleo della città – trasferendo il traffico su livelli inferiori e rendendo pedonale una vastissima area.

Al progetto parteciparono vari architetti italiani, che si dedicarono alla progettazione dei simbolici grattacieli: Massimo Pica Ciamarra realizzò le due Torri Enel, Nicola Pagliara progettò le Torri del Banco di Napoli e il palazzo dell’Edilred, Renzo Piano il palazzetto dell’Olivetti, Corrado Beguinot realizzò invece l’imponente Torre Telecom Italia, fino al 2010 la torre più alta del paese.

La pioneristica “invenzione” di un centro direzionale per uffici in una città come Napoli la rese protagonista di un ennesimo primato, essendo il centro direzionale il primo agglomerato di grattacieli dell’Europa Meridionale (ed indi d’Italia) – la sua realizzazione, cui doveva seguire una sempre più forte modernizzazione (purtroppo, mai avvenuta) fu per lungo tempo al centro del dibattito sul costruire la città; Il centro Direzionale fu, in breve, un tentativo ben riuscito (ma non terminato) di rendere Napoli la metropoli che dovrebbe essere, rappresentando il sogno interrotto bruscamente di una crescita economica del paese che si immaginava proprio negli anni sessanta, quando si pensò la prima volta a quest’opera.

Napoli – Il monumentale edificio che si erge su Corso Umberto I è sicuramente il simbolo dell’Università Federico II di Napoli, prima università laica della storia. Si potrebbe immaginare che una struttura tanto importante possa essere coeva alla nascita dell’ateneo, nel 1224, ma non è così: l’intero complesso risale al XVI sec. mentre la facciata, che sembrerebbe la parte più antica, addirittura alla fine del XIX sec..

La struttura nacque come sede dei Gesuiti da poco giunti a Napoli alla fine del 1500. Il lavoro dei frati per ampliare l’intero complesso andò avanti attraverso i secoli, man mano che avevano bisogno di spazi. Si tratta di un ordine che ha sempre fatto della cultura e dell’insegnamento una forte base sociale, e quindi già al tempo i vari spazi erano costituiti da aule e da più istituti gestiti dai frati. Nel 1767, Ferdinando IV di Borbone espulse i Gesuiti da Napoli e la struttura divenne la sede dell’Università Federico II.

Oggi, il complesso gesuitico è ancora utilizzato dall’ateneo ed è accessibile sia da via Mezzocannone che dal cortile interno dell’edificio centrale, percorrendo un’alta e maestosa scalinata: ospita uffici, dipartimenti, biblioteche ed altri servizi per studenti, ricercatori e professori dell’ateneo napoletano.

La nascita dell’edificio centrale, per come lo conosciamo oggi, risale all’inizio del secolo scorso. Fra il 1875 ed il 1886, infatti, vuoi per l’Unità d’Italia, vuoi per la maggior efficacia dei mezzi di trasporto, le iscrizioni all’ateneo raddoppiarono. Urgeva quindi un ampliamento della precedente struttura che la rendesse in grado di accogliere questi nuovi studenti e di essere architettonicamente al passo con i tempi.

Fu creato all’uopo un progetto, firmato dagli architetti Pierpaolo Quaglia e Guglielmo Melisurgo, che prevedeva la costruzione, a valle del complesso universitario, nel’area un tempo denominata di San Pietro a Fusariello, e prospiciente il neonato corso Umberto I, di tre edifici che avrebbero formato corpo unico, nei quali avrebbero trovato posto il Rettorato, le Facoltà di Lettere e di Giurisprudenza e gli Istituti di Chimica e di Fisica.

I lavori furono affidati all’ingegnere del Genio Diego Blesio ed al professor Francesco Lomonaco e la prima pietra del nuovo edificio venne posta il 18 ottobre del 1896 dall’allora principe Vittorio Emanuele. Dodici anni dopo, nel 1908, l’edificio centrale della Federico II aveva l’aspetto attuale.

