Quando il cafone governava l’Occidente

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Molteplici sono gli studi e le ipotesi che risalgono l’etimologia e le stratificazioni semantiche con cui il termine di Cafone è divenuto noto e reso disponibile all’uso cortese e volgare della lingua italiana. Sicuramente esso non trae origine e in maniera definita e definitiva in un momento zero alle origini della cultura ma nella storia dell’Occidente.

Attualmente cafone è la parola con la quale si significa il sottoproletario, l’uomo abbandonato e solo sulla soglia di emancipazione sospesa tra la barbarie e la civiltà, un singolo ruvido e grezzo più o meno umano, una soggettività giacente tra la cultura e la preistoria.

Grazie alla letteratura antica e moderna che l’ha custodita e rielaborata si sospetta che essa raggiunga una prima cristallizzazione significante intorno al 42 a. C. , alla fine della Roma repubblicana. In seguito alla morte di Cesare, una parte dei veterani delle sue legioni trovarono congedo nella deduzione di Antonio che stabilì una colonia in loro favore nelle terre del beneventano.

Dopo aver conquistato e versato sangue per portare la legge e il nome sacro dei romani nelle Gallie, nella Bretagna, in Spagna, in Grecia e nell’Egitto, un centurione di origine contadina, in seguito all’assunzione dell’ufficio romano per la lottizzazione dell’agro pubblico sannitico e  campano in favore dei veterani, di nome Cafo vantò diritti di proprietà e colonizzazione sulle località corrispondenti all’attuale Capua.

Questi, e da qui i cafoni,  apparirono barbari e incivili agli occhi degli antichi e sofisticati campani, i quali educati alla vita cittadina li considerarono in relazione a loro come dei rozzi inurbati, uomini più dediti all’ubriachezza che alle arti. Ben presto nell’uso volgare della lingua il termine “cafones” fu utilizzato nel Mezzogiorno per indicare il popolino, il sottoproletariato, la plebe, e tutti gli individui caratterizzati da usi e costumi di bassa lega e primitivi.

Un’altra tesi accentua il riferimento semantico della parola in relazione al modo di dire dei nobili campani in merito ai manovali miserabili e ignoranti adoperati nei lavori di trasloco e trasporto del mobilio. Chillo cu ‘a funa, gli operai che adoperavano la fune per legare e assicurare i traslochi, divennero i cafoni, gli individui privi di istruzione e di basso profilo, più adatti al lavoro di schiena che d’intelletto.

Un’altra derivazione etimologica probabile è quella napoletana con la quale si additavano le genti oltre le mura cittadine e delle campagne che, per recarsi al mercato, si legavano cu ‘a funa, con delle funi, per non perdersi.

In ultima istanza, mettendo da parte le più fantasiose filologie e ricerche linguistiche, il termine cafone ha origini antichissime, e da quando indicavano i bellicosi veterani che diedero inizio all’epoca imperiale della Roma dei cesari, esso è diventato poi, in tempi recenti, sinonimo di minorità e barbarie.

Dopo tutte queste considerazioni si potrebbe anche dire che il Cafone e la figura indecisa tra chi lavora per l’emancipazione di sé e chi tuttavia, raggiunto l’esonero dalla fatica, rimane ancora segnato dalla sua rudezza e miseria umana. Virtù e vizio trovano luogo nella sua significanza, ma non è detto, esso in futuro potrebbe diventare araldo di dignità e forza creatrice.    

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