Ville Vesuviane

Le Ville Vesuviane del ‘700, dette anche del “Miglio d’Oro”, site nei comuni di Napoli, San Giorgio a Cremano, Portici, Ercolano e di Torre del Greco

Ville delle Ginestre

villa delle ginestreTorre del Greco – Al via dal 14 giugno 2018 la tredicesima edizione delle “Celebrazioni leopardiane”, l’evento dedicato al poeta di Recanati curato dalla Fondazione Ville Vesuviane. All’interno di Villa delle Ginestre, sarà inaugurata la mostra “Storia di una casa di campagna, tra oralità e scrittura”.

La mostra è dedicata alla storia della Villa, dalla famiglia Simioli ai Carafa d’Andria. Nelle sale saranno ricollocati arredi d’epoca originali in un percorso espositivo con cui si cercherà di ricostruire la quotidianità dei personaggi che l’hanno abitata e, dunque, anche del periodo in cui vi soggiornò Leopardi. Dalle stanze di quella villa nacquero i suoi capolavori: “Le Ginestre” e “Il Tramonto della Luna”.

L’evento è realizzato con il prezioso contributo del Museo del Corallo dell’Istituto d’Istruzione Superiore F. Degni di Torre del Greco e la collaborazione dell’Associazione Pro loco di Torre del Greco. Sarà visitabile fino al 29 giugno. Ingresso dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 13, ingresso 3 euro.

Le “Celebrazioni leopardiane” proseguiranno con tre appuntamenti musicali il 23, 26 e 30 giugno alle 19.30, a cura dell’associazione “Cori Campani”. Il 28, alle 18.30, è in programma la presentazione del volume “Infinito Leopardi” di Agostino Ingenito (edito da Media Leader) e, il 29 alle 19 (giorno del 220esimo compleanno del poeta), lo spettacolo teatrale “Dueottobremilleottocentotrentatre” del magistrato Lucio Nardi, interprete con Laura Valente (ex voce dei Matia Bazar), Gino Monteleone, Luigi Palombi e Shanna Rossi. Ingresso per gli spettacoli 5 euro. Info 081 732 2134.

Inoltre, in occasione degli spettacoli saranno in programma delle visite guidate a partire dalle 18.30 fino alle 20,00.

Per info: villadelleginestre@villevesuviane.net, info@villevesuviane.net, 081 7322134, 081 0481215.

Evento facebook.

Un calendario particolarmente ricco quello elaborato dalla squadra di governo del prefetto Barbato in occasione delle ormai imminenti festività natalizie: numerosissime le iniziative che allieteranno il popolo corallino dal 13 dicembre al 3 gennaio, diverse le realtà coinvolte, dal Forum dei Giovani alle associazioni di beneficenza e volontariato, dagli artisti alla Pro Loco.

Il corollario di eventi più corposo è quello del Progetto Luoghi Comuni- Conoscere per ritornare, la rassegna di mostre, spettacoli e momenti degustativi organizzata da Federalberghi Costa del Vesuvio con la partnership di Assocoral e numerose altre entità culturali del territorio. L’intento degli appuntamenti, in linea col principio guida dell’associazione Federalberghi nata del 2014 e presieduta da Adelaide Palomba per rappresentare gli albergatori della zona, è quello di offrire tramite gli strumenti alternativi e mai banali di concerti e visite teatralizzate, la riscoperta dei luoghi della città, con un occhio di riguardo al turismo natalizio.

Molti appuntamenti della kermesse, che oltrepassa quindi i confini della vetrina natalizia per diventare un vero e proprio percorso di ri-scoperta turistica dei nostri territori, toccheranno infatti luoghi poco valorizzati e conosciuti come Villa Sora, Villa De Nicola, le Cento Fontane e il Museo Civico della Santissima Trinità.

Si parte mercoledì 30 dicembre con la mostra fotografica Seduzioni senza Tempo, inaugurata alle ore 19 presso il Museo Civico Ex Santissima Trinità e aperta fino al 30 dicembre. Una panoramica di coralli e cammei in bilico tra tradizione e modernità.

Sempre il 13 dicembre, ore 20.30, la stessa location ospiterà il concerto dei So Nice Duo.
Un altro momento musicale molto gradito si terrà il 15 dicembre: presso il Santuario del Buon Consiglio Franco Malapena si esibirà nel live “Una voce, una chitarra e….”. A seguire la visita al “Presepe in mostra”

Grande protagonista è proprio il presepe: uno spettacolo interattivo sul Presepe napoletano si terrà il 19 dicembre presso il Museo civico alle 19.

Il 17 dicembre toccherà ai bambini: Villa Macrina apre le sue porte allo spettacolo Peter Pan, favole per bambini attraverso il teatro, alle ore 10.

Il 22 dicembre un momento di spettacolo di altissimo livello: il David di Donatello Ernesto Mahieux si esibirà a Villa De Nicola nello spettacolo Una Bomba in Meno. L’appuntamento col maestro, trapiantato a Torre del Greco e fortemente affezionato alla città, si terrà alle ore 20.30.

Ancora musica a Villa Sora il 23 dicembre: alle ore 10 Zì Riccardo e le Donne della Tammorra vi aspettano con lo spettacolo “A Ritmo e Passo di Tammurriata”.

La voce di Anna La Perna allieterà il pubblico alle Cento Fontane con la grande musica napoletana il 29 dicembre alle 19.30.

E’ per il 30 dicembre l’appuntamento a Palazzo Baronale con Palepolis, percorso tra i miti e le tradizioni napoletane alle 10.30.

Non da meno il calendario di gennaio: il 3 alle 10.30 presso Villa delle Ginestre si terrà La Villa del Poeta, visita teatralizzata ed itinerante tra le stanze dove visse il grande Giacomo Leopardi.

Dalle 19 invece il concerto natalizio dei Non solo Gospel presso la Basilica Pontificia di Santa Croce.

Gli eventi del 13-15-22-29 dicembre e del 3 gennaio saranno impreziositi da momenti degustativi curato da Federalberghi, con vino del Vesuvio e prodotti tipici offerti dopo gli spettacoli.

Tutti gli eventi sono gratuiti: in alcuni casi, causa la location e il limitato numero di posti disponibili, sarà possibile effettuare una prenotazione via mail scrivendo a costadelvesuvio@federalberghi.it o sulla pagina fb di LuoghiComuni.

Molti gli eventi anche al di fuori della rassegna Luoghi Comuni.

Tra quelli più importanti il concerto natalizio di M.Iacentino presso la Villa S.D’Acquisto organizzato dall’associazione Play and Record alle ore 20.30, il 16 dicembre, il Concerto di Natale organizzato dalla Pro Loco il 26 dicembre alle ore 20 presso la Basilica di Santa Croce, la sfilata canina targata Gazi in Litoranea, a partire dalle 9.30 del 17 dicembre, Il Natale differenziato del Forum dei Giovani,una serie di mercatini natalizi all’insegna del riciclo e del riuso, presenti il 16 e il 17 dicembre dalle 9 in Piazza S.Croce.

Torre del Greco Palazzo Vallelonga è un palazzo monumentale, situato lungo il Miglio d’Oro, precisamente nel territorio di Torre del Greco. Costruito nel XVII secolo, da don Lelio Castiglione Morelli Marchese di Vallelonga, della famiglia de Candia-Castiglione Morelli di Vallelonga, proprietaria di un feudo nell’agro di Torre del Greco. La grande masseria era costituita da alcuni piccoli corpi di fabbrica, destinati sia ad abitazione che alle lavorazioni agricole ed al ricovero degli animali. La bellezza del luogo favorisce l’afflusso delle più nobili famiglie napoletane che giungono a trascorrere periodi di riposo.

Al principio del XVIII, il marchese di Vallelonga decide di trasformare le rustiche fabbriche in comoda dimora, la “villa”, per i mesi estivi della famiglia e per la gestione del vasto territorio agricolo di sua proprietà. L’edificio settecentesco incorpora il fabbricato più antico costituito da corpi bassi e separati. Sulla strada pubblica s’affaccia il blocco principale, formato dal pian terreno e dal piano nobile in cui sono sistemati gli ambienti di rappresentanza, affrescati, e gli altri locali dell’abitazione padronale con i terrazzi che guardano la campagna, il Vesuvio, il mare. Il terremoto del 1794 danneggiò seriamente il fabbricato che venne abbandonato per lunghi anni. Il rischio era quello della scomparsa di un prezioso mondo senza che di esso resti neppure il ricordo. Nel 1843 “il vistoso casino del Marchese di Vallelonga, il quale sussisteva, si può dire, nelle sole “ruine” fu affidato dalla famiglia Vallelonga a Camillo Napoleone-Sasso perché lo ristrutturi. Esso divenne uno dei palazzi più importanti lungo il Miglio d’oro.

