Nel carcere di Salerno una pizzeria per detenuti: sarà aperta anche al pubblico

Una pizza non si nega a nessuno, neanche a un detenuto!

Questo è il pensiero alla base di un progetto avviato alla casa circondariale Antonio Caputo” di Salerno. All’interno della struttura carceraria, infatti, nasce la pizzeria sociale “La pizza buona dentro e fuori”.

Basterà pagare 3 per gustare una pizza e immaginare di essere sul lungomare di Mergellina o al centro storico, seduto al tavolo di una normale pizzeria.

Rita Romano, direttore del carcere, ci fa sapere che l’obiettivo è quello di aprire la pizzeria anche al pubblico che arrivi dall’esterno. Il progetto è stato messo in piedi dal lavoro di venti detenuti, della Camera di Commercio di Salerno, della fondazione Cassa di Risparmio Salernitana, del Comune di Salerno, delle fondazioni Comunità Salernitana, che hanno destinato il 5×1000 di tre anni fa a questa iniziativa, e Casamica.

La somma totale raccolta è stata di 25mila euro. Il deposito al piano terra dell’istituto è stato messo a nuovo, pronto a diventare una sala dalle pareti colorate dove sedersi e mangiare. Forno a legna, bagno e spogliatoio per il personale. Insomma, a “La pizza buona fuori e dentro” non manca proprio nulla.

Antonio Fullone, provveditore dell’amministrazione penitenziaria della Campania, visitando l’istituto ha speso buone parole per il progetto che valorizzerebbe il periodo di detenzione. Inoltre, a fine ottobre si avvierà un corso di formazione, finanziato dalla Regione Campania. Dieci detenuti avranno la possibilità di conseguire la qualifica professionale di pizzaiolo.

Il 5 novembre del 2018 era stato siglato il protocollo d’intesa e oggi vediamo l’inaugurazione di questa particolare pizzeria. Qui, la pizza assume un valore molto più alto di quello meramente culinario. Intorno a questa prelibatezza, dichiarata oramai anche patrimonio dell’Unesco, c’è la rieducazione sociale e l’inserimento lavorativo dei detenuti.

Sembrerebbe che l’idea di mettere una una pizzeria sociale in una casa circondariale venga da lontano. Precisamente da una chiacchierata tra Roberto Schiavone, presidente dell’Humanitas, e Antonello Di Cerbo, impegnato in progetti solidali.
Il carcere come luogo di seconda chance.

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