La chinea, l’omaggio del re di Napoli al Papa: Roma era in festa per due giorni

Giuseppe Vasi, Stampa (1761), Disegno della Seconda Machina rappresentante Magnifico Teatro. Incendiata per commando di Sua Eccellenza il Sig.r Don Lorenzo Colonna Gran Contestabile del Regno di Napoli … la sera delli 29. Giugno 1761. Festa delli Gloriosi SS. Apostoli Pietro, e Paolo in occasione d’aver presentata la Chinea alla Santità di Nostro Signore Papa Clemente 13. / Paolo Posi Architetto ; Giuseppe Palazzi disegnò ; Giuseppe Vasi incise

C’è stato un tempo in cui i monarchi del Regno di Napoli dovevano fornire un donativo ai rispettivi papi, perché la Chiesa deteneva il diritto feudale del Regno. Secondo la tradizione, il normanno Roberto detto il Guiscardo strinse con papa Niccolo II l’accordo di Melfi (1059), ossia che i normanni offrivano una donazione, si impegnarono a sostenere il papato contro l’impero e riconoscevano la sovranità papale sui propri territori.

Il Papa dal canto suo si impegnò di nominarlo duca di Puglia, di Calabria e futuro duca di Sicilia. La donazione al Papa consisteva in una somma di denaro da versare annualmente al pontefice. Nel XII secolo d.C. fu integrata la tradizione della chinea, che fu donata da Carlo I d’Angiò a papa Clemente IV, poiché lo nominò del titolo di rex Siciliae.

La chinea, dal francese haquenée, era un cavallo delle Asturie bianco riccamente bardato e addestrato, si doveva inchinare a cospetto del Papa, così facendo gli consegnava il donativo in denaro posto in un vaso d’argento legato alla sella. Non tutti i monarchi Angioini erano favorevoli a una simile tradizione, e non sempre il donativo verteva sulla somma prefissata.

Nel XVI secolo d.C., fu stabilito che l’omaggio dovette tenersi ogni anno nel giorno di festa dei SS.Pietro e Paolo, il 29 giugno, per di più ci sarebbe dovuta essere la cavalcata a Roma. La cavalcata a Roma durava circa 2 ore e dal decreto legge voluto da Carlo II del 12 maggio 1691, anche i più importanti uomini di Spagna partecipavano al corteo.

Un simile evento non passava inosservato, anzi, la città era in festa per ben due giorni: la vigilia e il giorno di festa dedicato ai SS.Pietro e Paolo. L’ambasceria spagnola che si occupava di fornire il donativo al Papa risiedeva nel Palazzo di Spagna, da questo punto partiva il corteo. Le destinazioni potevano essere due: Castel Sant’Angelo, qualora la chinea fosse presentata in Vaticano, oppure per il Corso e la Chiesa del Gesù, nel caso dovesse giungere al Quirinale.

Negli anni a seguire, vi furono anche alcuni episodi particolari sulla donazione, dopo la morte di Carlo II che lasciò il Regno di Napoli senza eredi, Carlo VI d’Asburgo e Filippo V si contendevano il territorio, dunque i due ben pensarono di ingraziarsi papa Clemente XIII offrendogli il donativo, ma il Papa declinò. Dopo che Carlo VI fu nominato re, donò a papa Innocenzo XII il donativo.

Con l’entrata di scena di una nuova casa regnante, il luogo dove ostentare il proprio potere politico non fu più il Palazzo di Spagna ma quello dei Colonna, in cui risiedeva l’ambasciatore. La sede fu cambiata ulteriormente nel momento in cui Carlo di Borbone fu nominato re del Regno delle Due Sicilie, il quale fece consegnare il donativo al suo ambasciatore risiedente nel Palazzo Farnese, perché ricordava gli avi appartenenti alla sua famiglia, ossia i Farnese di Parma e Piacenza.

I tre palazzi citati, cui risiedevano le ambascerie relative alle tre case regnanti in periodi diversi, venivano addobbati di tutto punto insieme alle rispettive piazze circostanti, dove erano poste apposite macchine per i fuochi d’artificio. Nel XVIII secolo furono realizzate dai Borbone anche due macchine sfarzose presenti, per la maggiore, nella Piazza dei SS. Apostoli. Questo lo sappiamo grazie all’incisore Giuseppe Vasi, che a partire dal 1723 realizzò delle stampe in cui furono presenti le macchine per i fuochi d’artificio.

