Denunciamo

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Foto di repertorio

I cori razzisti contro i napoletani prodotti dai tifosi di Juventus, Udinese e Roma, nello scorso turno di campionato, sono stati puniti soltanto con delle ammende. Lascia perplessi la decisione del giudice sportivo Gerardo Mastandrea che, invece di chiudere le curve incriminate, ha solo comminato una serie di multe. La decisione è giustificata dal fatto che al giudice sia pervenuta la segnalazione per “un solo coro insultante di matrice territoriale“, come riporta un comunicato della Lega di Serie A. La chiusura delle curve, invece, scatta nel momento in cui i cori sono ripetuti e numerosi.

Proprio il numero dei cori, quindi, sembra la discriminante che ha portato il giudice a graziare le tifoserie citate, tra l’altro anche recidive. Davanti a tutto ciò sorge una domanda: ma un solo coro razzista non è grave quanto una serie di cori? Eppure, i napoletani si aspettavano altro, soprattutto dopo le dure parole di condanna, che Gabriele Gravina, presidente Figc, ha pronunciato contro i cori discriminatori: “Ci sarà l’esatta applicazione di quanto prevedono le norme. Ho parlato con il presidente Aia Nicchi e il designatore di A Rizzoli invitandoli all’applicazione rigida del protocollo previsto. Le norme sono chiare: c’è il primo annuncio, nel secondo si riuniscono le squadre a centrocampo. Se si continua si va nello spogliatoio e poi si annuncia la sospensione“.

Via dirigibile Italia, San Pietro a Patierno

I rifiuti stanno letteralmente divorando la periferia di Napoli. Nonostante i buoni propositi e le varie iniziative, di de Magistris & Co., i quartieri periferici partenopei continuano, ormai da settimane, a versare in uno stato di abbandono e di degrado con tante mini discariche che “colorano” le strade, anche quelle principali. Vesuvio Live, in particolare, è stato in giro per San Pietro a Patierno, dove è prevista la nascita di uno dei due nuovi ecodistretti proposti da ASIA. Il quartiere, noto per aver dato i natali a Nino D’Angelo, si ritrova così tristemente sommerso da cumuli di immondizia, anche “impastata” a causa della pioggia che sta cadendo in questi giorni.

Partendo dal centralissimo viale Quattro Aprile (a pochi passi dall’Asl e dal principale parco del quartiere) la spazzatura la fa da padrona, andando ad intasare anche altre vie centrali come via Paternum. Non va meglio, ovviamente, nelle strade più marginali come quelle che costeggiano l’Aeroporto di Capodichino (ad esempio l’angolo di via Caproni o lo spiazzale intitolato a mons. Francesco Barbato) o in quella a ridosso dello Stadio comunale (tra gli impianti scelti per le Universiadi). Non sono esenti dal degrado neanche i luoghi di culto, con la cappellina intitolata alla Madonna, in via Agello, che può vantare la sua personale discarica. Va detto, però, che al malfunzionamento della raccolta si aggiunge l’inciviltà di tanti cittadini: l’esempio più lampante lo si ha in via dei Falegnami dove sono comparsi addirittura uno stenditoio e un tipico carrellino per la spesa.

Il quartiere di San Pietro a Patierno, come detto, è stato al centro della cronaca, sempre in tema di rifiuti, perchè è destinato ad ospitare uno dei due nuovi impianti (l’altro sorgerà a Scampia) di lavorazione delle “frazioni secche” provenienti dalla raccolta differenziata. Da Palazzo San Giacomo è arrivato il via libera al progetto di ASIA, facendo infuriare anche il vicino comune di Casoria. Infatti, l’ecodistretto dovrebbe essere allestito in via provinciale Casoria, proprio sul confine tra Casoria e San Pietro a Patierno. Una soluzione che, a detta dei promotori, dovrebbe combattere il congestionamento dovuto ai rifiuti, ma intanto le strade sono impraticabili e la gente è stanca.

Di seguito le foto che mostrano lo stato di alcune strade di San Pietro a Patierno:

Via Agello, San Pietro a Patierno
Via dei Falegnami, San Pietro a Patierno
Via comunale della Luce, San Pietro a Patierno
Via dirigibile Italia, San Pietro a Patierno
Via Paternum, San Pietro a Patierno
Viale IV Aprile, San Pietro a Patierno

Nonostante quanto affermato dai media e da molti politici il razzismo nei confronti dei meridionali non è mai del tutto passato. Casi, neanche troppo sporadici, mostrano che in molte regioni esiste ancora un diffuso disprezzo che si manifesta, generalmente, con attacchi immotivati e, per questo, ancor più fastidiosi.

L’ha testimoniato oggi Andrea Renzi, un attore di teatro fieramente napoletano a Milano. L’artista ha denunciato con un post sul suo profilo Facebook un’immotivata offesa da parte di un tassista milanese: “Simpaticamente apostrofato – scrive l’attore – “napoletano di merda” da tassista a Milano. Poveretto! Povera Patria! Ho la targa. Per fortuna è scappato se no lo fracassavo e il guaio lo passavo io.”

Renzi ha poi sdrammatizzato ricordando che, paradossalmente: “tifo pure Inter!”. Oltre le parole dell’attore, però, la realtà che emerge è ben più grave: un professionista è stato offeso in mezzo alla strada da uno sconosciuto per il semplice fatto di essere nato e cresciuto a Napoli. Nel 2018, quando si discute di abbattere ogni confine, ci sono ancora persone che sfogano la loro frustrazione in questo modo.

Il colera è una tossinfezione dell’intestino tenue segnalata già nel 1490, sulla zona del delta del Gange, da Vasco da Gama. Dopo la Rivoluzione Industriale i viaggi e i contatti tra popoli lontani aumentarono a dismisura e con questi anche la diffusione della malattia. A partire dal 1817 il morbo si diffuse in tutta Europa a causa della forte urbanizzazione e della vicinanza tra una città e l’altra.

La penisola italiana non fece eccezione e, già a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento, le autorità sanitarie degli Stati preunitari che maggiormente intrattenevano rapporti commerciali con altre nazioni corsero ai ripari. Vennero istituiti cordoni sanitari terrestri e marittimi, le navi provenienti da zone sospette dovevano osservare un regime di quarantena, ci fu l’istituzione di lazzaretti e furono varate leggi che prevedevano la pena di morte per tutti coloro i quali avessero violato tali disposizioni sanitarie.