La Banca di Credito Popolare acquistò nel 1982 ciò che restava del Palazzo Vallelonga e ne realizzò il restauro e la ricostruzione con l’esperta collaborazione del prof. Roberto di Stefano. Il progetto di restauro ha seguito e non preceduto il programma di conservazione: si sono individuati in Palazzo Vallelonga gli elementi documentali in grado di attivare la memoria collettiva e la tradizione. Il restauro ha rispettato gli impalcati preesistenti, lo schema planimetrico delle strutture murarie portanti, consolidando quelle presenti e ricostruendo quelle crollate, nel rispetto dei volumi (interni ed esterni) che caratterizzano l’edificio. Oggi il palazzo ospita gli uffici della Direzione Generale della Banca di Credito Popolare assicurandone, attraverso l’utilizzo funzionale, la sua conservazione nel tempo.

Foto Banca di Credito Popolare

Villa Gallo

Villa Gallo

Villa Gallo di Portici venne eretta nel 1751 dall’allora presidente del Tribunale di Napoli, Domenico Viola. La sua “paternità” si evince anche dal vicoletto adiacente che reca ancora oggi il nome di “Ponte di Viola”. Nel 1787, lo storico Nicola Nocerino confermava questa versione e classificava l’edificio come una delle più maestose ville appartenenti al rinomatissimo, al tempo, Miglio d’Oro.

Come molte delle sue “sorelle”, però, anche villa Gallo subì le ingiurie del tempo. Rimasta proprietà della famiglia Gallo fino a metà del secolo scorso, venne in seguito frazionata e venduta fra vari condomini che oggi la abitano. Delle meravigliose statue che un tempo adornavano ogni sala la maggior parte è stata trafugata nei decenni, mentre pochissime opere sono state salvate dagli stessi condomini che le custodiscono nei rispettivi appartamenti.

Sembra che qualcosa si stia muovendo per riportare il palazzo all’antico splendore. I proprietari hanno, infatti, trovato un accordo per il restauro completo ed una ditta privata ha cominciato i lavori. La soprintendenza, in tutto questo, non offrirà un supporto economico, ma sorveglierà affinchè la ditta lavori nel rispetto dei canoni estetici ed architettonici, al fine di preservare e rinvigorire la bellezza storica della villa. E’ stato indetto già un censimento per numerare le statue superstiti che verranno ricollocate, a lavori ultimati, nelle nicchie e nelle logge in cui erano in precedenza.

Villa Maiuri

Nata nel 1908 per volere della famiglia Ravone, Villa Maiuri, conosciuta anche come Villa Ravone, si trova in via Gennaro Niglio 21 (ex via Quattro Orologi) e rientra nel cosiddetto complesso delle Ville Vesuviane del Miglio d’Oro di Ercolano.

L’edificio è ispirato alle ville romane del XIX secolo, infatti presenta molti riferimenti architettonici a villa Ada Savoia, una villa del XIX-XX secolo. A metà strada tra lo stile tardo neoclassico e lo stile liberty, la facciata principale si inserisce perfettamente nello stile delle ville settecentesche così come la cappella annessa e le due depedances poste sulla strada adibite alla servitù.

Presenta nel settore centrale della facciata principale un pronao d’ingresso attraversato da una rampa ellittica e concluso da un belvedere che ricorda molto la villa romana Ada Savoia.
La facciata posteriore di Villa Maiuri presenta un’alta torre centrale con il suo aspetto di bastione inclinato a scarpa, coronata da una possente merlatura e con garitte ottagonali negli angoli interni; essa allude ad un’architettura romantica medievale.
Al piano terra consta di vari ambienti, quattro dei quali presentano delle volte affrescate dal pittore Aneri con motivi ornamentali che la caratterizzano come “sala dei giochi”, “salottino orientale”, “salone delle danze”, “salone delle feste”.

Superato l’atrio abbiamo un bellissimo scalone in marmo che conduce al piano superiore dove un tempo le varie sale erano adibite a dormitorio per gli studenti. La villa infatti fino al 1980 è stata sede del prestigioso Centro Archeologico Internazionale “Amedeo Maiuri”, che ha ospitato tantissimi studenti stranieri.
Nel 1962 villa Maiuri accoglieva studenti dall’Europa, dall’America e dall’Africa dove svolgevano il lavoro di archeologi alternando lavoro da campo a quello in sede, nel periodo tra maggio e settembre. La villa all’incirca ha ospitato cinquemila studenti. Si trattava di un veicolo di promozione turistica e culturale.

Sull’attico della villa troviamo una sorta di “solarium” e una torre merlata.

L’immobile dopo il 1980 ha versato in uno stato di degrado ed abbandono per lungo tempo per questo il Comune di Ercolano ha acquisito la disponibilità dell’immobile da parte dell’EPT (Ente Provinciale per il Turismo) ed ha avviato un’azione di restauro e di recupero architettonico partita nella primavera del 2007 e conclusa nel 2009.
Attualmente villa Maiuri è la location di mostre, convegni, esibizioni musicali oltre a celebrare matrimoni civili e ad essere la sede del Centro antiviolenza per le donne.

Fonti:

“Ville e delizie vesuviane del ‘700: passeggiata da Napoli a Torre del Greco”, di Celeste Fidora, Sergio Attanasio, Napoli, 2004, pp. 91-92

“Ville vesuviane tra Ottocento e Novecento” di Gaetano Amodio, Napoli, 2002, pp. 141-142

www.comune.ercolano.na.it

ercolanoQuesta sera su Rai3 alle ore 20:10 andrà in onda la trasmissione Fuori Roma condotta da Concita De Gregorio. La puntata sarà dedicata a Ercolano e ai tanti volti di una città che pian piano si sta riscattando e sta risorgendo dalle ceneri delle guerre di camorra che l’hanno dissanguata negli anni ’90, accrescendo in maniera vertiginosa il degrado socio economico .

Le basi della rinascita si trovano, oltre che nella celebre area archeologica e nelle ville del Miglio d’Oro, nel coraggio dei commercianti che hanno trovato la forza di denunciare il racket.

Gli ospiti di questo tour che la conduttrice ha fatto nella città alle falde del Vesuvio saranno il musicista Enzo Avitabile e lo scrittore Maurizio de Giovanni, che racconteranno la loro terra e l’ispirazione che da essa traggono per la loro vita professionale. Non mancheranno ovviamente le bellissime immagini della città con i sui capolavori architettonici oltre al sito archeologico conosciuto in tutto il mondo.

Inclusa tra gli edifici più antichi, la cui costruzione risale alla prima metà del ‘700, Villa Durante, o anche conosciuta come Villa Mirella, fa parte del grande complesso delle Ville Vesuviane del Miglio d’Oro di Ercolano. L’antica struttura fu edificata per i principi di Teora, cui seguirono i Meda, per poi divenire nell’800 proprietà della famiglia Durante.

La villa, attribuita da De Dominici all’architetto e pittore napoletano Ferdinando Sanfelice, occupa una vasta area dalla forma vagamente triangolare, compresa tra il Corso Resina, via G.Marconi e via A. Rossi. Il suo sviluppo planimetrico asimmetrico risulta, ad oggi, inalterato, fatta eccezione del piano sopraelevato e della cappella, situata nel cortile. Il piccolo luogo sacro, contenente la statua di S.Gennaro, venne realizzato anch’esso dai Durante, ne prova che al centro del timpano spezzato è posto lo stemma di famiglia, emblema che ritroviamo anche sul prospetto dell’edificio. Nell’ampia facciata si notano le coperture delle ali estreme a formare due ampie e panoramiche terrazze. Lungo la facciata si susseguono un’alternanza di decorazioni con timpani triangolari contenenti una conchiglia e timpani curvi con all’interno festoni di alloro, mentre i portali presentano solo una liscia cornice in piperno.

Al centro della facciata, come già accennato, è presente lo stemma con la scrittaDurante Deo domus est“, ed i resti di una statuina di S.Michele (una riproduzione di quella che D.A. Vaccaro sistemò sul prospetto della chiesa di S.Michele a Napoli). Per sottolineare questa devozione che i Durante avevano per S.Michele, ricordiamo che la stessa famiglia ospitò nel pianterreno l’abate Maccarone, un certosino con una particolare inventiva per meccanismi tra i quali si segnalano una carrozza automobile,un presepe con i pastori mobili e fontane automatiche zampillanti.

