NutriAfrica, l’associazione di Portici che lotta contro la malnutrizione

Per rintracciare le origini di NutriAfrica bisogna partire dalla tesi di laurea triennale del suo presidente. Si tratta di Vincenzo Armini, dottorando in Scienze Agrarie e Agroalimentari di Portici. Sin dagli albori della sua carriera alla Federico II, Armini ha avuto le idee chiare riguardo al settore in cui specializzarsi.

“Cercavo un argomento che fosse innovativo nel campo delle tecnologie alimentari e che avesse una forte vocazione etica e umanitaria.” Davanti a queste istanze il professor Alberto Ritieni, impegnato nel campo della nutraceutica, segnalò ad Armini il comparto degli alimenti speciali. “Per sopperire alla mancanza di una letteratura ufficiale sul tema, il professor Ritieni mi propose un lavoro di analisi e di valutazione di tutti gli studi portati avanti fino a quel momento”.

Con la tesi magistrale Armini è passato da un lavoro meramente compilativo a uno di natura pratica, dotato di un preciso obiettivo: la creazione del NutriMax, alimento capace di combattere la Malnutrizione Acuta Severa, patologia con cui si definisce lo stato di inabilità fisica in cui versano le persone denutrite.

“Il NutriMax è la variante di un alimento già esistente, il RUTF (Ready-to-Use Therapeutic Food). Si tratta di una pasta cremosa, molto simile al burro di arachidi per consistenza, colore e sapore. Il grande vantaggio del RUTF sta nella possibilità di trattare i casi non gravi di malnutrizione direttamente a casa, con un conseguente sfollamento degli ospedali.”

La diffusione dei benefici che il RUTF comporta va incontro a una serie di ostacoli. “Il primo è legato all’uso delle arachidi e al loro potere allergenico. Poi c’è l’impiego del latte scremato in polvere, poco digesto dai bambini africani e del sud-est asiatico, nonché costoso. Inoltre, ricetta e processo produttivo del RUTF sono stati brevettati dalla multinazionale francese proprietaria, la NutriSet. I costi di concessione sono altissimi e questo blocca la produzione locale.”

Il NutriMax offre una soluzione a queste problematiche. Esso punta su ingredienti vegetali e facilmente reperibili in loco: soia, sorgo, olio di girasole, zucchero di canna e la spirulina, una microalga che aggiunge sali minerali e vitamine al composto. La sua produzione avviene tramite l’utilizzo di una tecnologia semplice, che permetterà alle realtà locali di sganciarsi dal costoso meccanismo di subordinazione a cui il RUTF le costringe.

Il progetto di ricerca di Vincenzo Armini, supervisionato dal professore Raffaele Sacchi e dalla professoressa Silvana Cavella, è la finalizzazione di tutto il suo percorso accademico. Esso si articola in due parti. Una prevede il perfezionamento della formula del NutriMax e l’altra la costruzione di un impianto pilota presso l’università di Gulu, in Uganda, che darà il via alla produzione.

“Dopo una fitta corrispondenza con l’équipe di Gulu sono andato direttamente sul posto. È stato nel novembre del 2016. Ho visitato il luogo che ospiterà il punto di arrivo del progetto.

Un punto di arrivo per cui sono richiesti 50 mila euro. Questa la cifra che serve a finanziare la costruzione dell’impianto. La Federico II non aveva la possibilità di stanziarla, così Armini ha pensato a un modo per procurarsela. “Per raggiungere il traguardo dei 50 mila euro ho fondato l’organizzazione di volontariato NutriAfrica, che ha sede a Portici. Con NutriAfrica promuoviamo una serie di iniziative benefiche utili a raccogliere fondi: maratone, contest musicali, serate di vario genere.”

“La pandemia ci ha imposto delle limitazioni, ma non ci ha fermati. Quando i numeri del contagio erano più contenuti siamo riusciti a organizzare due eventi: una sfilata di abiti vintage al Fabric di Portici il 27 Febbraio e una cena con menù africano presso La Dimora Le Fumarole di Ercolano il 2 Ottobre. Per via del covid abbiamo digitalizzato alcune procedure. La campagna abbonamenti si è svolta interamente on line e ha riscosso un grande successo.”

I numeri ne sono testimoni. Come è annunciato sul sito di NutriAfrica, la raccolta è arrivata a quota 42.428 euro. Tanti, ma non abbastanza. “Non ci fermeremo fino a quando non avremo raggiunto la somma necessaria. Il nostro motto è: non ci proviamo, ci riusciamo.”

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