Solo Genova, Livorno e Venezia non presero provvedimenti così rigidi in quanto una politica oltremodo intransigente avrebbe avuto forti ripercussioni sui traffici marittimi, principale motore della loro economia.

Il 27 luglio del 1835 il cordone venne rotto dai contrabbandieri e l’epidemia iniziò a diffondersi da Nizza verso Torino e Cuneo. In poco meno di un anno tutto il nord Italia venne travolto dal colera che si diffuse rapidissimamente. Nel 1837 furono contagiate anche Napoli e Bari. Con la fine dell’anno si credette che l’epidemia fosse stata scongiurata e i controlli iniziarono ad allentarsi ma la tossinfezione riscoppiò a Napoli coinvolgendo gran parte del Mezzogiorno continentale e la Sicilia.

Colera a Napoli
Colera, epidemia del 1973

Altre tre furono le ondate epidemiche che, nel corso del XIX secolo, riguardarono da vicino l’Italia. Il secondo focolare nacque in Russia e in Polonia e si diffuse ripercorrendo il corso del Danubio, i vettori della malattia furono i soldati austriaci impegnati nel contenimento dei moti del 1848.

Le prime zone colpite, sull’attuale territorio italiano, furono la Lombardia, il Veneto e qualche località dell’Emilia. Il fervore causato dal clima insurrezionale rese difficoltosa l’applicazione di quelle misure che si erano rivelate fondamentali per fronteggiare la prima emergenza.

Nel 1854 una nave che salpava dall’India alla volta dell’Inghilterra fu la causa della terza ondata epidemica. Le autorità inglesi non ravvisando il pericolo, permisero lo sbarco dei passeggeri. Il morbo corse veloce per l’Europa ancora una volta.

Genova fu la prima città italiana ad essere colpita ma non ritenne necessario avvisare gli organi preposti degli altri Stati preunitari che vennero sorpresi dalla nuova manifestazione di colera che fu molto violenta e si diffuse da nord a sud. Si pensi che il focolaio si spense solo dopo essersi diffuso in 4.468 comuni italiani contro i 2.998 della prima epidemia e i 364 della seconda. La quarta ed ultima epidemia si verificò tra il 1865 e il 1867.

Questa ebbe una portata ed una diffusione meno importanti in quanto le grandi città italiane avevano applicato le norme della conferenza sanitaria internazionale del 1851, aumentando di molto il livello d’igiene delle strade.
Le scoperte in ambito scientifico si rivelarono fondamentali per affrontare meglio la malattia che comunque si ripresentò ancora anche se con conseguenze meno devastanti rispetto ai casi riportati.

L’ultimo focolaio italiano degno di nota fu quello del 1893 ma grazie alla “legge per il risanamento della città di Napoli” sia il capoluogo campano che altre città italiane poterono usufruire d’importanti benefici come: l’edificazione di un nuovo sistema fognario, la realizzazione di nuove strade e quartieri. Tali provvedimenti resero le violente ondate epidemiche dei decenni precedenti solo un triste ricordo.

Per quanto riguarda Napoli, l’ultimo episodio rilevante di colera tra la popolazione risale al 1973, quando a diffondere il morbo fu una partita di cozze proveniente dalla Tunisia. Napoli debellò il colera in una ventina di giorni, mentre Barcellona impiegò addirittura due anni. Circostanze che, tuttavia, impiegarono molto tempo prima di essere raccontate  dai giornali, quando ormai la città partenopea fu additata ed etichettata. Pregiudizi che, senza motivo, resistono ancora oggi e vengono sbandierata ad ogni possibile occasione, come successo nei recenti casi di contagio di cui sono state protagoniste alcune persone, le quali hanno contratto la malattia all’estero.

Napoli“Il lungomare di Napoli e la spiaggia di Mappatella sono tornati a essere puliti grazie all’operazione di pulizia straordinaria disposta dalla delegata al mare del Comune di Napoli, Daniela Villani, ma resta il rammarico per lo spreco di risorse che c’è stato per ripulire il frutto dell’inciviltà di chi usa il mare come un’immensa pattumiera”.

Lo hanno detto i Verdi, con il consigliere regionale Francesco Emilio Borrelli e il consigliere comunale Marco Gaudini, che sono andati a fare un sopralluogo, evidenziando che “il Comune ha dovuto impiegare uomini e mezzi della Cooperativa 25 giugno, e quindi soldi pubblici, per ripulire la spiaggia e l’area della scogliera che erano stati invasi dalla spazzatura riportata dal mare con le mareggiate dei giorni scorsi”.

“Ci auguriamo che quelle immagini del lungomare pieno di spazzatura abbia convinto qualcuno a non usare più il mare come una discarica perché la natura restituisce il male che le facciamo con gli interessi, come è capitato anche con gli alberi che cadono per la mancata manutenzione” hanno aggiunto i due rappresentanti del Sole che ride segnalando che “resta invece sporco lo spazio d’acqua antistante il Borgo Marinari che ha riportato in superficie tanti rifiuti, soprattutto bottiglie di plastica, gettati dagli incivili in mare”.

Napoli non è più la prima in Italia per i furti d’auto, ma i costi per le assicurazioni “furto e incendio” delle stesse non fanno registrare cali. Infatti, la città partenopea, nella classifica nera dei furti denunciati nel 2017, è stata per la prima volta spodestata da Roma che si attesta come la peggiore d’Italia.

Non si può certo dire che il secondo posto sia un risultato esaltante, ma resta pur sempre una magra consolazione. Perché magra? Perché come detto all’ombra del Vesuvio si paga sempre di più, rispetto alle altre città, anche per le spese accessorie, come “furto e incendio”. Facendo il confronto proprio con Roma, ad esempio, a Napoli si paga 139 euro (premio assicurativo escluso), mentre nella capitale con 64 euro si registra un prezzo più basso di oltre il 50%. L’ampio divario si ripresenta anche nel confronto con Milano (terza per furti) dove rispetto a Napoli si paga il 200% in meno (45 euro).

I dati emergono da una ricerca diffusa da Facile.it che ha analizzato il fenomeno prendendo come profilo di riferimento un automobilista di 43 anni, classe di merito 1, proprietario di un’auto station wagon familiare 5 porte del 2014 (valore attuale di mercato circa 7.000 euro).

