“A volte ho mentito sulle mie origini pugliesi”. Parola di terrone

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Cosa vuol dire essere del Sud? È un onore o un disonore. Un caso, una coincidenza, una posizione geografica (come spesso ribadito dal giornalista e pensatore Pino Aprile) o cosa? Per quest’unica domanda almeno un centinaio di risposte plausibili, perché l’appartenenza ad una terra (ed in particolare ad una terra complicata ed ambigua come la nostra) può scatenare sensazioni, emozioni e vissuti diversi. E in casi come questi c’è poco da oggettivare, non ci sono formule in grado di spiegare cosa si prova nel sentirsi a casa e cosa nel sentirsi invece estranei a quel luogo che, in un certo senso, ti ha dato la vita.

Confesso che ho mentito; qualche volta e sulle mie origini pugliesi, intendo. Mi chiedevano “di dove sei?” e io rispondevo “di Savona” (ci abito da quando avevo 2 mesi), “ah, è vero: il tuo cognome è Stella, come il paese di Pertini!” Così risponde inizialmente a questa domanda Nicola Stella, autore di un’intensa lettera comparsa sul giornale di Savona ilsecoloxix.it.

Ci ha provato Nicola a spiegare cosa si prova ad essere, ancor prima che uomo, bambino del sud in un luogo del nord. Crescere tra striscianti e sottili pregiudizi radicati nella mente e nell’animo anche di chi non ti aspetti, magari della vicina di casa che ti ha cresciuto, e che ti vuole bene come un nipote acquisito.

Ed è proprio da quel suo essere bambino “discriminato” che parte per raccontare la sua storia di razzismo ed orgoglio.

Siamo negli anni ’60, pochi anni dopo il 1959 in cui si svolge la fiction “Furore” che ha originato questo dibattito sulla Liguria e i terroni . Era l’epoca del boom demografico e tra vicini di casa era normale aiutarsi nella cura dei bambini. I quali bambini erano ben contenti di andare a giocare in casa degli amici quando papà e mamma dovevano affidarli a qualcuno. Ma a volte anche i vicini abituali ospiti avevano da fare, così i bambini finivano – sempre ben contenti – in casa di altri vicini con altri amichetti. Quella volta la signora, costretta ad assentarsi non so bene per quale urgenza, accompagnò i suoi due figli, mia sorella e me in casa di un’altra dirimpettaia che aveva altri due figli. Era un po’ imbarazzata, ben sapendo che badare a sei diavoletti tra i cinque e i dieci anni tutti insieme è un bell’impegno. Così, per rassicurare la sventurata, presentò me e mia sorella con una frase che ricordo perfettamente, 45 anni dopo: “Sono i figli degli Stella: meridionali, ma gente bravissima, per carità”. Quel “meridionali ma bravi” era la formula contraria al pregiudizio “meridionali cattivi” nel quale evidentemente cadeva persino un’amica di famiglia generosa e timorata di Dio come la nostra vicina alla quale volevo bene come a una zia acquisita

E come spesso accade in questi casi, il pregiudizio (così come lo stereotipo) sono spesso frutto dell’ignoranza, più che della cattiveria. Di quell’antica ed atavica paura ereditata dal passato che sembra creare allerta e spavento nei confronti dello straniero, ancor di più se quello straniero viene dal Sud, terra di fame e degrado, dove per vivere si deve necessariamente ricorrere ad attività illecite e pericolose. Come se il sud fosse un bacino di criminali nati nella povertà e nella miseria più nera, quella miseria capace di renderti cinico, meschino e impenitente.
Un pregiudizio, il suo come quello di tanti altri liguri, del tutto privo di cattiveria, ne sono convinto -aggiunge Nicola- ma non del tutto privo di effetti, specie sui bambini e sulla loro naturale tendenza all’omologazione. Di qui il disagio a cui accennavo, il fastidio che provavo quando veniva a trovarmi qualche amico nuovo e i miei genitori parlavano (tra loro) in barese e infine la tentazione di mascherare le mie origini alla quale ho stupidamente ceduto qualche volta. Niente d’irreparabile, i traumi veri sono altri nella vita; immagino come dovesse sentirsi chi non trovava casa perché “non si affitta ai meridionali”, senza nemmeno una signora premurosa che lo raccomandasse con la patente di “meridionale ma bravo”.

Eppure le storie possono anche prendere un’altra piega, e il disonore può riuscire anche a trasformarsi in orgoglio e in senso di appartenenza, come racconta lo stesso Nicola:  “Quel disagio, rielaborato e superato, è divenuto per me una scuola di tolleranza perché mi ha insegnato a vedere il pregiudizio dalla parte sia di chi lo pratica sia di chi lo subisce. Ma soprattutto si è rivelato una fantastica fonte di scherzi e ironie imperniati sulla diversità. Mi sono divertito a fare il terrone in Liguria e il Ligure in Terronia, a convincere persone conosciute su una spiaggia sarda che qui al mattino ci salutiamo tutti con un “ciao buliccio” e a tradurre in simultanea le commedie di Eduardo ad amici savonesi in difficoltà con il napoletano. E quando le mie figlie erano piccole, ho giocato insieme a loro persino con figli di genitori leghisti e qualche volta, ormai pervasi di buonismo, abbiamo addirittura aiutato quei disgraziati bambini a salire sull’altalena”.

Forse adesso tocca a noi riflettere sul nostro senso di appartenenza, sulla nostra identità e sui nostri vissuti, sull’orgoglio o la vergogna che ci spinge a gridare o ad omettere le nostre origini, sul quel senso di identificazione culturale, geografica e spirituale che ci rende cittadini del sud!

 

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