Quagliarella sul Napoli: “Quella maglia era tutto. Il mio sogno era…”

QuagliarellaIntervistato da Il Corriere della Sera, l’attaccante della Sampdoria, Fabio Quagliarella, è tornato sulla vicenda dello stalker che lo perseguitava ai tempi del Napoli, spingendolo infatti a svestirsi della maglia azzurra. Un incubo durato 9 anni, che solo adesso riesce a raccontare: “Ero a Udine nel 2008: mi arriva una busta, dentro ci sono finte pagine web in cui si dice che vado con ragazze minorenni, mi drogo, frequento camorristi. La mia reazione? Penso: lo scherzo di un cretino”.

In realtà, non era affatto uno scherzo: “Quando passo al Napoli nel 2009 la faccenda diventa un incubo: si arriva persino a minacce di morte a me e alla mia famiglia”.

Poi arriva Raffaele Piccolo (lo stalker): “Era un agente della polizia postale presentatomi tempo prima da un amico, successivamente sua vittima anche lui. Avevo subito un hackeraggio del telefono, Piccolo aveva risolto il problema ed eravamo restati in contatto. Chi meglio di un amico della polizia postale? Infatti mi assicura che risolverà tutto. Mi dice di non parlare con nessuno; finge di prendere le impronte digitali sulle lettere; mi fa stilare denunce che, scoprirò poi, sono fasulle”.

Nel frattempo il Napoli chiede a Fabio di trasferirsi in albergo: “E io non capisco. Vivo a casa mia coi miei, sto benissimo, in campo non ci sono problemi. Perché? Capirò in seguito: le lettere infamanti erano arrivate anche al club, che ha deciso di intervenire. Ma non gliene faccio una colpa. In questa storia l’unico colpevole è lo stalker”.

Fabio è un fiume in piena, ma il ricordo più doloroso è l’addio al Napoli, consumatosi in un limbo fatto di verità che non potevano essere svelate: “Da bimbo andavo al San Paolo con papà, ho visto ore e ore di videocassette su Maradona, quella maglia era tutto. I napoletani mi avevano accolto come un re: canzoni come “Quagliarella bum bum” e “Quagliarella è bello…” le ascolto tuttora con le mie nipotine. Non potere spiegare la verità era devastante. Immagini un po’: da una parte lo stalker, dall’altra una città contro... Quando tornavo a Castellammare dovevo camuffarmi. Li capisco, era il cuore che li guidava. Ma mantenere la calma era dura: a volte giocavo solo col corpo, la testa era altrove”.

A 34 anni, il rimpianto di non indossare più la maglia azzurra: “Sognavo di starci per sempre, diventare capitano, vincere”.

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