Mettendo a confronto, poi, Nord e Sud si può evidenziare, ad esempio, che città come Torino e Bari (rispettivamente 6a e 4a per furti) si ritrovino a pagare somme decisamente lontane nonostante le statistiche sui furti siano simili. Assicurare la macchina per “furto e incendio” nella città piemontese porta ad una spesa di circa 45 euro (come Milano), mentre cambia totalmente il discorso per Bari che è quella che si avvicina di più a Napoli con 111 euro (più del doppio).

La soluzione più giusta, infatti, sarebbe far pagare di più lì dove si consumano più furti: Napoli sarebbe allora seconda dietro Roma, e a Bari si pagherebbe meno rispetto a Milano. Dalle tariffe, invece, risulta una arbitraria spartizione tra nord e sud, in cui a essere penalizzato è come sempre il Mezzogiorno.

Riportiamo l’appello ai media di un agricoltore vesuviano, portavoce di un disagio che non ha trovato ascolto da parte delle autorità competenti. Complice l’accorpamento all’Arma del corpo Forestale la dispersione e l’esiguità di uomini e mezzi ha lasciato finora inascoltate le richieste d’aiuto. Di seguito la denuncia e le foto che documentano la portata del problema, di grande impatto ambientale.

Queste sono solo alcune foto di una discarica a cielo aperto, a due passi dalla sede del Corpo Forestale dello Stato a Via Cifelli, Trecase, in pieno Parco Nazionale del Vesuvio.

Il terreno è di proprietà di un privato che non lo ha mai neanche recintato e, guarda caso, di fronte alla varie denunce ricevute non ha mai neanche lontanamente tentato una difesa.

Il paradosso è che i carabinieri della forestale (perché oramai tali sono diventati) ostacolano qualsiasi agricoltore o privato cittadino che brucia due sterpaglie o i resti delle potature invernali, per non parlare di piccole opere di transennamento o di abbattimento di alberi prossimi al crollo (più volte abbiamo richiesto al corpo forestale cosa dovessimo fare in caso di alberi pericolanti e la risposta è sempre stata quella di aspettarne la caduta), mentre nulla possono di fronte ad una cosa che ha un altissimo impatto ambientale.

I rifiuti, spesso ingombranti non smaltiti o e pericolosi, sono stati bruciati nell’incendio di due estati fa e a causa delle piogge e del dissesto idrogeologico scendono a valle e nelle terre confinanti come la mia, portati da fango e pietre.

Di fronte a svariate proteste la risposta dei forestali è stata lapidaria: loro possono solo accertare la presenza dei rifiuti e inoltrare denuncia alla magistratura, ma lo stoccaggio, bonifica e rimozione dei rifiuti speciali spetta al privato che ha a sua volta sversato ed incendiato, il quale nel 90% dei casi è un mero prestanome ultra 80enne nullatenente al quale poco importa di dover affrontare un processo di questo tipo.

Distinti saluti, un agricoltore ed abitante del Vesuviano“.

FOTO

terra dei fuochi Caserta – “Dalle 6 di stamattina si sta incendiando un capannone ricolmo di rifiuti nella zona industriale di Marcianise. Si tratta del capannone della Lea, l’azienda da me chiusa e successivamente sequestrata dalla magistratura. È un grande disastro ambientale. Stanno bruciando tonnellate e tonnellate di rifiuti, ammassate nel capannone cui recentemente erano stati apposti i sigilli dopo che avevo sollevato il caso quest’estate piantando all’esterno un ombrellone per protestare contro un’insopportabile puzza. 

“Sul posto ci sono quattro squadre dei vigili del fuoco di diversi distaccamenti della provincia di Caserta, altre due sono in arrivo da Napoli. Ci avviamo a vivere una giornata drammatica: il fumo rischia di avvolgere la città. È un grande disastro ambientale, più di quanto si possa immaginare. È una drammatica sconfitta per tutti quelli che cercano di difendere l’ambiente, non solo a Marcianise”.

Questo che vi abbiamo riportato è il contenuto del post pubblicato sul proprio profilo Facebook dal sindaco di Marcianise, Antonello Velardi, che avverte dell’immane disastro ambientale che si sta verificando in queste ore. È dalle 6 di questa mattina che un capannone colmo di rifiuti sta bruciando. Una situazione critica che ha mobilitato squadre di vigili del fuoco provenienti da tutta la provincia di Caserta e anche da Napoli. È l’ennesimo disastro ambientale della Terra dei Fuochi.

 

La scuola italiana, oltre a cadere a pezzi, sembra non riuscire neanche più ad offrire ai suoi studenti cose basilari come carta igienica e sapone, con le mamma costrette a sborsare soldi extra per metterci una pezza. A denunciare il fatto è Luca Abete, in un servizio per Striscia la Notizia. Facendo il giro delle scuole di Napoli e provincia, Abete ha raccolto le testimonianze di diverse mamma che, chi più e chi meno, hanno ammesso di dare un contributo alle scuole.

Portiamo tutto noi, dalla carta igienica ai fazzoletti. Ogni mamma dà due euro alla rappresentante di classe“, dice una mamma che spiega anche come la cosa vada avanti da anni. Ma c’è anche chi paga direttamente alle maestre un contributo annuale: “20 euro all’anno, perché dicono che non ci sono fondi“.

Lo Stato non dà niente“, dice sconfortata un’altra signora. Una situazione paradossale, quindi, che addirittura ha visto i genitori dover provvedere all’acquisto di una lavagna o, nel caso di “un papà gentile”, il ripristino di aule malridotte.

Non mancano lamentele, ovviamente, anche su igiene e pulizia con le mamme che denunciano la presenza di topi, pidocchi e vermi. Napoli, però, non è l’unica ad essere colpita da questo malfunzionamento. Infatti, come mostra ancora il servizio, casi di bambini costretti a portare carta igienica e sapone liquido si sono registrati anche a Palermo, Roma e nella regione Sardegna.

Una situazione paradossale, dicevamo, se si pensa che nel 2016 l’allora ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, annunciò nuovi fondi proprio per evitare che “i genitori portino a scuola penne, pennarelli e carta igienica“. Un flop che appartiene alla “buona scuola“, ma che sembra destinato a durare anche con il Governo giallo-verde che, stando alla bozza della Legge di Bilancio, ha in programma un taglio per la scuola di 100 milioni di euro.

