Arabia Saudita, abito nero facoltativo per le donne: ma il mondo è ancora sessista

Svolta epocale in Arabia Saudita, dove cade l’obbligatorietà per le donne di indossare “l’abaya”, l’abito nero che copre tutto il corpo. Ad annunciare il cambiamento è stato il principe ereditario Mohammed bin Salman, che ha spiegato di voler riportare il Regno ad un “Islam più moderato”. 

La Sharia, ha spiegato il 32enne, non precisa cosa le donne debbano indossare, l’importante è che l’abbigliamento sia “pudico e rispettoso come quello degli uomini”. Mohammed bin Salman, inoltre, ha restituito alle donne il permesso di guidare e ha riaperto i cinema. Dallo scorso gennaio, alle cittadine del Regno è permesso anche assistere a una partita di calcio, in un’area riservata alle famiglie.

Una piccola rivoluzione, quella che sta attuando il principe, e che trova il consenso e l’approvazione di tutte le donne del mondo. Ma attenzione, si tratta comunque di una “libertà” limitata, visto che resta ancora in vigore la legge del Guardiano che non permette alle donne di viaggiare all’estero o di sposarsi senza il consenso di un uomo della famiglia.

La strada da percorrere è ancora lunga, e non solo in Arabia Saudita. Basti pensare che nello stato indiano del Gujarat le nubili non possono avere un cellulare, nello Yemen non possono testimoniare nei processi per adulterio, sodomia, furto e diffamazione; in Sudafrica la legge ammette che le bambine possano sposarsi, basta che abbiano compiuto 12 anni (spesso anche meno…); in Madagascar c’è un coprifuoco che obbliga le donne a stare a casa dopo il tramonto; in Israele è vietato chiedere il divorzio ai propri mariti.

In Europa la situazione è migliore, ma nella maggior parte dei casi le donne sono ancora escluse dai vertici della vita sociale, politica ed economica.

Inoltre, le tante donne uccise in Italia, spesso per manie di possesso dei propri uomini, testimoniano che non c’è ancora alcuna parità di genere.

Quindi, non basta l’abolizione dell’abito nero in uno dei Paesi meno “femministi” del mondo per credere che i diritti tra uomini e donne siano uguali.

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