Importanti i tre altorilievi in bronzo che spiccano all’esterno dell’edificio: il primo, quello sulla facciata centrale e creato da Francesco Jeraca, rappresenta Federico II nell’atto di istituire l’università attorniato dai suoi più fidati consiglieri; gli altri due, ai lati opposti, raffigurano Giambattista Vico mentre insegna la Scienza Nuova e Giordano Bruno di fronte all’Inquisizione.

Altro importante simbolo della sede è rappresentato dalle due sfingi di pietra poste ai lati della scalinata d’ingresso. La loro importanza non è tanto artistica, quanto sociale: gli studenti son soliti definire la sede centrale come quella “dei leoni” per distinguerla dalle altre, male interpretando le due figure mitologiche.

Resta da dire che, in realtà, l’edificio subì una ulteriore fase di lavori e restauri in seguito alla Seconda Guerra Mondiale: i tedeschi in fuga dalla città cercarono di dargli fuoco, mentre gli alleati lo requisirono ed occuparono fino alla fine del conflitto. Ciò causò danni ingenti che resero necessari altri anni di lavori per salvare un patrimonio monumentale di quel tipo dalla distruzione della guerra.

Fonte: “Il patrimonio architettonico dell’Ateneo Fridericiano” a cura di Arturo Fratta

Napoli Palazzo Serra di Cassano è uno degli edifici storici più importanti ed antichi di Napoli. Fu realizzato intorno alla seconda metà del XVIII sec. da Ferdinando Sanfelice, al tempo all’apice della notorietà, per i Serra di Cassano, importante famiglia nobiliare di origini genovesi. Il palazzo sorge ancora oggi in via Monte di Dio, a ridosso della collina di Pizzofalcone ed a pochi passi da Palazzo Reale, e simboleggia con la sua posizione e la sua maestosità la ricchezza della famiglia di cui porta il nome.

Accedendo dall’ingresso in via Monte di Dio ci si trova direttamente in un enorme cortile ottagonale: è evidente come un ingresso piuttosto modesto nel giardino non sia ciò che più si addice ad una simile dimora. Questo perché, in realtà, l’entrata principale si trova su via Egiziaca, protetto da un enorme portone. Questo portone, però, non viene aperto da più di 200 anni per ordine dell’antico proprietario del palazzo.

Per comprendere il motivo di una simile decisione dobbiamo tornare alla rivoluzione del 1799 ed al breve esperimento della Repubblica Napoletana. Gennaro Serra di Cassano, rampollo 27enne della famiglia, partecipò, come tanti altri giovani nobili, con ardore alla rivolta venendo addirittura nominato comandante in seconda della Guardia Nazionale. Sappiamo tutti, però, che quel sogno patriottico finì presto nel sangue, soprattutto perché non era appoggiato dal popolo fedelissimo al legittimo sovrano, Ferdinando di Borbone.

L’ordine venne ristabilito ed i giovani patrioti che avevano idealizzato o realizzato quel sogno repubblicano vennero giustiziati in Piazza del Mercato. Il 20 agosto il patibolo toccò anche a Gennaro. Fu allora che Luigi Serra di Cassano e Giulia Carafa, genitori dell’eroe giustiziato, decisero di chiudere per sempre il portone della loro dimora: un segno di lutto, sicuramente, ma soprattutto una protesta silenziosa, un rifiuto della tirannia che aveva strappato la giovane vita di Gennaro. A quel tempo, inoltre, il portone del palazzo guardava direttamente il Palazzo Reale, non essendo ancora stata costruita la Basilica di San Francesco di Paola, eretta da Ferdinando I come voto per non aver perso il Regno.

Oggi, dopo oltre due secoli, la volontà ed il dolore di due genitori vengono ancora rispettati dai napoletani ed il portone di Palazzo Serra di Cassano resta sbarrato.