Una contraddizione non da poco per un esecutivo che annuncia, ad esempio, di voler “cancellare la camorra”, ma intanto affossa ulteriormente la già devastata cultura.

Origine del nome Campania - Terra di Lavoro

Origine del nome Campania - Terra di LavoroNegli ultimi 16 anni 1 milione e 833mila persone hanno lasciato il Sud, di cui la metà giovani tra i 18 e i 35 anni. Questi i dati diffusi da Svimez, di cui vi abbiamo parlato qualche tempo fa, che evidenziano una vera e propria emergenza: il Mezzogiorno si sta svuotando, dunque sta morendo. La disoccupazione è alle stelle, con 310mila posti di lavoro andati in fumo tra 2008 e 2017.

L’emigrazione non si ferma neanche in Campania. La nostra regione ha perso 7mila residenti solo nel 2017, partiti per cercare lavoro in altre terre, soprattutto nel Nord Italia e all’estero. Si tratta spesso di giovani o di neo pensionati, attratti da un fisco più favorevole fuori dai confini nazionali.

Quello dello svuotamento, purtroppo, non è soltanto uno spauracchio. Secondo uno studio riportato dal Corriere del Mozzogiorno, sei comuni della Campania rischiano di scomparire: si tratta di Castelnuovo di Conza, Gallo Matese, Santomenna, Cairano, Castelvetere in Val Fortore, Conza della Campania.

Si tratta sì di paesi molto piccoli, con qualche centinaio di abitanti, ma che d’altra parte sono riusciti a sopravvivere fino ad oggi. Che la loro scomparsa sia prospettata proprio nel nostro periodo storico non è casuale, non è un fattore da sottovalutare.

Proprio la mentalità alla “Dio ci pensa” ha portato a questi disastrosi risultati sulla vita sociale, economica e culturale di una terra, il Mezzogiorno, che è stato sempre punto di arrivo di genti da ogni parte del Mediterraneo. Una terra bella, accogliente, fertile, ricca. È un paradosso che si stia svuotando, il fallimento di un’Italia che non è mai riuscita a dare al Sud la dimensione che a esso spetta.

Il Meridione, infatti, per decenni è stato un bacino di manodopera a basso costo, oltre che di carne da macello da impiegare in due guerre mondiali. L’emigrazione verso il Nord Italia, il Nord Europa e le Americhe ha flagellato quella che una volta era la Magna Grecia, un motore di civilizzazione per il mondo intero.

Ieri nell’attesissima puntata di Report, sul triangolo tra Juventus- Ndrangheta e ultras, sono emerse delle presunte verità sconvolgenti. Una società, quella della Juventus, ostaggio e complice di una parte della tifoseria mafiosa, che è riuscita da sempre non solo a dettare legge ma a spuntarla sempre per ogni capriccio e per ogni personale imposizione. E anche se i dirigenti dei piani alti non trattavano direttamente con questi tifosi, sarebbero stati a conoscenza delle loro subdole, meschine e sporche magagne e non avrebbe mai fatto niente né per mettere freno a tutto questo, né per denunciare una situazione ormai incontrollabile.

Tra i tanti argomenti emersi ieri, dalla tifoseria macchiata e infiltrata da gruppi di tifosi legali alla malavita, alla misteriosa morte dell’ultras, il cui suicidio è stato presentato, con sostegno di prove, come o un’istigazione o una “copertura” di un vero omicidio, si è parlato anche di uno degli atti più spregevoli e inumani che la tifoseria bianconera si sia macchiata: l’esposizione di striscioni indegni che inneggiavano alla strage di Superga, durante il derby contro il Torino del 23 febbraio 2014.

Ma come è possibile che questi striscioni vergogna sia riusciti ad entrare nello stadio? Report ha spiegato come è stato possibile tutto ciò.

Figura di spicco che appare nelle trattative è il manager della security Alessandro D’Angelo, il quale era a conoscenza dell’affronto che gli ultras stavano pianificando di compiere con quegli striscioni vergognosi. E lo ha permesso, anzi li ha agevolati.

Il tutto emerge da alcune intercettazioni telefoniche tra il manager e il tifoso morto, Raffaello Bucci. Il manager palesa la sua disponibilità ad aiutare la tifoseria e anche a pagare la sicura multa per quegli striscioni offensivi, anche se durante la chiamata dice: “No ti prego, no Superga”. Ma il capo della sicurezza è così sotto scacco che non può trattare. E alla fine Superga fu. Con due striscioni: “Quando volo penso al Toro” e “Solo uno schianto”

E come riescono a  svincolarsi dalla sicurezza? Facendo entrare gli striscioni, chiusi in due zaini, attraverso il camion del cibo e delle bevande, che non venne controllato dalla sicurezza. E per evitare problemi è il capo della sicurezza che si assicura anche la complicità del capo del ristoro.

Andrea Agnelli, solo successivamente, ne venne a conoscenza. Anche se non si è sporcato le mani direttamente nella trattativa, il presidente della Juventus seppe chi fece entrare striscioni non leciti allo stadio. Eppure nonostante le telecamere di sicurezza avessero immortalato il capo della sicurezza che contrattava con gli ultras, Andrea Agnelli non denunciò. Fece solo un blando rimprovero a D’Angelo.

Per poi, il giorno dopo il derby, criticare quello scempio con un tweet: “No agli striscioni canaglia”.

Bene, in quella tragedia sono morti 31 giocatori innocenti. Giocatori del “Grande Torino” che con le loro imprese calcistiche avevano portato all’apice il nome dell’Italia calcistica. In quella tragedia sono morti 31 padri, figli, fratelli di famiglie inconsolabili. E a prescindere dall’orrore mafioso che c’è dietro, questi tifosi hanno giocato con la sensibilità, il cuore di tante persone, sbeffeggiando la morte. Un atto atroce. Un gesto insano e malato.

Ecco il servizio di Report:

Aggressione razzista

Aggressione razzista

Violenta aggressione razzista a Castel Volturno. Come racconta Fanpage.it, Jerry, 29enne immigrato dal Ghana, è stato colpito alle spalle mentre scendeva dal bus che prendeva tutti i giorni per andare a lavorare. Già, Jerry era un saldatore, ma adesso a causa di una folle aggressione razzista si ritrova paraplegico su una sedie a rotelle.

