“‘A tavola d”o cucchiere, nu pirito, nu rutto e nu chitemmuorto”. L’avete mai sentito dire?

taverna

Le feste sono vicine e già iniziamo a stilare i menù più succulenti, a prenotare i dolci tipici ed a progettare le decorazioni di una tavola imbandita. Eppure, nonostante il più fine lavoro di accostamento culinario o il più elegante allestimento festoso, i cenoni ed i pranzi con tanti parenti si trasformano, spesso, in situazioni grottesche. Vuoi i fiumi di vino, vuoi i banchetti napoletani che durano molto più di quanto umanamente possibile, vuoi lo spirito di allegria e convivialità, la degenerazione è dietro l’angolo. Quando l’inevitabile accadrà, qualche commensale più anziano potrebbe giudicare il tutto come: “A tavola d”o cucchiere, nu pirito, nu rutto e nu chitemmuorto”.

Il detto è antico quanto il lavoro del cocchiere e la sua origine geografica è discussa: nonostante sia parte della tradizione napoletana, il sito “manganofoggia” lo riporta come un tipico detto di Foggia.  Il significato è abbastanza evidente “La tavola del cocchiere: una scoreggia, un rutto e una bestemmia” e va ad indicare proprio quelle situazioni in cui i commensali iniziano a lasciarsi andare, non sempre fino a questi livelli. Viene usato, ad esempio, quando qualcuno parla male a tavola, oppure quando si iniziano a toccare argomenti che non andrebbero affrontati mentre si mangia.

A quanto pare i cocchieri, ovvero quelli che conducevano le carrozze trainate dai cavalli o i carretti con la merce, non dovevano essere delle persone particolarmente raffinate. Del resto, escludendo quelli che lavoravano per famiglie nobiliari, i cocchieri lavoravano tutto il giorno, sempre alle redini dei loro cavalli e, a fine giornata, si riunivano insieme vicino alle stalle per rilassarsi in amicizia. Ovviamente, simili riunioni di gente semplice e stanca non potevano essere un esempio di galateo e, quindi, le “tavole dei cocchieri” sono diventate famose nella nostra particolare lingua, sempre pronta a paragoni e metafore esagerate.

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