Napoli – Da via Medina si innalza un grattacielo che sovrasta incontrastato l’intero Centro Storico di Napoli: l’Ambassador’s Palace Hotel. Per molti napoletani è, ed è sempre stato, un vero e proprio pugno nell’occhio che rovina il panorama della città da alcuni punti di osservazione. La sua struttura “moderna”, il colore grigiastro e la mole imponente mal si combaciano, in effetti, ai modesti ed eleganti palazzi che lo circondano ed alle strade storiche su cui spicca. Eppure anche un palazzo così poco gradito nasconde una storia.

Realizzato fra il 1954-1957 su progetto di Stefania Filo Speziale, Carlo Chiurazzi e Giorgio Di Simone, nacque come sede per la Cattolica Assicurazioni. Con i suoi 100 metri, divisi in 33 piani, in calcestruzzo armato il palazzo fu il primo esempio di edilizia moderna a Napoli. Prima della nascita del Centro Direzionale l’Ambassador Palace è stato il primo vero grattacielo della nostra città, il primo vero simbolo di una città rivolta al futuro.

L’Ambassador’s Palace Hotel che spicca sul panorama di Napoli, visto dal Corso Vittorio Emanuele

Per decenni la sua denominazione originaria cambiò in Jolly Hotel in seguito all’acquisto da parte della catena alberghiera omonima. Solo nel 2009 riprese il nome di Ambassador Palace Hotel quando la Jolly Hotels venne acquisita dalla NH Hoteles.

L’imponente struttura del grattacielo ha fornito anche set per riprese uniche. Ad esempio, il video di “Anema e Core” di Pino Daniele è girato interamente sul suo tetto.

Napoli – Chiunque percorra la centralissima Piazza Dante non può fare a meno di posare gli occhi sul mastodontico edificio che la sovrasta. Si tratta del Convitto “Vittorio Emanuele II” e, nonostante il nome sabaudo, ha origini antichissime. Il nucleo dell’edificio era, in principio, il Convento di S. Sebastiano: un complesso religioso fondato in epoca costantiniana da monaci di culto basiliano.

Nel 1424, la regina Giovanna II vi trasferì le monache domenicane di S. Pietro a Castello. Fu da questo momento che la struttura iniziò ad assumere la fisionomia attuale con numerosi lavori di ampliamento e di abbellimento. Fra il XV ed il XVI secolo il Convento venne ampliato a nord, con la realizzazione del chiostro grande in stile rinascimentale, mentre all’inizio del XVII secolo le suore avviarono la costruzione in forme barocche della nuova chiesa.

Tra il 1757 e il 1763, in aderenza alle mura occidentali del convento, venne realizzato l’intervento vanvitelliano del Foro Carolino: la struttura che ancora oggi costeggia Piazza Dante e le dà il suo aspetto attuale. Quando, nel 1807, le monache vennero espulse, il complesso venne utilizzato per scopi differenti: nel 1820 ospitò la Camera del Parlamento, quindi divenne sede del Conservatorio di Musica e, successivamente, delle scuole pubbliche istituite dai Gesuiti.

Nel 1827, l’istituto gesuitico prese il nome di Collegio dei Nobili, ma ebbe vita breve. Quando Giuseppe Garibaldi entrò a Napoli occupando la città in nome dell’Italia Unita, abolì l’ordine dei Gesuiti e dichiarò nazionali i suoi beni. Fu così che l’anno successivo il Collegio dei Nobili divenne il Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II, nome con cui è ancora oggi conosciuto.