Per quanto riguarda il giardino, o meglio, il podere, si trova di fronte, al di là della strada regia e nella mappa del Carafa (1750) è segnalato come “Podere e Casino dei principi di Teora“. L’ingresso attualmente reca il numero civico 255 di corso Resina ed è contrassegnato da un monumentale portale, costituito da una struttura in piperno con architrave curvilineo spezzato in chiave. L’intero giardino fece parte della Villa Teora fino al 1878 e passò poi in proprietà di un certo Sal. Barbato, titolare della villa Testi di Valminuta.

Fonti: Giuseppe De Simone, Annapaola Amante – “Il Miglio D’Oro e le ville vesuviane di Ercolano”, Portici 2002

 

Dove si trova e come arrivare a Villa Durante

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giardini Villa Vannucchi

giardini Villa Vannucchi

Il video, segnalato da Luca Aimone con l’utilizzo di un drone, mostra tutta la magnificenza e l’eleganza di Villa Vannucchi, a San Giorgio a Cremano, e del suo immenso giardino.

Le immagini prese dall’alto evidenziano la simmetria e la cura della struttura costruita da Giacomo d’Aquino di Caramanico nel 1755. Il monumentale giardino, gli alberi sparsi, e la stessa architettura della villa sembrano, grazie al drone, un’oasi settecentesca fra il cemento e i palazzi della moderna San Giorgio, una testimonianza diretta dell’opulenza di una terra che veniva chiamata Miglio d’Oro.

Villa Vannucchi, particolare
Villa Vannucchi, particolare

Il video mostra anche i risultati dei notevoli restauri, terminati dal Comune nel 2006, che hanno bonificato il giardino, sfruttato fino a vent’anni prima come campo coltivabile, e ricostruito magistralmente intere parti dell’edificio, distrutte e rovinate dal tempo e dai sismi. Forse le nuove prospettive che ci offre la tecnologia potranno davvero far volare i nostri occhi per scoprire le ricchezze e le opere che ignoriamo, pur vivendoci accanto.

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Villa del Cardinale – Torre del Greco-Fonte http://it.worldmapz.com/

Tra le Ville Vesuviane presenti a Torre del Greco, la Villa del Cardinale, in via Purgatorio, merita senza dubbio nota di riguardo.

L’edificio, costruito lungo la celeberrima Strada Regia delle Calabrie, oggi Via Nazionale, come la gran parte delle ville del “Miglio d’Oro”, domina la zona con la sua magnificente facciata rivolta al mare e l’edicola con la statua di San Gennaro sulla sua sommità, lì da secoli, a contemplare l’infinito.

Realizzata nel 1744 dall’architetto Gennaro De Laurentiis per uso personale, nel 1746, fu acquistata dal cardinale Giuseppe Spinelli, l’allora arcivescovo di Napoli, come dimora estiva per sé e per i suoi successori: da qui la denominazione “Villa del Cardinale”.

Basta qualche passo oltre l’antico portone di legno, sovrastato dall’arco in piperno, su cui poggia la balconata maggiore, per avere subito davanti a sè l’ampio cortile, caratterizzato da un’esedra con nicchie, mezzi busti e sedili in pietra.

Villa del Cardinale - giardini
Villa del Cardinale – Giardini – Fonte Vesuvioweb

Ai lati si aprono due rampe di scale, che conducono ai piani superiori, dove, salendo per la maestosa scalinata in marmo, si arriva al salone centrale, la parte più pregiata dell’edificio. Qui gli ambienti manifestano tutto lo sfarzo settecentesco: stucchi barocchi, statue, legni pregiati, intarsi dorati, camini in marmo e maioliche finemente decorate, permettono d’immaginare solo minimamente il passato splendore. La forma rettangolare e l’organizzazione spaziale della stanza consentono di volgere lo sguardo sia al Golfo che al Vesuvio, grazie alla balconata e alla terrazza poste frontalmente. Numerosi sono gli affreschi di Giuseppe e Gaetano Magri.

Villa del Cardinale: particolare della rampa di scale-Fonte Vesuvioweb

Il parco è la parte più suggestiva della villa, fedele ai progetti seguiti nel ‘700 per la realizzazione delle cosiddette “Ville di delizia” ovvero residenze estive di nobili e religiosi, volte al benessere e al diletto dei facoltosi proprietari. E’ strutturato su più piani, con un corridoio centrale, lungo il quale un tempo si susseguivano statue poste su basi di pietra. Una vasca sormontata da una grande edicola in piperno e marmo, al cui centro vi è una statua dell’Immacolata, completa il tutto.

Nell’ultimo cinquantennio, la Villa del Cardinale è stata sede della Scuola Apostolica per la formazione di vocazioni sacerdotali. Dopo il terremoto dell’80, fu abbandonata per problemi di sicurezza e, in seguito al restauro, ha ospitato una comunità di recupero per tossicodipendenti.

Attualmente è sotto la circoscrizione della Curia Arcivescovile di Napoli, è chiusa al pubblico e, almeno in apparenza, sembra abbandonata ad uno stato di totale incuria. Visibili a tutti sono i vetri rotti delle imposte, il legno consunto del portone principale e degli infissi, l’intonaco in caduta… storie di ordinaria manutenzione, di cui nessuno continua ad occuparsi.

Fonti e fotografie da: Ernesto Pinto-Aniello Langella, La villa del Cardinale Spinelli a Torre del Greco

 

Immagine tratta dal sito NapoliBella
Immagine tratta dal sito NapoliBella
Villa Vesuviana

Il  Miglio d’oro è quel tratto di strada che parte da San Giovanni a Teduccio ed arriva fino ai confini di Torre Annunziata.

L’antica  Strada Regia delle Calabrie, che vede affacciarsi protagoniste alcune delle meravigliose ville settecentesche, costruite nei comuni di Portici, Resina, S. Giorgio a Cremano e Torre del Greco.

122 ville realizzate in barocco napoletano dai migliori architetti dell’epoca, a seguito della richiesta da parte della regina Maria Amalia di Sassonia, mossa al re Carlo III di Borbonedi realizzare la loro nuova residenza estiva nel casale di Portici, in prossimità del porticciolo del Granatello.

La leggenda sembra narri di una giovane Maria Amalia che, presso la villa paterna a Dresda, ebbe modo di ammirare due splendide statue indicate come “Ercolanesi”, acquistate dal padre e provenienti da Ercolano, città sotterrata dalla lava del 79 d.C. Da lì la maturazione di un’innata passione per l’archeologia e successivamente, il matrimonio con Carlo III di Borbone e la proposta di far costruire per lei un “palazzo di delizia”, ove trascorrere i periodi estivi. La scelta di Portici, poi, non fu un caso.

La sua fama appartiene ad epoca lontana: vi soggiornarono Petrarca e Boccaccio, re, ambasciatori, dignitari, artisti, provenienti da ogni dove. Il paesaggio era straordinario, l’aria salubre, le campagne molto fertili; solo il vulcano poteva incutere timore, ma non a Carlo di Borbone, che acquistò terre e palazzi nella zona, con l’idea iniziale di creare una vasta tenuta, che diradasse dal Vesuvio al mare, per dedicarsi alla tanto amata caccia alle quaglie.

Nel 1738 prendono il via i lavori di ristrutturazione degli edifici già esistenti, ma pian piano si fa avanti l’idea di edificare una vera e propria reggia. Una “vita nuova” per Portici ha inizio in quel momento. Un periodo d’intensa attività artistico-architettonica lungo tutto il tratto di costa vesuviano. Compaiono man mano, attorno alla residenza reale, lussuose ville cortigiane rococò. Edifici spesso disposti in successione, al fine di creare una sorta di quinta urbana, secondo un asse ideale che collega il Vesuvio al mare. Il re sancisce il privilegio dell’esenzione fiscale, vantaggio che alletta la nobiltà e il clero partenopei a stabilirsi nella campagna vesuviana o lungo la zona costiera ai piedi del Vesuvio.

Viene alla luce un complesso architettonico unico al mondo per quantità e bellezza, che attira facoltosi committenti all’economia del Regno di Napoli, facendo meritare il nome di Miglio d’Oro al tratto di strada che costeggia le nobili costruzioni.

Ville di delizia, residenze suburbane lontane dalle città, costruite per il solo piacere della nobiltà nei periodi di villeggiatura. Costruzioni sontuose, decorazioni architettoniche di pregio, ma sopratutto un unico elemento imprescindibile: il giardino.

Giardini Villa Vannucchi
Giardini Villa Vannucchi

I giardini delle ville del Miglio d’oro o meglio i parchi, vengono commissionati con l’intento di creare un luogo di delizie e di otium per i nobili partenopei, che potevano così, dedicarsi allo svago e diletto nel pieno godimento della natura, della conversazione cortese, dell’arte, della musica, della poesia, all’insegna della raffinatezza e del buon gusto.