Questa la testimonianza del giovane Jerry: “Ho chiesto all’autista del pullman di poter scendere e mi sono alzato dal mio posto per far accomodare una signora. C’era una persona avanti a me a cui ho chiesto cortesemente di farmi passare per scendere. Lui mi ha mandato a quel paese. Io gli ripetevo ‘Scusa mi fai scendere?’. L’ho ripetuto tre volte senza avere risposta.”

Appena è riuscito a superarlo e si stava apprestando per scendere: “Lui mi ha sferrato un colpo alle spalle e sono caduto fuori dal pullman.” Quel colpo infame ha segnato per sempre la vita di Jerry. L’aggressore, non contento, ha continuato a inferire sul suo corpo riverso a terra e ormai senza difese di Jerry. Quella violenta aggressione razzista ha causato al giovane immigrato ghanese la paralisi degli arti inferiori e la mobilità delle braccia e delle mani.

I referti medici sono chiari e non lasciano alcun dubbio. Recitano: “al sottoscritto è stata diagnosticata la paraplegia degli arti inferiori e la diparesi degli arti superiori. La predetta diagnosi risulta definitiva.” La polizia ha portato subito l’aggressore in caserma mentre Jerry veniva soccorso dal 118. Adesso la vita di Jerry è cambiata per sempre. L’uomo sarà costretto a non poter fare a meno della sedia a rotelle e ad essere assistito 24 ore su 24.

Il fatto diventa ancor più drammatico quando Jerry evidenzia che è stato aggredito da uno sconosciuto. L’immigrato ghanese infatti non conosceva chi fosse quel “uomo” che con un colpo alle spalle ha deciso di cambiare la sua vita per sempre.

Napoli – Il quotidiano Libero ha messo in vendita, insieme alla sua ultima edizione, anche una pistola caricata con spray al peperoncino. L’idea è quella di fornire i lettori di un’arma per difendersi da qualunque aggressione. Il problema è che un simile oggetto è pericolosissimo, un’arma a tutti gli effetti che può causare seri danni alla vittima. Venderlo insieme ad un giornale potrebbe farlo arrivare nelle mani sbagliate o, comunque, mettere in circolazione strumenti lesivi.

Per questo motivo moltissimi edicolanti napoletani hanno deciso di non aderire a questa iniziativa e di non vendere l’accessorio a nessuno. Una scelta nata dalle numerose polemiche che hanno accompagnato la scelta di Libero.

Napoli dice No alla pistola al peperoncino messa in vendita insieme a Libero e ci auguriamo che tutti gli edicolanti seguano l’esempio delle decine di rivenditori di giornali che hanno deciso di non vendere il ‘gadget’ insolito messo a disposizione dei lettori dal giornale di Feltri“.

Lo hanno detto il consigliere regionale dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli, e il conduttore de La radiazza di RadioMarte, Gianni Simioli, che, insieme a don Tonino Palmese, da sempre impegnato contro la violenza, hanno promosso una campagna di sensibilizzazione per scongiurare la vendita e l’acquisto di quella pistola.

“Sono tantissimi gli edicolanti che hanno deciso di accogliere il nostro appello, tra cui Giuseppe Parente, che ha un’edicola alla Torretta, e Fabio Di Martino, che ha un’edicola in piazza Carolina, i primi a esporre cartelli in cui si avvisano i potenziali acquirenti che loro non vendono la pistola al peperoncino” hanno aggiunto Borrelli e Simioli per i quali “quest’iniziativa è pericolosa e diseducativa per diversi motivi”.

“Tanto per cominciare nessuno potrà impedire che quelle pistole vadano nelle mani dei ragazzini e dei bambini, così come potrebbero essere scambiate per vere da qualche delinquente che potrebbe reagire usando armi vere” hanno continuato Borrelli e Simioli per i quali “l’iniziativa di Libero tende a inculcare l’idea della necessità di armarsi perché s’è scelto di mettere in vendita una pistola e non il classico spray al peperoncino”.

“Non abbiamo bisogno di iniziative come questa in un Paese in cui si ragiona sempre di più con la pancia, piuttosto che con la testa e con il cuore. Chi ci garantisce che quella pistola non venga poi usata per offendere e non per difendere? E chi ci garantisce che qualcuno pensi di usarla mettendo a rischio la sua vita perché potrebbe trovarsi di fronte a una pistola vera?” ha invece detto don Tonino Palmese.

Al Sud, adesso, tocca difendersi anche dagli attacchi di matrice razzista del segretario del PD, Maurizio Martina. Se Matteo Salvini e la Lega Nord hanno abbandonato quella linea puramente per motivi di convenienza, avendo bisogno di un nuovo bacino elettorale dopo il forte calo di consenso al Nord degli scorsi anni, quella di Martina sembra l’ennesima zappata sui piedi di un partito allo sbando, in crollo vertiginoso, incapace di proporre un’alternativa a Movimento 5 Stelle e Lega Nord.

Nella puntata di martedì 16 ottobre il segretario del PD si è macchiato di un’affermazione gravissima: no al reddito di cittadinanza perché al Sud sono disonesti:

Nel Sud iniziano già a girare, purtroppo, alcuni ragionamenti pericolosi della serie: “Vado a lavorare in nero, non vado a lavorare a contratto, in chiaro, perché così prendo il reddito di cittadinanza. Io mi preoccupo.

Una dichiarazione di gravità inaudita, degna del peggiore Umberto Bossi, quando la Lega Nord ancora non aveva capito che per governare bisognava spostare la rabbia su un avversario che non ha diritto di voto in Italia.

Il segretario del PD, incapace di attaccare gli avversari sul terreno politico, ha probabilmente tentato di riportare dalla sua parte quei cittadini, storici sostenitori della Lega, che mal vedono l’inversione di tendenza data da Matteo Salvini. E lo ha fatto usando il razzismo, salvo poi denunciare la deriva razzista del Paese di cui sarebbe responsabile il nuovo Governo.