Ancora oggi la struttura continua la missione che aveva al tempo dei gesuiti: il Convitto è una comunità educativa che ospita studenti italiani e stranieri in qualità di convittori e semiconvittori

Fonte: sito ufficiale Convitto “Vittorio Emanuele II”

Garibaldi

Palazzo Doria

NapoliVia Toledo è costeggiata da alcuni fra i palazzi più eleganti e sfarzosi di tutta Napoli: basti pensare a Palazzo Zevallos. Tuttavia, uno in particolare spicca sia per la sua struttura che per un importantissimo fatto storico che l’ha visto protagonista. Palazzo Doria D’Angri, in Piazza 7 Settembre, lungo via Toledo, venne edificato su volere del principe Marcantonio Doria. Inizialmente, al suo posto si ergeva un’altra struttura e, quando nel 1760 venne demolita, Marcantonio morì.

L’onere di erigere il nuovo palazzo di famiglia passò, quindi, al figlio Giovanni Carlo che commissionò il progetto a Luigi Vanvitelli, il grande architetto e scultore olandese che costruì la Reggia di Caserta. Vanvitelli però era già anziano ed infatti morì nel 1773 senza riuscire a vedere ultimato il suo ultimo lavoro. Il progetto passò prima a Ferdinando Fuga, poi a Mario Gioffredo, ma fu solo Carlo Vanvitelli, figlio e collaboratore di Luigi, a dare nuova linfa ai lavori ed ultimare la costruzione del palazzo nel 1778.

Palazzo Doria d'Angri

In realtà, i lavori non erano ancora completati, ma la struttura fuoriusciva di una decina di centimetri dal lotto originario e la cosa fece scaturire una controversia legale con il marchese Pulce, che aveva in fitto un terreno confinante. Solo anni dopo, con la risoluzione della lite, fu possibile ultimare la facciata ed aggiungere le quattro colonne che contornano l’ingresso principale.

Il 7 settembre del 1860 Palazzo Doria D’Angri divenne il teatro di uno degli episodi più importanti e drammatici della storia napoletana. Fu dal suo balcone principale che Garibaldi, appena entrato in città, annunciò l’annessione del Regno delle Due Sicilie alla neonata Italia ponendo ufficialmente fine alla monarchia borbonica. Il famosissimo acquarello di Franz Wenzel Shwartz raffigurante l’“Ingresso di Garibaldi a Napoli”, conservato a Castel Nuovo, raffigura la facciata del palazzo come si mostrava al tempo.

Altri episodi successivi infatti alterarono per sempre la struttura. Nel 1940 la sontuosa collezione di Marcantonio Doria venne scompattata e venduta all’asta: fra i dipinti battuti c’era anche il “Martirio di Sant’Orsola” di Caravaggio, oggi esposta nel vicino Palazzo Zevallos. I bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, invece, distrussero gran parte della facciata, compreso lo stemma nobiliare della famiglia Doria.

Seguirono altri anni in cui abbandono ed interessi privati impoverirono ancor di più la struttura: “Gli importanti arredi – spiegò Sergio Attanasio, presidente dell’associazione Palazzi napoletani, su Repubblicae la collezione di dipinti che comprendeva opere di Tiziano, Tintoretto, Rubens, van Dyck, Ribera e Leonardo, oltre a una serie di magnifici arazzi della manifattura di Beauvais con le gesta del Re Sola provenienti dal castello di Angri e mobili della omonima villa di Posillipo, andarono all’asta e furono acquistati da Achille Lauro.”

Dal 1993 il palazzo è sede di conferenze ed eventi ed è aperto al pubblico solo in occasioni eccezionali. Da gennaio di quest’anno il “piano nobile”, ricco ancora di affreschi, mobilio del tempo, arazzi e dipinti di inestimabile valore, è in vendita per la modica cifra di 5 milioni di euro. 

Napoli – Fra i tanti bellissimi palazzi che costeggiano via Toledo, a Napoli, Palazzo Zevallos Stigliano è certamente il più maestoso ed interessante a livello artistico. Del resto, venne eretto quando la strada non aveva ancora l’importanza commerciale e sociale che iniziò ad acquisire solo in seguito.

