Operaio morto per le polveri di amianto: la famiglia ottiene risarcimento di 1 milione

Una sentenza storica che dà speranza a migliaia di lavoratori ancora oggi poco tutelati: il giudice del lavoro del Tribunale di Torre Annunziata ha condannato in solido due aziende a risarcire la famiglia di un operaio di Castellammare di Stabia, morto in seguito a una prolungata esposizione all’amianto.

A renderlo noto è l’ONA (‘Osservatorio Nazionale Amianto). L’operaio stabiese era morto infatti per mesotelioma, un tumore prevalentemente associato all’esposizione alle fibre di amianto, il 5 marzo 2016. L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Ona, l’ha definita una “sentenza storica per i lavoratori che sono stati negli anni a contatto con la fibra killer nella cantieristica navale“.

Secondo quanto si apprende dalla nota dell’Ona, in un primo momento l’Inps aveva riconosciuto soltanto 30mila euro a titolo di rendita indennitaria alla famiglia dell’operaio. Adesso invece il giudice ha condannato al risarcimento entrambe le aziende per le quali ha lavorato l’ex dipendente, che ha ritenuto responsabili in solido per il decesso dell’uomo.

L’operaio stabiese, infatti, aveva lavorato per 32 anni per due aziende, svolgendo mansioni di manovale fino al 1966, di pittore per due anni e poi di coibentatore. In tutto questo periodo, è emerso come l’uomo si sia ritrovato a contatto diretto con le polveri di amianto.

Durante il processo è stato dimostrato, anche grazie a numerose testimonianze di altri operai che lo hanno affiancato, che il lavoro veniva svolto sempre senza strumenti di prevenzione tecnica e protezione individuale: “In particolare – sottolinea il giudice – fu privato di maschere protettive che potessero in qualche modo evitare, ovvero diminuire, l’inalazione di polveri e fibre di amianto“.

L’ambiente di lavoro era al chiuso, all’interno dell’unità navale, e privo di aspiratori localizzati delle polveri e senza ricambio di aria“, si legge nelle motivazioni della sentenza. “Locali chiusi, come la sala macchine, presso i quali trascorreva l’intera giornata lavorativa, gomito a gomito anche con altri colleghi“. Le attività “determinavano aerodispersione di polveri e fibre di amianto, che rimanevano liberate nell’aria“.

Anche il medico legale ha riconosciuto il nesso causale tra la malattia che colpì l’uomo e l’esposizione alle fibre di amianto. Ciò ha permesso alla famiglia di ottenere un debito risarcimento: un provvedimento senza precedenti, che rappresenta un importante passo avanti in un paese che, nel 2022, continua ancora a registrare numerosi morti sul lavoro.

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