La lettera di Rivieccio fa il giro del web: “Caro Higuain, la clausola la pago io”

Gino Rivieccio

Se l’Italia è un Paese di poeti, santi e navigatori, Napoli sta diventando sempre più una città di scrittori, in particolare di lettere. Il destinatario è sempre un argentino, ma non indossa la dieci né ha vinto lo Scudetto col Calcio Napoli. Quello, pare, voglia provare a vincerlo con gli odiatissimi rivali della Juventus e sulle spalle si porta proprio il peso di ciò che sarebbe un alto tradimento in piena regola. Se queste intenzioni dovessero rivelarsi vere alla fine del calciomercato, allora, la resa dei conti tra i tifosi napoletani e Gonzalo Higuain avverrà il 7 maggio, quando allo stadio San Paolo arriveranno i bianconeri, per l’undicesima giornata di ritorno del campionato di Serie A 2016-2017, di cui gli ieri è stato stilato il calendario.

Nulla, però, è stato ancora scritto, eccetto le lettere di protesta del popolo azzurro nei confronti del Pipita, recordman assoluto relativamente ai gol segnati nel massimo campionato italiano in una sola stagione. Ultima, in ordine temporale quella che Gino Rivieccio, noto imitatore di mister Maurizio Sarri, ha voluto postare sul suo profilo Facebook e che noi vi proponiamo integralmente d seguito.

LA CLAUSOLA LA PAGO IO
Caro Gonzalo, senza offesa, la clausola la pago io. Anche se sei caro, molto caro. 94 milioni di euro! Ma il «caro» in questo caso è riferito soprattutto all’elevato prezzo in termini di tempo che la città e i sei milioni di tifosi nel mondo stanno pagando. Non c’è barista, usciere o automobilista che incrociandomi non mi chieda: «Ma se ne va?… Ma torna?…. Ma s’o venne?». Ormai quando si parla di te il soggetto viene tacitamente sottinteso. Addirittura un tassista ieri mi fa: «Lunedì rientra?». E io: «Ma chi? Mio figlio?». «No Higuain!». Non sapendo cosa rispondergli ho chiosato: «Dipende dalla coincidenza!». Caro Gonzalo, sei caro, molto caro, ma io non ti pagherò con del banale denaro. L’Amore non si paga. Semplicemente, si ripaga. Questa donna, Partenope, che più di ogni altra ti ha regalato amore, passione, fedeltà, rispetto, protezione e abbracci senza asfissie, ed ora dedica intere giornate a letture interminabili di siti, blog, quotidiani aspetta una tua risposta che tarda a venire. Il tuo smisurato silenzio interrotto solo da un fratello che è entrato a gamba tesa come quei difensori dei quali potresti diventare compagno, mi ricorda quello di quegli uomini che avendo da tempo in mente già un’altra non hanno il coraggio di raccontare alla propria donna la verità. Sono uomini che meditano la fuga pensando che il futuro con un’altra sia migliore. Ma non è così perché degli anni che trascorrerai in qualsiasi parte del mondo non ti rimarranno che i bonifici di fine mese. I soldi vanno e vengono, le emozioni restano, e quelle che puoi vivere a Napoli non le puoi vivere da nessun’altra parte. Capisco il fascino, la storia, la classe di una Vecchia Signora ma io non lascerei mai Charlize Theron per Jane Fonda! E poi giocare a pallone a Napoli non è come giocare a calcio in qualsiasi altra parte del mondo. Giocare o essere tifosi del Napoli è un’altra cosa e tu dovresti saperlo. È come se uno avesse vissuto tutta la vita in riva ad una pozzanghera e vulesse parlà d”o mare. Il pallone a Napoli è una specie di pianeta di cuoio attorno al quale ruota il resto dell’Universo. Se non siete entrati in quello stadio, se non avete visto Lui dribblare palazzi e nazioni intere, se non avete festeggiato per un anno dopo quel 10 maggio, se non siete rimasti bloccati per 2 anni sopra il divano dopo quel giorno maledetto, se non avete scassato almeno 36 o 37 sedie e lacerato dodici poltrone, se non vi siete divisi la «marenna» con un vostro vicino di sediolino, se non vi siete fatti 30 ore di treno per vedere il Napoli a Mosca in Europa League, potete parlare dei pokemon, della crisi del Pd, potete postare foto delle vostre gambe al mare, farvi i selfie con le labbra a culo di gallina, ma non potete parlare del Napoli e di pallone. Il Napoli è una Fede, è una «malattia», da cui non si può guarire. L’azzurro non è un colore: è il nostro gruppo sanguigno. E ti assicuro, caro Gonzalo, che non si può andare oltre l’azzurro. Ecco perché non esiste nessuna clausola al mondo per scindere il legame con questa città.
GINO RIVIECCIO

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