D’altra parte, la posizione di Martina conferma quello che abbiamo sempre sostenuto: non è una questione di destra, sinistra e centro, è una questione di Italia in quanto nazione fondata sul pregiudizio e il razzismo nei confronti dei meridionali. Che siano verdi, rossi, gialli, arancioni o ciclamino la sostanza non cambia. Un’Italia fondata sullo sfruttamento della colonia interna Sud.

Ciro Rigotti, 62 anni e un tumore in fase terminale che lo ha ridotto a trenta kg. Trascurato da medici e secondini, che gli hanno dato solo e sempre blande gocce per il dolore, i domiciliari implorati dai familiari sono arrivati quando ormai non c’era più nulla da fare e all’uomo era rimasta solo la forza di esprimere un ultimo desiderio: morire a casa propria.

E ancora Diego Cinque, morto suicida a trentacinque anni, il terzo in pochi giorni. Ciò che accade dietro i cancelli di Poggioreale ne fa un unicum senza precedenti nella storia della detenzione italiana: abbiamo intervistato Pietro Ioia, instancabile portavoce dei detenuti e punto di riferimento per le famiglie con la sua associazione Ex Don- Detenuti Organizzati Napoletani.

Pietro, ex detenuto di Poggioreale, ha denunciato per primo gli orrori di quella tristemente passata alla storia come La Cella Zero: una stanza vuota, senza contrassegni né monitoraggio, dove migliaia di detenuti sono stati massacrati a sangue dalla polizia penitenziaria, per i più futili motivi. Un’atmosfera da lager, un suicida al giorno, la dignità negata da divise indegne. Hitler, Piccolo Boss e gli altri aguzzini sono stati allontanati e sono tuttora in attesa di giudizio in seguito alla maxi-indagine scattata grazie alla sua denuncia e al suo libro verità, che è diventato uno spettacolo e potrebbe essere presto un film. Eppure a Poggioreale si continua a morire.

“La Cella Zero non esiste più, eppure il carcere di Poggioreale balza agli onori delle cronache quasi quotidianamente per un suicidio, un decesso improvviso. Le famiglie non sono tranquille.
Quali sono le condizioni? Tu hai dichiarato “che dovrebbe chiudere”

Il provvedimento di ordinamento penitenziario, tanto sbandierato da destra e sinistra, per migliorare le condizioni di vita nelle carceri, alla fine è rimasto carta morta. Poggioreale, poi, dovrebbe chiudere a priori: è un edificio del secolo scorso, ha una struttura di cento anni che non è più a norma. Secondo le leggi europee non dovrebbero più esistere carceri nei centro città. Poggioreale non rispetta mai la sua capienza che è pari a 1590 detenuti, sta sempre sui 2002- 2003- 2400 detenuti. Ai miei tempi eravamo addirittura 2800. Le celle sono superaffollate: è contro ogni logica umana convivere in spazi così stretti con altri sette, otto o nove detenuti. La legge prescrive due persone a cella. E’ qualcosa che consuma.”

“Sono le cattive condizioni di vita a spingere al suicidio?”

Assolutamente sì. Poggioreale è una macchina di morte. Te lo spiego con tre M: Poggioreale produce Malavita, Malasanità e Morte.”

“La Cella Zero ha chiuso i battenti, i colpevoli sono stati allontanati. In qualità di punto di riferimento per detenuti e famiglie puoi assicurarci che non ci sono abusi e responsabilità da parte degli agenti?”

No, in questi casi le guardie non hanno colpe. I suicidi in carcere non si possono prevedere. Per quanto riguarda gli abusi nella Cella Zero, i colpevoli sono stati allontanati e sono in attesa di giudizio. Ormai il bubbone delle denunce è stato scoperchiato: ai vecchi tempi non si torna, c’è la paura di essere denunciati. A questo ha contribuito enormemente anche il caso Cucchi.

“Eppure il signor Ciro Rigotti, malato terminale, è finito in coma prima di essere lasciato andare. Solo l’impegno tuo, dell’associazione e della figlia sono riusciti ad assicurargli una morte dignitosa”
Il caso Rigotti è un caso particolare. Persino il tribunale ormai sembra imbarbarito. Il signor Rigotti non era stato condannato in via definitiva, era ancora appellante: era stato condannato in primo grado ma per quel che ne sappiamo poteva anche essere innocente. Gli altri due gradi di giudizio non si erano ancora pronunciati. Solo con enormi pressioni sull’avvocato e sul giudice della corte d’Appello siamo riusciti ad esaudire il suo ultimo desiderio di morire a casa. E’ un condannato a morte dalla malasanità carceraria: è stato un medico esterno, pagato dalla famiglia, a diagnosticargli il tumore. In carcere i medici non mettono piede, se l’avessero preso in tempo forse le cose sarebbero state diverse. Continuava ad avere emorragie nasali. A Poggioreale gli hanno semplicemente messo un tampone, lo ha tenuto quindici giorni. Quindici. Ai colloqui era sempre più smagrito, la famiglia allora chiamò un medico. A Poggioreale invece non fanno che tamponare, sono approssimativi, risolvono tutto con la stessa pasticca, uguale per tutti

“Quanto influisce tutto questo sulle recidive e la mancata rieducazione del detenuto?”

Poggioreale è uno strumento di criminalità. Ragazzi giovani,finiti in carcere magari per la prima volta e che potrebbero ancora redimersi, finiscono in cella con criminali incalliti. Escono senza speranza ma pieni di nozioni criminali. Esiste un padiglione per chi è alla sua prima volta, ma ci entrano venti, trenta persone ogni volta: non c’è spazio, si finisce sempre tra grossi spacciatori, grossi rapinatori. Ne esci incattivito come da una scuola criminale. E’ il sovraffollamento che spiega le recidive

“Come è possibile che tante irregolarità sfuggano alle ispezioni? Che nemmeno l’aumentare delle morti in cella e il mobilitarsi dei media e dell’ arte cambi le cose? “

Le visite ispettive sono fatte dai politici in giacca e cravatta che si fermano alla superficie. Sono visite guidate, che non vanno al cuore dei problemi: quando ho partecipato sono andato dove sapevo ci fosse il marcio, nel Padiglione Milano dove ci sono materassi di spugna vecchi di dieci anni che non vengono cambiati, dove una cella ospita dieci persone. Sono un ex detenuto, so dove cercare. Ho denunciato tutti i problemi volta per volta. Le visite poi mi sono state vietate. I politici invece dopo una visita hanno sempre detto che andava tutto bene. Si, c’era qualche problema, ma era tutto ok. Il mio intervento alle Iene tre mesi fa ha destato enorme clamore ma non è cambiato niente. Sono stato attaccato da tutti, persino dal prete. Per il Garante è tutto regolare. Ci sono state tre morti nel frattempo e in una cella si e una no ci sono droga e telefonini. E’ una polveriera pronta ad esplodere, lo dico per esperienza. L’ultima? Un detenuto si è impiccato nel padiglione Napoli, è rimasto lì 4-5 ore. Le guardie lo hanno visto, ma passavano oltre. Tutto il padiglione ha dovuto ribellarsi perchè spostassero il morto.