L’edificio venne costruito su disegno di Cosimo Fanzago tra il 1637 ed il 1639, per volere di Giovanni Zevallos, Uffiziale di Corte e duca di Ostuni dal 1648, che ne acquisì la proprietà a lavori ultimati. Zevallos avrebbe voluto erigere la dimora familiare nei Quartieri Spagnoli, ma al tempo erano già troppo affollati per aggiungere nuove strutture: così il progetto deviò su via Toledo.

Posta sul lato orientale della strada, l’imponente architettura si articola attorno al grande cortile interno rettangolare cui si accede varcando la soglia del sontuoso portale secentesco. Su quest’ultimo possiamo ancora oggi ammirare lo stemma dei Zevallos, che lo domina sostenuto da festoni ed affiancato da due giare. Danneggiato durante le sommosse popolari del 1647, l’edificio fu venduto verso il 1653 al ricco mercante fiammingo Giovanni de Vandeneynden, la cui figlia Giovanna sposò il principe di Sonnino, don Giuliano Colonna Stigliano, cui la proprietà passò definitivamente nel 1688.

palazzo zevallos

Nel XIX sec., a causa di dissidi interni, la famiglia Colonna Stigliano abbandonò il palazzo, lo frazionò e lo vendette a più privati. Del resto, in quel periodo via Toledo si andava arricchendo con numerose dimore nobiliari e divenne particolarmente ambita a livello immobiliare. La fetta più importante del palazzo, quella che oggi è visitabile, fu acquisita dai banchieri Forquet, che abbellirono lo scalone principale e le sale del primo piano con un maestoso ciclo di decorazioni e di stucchi.

Tra il 1898 ed il 1919-20 la Banca Commerciale Italiana acquistò l’intero edificio, prima rilevando la parte dei Forquet, poi estendendosi agli appartamenti minori. La ristrutturazione venne affidata all’architetto Luigi Platania. La facciata ottenne l’aspetto che oggi possiamo ancora ammirare, mentre all’interno fu costruita la monumentale scala in marmo mantenendo intatti, però, gli affreschi commissionati dai precedenti proprietari. Anche il maestoso cortile in piperno risalente alla prima struttura venne completamente stravolto, coperto da un lucernario vetrato ed adibito a salone per il pubblico.

In occasione di un processo di fusione, nel 2001 Banca Intesa, ora Intesa Sanpaolo, ha ereditato il palazzo. Oggi all’interno di Palazzo Zevallos Stigliano sono custodite circa 120 opere d’arte tra pitture, disegni e sculture, tutte appartenenti alla collezione di Gallerie d’Italia, proprietà del gruppo Intesa Sanpaolo. Senza dimenticare le meravigliose sale che, da sole, meriterebbero la visita.

Ecco gli orari per visitare il palazzo e la collezione:

Da martedì a venerdì
dalle 10.00 alle 18.00
(ultimo ingresso 17.30).

Sabato e domenica
dalle 10.00 alle 20.00
(ultimo ingresso 19.30)

Fonti: Aurelio De Rose, I palazzi di Napoli; Progetto Cultura Intesa Sanpaolo

Nel quartiere Chiaia di Napoli, location celebre per le sue strade eleganti, nonché punto di riferimento per lo shopping di lusso, sorge uno fra i palazzi storici monumentali più belli della città. Napoli è una metropoli che offre tanto dal punto di vista architettonico e culturale al punto che, anche il turista o residente più distratto, non può rimanerne indifferente.

Stiamo, in tal caso, parlando di palazzo Mannajuolo, un meraviglioso edificio antico che cattura, senza fatica, l’attenzione del pubblico passante. Il palazzo, situato in via Filangieri 36, ad angolo tra quest’ultima e via dei Mille e a pochi passi dai gradini Francesco d’Andrea, è uno splendido esempio di architettura liberty con influenze provenienti dalle più prestigiose esperienze neo – barocche.