Una scenografia a cielo aperto, una quinta teatrale naturale, dove architettura, giardino, Vesuvio e mare si fondono.

Le ville di delizia diventano dirette espressioni della raffinata cultura della corte partenopea dell’epoca, non ostica agli ideali illuministici, sostenuti dallo stesso re. Disegnare viali  diventa una vera e propria moda. Lunghi, sinuosi, geometrici, costeggiati da piante ornamentali di ogni specie, fontane imponenti ed austere, vasche e giochi d’acqua, tutto a voler manifestare il potere del nobile proprietario.

La Corte Borbonica aveva da tempo promosso lo Studio della Botanica, che trova un’ulteriore, interessante espressione, proprio nella progettazione dei bei giardini ornamentali.

Aiuole, piccoli boschetti anche detti poggetti, i padiglioni, i gazebo e gli esclusivi “caffeaus”, una sorta di piccoli capanni costruiti per viverci in quietudine una o due ore al giorno, con mobilio di canapè, finestrino e cupolino, pensati e realizzati in prospettiva di panorami adagiati sotto il sole della Baia e la brezza del Golfo.

Una curiosità: tra le specie più diffuse negli anni della rinascita del Miglio d’Oro, comparve la camelia del Giappone, fiore di un arbusto sempreverde della famiglia delle theaceae. Venne importata su suolo vesuviano con l’inganno che producesse tè, solo più tardi si distinse come pianta ornamentale di gusto, eleganza e raffinatezza.

camelia del Giappone
camelia del Giappone

“Pochi luoghi al mondo possono vantare una così favorevole temperie come quello che l’aristocrazia partenopea del Settecento scelse, per il suo soggiorno estivo, tra le pendici del Vesuvio e il mare” – scrive Roberto Pane nel suo lavoro dedicato alle ville vesuviane.  “Il tracciato dei viali, in asse con le ville, sembra essere stato spontaneamente suggerito dal lieve digradare del suolo verso le spiagge; e similmente anche la disposizione degli alberi, affinché, al di sopra delle verdi discese, si potesse scorgere, da un lato il Vesuvio, dall’altro una ininterrotta striscia azzurra all’orizzonte. La felicità di questo ambiente era tale da indurre a dimenticare le minacce del vulcano, mentre più attiva si faceva la devozione per il patrono San Gennaro, popolando le logge, i portali e le facciate con busti benedicenti…”

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Di origini agricole ma comunque esempio di ciò che fu lo straordinario capolavoro del Miglio d’oro, delle Ville e dei Palazzi vesuviani, la Villa Passaro ad Ercolano risale alla prima metà del XVIII secolo. Essa venne edificata nei pressi dell’attuale via A. Consiglio n. 28, come Casino del Cecere e, anche se non è stato ben accertato, venne poi, intorno al 1890, ceduta alla proprietà di P. Passaro.

Mantiene ancora oggi, come è solito essere ancora per la stragrande maggioranza delle architetture sottoposte alla nostra riflessione, la tipica pianta a doppia “L”, secondo la quale i due prolungamenti maestri si sviluppano in un movimento a tenaglia che stringe in un seno il vestibolo, e, a sua volta, l’accesso stesso al cortile. Il cortile è poi ripartito in base a un porticato a sesto ribassato di gusto rustico, il quale attualmente è andato alterandosi gravemente, più per la non curanza della sovrintendenza alle Ville vesuviane e dell’Ente Ville vesuviane che per una effettiva ignoranza degli inquilini. Se non c’è stato un abbandono completo della Villa, come nel caso eclatante della d’Elboeuf, c’è stato senza dubbio un’irrazionale recupero dello storico abitato.

La balconata che sovrastava il porticato in origine doveva costeggiare l’intero corpo di fabbrica e permettere una visione panoramica a tutto tondo. Sulla sinistra del secondo vestibolo salgono i gradini dello scalone che porta al primo dei tre piani esistenti (il piano nobile), dove non mancano colate di cemento del tutto aliene al tutto. Queste ultime ritornano, e in un certo senso dialogano, con le aperture della facciata al piano terra, di costruzione più tarda.

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A parte questi sciatti interventi contemporanei, risalta agli occhi una seconda ricalibratura della Villa, risalente al periodo successivo alla data di pubblicazione della Mappa del Duca di Noja (1775). La celebre Mappa Noja non coincide con la Cartografia Carafa.

L’ampia fascia centrale di bugnato comprende il portale con un arco a tutto sesto, il quale è sovrastato da mensole che sorreggono il balcone centrale nobiliare, a sua volta incorniciato da elementi curvilinei e a festone e  da paraste invece a bugne liscie.

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L’accesso ai giardini è garantito da una scala a doppia rampa con un movimento ellissoide.

Statua San Gennaro - Villa Lucia

albero rivoluzionario a colori

Risalente al magnifico anno della nostra rivoluzione repubblicana, al tempo in cui buona parte delle nostre più belle intelligenze scientifiche e filosofiche furono disposte a perdere letteralmente la testa (sul patibolo) per la costruzione di un popolo napoletano degno del suo nome, la Villa Lucia ad Ercolano irretisce la nostra curiosità per svariati motivi. Il primo e più importante è che non si sa quasi nulla della sua storia, rispetto alle altre Ville Vesuviane.

Villa Lucia

Attraverso una fugace ricerca d’archivio si scopre che si ignorano sia la proprietà che storicamente la vollero edificata, sia l’architetto che la innalzò, sia i condizionamenti che più di altri la determinarono nelle sue stratificazioni.

Nonostante oggi ci appaia molto poco delle sue sembianze originarie, la Villa Lucia non scade in eleganza, e sensazionale è la visuale panoramica del Vesuvio che si apre a partire già dal portale d’ingresso. Come una cornice che non è da meno rispetto al dipinto, la Villa incornicia ciò che ci apre al visibile, e attraverso imponenti vesti in piperno e un androne con volta a botte avvolge lo sguardo di chi spia con occhio esercitato.

Villa Lucia

In fondo a tutto, al margine destro del prospetto posteriore dei giardini, si erge una torre a pianta ottagonale, dai lineamenti gentili alla vista con una cupola a sesto ribassato e pinnacolo con volute a pigna in pietra nera del Vesuvio. Come rimane ancora una volta per le domus pompeiane, negli attuali scavi, ciò che ci strappa al torpore delle linee ortogonali moderne e alle curve contemporanee delle archisculture del nuovo millennio, è il giardino.

Il giardino è in Villa Lucia il cardine della visione, il vortice originario che ci restituisce a reminescenze settecentesche, e ci insegna nuovamente al chiasma del visibile-invisibile, ci riammaestra a vedere. Attraverso un lungo viale si giunge a un tipico cancello in ferro, incardinato da piedritti con lesene doriche e decorazioni in stucco. Il cortile e il giardino sono ciò che restituiscono la dialettica ancora magmatica dell’intero complesso, e la perizia con cui le forze intelligenti (che hanno guidato la squadra e il compasso, il filo a piombo e il martello, il pennello e lo scalpello, il piccone e il mattone) hanno operato. Le aperture ad oculo, incorniciate e sistemate sotto l’androne e il sedile di pietra collocato al centro, simulano l’apertura di un vano. Lo sguardo del visitatore termina tutto nel risucchio della visione di un edicola votiva, con timpano triangolare e statua di San Gennaro.

Statua San Gennaro - Villa Lucia

Ancora una volta è nelle opere minori che le costanti dialettiche di un’epoca vengono restituite più fedelmente. Come Il Dramma barocco tedesco di Benjamin ci informa, anche gli esempi di maniera presentano delle forti cariche espressive e spunti di riflessione per nulla banali.

Foto Matilde Falcone

 

Mappa

ex scuderie reali - villa favorita- corso resina

ex scuderie reali - villa favorita- corso resina

Ubicate al Corso Resina, le Ex scuderie reali di Villa Favorita sono un piccolo gioiello fra i tanti nascosti lungo il miglio d’oro di Ercolano. Dopo un lungo periodo di abbandono e degrado, la struttura, di proprietà demaniale, viene restaurata nel 2010 grazie a lavori di risanamento costati 1,7 milioni di euro di fondi UE per poi guadagnarsi il bollino rosso per essere ancora mancante di una destinazione d’uso. Finalmente il 20 Marzo 2013 il risultato tanto atteso: il Sindaco del Comune di Ercolano, Vincenzo Strazzullo, e il direttore regionale dell’Agenzia del Demanio, Dario Di Girolamo, siglano l’atto di trasferimento dell’immobile dallo Stato al Comune.

ex scuderie reali - villa favorita- vetrata

Grazie all’impegno delle istituzioni, viene sottoscritto l’accordo di valorizzazione delle ex scuderie tra la Direzione Regionale per i Beni culturali e Paesaggistici della Campania, la Direzione Regionale del Demanio e il Comune di Ercolano, destinando l’immobile ad una nuova funzione culturale, sociale e turistica.