Il 9 luglio del 1776, Il ministro Bernardo Tanucci abolirà la tradizione della cerimonia a Roma sostituendola con il solo censo da pagare, il motivo versò sulla lite tra ambasciatori sul diritto di precedenza. Ripercorriamo le parole del Ministro presenti nel testo “Notizie istoriche, politiche, di scienze, arti, agricoltura ec. Volume III dell’anno 1776”:

“È venuto a notizia del Re il disturbo scandaloso per l’ideata, e nuova pretensione di precedenza accorso tra la Famiglia di codesto Ministro di Spagna, e quella del Governatore di Roma, nell’occasione della Cavalcata per la presentazione della Chinea, a vista di tutto il popolo radunato per tale funzione […] Ha S.M. risoluto che tale presentazione non si faccia più per l’avvenire in quella forma che può produrre il pericolo del disordine. Quando la S.M. voglia continuare questo atto di sua divozione verso li Santi Apostoli, vi adempirà col far presentare la solita offerta per mezzo del suo Agente, o di altro, che venga destinato dal suo Ministro presso la Santità del Papa”.

Questa presa di posizione del Ministro avrà vita breve, infatti, a seguito del suo licenziamento Ferdinando IV restaurerà il tradizionale donativo che durerà fino al 1788, quando il ministro Francesco Caracciolo scelse di pagare il solo censo al Papa.

In questa situazione di disordine, l’intellettuale illuministica Eleonora Pimentel de Fonseca si espresse in merito alla chinea attraverso un sonetto, riporto la poesia ripresa dal libro di Elena Urgnani “La vicenda letteraria e politica di Eleonora de Fonseca Pimentel”:

“E biva lo Rre nnuosto Ferdenanno,
guappone, che ssà ffà le ccose belle;
ma vace cchiù dde tutte ll’aute cchellechella
chinea, cche nn’ha frusciat’aguanno.

Romma è no piezzo cche nce sta zucanno,
e n’accide co bolle e sciartapelle;
mo ha scomputo de fa le ghiacovelle:
nc’è no Rre che ssa dice’e comm’e cquanno.

Lo ffraceto de Romma lo ssapimmo;
lo Rre è Rre, e non canosce a nnullo:
Ddio nce ll’ha dato e nnuie lo defennimmo.

Oie Ró, vi ca’ no Rre mo n’è trastullo
dance lo nnuosto, pocca nce ntennimmo,
e nnon ce sta a ccontà Lione e Cciullo”

Alcuni anni dopo, la donna pensò bene di tradurre il testo (1790) in latino di Nicolò Caravita, il cui titolo è “Niun diritto compete al Sommo Pontefice sul Regno di Napoli” , il titolo originale del libro (1707) è “Nullum ius Pontificis Maximi in Regno Neapolitano” , che fu messo all’indice nel 1710. Eleonora non fece una semplice traduzione, ma inserì anche delle proprie riflessioni tanto da realizzare un testo originale. Da come si intuisce dal titolo del testo e dal suindicato sonetto, la donna fu contro la pratica dell’omaggio.

Quando Napoleone detronizzò i Borbone, Ferdinando IV promise a papa Pio VII che gli avrebbe fornito la donazione nel momento in cui sarebbe ritornato nel Regno, tuttavia quando ritornò non lo fece, ma propose al Papa di dargli la donazione esclusivamente per le sedi di Benevento e Pontecorvo, perché Napoleone abolì il feudalesimo, di conseguenza i monarchi del Regno non ebbero più alcun vincolo con la Chiesa di Roma.

La questione della donazione ebbe termine solo con Ferdinando II di Borbone nel 1855, il Re propose a Pio IX un donativo di 10.000 scudi d’oro per eliminare qualsiasi tributo e omaggio, il Papa accettò per farsi finanziare la costruzione del monumento dell’Immacolata a Roma.

Giorgio Sommer, stereofotografia (XIX), Colonna dell’Immacolata (RM)

Sitografia:
– http://www.treccani.it/vocabolario/chinea/
– http://www.repubblicanapoletana.it/chinea1.htm
– https://picclick.it/Roma-Chinea-Paolo-Posi-architettura-barocca-1751-233061815167.html

Bibliografia:
– Gazzetta Universale: Notizie istoriche, politiche, di scienze, arti, agricoltura ec., Vol.III, 1776
– Elena Urgnani, La vicenda letteraria e politica di Eleonora de Fonseca Pimentel, La città del sole, 1998

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