Non un calciatore né un uomo: Maradona è Napoli trionfante sul potere

Maradona dopo la vittoria del primo scudetto del Napoli

Voglio diventare l’idolo dei ragazzi poveri di Napoli, perché loro sono come ero io a Buenos Aires – Diego Armando Maradona

Diego Armando Maradona è il calciatore più forte mai nato, anche se qualcuno contesta tale fatto, ma non è questa la sede per decidere chi è il più forte di tutti i tempi, né quella attraverso cui raccontare in modo nudo e crudo la sua vita e le sue gesta sportive: questo è un lavoro che lasciamo ai biografi e a chi per professione si occupa calcio, oltre che alle centinaia di milioni di appassionati di ogni parte del mondo. Non parlerò nemmeno della sua vita privata, dei suoi guai con la legge e simili, se non con qualche leggero accenno ove fosse indispensabile: qui si parlerà di cosa ha significato e significa Maradona per la città di Napoli, per i Napoletani, per gli scugnizzi che ancora oggi giocano con la sua maglietta mmiezo ‘a via, litigano su chi sia il più forte tra Messi e Cristiano Ronaldo per poi risolvere con “vabbuò ma ‘o meglio è Maradona”, che si lamentano con chi non passa la palla: “nun fà Maradona!”.

L’argentino nato il 30 Ottobre 1960 è stato subito amato da Napoli, ed egli ha subito amato la città e la gente, anche se non poteva uscire di casa che di nascosto; ha sempre capito e apprezzato l’affetto, vedeva se stesso nelle persone, nei ragazzi che come lui possedevano soltanto un pallone e qualche sogno. Parlando della casa in cui ha trascorso l’infanzia, afferma: “non avevamo niente, non avevamo acqua, non avevamo luce, niente. Volevo solo prendere una casa a mia madre, bella”. Una madre della quale ha scoperto soltanto a dodici o tredici anni perché di notte aveva sempre mal di pancia: “non c’era da mangiare per lei, il poco che era per lei lo divideva fra di noi, e diceva sempre che le faceva male la pancia”. Questa, come tante altre famiglie di Villa Fiorito e del resto della periferia di Buenos Aires, ha visto Maradona a Napoli, comprendendo la quotidiana lotta con la miseria, con il sopruso, le ingiustizie, i pregiudizi, la voglia di riscatto, di camminare a testa alta. Maradona ha fatto gioire per la prima volta una città del Sud, che non aveva e non ha ancora oggi i mezzi economici per costruire squadre competitive, ha fatto arrivare lo scudetto a Napoli dopo che per pochissime volte si era fermato a Roma.

Diego Armando Maradona

Il 22 Febbraio 1986 il Napoli affrontava la trasferta contro i campioni d’Italia del Verona, e come in tantissimi stadi del Nord i Napoletani erano vittima fin da prima dell’inizio della partita di cori e striscioni razzisti, i quali si intensificarono dopo il vantaggio per due reti a zero in favore dei veronesi: “Benvenuti in Italia”, “Lavatevi”, “Vesuvio pensaci tu”. Pierpaolo Marino, allora direttore sportivo del Napoli, racconta che allora Maradona si avvicinò alla panchina e disse: “ora vado a vendicare i Napoletani”Segnò due gol, di cui uno con la nuca. Nella partita d’andata giocata a Fuorigrotta, vinta 5 a 0, Maradona segnò da più di trenta metri, defilato sulla sinistra, calciando con l’esterno sinistro un pallone di controbalzo, la sua prima vendetta contro i veronesi, poiché riguardo al campionato precedente, il suo primo in Italia, Diego disse: Ci ricevettero con uno striscione che mi aiutò a capire di colpo che la battaglia del Napoli non era solo calcistica: “Benvenuti in Italia” diceva. Era il Nord contro il Sud, i razzisti contro i poveri. Chiaro, loro finirono vincendo il campionato e noi…Ma quello striscione di Verona che mi aveva colpito nella mia prima partita della carriera in Italia, non lo avevo dimenticato”. Lo stesso Maradona poi, nel film-documentario girato da Emir Kusturica dal titolo “Maradona by Kusturica”, parla dell’importanza delle vittorie contro le squadre del Nord, prendendo ad esempio i 6 gol che il Napoli fece alla Juventus, a Torino: “C’era la sensazione che il Sud non potesse vincere contro il Nord. Andammo a giocare contro la Juve a Torino e gliene facemmo sei: sai che significa che una squadra del Sud gliene mette sei all’avvocato Agnelli?“.