Le Ex Scuderie della Villa voluta da Ferdinando IV di Borbone diventeranno entro Settembre 2014 le “Scuderie di Ottocento Napoletano“, un centro culturale pronto ad accogliere mostre, concerti di musica da camera, rassegne di film, cicli di conferenze, progetti didattico – educativi, spettacoli ed un “caffè letterario” dove promuovere manifestazioni enogastronomiche.

La gestione è stata affidata alla società Porticese “Ottocento Napoletano”, che dovrà versare per sei anni come canone al comune 14 mila e 800 euro.

ex scuderie reali - villa favorita - interno

Il nuovo centro culturale di Corso Resina aspetta solamente la consegna materiale della struttura da parte del Comune e, una volta terminate le pratiche burocratiche, tra fine Luglio ed inizio Settembre, come spiega Patrizia Formisano, amministratrice di Ottocento Napoletano, si darà il via ad una nuova stagione anche per il Comune di Ercolano di arte, musica classica, letteratura e tutto il bello che la cultura ci offre nello scenario unico del Miglio d’Oro.

ex scuderie reali - villa favorita

 

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Villa Ruggiero Ercolano

Villa Ruggiero Ercolano

Opera di un architetto  ancora sconosciuto, la Villa Ruggiero ad Ercolano, già proprietà Petti, è un’altra perla della metà del Settecento appartenenti alle prestigiose Ville Vesuviane. La Villa fu edificata per volontà del barone Petti e, a sulla soglia dell’unità d’Italia (1863) acquisita dai Ruggiero. Evidente è la scrittura architettonica sino ai primi due livelli, mentre a partire dalla terza elevazione si altera il progetto originario. Con una pianta a doppia “L” la Villa trova il suo centro prospettico nel portale in piperno e marmo bianco, normato a tutto sesto, con piedritti a bugne lisce e capitelli ionici, capeggiato da un balcone centrale. Le ornie di stucco ripartiscono le aperture del piano nobile e della terza sopraelevazione. I balconi del primo piano e del secondo sono ornati ognuno da un timpano inflesso, mentre quello centrale è caratterizzato da un mistilineo.

I rifacimenti ottocenteschi hanno delineato uno sviluppo asimmetrico dei corpi di fabbrica, rispetto all’asse longitudinale coincidente con il viale dei giardini,  e come si comprende dalle annotazioni del Carafa e del De Seta, sin dall’inizio due brevi ali si sono prolungate in profondità sino ad una esedra (a sua volta in asse con il viale dei giardini) che delimita il cortile tripartito da volte a crociera. Un ampliamento successivo dell’esedra ha dipanato uno spazio centrale, il quale, a questo punto, ha interrotto la simmetria della tripartizione e con due ricurve pareti laterali ha determinato due nuove esedre con sedili in marmo adiacenti al perimetro ellittico del tutto.

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Come scrive il De Seta la copertura dello spazio centrale è definita dagli archi a crociera suddetti, i quali si sposano benissimo con il gusto rococò del cortile, ripartito a sua volta da lesene lisce. Il piano superiore che rivolge al Vesuvio è movimentato dal terrazzo, il quale è arretrato come in Villa Caracciolo di Montecalvo. Ampi e ricchi di cartigli di gusto rococò appaiono i balconi, mentre nel bezzo della facciata vi è un’edicola con il busto di San Gennaro nel gesto canonico di fermare le lave del Vesuvio. La recinzione del terrazzo è una panciuta struttura in ferro, ritmata da poggi in piperno e busti in marmo.

Attualmente la Villa gode di ottima salute e rivive nella civiltà vesuviana come biblioteca e sede di istituzioni pubbliche.

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Risalente alla seconda metà del XVIII secolo ed opera di un architetto non ancora accertato la Villa Consiglio è un’altra perla del Miglio d’oro. Collocata presso il numero 7 di via A. Consiglio ad Ercolano, Villa Consiglio è attualmente parte del patrimonio della Banca d’Italia e gode, tutto sommato rispetto a tante altre Ville Vesuviane, di un buono status di conservazione. Essa è un grosso edificio a doppia “L”, schema già ritrovato in precedenza, e già a partire dal 1750 – come si può consultare dalla mappa del duca di Noja -, già prima dei due importanti rimaneggiamenti architettonici risalenti al XIX e al XX secolo, si evolveva su tre piani.

L’intera complessità dell’edificio si è irregimentata come un Giano bifronte. Per il tramite dell’originario cortile rettangolare di accesso ai giardini la Villa si rivolgeva sia verso ciò che era una volta il Fortino del Granatello, demolito in epoca successiva, sia con la facciata verso la Reggia. L’ispirazione prevalente era ed è, comunque, quella di una marittima Villa di delizie, con la propria caratteristica discesa privata verso la spiaggia e il mare. In base a quest’ultima ispirazione la Villa Consiglio è eccentrica rispetto al centro storico di Resina, ma in dialogo, ad esempio, con le ville e i palazzi del Miglio d’oro di Torre del Greco e di Portici.

Nell’assetto planimetrico è ormai profondamente mutata rispetto alle origini. La facciata e il cortile sono stati completamente trasformate, ormai neoclassica la prima e quadrangolare il secondo ricordano molto poco della prima versione. Ciò che contraddistingue questa villa vesuviana tra le altre è il punto di arrivo del cortile, cioè una quinta traforata da tre arcate, la quale come l’obiettivo di una grossa camera restituisce le immagini senza ombra del mare. Da questo punto di vista si può dire come l’intento architettonico del cortile sia stato quello di giocare con le scenografie e gli effetti prospettici che ne risultavano, per ottenere un regime del visibile dove la promiscuità tra dentro e fuori fosse stata capace di configurare uno spazio nuovo, un luogo transitivo da abitare a tutto tondo.

I due archi laterali, a sesto ribassato e decorati da volute rococò, sono caratterizzati da un gusto ancora settecentesco, mentre quello centrale e sormontato da un architrave ottocentesco. Sul lato del vestibolo molto bello è lo scalone in piperno scolpito, che dialoga senza contrasti sia con le sopravvivenze rococò, sia con quelle neoclassiche, sia con quelli più recenti patrocinati dall’austera istituzione della Banca d’Italia.

scritture non lette

Già creazione di epoca spagnola e seicentesca, poi sede municipale durante l’epoca borbonica, condominio anonimo per privati cittadini oltre il secondo millennio, Palazzo Capracotta ad Ercolano è celebre tra le Ville Vesuviane del Miglio d’oro dei giorni nostri per le sue forme particolari, per la sua pianta ormai irriconoscibile, lo stato pessimo di conservazione, per il vuoto che ospita il nome, o a i nomi, che insieme al Principe di Capracotta l’hanno stabilito.

Le pieghe di gusto barocco assumono la fisionomia di un “libro aperto”, e come un libro aperto Palazzo Capracotta ci parla con una sincerità e uno spessore di testimonianza che forse non solo i corpi che sanguinano, le vive piaghe delle carni mistiche, possiedono.

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Soprattutto la facciata ad angolo ottuso, le finestre decorate con stucchi arricciati, ringhiere in ferro battuto curvilinei e a sbuffo restituiscono una metafora architettonica molto produttiva per le nostre indagini. Come pagine vissute, ricche di sottolineature, umide perché intrise di inchiostro, angoli piegati, tracce di memoria sgualcita, citazioni, indicazioni, elaborazioni possibili di un passato scritto per chi ormai non sa più leggere, Palazzo Capracotta resiste a chi ha perso l’estetica, la sensibilità, attenta del lettore esercitato. Il Palazzo Capracotta è il “Nodo Borromeo” inaspettato tra l’architettura teatrale dei drappi e della rappresentazione barocca (e per certi versi effimera) e l’architettura dell’eternità. I tre piani del complesso soffrono come nell’architettura, come nella letteratura romanzata, contemporanea di depauperazioni, citazioni dall’antico non più evidenti, sventramenti del primo piano e del solaio che rovinano lo splendore che lo caratterizzava un tempo; Palazzo Capracotta è un’altro araldo della profonda inconsistenza e melanconia che attanaglia, come i nostri cuori, i nostri luoghi.

La florida e curiosa ricchezza delle attività sociali che la abitano e la circondano, lasciano sperare in un “ready made”; il mercato dell’usato, che frequenta la strada antistante l’edificio, porta a pensare che un quartiere d’origine medievale come questo possa essere la superficie catalizzante per le, comunque attuali e resistenti,  formule di pathos, immagini dialettiche, capaci di lavorare il passato anacronisticamente, elaborare nuove soluzioni architettoniche e urbanistiche per il passato e per il futuro.

