Fore ‘a croce, la battaglia di Resina che diede nome alla strada

 

Battaglia di Resina

Che Ercolano sia una città ricca di storia è risaputo in ogni angolo del Pianeta, che a raccontarla –  in piccola parte – possa essere proprio una delle sue strade è un invito a ripercorrerla indietro nel tempo, almeno fino a giungere a via Croce, da tutti meglio conosciuta come “fore ‘a croce“. Oggi un comunissimo vicoletto che divide a metà via Pugliano, ma che sul finire del ‘7oo divenne il simbolo di una divisione ben più importante, quella tra i francesi e gli spagnoli: giacobini e atei i primi, amati dal popolo e cattolici i secondi. Unico minimo comune denominatore la volontà di regnare su Napoli e sull’antica cittadina vesuviana. Da questa brama di potere ne scaturì una quasi dimenticata “battaglia di Resina“, eppure via Croce ne conserva tuttora un ricordo preziosissimo, quello che diede nome alla strada.

Il tutto cominciò il 23 gennaio 1799, quando – dopo l’abbandono della Capitale da parte del  re napoletano Ferdinando IV di Borbone – i francesi proclamarono la Repubblica napoletana, fondata sui rivoluzionari valori di liberté, egalité, fraternité. Il popolo napoletano, tuttavia, ben presto cominciò a mostrare segni di malcontento, tanto da spingere il re borbonico – nel frattempo recatosi in Sicilia – ad organizzare la rivolta contro gli invasori. Il compito fu affidato al cardinale-guerriero Fabrizio Ruffo, che l’8 febbraio 1799 sbarcò in Calabria per organizzare la Santa Fede, un esercito composto da siciliani, calabresi, russi, scismatici protestanti e persino musulmani. Ad accomunarli la volontà di sconfiggere chi aveva portato nel Regno di Napoli i principi giacobini e atei della Rivoluzione Francese.

Favoriti dall’insorgere di numerosi borghi, i sanfedisti nel giugno di quello stesso anno erano già padroni di molti territori, tra cui Casoria, Afragola, Melito, Barra e Pompei. Eppure le truppe transalpine, guidate dal comandante Schipani, l’11 giugno riuscirono a mettere in fuga quelle borboniche, costrette a rifugiarsi alla Favorita di Resina. E’ proprio qui che avvenne lo scontro decisivo, da cui la prende nome la “battaglia di Resina”. Il cardinale Ruffo, infatti, mandò sul posto i rinforzi, ovvero due cannoni, trecento russi, un battaglione di truppa regolare, due compagnie di granatieri siciliani e cinque di calabresi. Guidato dal brigadiere De Sectis l’importante dispiegamento di forze messo in piedi dagli spagnoli avrebbe dovuto aprirsi la strada per le lave del Vesuvio ed assalire i repubblicani alle spalle, ma giunto nell’attuale Ercolano De Sectis trovò i combattimenti già in corso. La cattolica e realista Resina, infatti, era già insorta grazie al coraggio dei contadini del luogo, a cui poi si unirono russi, calabresi e truppe regolari borboniche. A scatenare la loro reazione i gravi misfatti di cui si erano macchiati i rivoluzionari nella cittadina vesuviana: furto di del volto e delle mani d’argento di un busto di marmo di Santa Veneranda, conservato nel tesoro di Santa Maria a Pugliano; profanazione della chiesa degli agostiniani scalzi; sospensione dal suo ufficio del parroco di Pugliano Francesco Nocerino.

I cinquecento dalmati a cui il comandante francese Schipani aveva dato ordine di replicare, invece, si diedero alla fuga, decretando di fatti la vittoria borbonica. Per celebrarla – al grido di “viva lu re” – a Resina, che grande merito aveva avuto in questo trionfo, si decise di abbattere l’albero della libertà piantato dai francesi in una traversa a metà di via Pugliano e di innalzarvi invece una croce, quella che ancora oggi dà nome alla strada. A perenne ricordo delle gloriose gesta che il popolo resinese aveva dimostrato nella lotta contro il nemico della fede, ai piedi del sacro simbolo religioso fu anche apposta un’iscrizione latina che esaltava l’imperitura “battaglia di Resina”.

FONTE: M. Carotenuto, Ercolano attraverso i secoli, Edizioni del Delfino, Napoli 1980, pp. 231-236

 

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