La Speranza… a Napoli non muore mai!

Vesuvio col Sole

Proprio in questi giorni, in cui si parla tanto de La Grande Bellezza (film per il quale Sorrentino ha ringraziato Napoli, la sua città) mi viene in mente un tipo di bellezza che caratterizza tutti gli uomini, un tipo di bellezza che è l’essenza stessa dell’essere uomo: la Speranza.

Cos’è oggi la Speranza? Cosa essa rappresenta per chi vive in un’epoca non proprio dorata, per chi ogni giorno si scontra con la dura realtà della disoccupazione, dell’inquinamento, delle malattie, dei salti mortali per arrivare a fine mese? Ma, ancor più, mi chiedo cosa sia la speranza per chi vive in un posto bellissimo ma sfortunato, ossia Napoli.

Prima di farmi un’idea mia, ho intervistato tre persone che ho incontrato durante una bellissima passeggiata per i vicoletti della città vecchia, tre persone molto diverse per cultura, età, sogni, esperienza.

Luigi, 60 anni, muratore da quando ne aveva 20, con tre figlie, solo una delle quali è sposata, crede che -oggi come oggi- la speranza si possa alimentare solo andandosene dall’Italia: per lui (che quando risponde alla domanda ha gli occhi fissi a terra, quasi a rimuginare su un passato che lui considerava penoso ma che forse oggi ritiene essere migliore di quello che avranno le sue figlie) a Napoli non c’è più spazio per chi spera, ma solo per chi fatica: con fatica egli intende -evidentemente- chi è disposto a lavorare duro con tutto il corpo in cambio di un salario minimo.

Sara, 27 anni,  laureatasi due anni fa all’Orientale, vorrebbe insegnare: ma anche in questo caso non è tutto liscio come l’olio. Non vuole spostarsi all’estero né al Nord (qui ha famiglia e fidanzato), così è costretta, in attesa del corso per abilitarsi all’insegnamento, a lavorare in una scuola paritaria senza guadagnare nulla, solo per il punteggio. Quando le chiedo cosa sia, per lei, la speranza, mi risponde con le lacrime agli occhi: «Per me la speranza è una piantina che va coltivata ogni giorno, con amore e passione; ma al tempo stesso sono consapevole – e perciò amareggiata- che ciò che per i nostri genitori era normale per noi non lo è: chi riesce prima dei 40 anni a sposarsi, ad avere uno stipendio fisso, a crescere più di un figlio, è un privilegiato».

L’ultimo ad essere intervistato è Simone, 17 anni, frequenta l’Itis, ed ha una passione per lo skate. Quando sente la parola speranza fa una smorfia strana, quasi come fosse la prima volta che la sente pronunciare; poi però ci pensa un po’ ed afferma: «Pe ‘mme ‘a speranz’ è che ‘na matin m’ vuless’ scetà e truva’ a strada mie senz’ munnezz’; vuless’ che pur’ int’ a ‘sta città c’ stess’ a speranz’…». Ride, ma è un riso amaro, il riso di chi la sa lunga.

Sembrerebbe che la speranza non sia molto di moda qui a Napolieppure, guardando il Vesuvio che si affaccia sul mare, su cui si riflette la luce del sole, e quel cielo, di un azzurro che solo in questa città è così intenso, è difficile non sperare che qualcosa cambi, sentendosi il cuore pieno di gratitudine per essere nati in un tal posto.

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