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In un classico della cinematografia italiana degli anni ’90, Diario napoletano di Francesco Rosi, in un film-documentario che ha saputo esprimere (a quarant’anni di distanza da un altro grande successo del medesimo autore Le mani sulla città) – ottimamente – quanto le terre del vesuviano abbiano potuto patire e trasformare condizioni avverse in conquiste di umanità e cultura,  avevamo già avuto modo come la vesuvianità non è un mero carattere geografico, biologico, fisico, o uno stereotipo fantastico di immoralità e miseria, ma un’esperienza umana che meriterebbe una fenomenologia e un’analisi tutta propria. Nei numerosi appuntamenti della nostra Rubrica – Ville vesuviane abbiamo avuto modo di rilevare nel Miglio d’oro una sintesi dialettica privilegiata, una delle espressioni fondamentali della storia e dell’identità di ciò che si dice napoletano e delle realtà nate e cresciute alle pendici del Vesevo, ma come abbiamo visto non basta, bisogna perseverare e provare ad andare oltre, e ancor di più nel profondo della questione.

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Il Miglio d’oro non è solo struttura e architetture, o di più l’architettura non è solo strutture e architettura. Il Miglio d’oro è stato, ed è ancora, per noi l’opportunità di nascere a un mondo dalle facoltà espressive e figurative uniche nel loro genere. Queste vanno preservate e difese con senno, e quale maggior senno può venire da una riscoperta teoretica e pratica allo stesso tempo. L’incontro di simbolico e immaginario, che sussiste nelle Ville e nei Palazzi del vesuviano, ci inizia a queste dimensioni, ci aprono dialetticamente a ciò che ci trama e ci intreccia.

Dobbiamo ritornare a fidelizzare con ciò che eravamo per ritornare ad imparare chi noi siamo; chi noi siamo? Questo è il desiderio interpretante che anima il nostro percorso. Il punto è che non dovremmo, per rispondere a tale domanda, contare solo sulle nostre forze, ma dovremmo quasi sicuramente accettare che non vi sarà mai una risposta piena e definitiva, un nome scientifico che spegnerà l’utopia di questa interpretazione.

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Ciò che orienta i nostri racconti intorno le Ville vesuviane non sono mai stati criteri di verità ed errore, di veridicità e menzogna. Non sono pretese di esattezza ed oggettività, o di criticismo scientifico, ma rinnovate analisi e proposte possibili alternative, oltre i fumi del relativismo, per la ricerca di un nuovo consenso, una rigenerata convinzione (D. Tarizzo 2007).

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Ciò che rimane originario della nostra “Krisis” non è una ragione classicamente economica ma culturale e politica: l’Europa dell’Euro non è più in grado di dirci chi noi siamo (ammesso e non concesso che essa ci abbia mai detto qualcosa di non superficiale), e le esperienze politiche del passato ci appaiono ormai così obsolete, e vetuste, degenerate per poter pretendere di continuare ad insegnarci su cosa dobbiamo fare per poter finalmente essere europei. Bisogna ritornare a comprendere che il passato, e non il futuro, è cambiato, e solo restituendo la parola al passato, ritornando a riflettere sull’attualità, possiamo nutrire la speranza, o meglio la fiducia, in un’azione concreta futura: affinché ciò che si dice umano possa ritornare a coltivare l’idea di poter disobbedire addirittura a una realtà così dura, fredda e indifferente, come quella fisica. La Reggia di Portici fu la risposta, e neanche la più esasperata, di Carlo III di Borbone al secolo del vicereame spagnolo, che come ormai dura, fredda e indifferente pietra di decadenza, aveva abituato a chi ci sbatteva la testa contro di non poter tracciare un’alternativo corso alle cose.

L’industria e l’ingegno erano esangui e aleggiava uno stiracchiato senso nevrastenico sulle terre meridionali. Con l’iniziativa delle forze politiche e produttive, che trovarono come riconoscersi, per un certo momento, nel profilo di un reale, Carlo III di Borbone, nulla fu come prima. La cultura e il sogno politico, che arriverà all’apice con l’esperienza rivoluzionaria e repubblicana napoletana del 1799, del rinascimento meridionale (o duosiciliano), dell’illuminismo vesuviano, vede nella Reggia di Portici un immagine privilegiata di sé.

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La Reggia di Portici fu lo scalino che permise poi l’avventura più matura della Reggia di Caserta, eppure non può e non si  esaurisce solo a questo. Culmine di un lavoro collettivo trovò il suo centro di gravità nella sua sede attuale, radicato tra un giardino all’inglese e un anfiteatro. Il soggiorno a Portici, a Villa d’Elboeuf delle teste coronate fu un’esperienza determinante per la realizzazione del sito in questione, qualcosa di indicibile si era iscritto nel profondo di un intera massa a lavoro.

Nel 1738 presero avvio i lavori, e con esso l’incredibile progetto politico dei Borbone di realizzare un nuovo risveglio dell’Europa monarchica non a livello continentale ma mediterraneo. Ciò non fu una mera specifica geografica ma un vero e proprio disegno di sviluppo delle culture mediterranee, orientate verso esiti poco ortodossi e tutt’altro che tradizionali. I Borbone vollero creare un’alternativa rispetto i modelli di sviluppo mondiale britannico e francese. I Borbone credevano in un modello collaborativo, dialettico e integrato. L’industria, i commerci, il genio di un’umanità illuminata poteva non essere instaurata su basi liberali, ma su progettualità socialiste, integrati modelli di conquista egemonica, politica e culturale di tutt’altro genere (e che aveva un solido legame privilegiato con i popoli dell’Asia e dell’Africa mediterranea). Non riusciamo ancora a trovare un nome a questo modello di sviluppo, ma certamente era anti-schiavile e molto lontano dalla “nordica belligeranza coloniale”. Antonio Canevari insieme ad altre belle intelligenze mitteleuropee, come il pittore Giuseppe Bonito e lo scultore Joseph Canart, contribuirono a costruire il nuovo Regno di Napoli e ripartirono anche da qui per le Due Sicilie.

Su rovine e dimore preesistenti la Reggia di Portici fu pensata e costruita, e, soprattutto, fu disegnata con l’intento di integrare in un concertato consorzio le realtà ambientali e storico-archeologiche. In essa anche l’antica Ercolano fu scavata e rielaborata per creare qualcosa di nuovo, il quale non fosse allo stesso tempo privato ed effimero, capriccio di una casa reale tra tante, ma che riflettesse le aspettative nuove di una nuova cultura. Il famoso tempio romano a 24 colonne e i numerosi reperti che provenivano dagli scavi archeologici furono organizzati razionalmente nei giardini monumentali e in un Accademia Ercolanese. Come fu per molte Ville del Miglio d’oro, la Reggia di Portici colse la sfida di pensare non una lacerazione tra natura e cultura, ma, in base a uno spirito illuminista vesuviano, concepire la natura già come artificio, e l’incontro dell’uomo con il freddo e indifferente come qualcosa di già culturale e tecnologico. Come abbiamo visto per Villa Bruno, la Reggia di Portici fu sintomo di un pensiero unico nel suo genere, e ci restituisce, ancora oggi, se non un modello oltre la modernità, certamente, una modernità alternativa. La modernità duosiciliana poteva non essere, come dicono oggi alcuni, un errore ma un’opportunità “due volte critica”, e sospesa dialetticamente tra leggi simboliche e scelte immaginifiche.

Con la Reggia di Portici natura e cultura non sono mai state scisse, ma parliamo sin dall’inizio di orti botanici, opifici ferroviari e di cultura artistica. Con quest’ultima le strade ferrate si intrecciarono con i marmi bianchi di Carrara e le superfici di carta stampata. La facciata imponente, oggi suggestiva soglia della Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, si organizza con ampie terrazze balaustrate, ed è declinata in riferimento a una pianta quadrangolare. L’atrio da “pelle d’oca” è sormontato da nove volte a pilastri, e si trova nel bel mezzo, come “il Bosco”, della Strada delle Calabrie (oggi via Università). Il cortile, più un vertiginoso piazzale che un’insignificante anticamera, è composto sulla sinistra dalla Caserma delle Guardie Reali e dalla Cappella Palatina, ed è collegato direttamente al vestibolo del primo piano, e a quello che fu l’appartamento di Carolina Bonaparte, da un monumentale scalone. Celebri in essa il salottino Luigi XIV e il boudoir della regina Maria Amalia di Sassonia, consorte di Carlo III, con pareti di porcellana finemente decorate (che nel 1866 furono smontate e rimontate nella Reggia di Capodimonte). Il bosco si estendeva dalla zona di Pugliano sino al mare del fortino e del porto del Granatello, e si ripartiva in una parte superiore e una inferiore. Da uno sfondo di giardini all’inglese si segregavano opere scultore ed archeologiche di incredibile rarità e bellezza, come l’Anfiteatro, la Fontana delle sirene, la Fontana dei cigni, il Chiosco di Re Carlo, e un Giardino zoologico (che Ferdinando IV arricchì esoticamente più tardi).

sirene portici

 

Dove si trova e come arrivare alla Reggia di Portici

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Portici_-_Villa_Starita

Rinfrancata ed emancipata dal suo retaggio tardo-barocco, attraverso riscritture rococò e neoclassiche, la Villa Starita è nel suo pallore winckelmanniano, e nei suoi grigiori di disfacimento ruderale, un’altra tra le Ville Vesuviane che più si prestano alla campagna di denuncia del deteriore interesse privato e di una maggiore intraprendenza da parte delle istituzioni pubbliche per la salvaguardia e la conoscenza del patrimonio storico e artistico del Miglio d’oro.