Con i suoi oltre cento anni d’età, l’edificio fu tra i primi ad essere realizzato in calcestruzzo armato, a quell’epoca la più moderna e innovativa tecnica di costruzione. Il merito di questo gioiellino nel cuore della città è di Giulio Ulisse Arata, autore anche del palazzo Cottrau – Ricciardi (Piazza Amedeo 8), oltre che uno fra i pionieri dello stile liberty napoletano.

L’architetto piacentino tra il 1909 e il 1911, in collaborazione con l’ingegnere nonché proprietario del terreno, Giuseppe Mannajuolo, e con l’ingegnere Gioacchino Luigi Mellucci, diede vita a quest’importante progetto urbano con l’intento di donare a via dei Mille un fondale scenico memorabile.

L’esterno dell’edificio parla da sé, l’interno, invece, è spettacolare per la presenza dell’imponente scala elicoidale in marmo che rapisce lo sguardo del visitatore, coinvolgendolo in un’incantevole gioco vortiginoso da far quasi girare la testa.

Il suo corpo bianco a forma di spirale è avvolto lateralmente da una balaustra decorativa in ferro battuto che richiama lo stile barocco.

Quindi, senza alcun dubbio, è la scalinata l’elemento che dà personalità e significato all’intera struttura.
Il palazzo, inoltre, si estende su cinque piani per quattro abitazioni ciascuno e oltre ad abitazioni ad uso privato, accoglie anche un congruo numero di importanti attività commerciali.

Si tratta d’un vero e proprio capolavoro, un’opera d’arte da visitare assolutamente, ammirare a trecentosessanta gradi, lasciandosi trasportare dalla magia della bellezza.

Fonte: De Rose A., I palazzi di Napoli, Roma, Newton & Compton, 2001

Villa Rosebery

Villa RoseberyVilla Rosebery è un complesso monumentale in stile neoclassico situato nel residenziale quartiere di Posillipo. La villa attualmente è una delle tre residenze ufficiali del Presidente della Repubblica Italiana, motivo per cui non è visitabile, se non in occasione di alcuni eventi eccezionali o in determinati periodi dell’anno.

Fu edificata nel 1801 per volere dell’austriaco Josep Von Thurn, brigadiere di marina per la flotta borbonica, che acquistò più terreni sulla collina di Posillipo per costruirvi una residenza circondata da un ampio giardino, con vivaci frutteti e vigneti ed una cappella privata. In un secondo momento la proprietà fu acquistata dalla principessa Gerace e dal figlio Agostino Serra di Oristano che la trasformarono, grazie all’ausilio degli architetti Stefano e Luigi Gasse, in un’elegante residenza.

Nel 1857 il complesso fu venduto a Luigi Borbone, fratello di Ferdinando II e comandante della Marina napoletana, che la ribattezzò “la Brasiliana” omaggiando in questo modo sua moglie, Mauria Januaria, sorella dell’imperatore del Brasile.

La villa rimase proprietà di Luigi di Borbone solo per tre anni, fin quando, nel 1860, fu esiliato in Francia per il comportamento dissoluto nonostante il Regno delle Due Sicilie fosse in grave crisi. Fu dunque costretto a vendere la residenza prima al banchiere francese Gustave Delahante, che la passò poi nel 1897 a Lord Rosebery, uno statista britannico, capo del gabinetto dal 1894 al 1895.

Con Lord Rosebery, la villa si trasformò in un luogo di pace e tranquillità, aperta solo a pochi intimi amici e studiosi.

Tornato in politica, Rosebery frequentò la villa poco e nulla e dato che era anche parecchio dispendiosa da mantenere decise, nel 1909, di venderla al governo inglese che la utilizzò prettamente come luogo di villeggiatura per gli ambasciatori inglesi in Italia. Di conseguenza, dato il suo inconsistente utilizzo, fu ceduta gratuitamente al governo italiano nel 1932 e fu Benito Mussolini a firmarne l’atto che sanciva il passaggio di proprietà.

