Il Napoli alla conquista dell’Europa, ma quanta napoletanità c’è nella squadra?


Questa sera lo storico stadio di Fuorigrotta sarà praticamente pieno in ogni ordine di posto. Come suol dirsi all’inglese sarà un San Paolo da sold out. E visto che stasera la squadra che rappresenta Napoli giocherà in Europa utilizziamo anche questo termine che poco ha a che fare con la lingua napoletana.

Tantissimi saranno i tifosi che dalla provincia, ma da tanti altri posti della Campania, si muoveranno alla volta della capitale del Meridione per sostenere la squadra di Benitez alla conquista dell’Europa. Anche il calcio può contribuire a mettere in vetrina una città che ha un urgente bisogno di sentirsi apprezzata e amata all’estero.

Per questo motivo evitare episodi di violenza che nel passato, in occasione di alcune partite europee, si sono verificati, sarà fondamentale. Esprimere soltanto la voglia di gridare che una città intera è pronta a battagliare con i propri rappresentanti in maglia azzurra, questo bisognerà fare. O almeno è questa la speranza, visto l’uso fin troppo eccessivo della casacca gialla.

Che il calcio sia una rappresentazione di una città o quantomeno sappia mettere in vetrina una fetta della città questo è indubbio. Il pallone, come lo chiamiamo da queste parti, è qualcosa di più di uno sport. E’ una fede, un vanto, un senso di appartenenza alla propria terra che in tempi di cori razzisti si fortifica e mette radici in nuovi adepti della napoletanità.

Ma quanto è napoletana questa squadra? Quanto effettivamente è in grado di rappresentarci? E’ chiaro che in un calcio così moderno, senza frontiere, in un mercato libero, sarebbe una fortuna poter disporre di tanti elementi italiani. Ma nel Napoli di italiani ce ne sono ben pochi. Abbiamo, però, la fortuna di avere in squadra un napoletano doc, quel Lorenzo Insigne, che anche quando esulta, quando parla e fa delle smorfie, ci rappresenta in tutto e per tutto. E anche quando viene fischiato dal suo popolo e risponde arrabbiato con gesti e paroline, in fondo ci accorgiamo di quanto sia napoletano.

Peccato che il simbolo napoletano di questa squadra sia andato via, trattato anche non proprio bene. Paolo Cannavaro, fratello di Fabio, ha lasciato la sua città con l’amaro in bocca. Per il resto in squadra ci sono tantissimi stranieri ma molti di questi hanno dimostrato di amare la nostra terra, di comportarsi in maniera molto simile a noi. Pensiamo ad esempio a Marek Hamisk che in passato ha rifiutato soldi per rimanere da queste parti. Lui, uno slovacco, ha messo radici nella nostra città, sposando la causa napoletana e imparando tante parole in dialetto. Allora ci viene di dire, viva Marek il napoletano.

Pensiamo poi agli spagnoli, sì proprio loro che in fondo per motivi storici sono praticamente dei napoletani. Da Reina ad Albiol per passare a Callejon. Mangiano i nostri piatti tipici, innamorati di Mergellina e Posillipo, faticano soltanto a camminare in auto per il traffico. Ma per il resto possiamo affermare che c’è tanta napoletanità in questa squadra. E allora possiamo certamente augurare a questi ragazzi di rappresentarci al meglio, anche se non dovessero riuscire a vincere. Perdere ci può stare, ma il napoletano vero prima di morire vende carissima la pelle e sarà questa la cosa che i napoletani vorranno vedere stasera e in futuro.


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