Portici_-_Villa_Starita,_portale_d'ingresso

Sfogliata, e decaduta nelle sue fattezze architettoniche, la villa di Portici appare, a chi l’osserva più da vicino e la penetra nei suoi adombramenti e formule di pathos, come una delle più sontuose cornucopie di citazioni e sopravvivenze, soglie critiche e finestre dialettiche su alcuni tra gli stili più capricciosi, scherzosi, critici e polemici della cultura vesuviana, la quale nell’alambicco archiscultoreo dei palazzi e delle ville del Miglio d’oro restituiscono l’essenza polimorfa di un essere antico, e nello stesso tempo neoterico, mediterraneo ed europeo delle tradizioni vesuviane. In tantissime forme il tardo barocco e il rococò vesuviano è permeabile alle dialettiche dominanti nella nostra contemporaneità, soprattutto con l’intima fragilità di un narcisismo ferito, privo di alcuna fede o certezza, che caratterizza l’Europa attuale.

La perfettibilità della piega barocca, sembra ed esprime, oggi come all’ora, il sintomo del ritorno a una stabilità, un equilibrio rinnovato. Al centro di una comunità incerta, ferita e spaesata, instabile nelle realtà sociali, inconsistente nel performativismo politico, ingannevole e relativistica nella promiscuità di una multiculturalità priva di un senso proprio, la Villa Starita si sforza di rintracciare un proprio luogo, una propria dimensione, una propria ispirazione.

Il nostro articolo sposa il desiderio di riconoscimento di questo stato di cose invisibile, effettua la ricognizione in un crisma di serietà e rigore, identità e coerenza, le costanti architettoniche che caratterizzano questa Villa e la storia del popolo che la seguita. Mai come in questo caso Aby Warburg è una guida nella selva delle sopravvivenze simboliche e dei rimaneggiamenti immaginari. Ancora una volta, e al di là delle personalità di spessore che l’hanno avuta in proprietà (come il Principe di Calvaruso, il giurista liberale del 1848 napoletano Enrico Pessina, Emilio Marullier, Luigi Astarita), riconosciamo alcune costanti dialettiche cariche di un pathos stratificato storicamente.

La facciata imponente e gloriosa di via Farina di Portici contrae la visione subito intorno il portale d’entrata, il quale con un gusto sanfeliciano coniuga il senso dell’incontrovertibile gravità della pietra nera del Vesuvio con la sua plasticità e potenzialità espressiva. Nella totalità il portale è partito da paraste a fascio, terminanti in un arco ribassato spezzato da un gioco di volute che sorreggono la chiave di volta di uno stemma gentilizio. L’architrave sorregge il balcone del piano nobile. Il piano terra è tutto cassettonato e tuttavia, nelle sue rigide e quadrate geometrie, transitivo alle slanciate coperture dell’ingresso (con due volte a crociera e a vela).

Il prospetto posteriore non è da meno rispetto alla facciata principale. A via Pessina di San Giorgio a Cremano affaccia un portale pendulo con volute coraggiose. La visione, sia a via Pessina sia a via Farina, è segnata da un’alternanza di balconi e finestre dall’alto valore architettonico , il quale meriterebbe studi ulteriori più approfonditi. L’arco trionfale ci inaugura a un giardino, ricco di riferimenti romantici e neoclassici, arredato da una vasca in piperno, e fino al 1944 da finti ruderi pompeiani, un casino, una caffeaus.

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Sulla scia delle intensissime pagine di A. Farge, di Effusion et tourment, e in uno dei testi contemporanei in cui le passioni, gli affetti e i sintomi della rappresentazione dei popoli è meglio restituita, ci chiedevamo come porre in evidenza ancor di più il ruolo delle masse, più che dei loro leader, nella costruzione di quel consenso popolare che, ad un certo momento della nostra grande storia, produsse una delle tappe più belle di quello che fu, per una parte della gioventù europea, il viaggio della maggior età, iniziatico alla maturità, dell’esperienza del Grand Tour: il Miglio d’oro, le Ville Vesuviane, e l’illuminismo vesuviano.

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Tuttavia rimane un tentativo possibile da articolare solo nella dimensione, antagonistica e dialettica, tra signoria e servitù; l’una non può essere separata dall’altra e le masse non possono essere comprese al di fuori del desiderio di riconoscimento che le salda al proprio duce. Ragion per cui l’interpretazione di Villa Menna a Portici, implica un’analisi clinica e dialettica delle masse a partire da due facce della stessa medaglia, dalle due istanze che in questo caso costituiscono il fenomeno popolare del Miglio d’oro in quanto tale. Villa Menna può essere riletta ancora una volta come la soglia sintomatica e significante di una corporeità delle masse e delle immagini che le costellano, come il tentativo impossibile e figurativo di una coazione a ripetere, tra simbolico e immaginario delle masse, morte e rinascita del Desiderio.

Come scrive Farge ciò che dovrà risucchiare la nostra visione è l’alito dei corpi anonimi e disagiati del XVIII secolo. Tutto ciò verrà qui ritrascritto, quelli che pensano e si dimenano, si allietano, si perturbano, si fanno violenza. C’è nei corpi dei più poveri (come negli altri) la volontà e il sogno delle molteplici evasioni, l’invenzione di gesti creati o accennati per tentarle e di parole per dar loro un nome, dunque per farle proprie. La sorda potenza fisica e corporea dell’anonimo, agìta attraverso la speranza nel futuro e dal facile ricordo di ciò che è stato, incontra il potere, gli risponde e parla con esso per integrarvisi e modificarlo…

Lì freme qualcosa. I corpi mormorano ed elaborano i propri destini. Uomini e donne, esseri di carne, sono affettivamente al mondo.

Questa villa porticese fu edificata non solo dal capitale, ma soprattutto da corpi anonimi a lavoro, individualità che nel 1742 trasudavano energie nuove, le quali, sotto la perizia dell’architetto Maurizio Anaclerio – detto Muzio Nauclerio – , sulle rovine di precedenti installazioni, distrutte nell’eruzione del 1631, plasmarono il loro destino, venivano agiti dalla storia e agivano sulla storia.

Originariamente il complesso consisteva in un piano rialzato, per la servitù, e in uno nobile; solo successivamente, con la proprietà Torre, si costituiva in due piani; con la proprietà D’Amendola e l’ing. D’Amico si arricchì di una scuderia, e solo nell’Ottocento, con i lavori di Carolina Ruffo della Leonessa, dei Pignatelli,  e dei Campanile acquisì l’attuale facciata.

L’ispirazione tardo barocca- rococò si integra e si stratifica con il gusto neoclassico d’Ottocento, e ciò appare evidente più all’interno che nella facciata. Quest’ultima è pentapartita, con quattro sezioni a loro volta ospitanti due finestre e incardinate da lesene bugnate. Basamento e portale sono decorati in bugnato di stucco con dadi in piperno, con un arco a tutto sesto che dialoga con le mensole dei balconi centrali del piano nobile.

Notevoli sono i sontuosi vestiboli interni. Il primo è decorato con dei giochi di arcate e stucchi, il secondo è chiuso da una calotta ribassata, sorretta da colonne a fascio, dalle quali prendono piede gli archi ribassati medesimi. I falsi pennacchi si segregano da uno sfondo a calotta-soffitto, la quale agisce da scenografia stuccata; il tutto si concerta a partire da questa visuale, come uno spettacolo architettonico mozzafiato che solo un rococò vesuviano di tutto rispetto può apportare. La calotta-soffitto consta di quattro raggi che reggono un rosone modanato. Lo spazio tra l’occhio del rosone e i raggi è ricco di ovuli e volute, citazioni che dialogano benissimo con gli archi di varia grandezza e le rampe di scale ai lati (tra cui quella di sinistra serve il piano ammezzato).