“Sotto la direzione illuminata di Antonio Fullone il carcere era cambiato. Non era più il mostro di pietra, come lo definisci tu. Era stata introdotta la socialità, i diritti erano stati ripristinati”

Il dottor Fullone era così bravo che lo hanno mandato via. Sotto di lui il carcere era sceso a 1750 detenuti. Si impose sul Dap di Roma, l’autorità che smista i detenuti. Se non avessero sfollato di mille detenuti il carcere non avrebbe accettato l’incarico. Disse che 2700 detenuti non sarebbe riuscito a far bene il suo lavoro. La nuova direzione non ha saputo imporsi allo stesso modo, il carcere si è riaffollato in pochi anni. Io ricevo venti lettere al mese dai detenuti: non chiedono di uscire, vogliono pagare, sanno che hanno sbagliato. Chiedono solo di essere curati, che mandino uno specialista quando c’è bisogno. Non c’è più fornitura: devono provvedere da soli a comprare tutto, con prezzi maggiorati rispetto all’esterno. C’è un business enorme. C’è la stessa ditta da anni, per il prezzario ci battiamo da anni”

“Quali sono i prossimi progetti?”

Il 3 novembre ci sarà il prossimo presidio per chiedere la chiusura del carcere. Nel frattempo non smetto di dare voce ai detenuti. Il 23 novembre c’è la quarta udienza dei fatti della Cella Zero, le altre sono state rinviate. Tentano di far andare il reato in prescrizione. I colpevoli continuano a lavorare in altre carceri. Hanno massacrato migliaia e migliaia di detenuti. Quello che io ero prima era una cattiva persona, è la verità. Adesso sono una brava persona, loro mai. Col caso Cucchi qualcosa si è mosso, magari confessasse qualcuno di Poggioreale. Il carabiniere che ha confessato è stato fermato dai suoi superiori, avrebbe voluto parlare prima, glielo hanno impedito. Continuiamo a combattere

Domenica 7 ottobre, il 12enne Alex Buonocore, tifosissimo del Calcio Napoli, scende in campo con i suoi idoli per il posticipo pomeridiano dell’ottava giornata di Serie A tra gli azzurri ed il Sassuolo: potrebbe essere l’inizio di un sogno, invece il tutto si trasforma in un incubo. Colpa dei tanti, troppi, utenti social che allo scorrere dei primi piani sui calciatori, prima del fischio iniziale, si soffermano sul peso di Alex piuttosto che sul suo sorriso o sui suoi occhi emozionati.

Ne derivano una serie di post cattivi e vergognosi, non giustificabili dal non sapere della malattia con cui Alex combatte praticamente da quando è nato, e che per pochi minuti quel pomeriggio in mezzo allo stadio dei suoi beniamini aveva cancellato.

post su bambino obeso

Da cancellare, invece, sono rimaste solo le battute, ipotesi per nulla divertenti su cosa potesse aver arrotondato la pancia di un ragazzino di soli 12 anni, dal più classico pallone a Lorenzo Insigne in persona. Nessuno ha pensato, invece, che potesse essere stata una malattia. Ma se anche fosse stata pura golosità, nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di offendere, per giunta pubblicamente, una qualsiasi altra persona, a maggior ragione se minorenne.

Alex Buonocore

Fortunatamente tanti, in questi ultimi giorni, sono anche i messaggi giunti a difesa di Alex – sempre attraverso i social network – che hanno invece condannato duramente chi si è macchiato di una simile vergogna e che hanno augurato al ragazzo una pronta guarigione dal suo male, sicuramente molto più curabile della stupidità dei tanti che l’hanno offeso.

Domus con lussuosi affreschi, scheletri di pompeiani in fuga e, ultimo ma solo in ordine di tempo, il meraviglioso “Larario” scoperto pochi giorni fa. E’ quanto sta emergendo dalla Regio V dell’area archeologica di Pompei.

Un immenso e unico patrimonio che sta regalando al mondo incredibili sorprese, oltre a documentare meglio la vita quotidiana dei romani e a spiegare, come in un libro di storia, ciò che è accaduto nei terribili istanti dell’eruzione del Vesuvio.

Ma la sensazione che si sta avendo dopo questi ritrovamenti è quella di voler spostare l’attenzione verso altro, cioè accendere i riflettori sui magnifici reperti per poi spegnerli sui veri problemi di Pompei e dei beni culturali italiani. Infatti servono nuove assunzioni di tecnici, custodi e operai per tutelare e valorizzare l’immenso patrimonio che sta venendo fuori dallo scavo della Regio V, finanziato dal Grande Progetto Pompei.

A lanciare l’allarme è il segretario generale della CISL FP Campania, Lorenzo Medici in un comunicato: “Siamo certi che gli investimenti di denaro pubblico deliberati per il Parco Archeologico di Pompei diventeranno inutili se non saranno indetti concorsi pubblici per fronteggiare la carenza di personale”.

Si stanno disotterrando tesori dall’inestimabile valore pur sapendo di non poterli tutelare: “Risulterà uno spreco di soldi se non si mette mano a nuovi concorsi per assumere custodi, restauratori, operai, infatti manca personale tecnico da adibire ai lavori di ordinaria manutenzione, essenziale per assicurare la conservazione dei mosaici, affreschi, stucchi ed edifici antichi, già oggetto di interventi straordinari“.

Infine l’attenzione è rivolta ai giovani, con una richiesta al nuovo Ministro: “Chiediamo di attenzionare i bandi, al fine di evitare che s’includa l’esperienza di lavoro come titolo di ammissione alla partecipazione che servirebbe solo a favorire chi ha avuto la fortuna di lavorare nel MiBAC, abbiamo molti giovani laureati e non, che conoscono qualcosa ma non qualcuno che gli abbia dato l’opportunità di lavorare per acquisire conoscenze“.