Da quel momento in poi fu adibita a residenza estiva della famiglia reale e, nel 1934, presa il nome di “Villa Maria Pia” in onore della figlia primogenita di Umberto Savoia, luogotenente generale del Regno d’Italia, data alla luce proprio nella villa.

Nel 1949, a seguito dell’esilio di Umberto di Savoia, la proprietà fu concessa all’Accademia Aeronautica e solo nel 1957 una legge stabilì l’appartenenza della stessa fra i beni immobili della Presidenza della Repubblica.

Fonte

Napoli – Fra le numerose ville e residenze illustri di Napoli, Villa Rocca Matilde, affacciata sul mare alle pendici di Posillipo, gode sicuramente di un posto d’onore. Nel 1600, al suo posto, sorgeva il palazzo di Orazio d’Acunto. Fu solo nel 1842 che l’intero terreno venne acquistato dalla nobildonna inglese Luisa Dillon, che decise di erigervi la sua dimora. La villa venne ribattezzata col nome di sua figlia: Rocca Matilde.

Una decina di anni dopo, la residenza venne venduta ad un altro inglese, tale George Wightwick Rendel. Il nuovo proprietario decise di rinnovare completamente la struttura, dandole l’aspetto e la conformazione che possiamo ammirare ancora oggi. Nel 1882, pochi mesi prima della sua morte, Garibaldi decise di compiere un viaggio per tutto il Meridione insieme alla famiglia. Ricorreva, infatti, il centenario dei vespri siciliani e celebrazioni solenni si tennero in tutta l’Italia Unita.

Da gennaio a marzo, il comandante dei mille sostò a Napoli e, nell’ultimo mese, venne ospitato proprio in Villa Rocca Matilde. Agli inizi del secolo scorso, la proprietà passò all’irlandese Willialm Peirce che apportò ulteriori modifiche ed arricchì ulteriormente la dimora, specialmente nelle sale interne, modificandone gli arredi ed ampliando le decorazioni. L’ultimo proprietario fu l’armatore Achille Lauro e, infatti, ancora oggi la struttura è conosciuta anche come “Villa Lauro”.

Abbandonata anche da quest’ultimo è passata nelle mani di una società privata ed, attualmente, è una delle location per matrimoni e cerimonie più esclusive di Napoli. Il piccolo molo, ad esempio, è lo scenario ideale per un ricevimento romantico; mentre, generalmente, la grande sala affrescata invece, è dedicata al gran buffet dei dolci, alla confettata e ai balli. La terrazza, infine, offre scorci meravigliosi sia del Vesuvio che del nostro amato golfo.

Timeline Napoli presenta “La Fortezza del tempo – Itinerario delle prigioni”, una visita tematica a carattere storico-archeologico ideata per condurre il pubblico durante il mese di Agosto all’interno e all’esterno del Maschio Angioino, alla scoperta del suo volto ancora “inedito”. Due visite giornaliere sia in lingua italiana che in altre lingue. Le visite si potranno effettuare durante tutto il mese di Agosto.

Dall’Arco di Trionfo si attraverserà il cortile per scendere nel sotterraneo del castello, formato da due ambienti posti nello spazio sottostante alla Cappella Palatina: l’uno chiamato “fossa del miglio”, deposito del grano della corte aragonese e utilizzata anche per rinchiudervi i prigionieri condannati alle pene più dure, conosciuta più comunemente come “fossa del coccodrillo”.

Un’antica leggenda racconta che i prigionieri scomparivano misteriosamente. Aumentata la vigilanza non si tardò a scoprire la causa delle sparizioni: da un’apertura entrava un coccodrillo che azzannava i prigionieri alle gambe e li trascinava in mare. Al rettile, giunto dall’Egitto seguendo una nave, furono per qualche tempo gettati coloro che si volevano mandare a morte senza pubblicità.