La facciata interna è in uno stato molto precario, ripieno di sovrapposizioni successive, le quali saltano all’occhio fin quando lo sguardo non viene catturato dall’ampia balconata della zona centrale del piano nobile, poggiante su pilastri ottagonali. Terrazza centrale ed archi rimandano di fronte a un esedra che come in in un abbraccio conclude il cortile con colonne sormontate da giganti vasi di terracotta. Da qui si accedeva ai giardini ornamentali, ricchi di sculture, sedili, aiuole; oggi non esiste più niente, in quanto il terreno è stato in parte distrutto e in parte lottizzato. Attraverso il percorso degli ex giardini si accede al Lido dorato e alla terrazza che una volta sovrastava sul mare.

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Ora come un bastione armato, una torre normanna a difesa della costa, che forse oggi instaura dialetticamente non trascurabili dialoghi con il Maschio angioino e la Casa del portuale (costruita nella zona industriale di San Giovanni a Teduccio), la terrazza di Villa Menna (l’attuale proprietà) sfida il mare e con esso la landa desolata del presente, e unisce la superficie delle acque – prive di memoria, prive di qualsiasi ombra – con la terra privata delle sue memorie.

casa del portuale

Un po per lo sventramento ferroviario, un po per una vendetta storica, questa bellezza tra tutte le Ville Vesuviane sembra irriconoscibile tra i segni del tempo e il depauperamento dell’attualità. Come altre ville la Villa Menna soffre di lavori di restauro annunciati ma mai effettuati, rovina in recinti sanitari tra cartelli di “lavori in corso” e di “personale al completo”, senza traccia né degli uni né degli altri.

Come alla fine del Settecento anche oggi ci troviamo in un epoca al termine della sua pienezza e ai primordi di un tempo nuovo, ricca di stravolgimenti, di masse disorganizzate e tendenzialmente rivoluzionarie – le quali  riscoprono di non essere meri corpi di bisogno e comando ma fonti politiche produttive – , di leader allucinanti e di corpi anonimi: cosa può insegnarci Villa Menna? Cosa è oggi per noi? Cosa potrebbe ritornare a raccontare sul passato e sul futuro, sulla storia e sul lavoro, sulla morte immaginaria e il riconoscimento simbolico di quel dimenticato illuminismo alle falde del Vesuvio? Per ora non lo sappiamo, eppure qualcosa già ci parla…

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Sita al numero 49 di via Alessandro Manzoni, in una delle più noiose, banali, e piccolo-borghesi strade di San Giorgio a Cremano, Villa Bonocore rappresenta un’altra tra le tante realtà più sintomatiche, significanti, tuttavia eloquenti nel loro silenzio e nella censura (in cui il Miglio d’oro sembra essere stato riposto), capaci di riflettere simbolicamente, con la propria ruderale testimonianza, lo stato di delegittimazione totale di un particolare passato, in questo caso delle Ville Vesuviane, da parte di una generazione storica in piena alienazione di sé tra capitale e consumo.

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Come se non bastassero i casi di Villa Ummarino, orrendemente mutilata nel suo barocco e nella sue torri militari, a via A. Gramsci, e Villa Pignatelli di Montecalvo, ormai un mikado, a Largo Arso, la Villa Bonocore scompare senza, come amava scrivere Benjamin, che qualcuno si stroppicciasse gli occhi di fronte alla sua dialettica.

Contro questo andamento, e nel solco della nostra rubrica, intenta a immaginare anche e soprattutto una nuova Europa possibile, ci rivolgiamo all’ennesima immagine dialettica disponibile al nostro sguardo: la Villa Bonocore. 

“Nell’immagine dialettica, ciò che è stato in una determinata epoca è sempre, al tempo stesso, “il sempre già stato”. Esso, però, si manifesta di volta in volta come tale solo agli occhi di un’epoca assolutamente determinata: quella in cui l’umanità, stropicciandosi gli occhi, riconosce come tale proprio questa immagine di sogno (traumbild). In quest’attimo è che lo storico assume il compito dell’interpretazione del sogno (die Aufgabe der Traumdeutung)”.

A questo proposito il filosofo francese Didi-Huberman ha scritto, in un recentissimo contributo a Che cos’è un popolo? (DeriveApprodi 2014), che: “Quando l’umanità non si stropiccia gli occhi – quando le sue immagini, le sue emozioni e i suoi atti politici non si vedono divisi da niente -, allora le immagini non sono dialettiche, le emozioni sono “povere di contenuto” e gli atti politici stessi “non investono alcun futuro”. Ciò che rende i popoli “introvabili” è, dunque, da ricercarsi tanto nella crisi della loro raffigurazione quanto in quella del loro mandato.

In altre parole nell’attuale crisi delle democrazie borghesi compito dello storico è “rendere i popoli rappresentabili facendo figurare esattamente ciò che si trova represso nelle loro rappresentazioni tradizionali”. Contro la rimozione, questo tipo particolare di repressione,  lo storico deve stropicciarci gli occhi e riconsegnarci a una visione dialettica della storia, dove la lotta contro la repressione si combatte arginando la rimozione, scoperchiando le pentole dell’oppressione dei popoli dominati in chiave emancipante.

Levare il coperchio su Villa Bonocore, ad un livello ulteriore, è il nostro rinnovato contributo benjaminano per la rappresentazione di un popolo fino ad ora invisibile, represso e rimosso socialmente: l’Europa che non c’è, l’Europa da inventare.

Edificata come masseria, e non primariamente come “Villa di delizie”, ai giorni nostri la Villa Bonocore non gode di un’ottima salute, anzi subisce il destino crudele che è riservato a gran parte del Miglio d’oro. Resiste sotto il peso della fatiscenza una fabbrica di tufo a pianta rettangolare, massiccia e pesante nelle sue fattezze e intransigente nella sua durezza oltre ogni tentativo settecentesco (come nel caso delle terrazzi agli estremi) di alleggerimento del complesso. In essa potevano distinguersi, oltre il nucleo abitativo, i reparti per le trasformazioni dei prodotti agricoli, le cantine, le stalle, i depositi, una cappella nobiliare ma ad accesso pubblico, il fondo risalente al 1678. In base a ricerche d’archivio si ipotizza che la Villa Bonocore possa risalire addirittura al XVI secolo, nella sua struttura originaria, che solo tra il 1629 e il 1678 acquisì le soluzioni fondamentali.

L’entrata principale della masseria si affacciava sull’Alveo San Michele, la strada che portava ai “catini” (oggi situazione alterata per via dell’innalzamento del livello stradale), ed era definita da un portale con due pilastri e un cancello e da una cappella gentilizia dedicata a san Michele Arcangelo. La cappella risale alla seconda metà del Seicento, ma solo dopo due successive riscritture essa ci appariva con le stesse forme attuali. Al 1755, anno del secondo restauro, la cappella fu arricchita della sacrestia e di ornamenti ulteriori interni. La cappella, con pianta rettangolare, è coperta da una volta a padiglione affrescata, da un altare (ormai demolito e trafugato) con arco a tutto sesto. Le pareti laterali sono partite con riquadri di stucco, quattro paraste angolari con capitelli in stucco e un’alta trabeazione sulla quale si regge la volta. L’aggiunta ottocentesca del coro riprese il disegno decorativo della cappella, anche se ha provocato la distruzione delle paraste angolari poste verso l’accesso. La sacrestia, anch’essa di pianta rettangolare, è scandita in tre campate di cui quella centrale è quadrata, e coperta da una volta a crociera , mentre le due restanti, poste simmetricamente rispetto ad essa, sono coperte da due semi-volte a padiglione con schifo. L’intervento ottocentesco per questo settore ha apportato una scalinata al coro, la quale ha tagliato una delle volte a padiglione.

In precedenza dalla cappella si accedeva a un esedra trapeziodale, ornata da semplici paraste. Da quest’ultima dipartiva un lungo viale che portava alla costruzione rustica dove si svolgevano le attività agricole. La famiglia Bonocore, che seguì ai Rano (artefice dell’opera), restaurò sia la Cappella che il ciclo di affreschi del Corriase, allievo del Giordano, oggi, insieme agli stucchi e il finto mattone del rivestimento che ricoprivano il campanile a vela, seriamente in rovina. Nei pressi di Villa Bonocore troviamo le abitazioni dei pittori Solimena, Giordano, Buongiovanni, Patrizio di Tropea, Bolino Capece, le case dei Rota e dei Figliola, i ruderi della casa dei Liguoro Presticce.

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