La critica di Maradona non si ferma però al Nord dell’Italia e in generale al Nord del mondo, bensì va a colpire gli stessi abitanti dei Sud che, ricchi, si arricchiscono sempre di più alle spalle della gente. In una famosa intervista rilasciata a Gianni Minà, egli risponde al giornalista, il quale gli aveva chiesto cosa ha provato vedendo mezzo stadio San Paolo con la parrucca, in questo modo: “Non lo so, qualcuno lo ha fatto per guadagnare. A me piace quando la gente fa questo, io voglio che la gente viva; se la gente fa questo sì, però io non voglio che il miliardario si faccia più miliardario con Maradona, questo non lo sopporto proprio. Però se è la gente normale che si inventa la vita, che fa questo per vivere, io sono orgoglioso perché in parte anche Maradona gli dà il suo contributo”.

Maradona campione del mondo

Il giorno del primo scudetto del Napoli, il 10 maggio 1987, tutti i Napoletani esplosero, in città ma specialmente nei posti dove vivevano da emigrati, una giornata in cui per la prima volta erano loro a festeggiare e non il resto d’Italia; anche nelle altre città del Mezzogiorno festeggiavano, perché il Napoli era l’unica squadra che faceva onore al Sud, l’unica che era riuscita a spezzare un monopolio. Chiamatela inconscia o residuo di identità scaturente dalla circostanza che il Sud è unito sin dal 1130, chiamatela “solidarietà” che proviene dall’appartenenza a una zona depressa, chiamatela cortesia tra vicini o in qualunque altro modo volete, fatto sta che al Sud, quasi sempre, quando non si tratta della propria squadra del cuore si auspica la vittoria di quelle del Sud. Diego si rese conto, sapeva tutto ciò, e nei primi momenti successivi alla vittoria dello scudetto dell’87 dichiarò: “Abbiamo vinto tutti insieme, non è che abbiamo vinto noi e la gente che sta qui. Ha vinto la città di Napoli”.

“Io voglio solo il rispetto dei napoletani, non voglio il tifo, perché io e la mia nazionale sappiamo che il napoletano è italiano, solo che gli italiani devono capire che il napoletano è anche italiano. Nel mondiale di Italia ’90 giunse la definitiva rottura tra Maradona e gli Italiani, che in occasione della finale tra Germania e Argentina fischiarono l’inno della sua nazionale. Quando la telecamera passò davanti al suo volto disse due volte ¡Hijos de puta!: gli italiani odiavano Maradona e ciò che egli rappresentava, Maradona aveva scosso il sistema, era diventato troppo scomodo, non hanno mai accettato che i Napoletani e il Sud potessero avere un difensore il quale, grazie al talento e alle gesta sportive, poteva parlare ed essere sentito in tutto il mondo. Ognuno sapeva adesso cosa accadeva ogni domenica negli stadi italiani, cosa accadeva ogni giorno ai figli del Sud, specialmente dopo le parole di Diego in risposta alla federcalcio italiana, che invitò i Napoletani  a tifare per l’Italia e non per l’Argentina nella semifinale tra le due nazionali, allo stadio San Paolo: “Chiedono ai Napoletani di essere Italiani per una sera dopo che per 364 giorni all’anno li chiamano terroni“. 

Maradona, il numero 10

Ecco chi è Maradona per Napoli, non è un calciatore, non è un uomo, ma un simbolo; Diego è la prova che il riscatto di un popolo è possibile, e deve passare attraverso il coraggio, l’identità. Il Napoli non è una squadra, bensì una città che lotta per il proprio nome sempre e comunque, anche nello sport, sfidando il potere, sfidando le squadre degli imperatori dell’economia, come Agnelli, Berlusconi, Moratti e via di seguito, sfruttatori del lavoro e schiavizzatori, oppressori legalizzati, esecutori di un disegno che risale al 1861. Il Napoli è un collante, è lo strumento che tramanda la storia e la cultura di una grande capitale, la storia nascosta e scomoda che sui libri di scuola non c’è, è uno dei mezzi che tengono vivo l’orgoglio partenopeo, da trasferire nella vita di ogni giorno, da usare per la resurrezione di Partenope e del Sud ad ogni livello, sociale, culturale, economico. Napoli, l’altra patria di Maradona; Maradona, figlio di Napoli nato in Argentina: un argentino napoletano, se vogliamo parafrasare Eduardo Scarpetta. A Giampiero Galeazzi che gli domandava che significa Napoli per lui: “È la mia casa”.

Questo articolo fa parte della rubrica Figli illustri di Napoli“.

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