L’altro ambiente, denominato “prigione della congiura dei Baroni”, conserva quattro bare senza nessuna iscrizione, contenenti delle spoglie mortali, forse quelle dei nobili che avevano partecipato alla congiura dei Baroni nel 1485. Dalla descrizione fatta dal De La Ville Sur-Yllon nel 1893 risulta che i cadaveri erano vestiti secondo la moda del Quattrocento e che uno di questi, forse un prelato, era stato ucciso per soffocamento. Ma c’erano anche altri spazi del castello, come i sotterranei della Torre dell’Oro, della Torre di Guardia e della Torre di San Giorgio, che venivano adibiti a prigioni.

Salendo poi per la scala a chiocciola della Regina Giovanna, quella che percorreva per raggiungere i suoi amanti, si arriverà a scoprire lo storico portone di bronzo. Agli occhi dei visitatori, Timeline Napoli presenta un’emozionante pagina di storia che racconta Napoli attraverso le vicende del Castelnuovo. Gli Hastags per seguire sui social i nostri eventi e taggare le foto delle visite è #lastoriasiamonoi #timelinenapoli

Info:
Per conoscere orari e giorni delle visite e prenotare il biglietto è necessario telefonare al
 numero: 331 7451461.
Le visite durano 50 minuti circa.
Il costo del biglietto è di 10 euro a persona.

Pagina dell’evento

Villa Volpicelli - Posillipo
Villa Volpicelli – Posillipo

A Napoli, nel porticciolo di Riva Fiorita nel quartiere Posillipo, è situata Villa Volpicelli, una tra le più incantevoli e prestigiose ville a picco sul mare, dalla quale è possibile godere dello splendido panorama del golfo e della costa partenopea.

Villa Volpicelli, la cui forma ricorda quella di un castello, è facilmente riconoscibile anche a debita distanza per le due torri centrali collegate fra loro e tinte di rosa antico.

La struttura non è aperta al pubblico essendo di proprietà privata ma è possibile visitare i suoi interni partecipando agli eventi esclusivi organizzati periodicamente.

Alle spalle della Villa si estende il complesso monumentale neoclassico di Villa Rosebery, una delle tre residenze ufficiali del Presidente della Repubblica.

villa-volpicelli

Per tutti i fan della celebre e longeva soap opera di Rai Tre Un posto al sole è conosciuta come Palazzo Palladini, location utilizzata, dal 1999, per rappresentare l’esterno del condominio della fiction, mentre le ambientazioni interne sono girate a Villa Marina a Posillipo.

Della suggestiva residenza storica si ha memoria a partire dal 1629, grazie alla Fidelissimae Urbis Neapolitanae, un storica carta geografica che ritrae tridimensionalmente la città di Napoli ad opera di Alessandro Baratta. Dal documento si evince chiaramente l’alta torre cilindrica della struttura, a quel tempo di proprietà di Pietro Santacroce.

Fidelissimae Urbis Neapolitanae - Alessandro Baratta
Fidelissimae Urbis Neapolitanae – Alessandro Baratta

La Villa fu per lungo tempo proprietà del Demanio e successivamente caserma militare sotto il Regno dei Borbone. Nel 1812, durante il governo di Gioacchino Murat, furono implementati i collegamenti con il quartiere Posillipo e in particolare fu costruita la strada che permette di raggiungere il porto di Riva Fiorita.

Il 30 dicembre del 1884, la Villa fu venduta come bene pubblico e acquistata da Raffaele Volpicelli, ricco commerciante di carbone, per cinquantun mila lire, cifra che, ai nostri giorni, non può che far sorridere.

Per raggiungere la Villa, sita in via Francesco Russo, è consigliabile utilizzare l’auto nonostante la difficoltà nel trovare parcheggio o, in alternativa, l’autobus 140 fino in via Posillipo proseguendo poi a piedi per un tratto di circa 10/15 minuti.

Fonte