Ville Vesuviane, Villa Menna

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Sulla scia delle intensissime pagine di A. Farge, di Effusion et tourment, e in uno dei testi contemporanei in cui le passioni, gli affetti e i sintomi della rappresentazione dei popoli è meglio restituita, ci chiedevamo come porre in evidenza ancor di più il ruolo delle masse, più che dei loro leader, nella costruzione di quel consenso popolare che, ad un certo momento della nostra grande storia, produsse una delle tappe più belle di quello che fu, per una parte della gioventù europea, il viaggio della maggior età, iniziatico alla maturità, dell’esperienza del Grand Tour: il Miglio d’oro, le Ville Vesuviane, e l’illuminismo vesuviano.

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Tuttavia rimane un tentativo possibile da articolare solo nella dimensione, antagonistica e dialettica, tra signoria e servitù; l’una non può essere separata dall’altra e le masse non possono essere comprese al di fuori del desiderio di riconoscimento che le salda al proprio duce. Ragion per cui l’interpretazione di Villa Menna a Portici, implica un’analisi clinica e dialettica delle masse a partire da due facce della stessa medaglia, dalle due istanze che in questo caso costituiscono il fenomeno popolare del Miglio d’oro in quanto tale. Villa Menna può essere riletta ancora una volta come la soglia sintomatica e significante di una corporeità delle masse e delle immagini che le costellano, come il tentativo impossibile e figurativo di una coazione a ripetere, tra simbolico e immaginario delle masse, morte e rinascita del Desiderio.

Come scrive Farge ciò che dovrà risucchiare la nostra visione è l’alito dei corpi anonimi e disagiati del XVIII secolo. Tutto ciò verrà qui ritrascritto, quelli che pensano e si dimenano, si allietano, si perturbano, si fanno violenza. C’è nei corpi dei più poveri (come negli altri) la volontà e il sogno delle molteplici evasioni, l’invenzione di gesti creati o accennati per tentarle e di parole per dar loro un nome, dunque per farle proprie. La sorda potenza fisica e corporea dell’anonimo, agìta attraverso la speranza nel futuro e dal facile ricordo di ciò che è stato, incontra il potere, gli risponde e parla con esso per integrarvisi e modificarlo…

Lì freme qualcosa. I corpi mormorano ed elaborano i propri destini. Uomini e donne, esseri di carne, sono affettivamente al mondo.

Questa villa porticese fu edificata non solo dal capitale, ma soprattutto da corpi anonimi a lavoro, individualità che nel 1742 trasudavano energie nuove, le quali, sotto la perizia dell’architetto Maurizio Anaclerio – detto Muzio Nauclerio – , sulle rovine di precedenti installazioni, distrutte nell’eruzione del 1631, plasmarono il loro destino, venivano agiti dalla storia e agivano sulla storia.

Originariamente il complesso consisteva in un piano rialzato, per la servitù, e in uno nobile; solo successivamente, con la proprietà Torre, si costituiva in due piani; con la proprietà D’Amendola e l’ing. D’Amico si arricchì di una scuderia, e solo nell’Ottocento, con i lavori di Carolina Ruffo della Leonessa, dei Pignatelli,  e dei Campanile acquisì l’attuale facciata.

L’ispirazione tardo barocca- rococò si integra e si stratifica con il gusto neoclassico d’Ottocento, e ciò appare evidente più all’interno che nella facciata. Quest’ultima è pentapartita, con quattro sezioni a loro volta ospitanti due finestre e incardinate da lesene bugnate. Basamento e portale sono decorati in bugnato di stucco con dadi in piperno, con un arco a tutto sesto che dialoga con le mensole dei balconi centrali del piano nobile.

Notevoli sono i sontuosi vestiboli interni. Il primo è decorato con dei giochi di arcate e stucchi, il secondo è chiuso da una calotta ribassata, sorretta da colonne a fascio, dalle quali prendono piede gli archi ribassati medesimi. I falsi pennacchi si segregano da uno sfondo a calotta-soffitto, la quale agisce da scenografia stuccata; il tutto si concerta a partire da questa visuale, come uno spettacolo architettonico mozzafiato che solo un rococò vesuviano di tutto rispetto può apportare. La calotta-soffitto consta di quattro raggi che reggono un rosone modanato. Lo spazio tra l’occhio del rosone e i raggi è ricco di ovuli e volute, citazioni che dialogano benissimo con gli archi di varia grandezza e le rampe di scale ai lati (tra cui quella di sinistra serve il piano ammezzato).

La facciata interna è in uno stato molto precario, ripieno di sovrapposizioni successive, le quali saltano all’occhio fin quando lo sguardo non viene catturato dall’ampia balconata della zona centrale del piano nobile, poggiante su pilastri ottagonali. Terrazza centrale ed archi rimandano di fronte a un esedra che come in in un abbraccio conclude il cortile con colonne sormontate da giganti vasi di terracotta. Da qui si accedeva ai giardini ornamentali, ricchi di sculture, sedili, aiuole; oggi non esiste più niente, in quanto il terreno è stato in parte distrutto e in parte lottizzato. Attraverso il percorso degli ex giardini si accede al Lido dorato e alla terrazza che una volta sovrastava sul mare.

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Ora come un bastione armato, una torre normanna a difesa della costa, che forse oggi instaura dialetticamente non trascurabili dialoghi con il Maschio angioino e la Casa del portuale (costruita nella zona industriale di San Giovanni a Teduccio), la terrazza di Villa Menna (l’attuale proprietà) sfida il mare e con esso la landa desolata del presente, e unisce la superficie delle acque – prive di memoria, prive di qualsiasi ombra – con la terra privata delle sue memorie.

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Un po per lo sventramento ferroviario, un po per una vendetta storica, questa bellezza tra tutte le Ville Vesuviane sembra irriconoscibile tra i segni del tempo e il depauperamento dell’attualità. Come altre ville la Villa Menna soffre di lavori di restauro annunciati ma mai effettuati, rovina in recinti sanitari tra cartelli di “lavori in corso” e di “personale al completo”, senza traccia né degli uni né degli altri.

Come alla fine del Settecento anche oggi ci troviamo in un epoca al termine della sua pienezza e ai primordi di un tempo nuovo, ricca di stravolgimenti, di masse disorganizzate e tendenzialmente rivoluzionarie – le quali  riscoprono di non essere meri corpi di bisogno e comando ma fonti politiche produttive – , di leader allucinanti e di corpi anonimi: cosa può insegnarci Villa Menna? Cosa è oggi per noi? Cosa potrebbe ritornare a raccontare sul passato e sul futuro, sulla storia e sul lavoro, sulla morte immaginaria e il riconoscimento simbolico di quel dimenticato illuminismo alle falde del Vesuvio? Per ora non lo sappiamo, eppure qualcosa già ci parla…

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