La storia di Suzette Tartarone, la Anna Frank napoletana deportata perché ebrea

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Foto: Museo di Napoli

La storia di Suzette Tartarone, ragazzina napoletana deportata nel campo di concentramento di Pollenza, in provincia di Macerata nelle Marche, ha dei punti di contatto con quella della ben più nota Anna Frank. Per fortuna, però, l’epilogo è stato diverso.

Le lettere di Suzette Tartarone pubblicate dal Museo di Napoli

Il Museo di Napoli – Collezione Bonelli ha reso pubbliche su Facebook delle lettere che Suzette inviò a suo padre Alfredo da Villa Lauri, splendida villa che durante la Seconda Guerra Mondiale fu trasformata in un lager. Il 21 dicembre del 1941 scriveva: “Babbo amatissimo, insieme mi pervengono i tuoi due ultimi biglietti che leggo con piacere. Sono lieta di ricevere il pacco dalle dolci cose che mi fanno venire l’acquolina in bocca solo a pensarci”.

In un alto documento, la ragazza scriveva invece: “Caro Babbo, l’anno nuovo cominciato in cattività mi sembra di cattivo augurio e mi sento molto avvilita, molto stanca di questa vita infamante”. Molto lo sconforto da cui si intende quanto terribile fosse la reclusione. La lettera continua: “Babbo amatissimo, ti ho spedito un piccolo pacco che, voglio sperare, non ti sembrerà troppo meschino. È un piccolo regalino per te. Credo che non uscirò più di quel ginepraio sul portone del quale dovrebbe essere scritto in lettere di fuoco: voi che entrate qui, lasciate ogni speranza”.

suzette tartaroneIl finale per fortuna non fu tragico

L’epilogo della storia di Suzette Tartarone, come detto, per fortuna non tragico come quello di Anna Frank. La giovane trovò la libertà insieme ad altri prigionieri in partenza per il campo di concentramento di Flossenburg: in tutto erano ottocento, stipati in un treno che fu fermato dal questore Carlo Borntraeger, zio di Suzette che aveva sposato la sorella di suo padre. Suzette tornò a Napoli, dove morì negli anni Settanta.

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