Il devastante incendio di luglio 2017 sul Vesuvio si fa ancora sentire, e sarà così ancora per lungo tempo. Oltre che coi danni attuali alla vegetazione, agli animali e alla bellezza stessa del parco, bisogna fare attenzione a quelli eventuali che potrebbero verificarsi a causa di frane e smottamenti.

L’assenza di alberi, infatti, impedisce al suolo di assorbire le piogge in modo corretto, in modo tale che le acque scorrano lungo i pendii acquistando velocità, portando con sé detriti e preparando le condizioni al verificarsi di frane.

“Servono controlli immediati e interventi che garantiscano la sicurezza di chi abita a ridosso del Vesuvio perché le piogge dei giorni scorsi hanno creato smottamenti nelle zone percorse dal fuoco nell’estate del 2017”.

A denunciarlo i Verdi, con il consigliere regionale Francesco Emilio Borrelli e il consigliere comunale di Napoli, Stefano Buono, aggiungendo che “sabato scorso i residenti del Quartiere San Vito di Ercolano hanno temuto il quartiere, e anche via Benedetto Cozzolino, si è trovata invasa da un fiume di materiale pietroso ma anche tronchi che scendevano dal versante ercolanese del Vesuvio e che “cercavano” la naturale via verso il mare dei regi lagni, molti dei quali ostruiti o coperti”.

“Si devono fare controlli straordinari per capire se gli smottamenti evidenziati dall’associazione Salute Ambiente e Vesuvio che ha fatto un sopralluogo rappresentano un pericolo concreto e immediato” hanno aggiunto i Verdi per i quali “purtroppo, s’è fatto ancora troppo poco per mettere in sicurezza quell’area dopo gli incendi devastanti dell’estate del 2017 e anche il Parco nazionale del Vesuvio continua a non prendere con la necessaria attenzione la situazione, come dimostra anche la mancanza di risposte alla nostra proposta di ripopolare, con nuove piante, un ettaro dell’area andata in fumo”.

“La mancanza di risposte alla nostra proposta è un segnale della scarsa attenzione con cui si sta affrontando il problema di mettere in sicurezza quell’area” hanno concluso Borrelli e Buono per i quali “non si può perdere altro tempo se non si vuole rischiare una di quelle tragedie che troppo spesso ci troviamo ad affrontare per la mancanza di prevenzione, come dimostra il dramma della mamma e dei suoi bambini in Calabria”.

La Juventus ha presentato ricorso contro la decisione del giudice sportivo di chiudere la curva bianconera per una partita. La sanzione è stata comminata in seguito agli ennesimi cori discriminatori rivolti ai napoletani e un coro razzista intonato ai danni di Koulibaly, in occasione del match di Campionato del 29 settembre scorso allo Stadium.

Una decisione incredibile che si pone come atto di difesa di comportamenti razzisti. Dal club bianconero, per bocca del legale Chiappero che ha scritto il ricorso, fanno sapere che non si può colpire tutti per colpa di pochi. Peccato, però, che ormai allo Stadium i cori contro i napoletani sembrino essere diventati la colonna sonora ufficiale delle partite casalinghe, con migliaia di persone che giulive accompagnano con i già citati cori le prestazioni dei loro beniamini. Cori che hanno così abituato l’ambiente bianconero tanto da spingere Allegri a dichiarare, nel post gara contro il Napoli, di non aver sentito nulla.

Ma facciamo un salto indietro nel tempo, in uno dei rari casi in cui anche il giudice sportivo si è accorto dei cori juventini contro i napoletani. Siamo nel novembre 2013 e durante la partita valida per la 12a giornata di Serie A i tifosi bianconeri si resero protagonisti di cori beceri, proprio contro il Napoli. Per i fatti, il giudice sportivo, “scongelando” una revoca precedentemente conquistata, decise di chiudere per due partite le curve dello Stadium.

La società bianconera, per l’occasione, decise di aprire contro l’Udinese la curva Nord ai bambini delle scuole (cosa invocata da molti anche in questo caso). Ottima iniziativa, lodata da tutti. Ma forse dice bene il proverbio “tale padre, tale figlio“. Infatti, durante la sfida con i friulani le “voci bianche” assiepate nella Curva, con tanto di professori a seguito, oltre ad intonare i soliti cori, presero di mira il portiere Zeljko Brkic. Risultato? I cori dei giovanissimi, età massima 14 anni, costarono alla Juventus 5mila euro di multa e una figuraccia interplanetaria.

A Torino si dissero indignati allora come oggi, ma è evidente che la difesa “sono solo quei pochi” non regge e che più di una ragazzata o “rivalità sportiva” si tratti di un serio problema culturale.

Napoli“Si faccia chiarezza sull’assurda vicenda di una signora che, operata alle vie urinarie, a distanza di un mese, è dovuta tornare di nuovo in sala operatoria in preda a dolori lancinanti perché avevano dimenticato un filo metallico usato nel corso dell’intervento in laparoscopia”.

A chiederlo il consigliere regionale dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli, componente della Commissione sanità, spiegando che “la signora Cira Colucci, di Pianura, era stata operata alla clinica convenzionata Villa dei fiori di Acerra e, nei giorni scorsi, in preda a forti dolori, s’era rivolta al pronto soccorso del Cardarelli dove hanno visto che c’era questo filo metallico e hanno disposto un nuovo intervento per rimuoverlo”.

“Ancora una volta ci troviamo di fronte a un caso di malasanità con un’equipe medica che dimentica qualcosa nel corpo di una paziente” ha aggiunto Borrelli per il quale “è assurdo che una persona sia stata costretta a tornare in sala operatoria per quella che appare un’ingiustificabile sciatteria nel portare a termine l’operazione”.

“Oltre all’azione della Magistratura, visto che la signora e i suoi familiari hanno deciso di presentare una denuncia formale, è necessario fare tutti i controlli del caso sulla clinica Villa dei fiori di Acerra perché se la struttura non è in grado di garantire standard di sicurezza e professionalità accettabili, è giusto pensare a una revoca della convenzione con il servizio sanitario nazionale” ha concluso Borrelli.