CAMORRA. Parrucchiere napoletano: “Volevano 2mila euro al mese. Ecco come cominciò”

Anche alle 3 e mezza del pomeriggio, Napoli brulica di vita. In Largo Ecce Homo, in pieno centro storico, un gruppo di ragazzini gioca a calcio, qualcuno chiacchiera all’esterno dei bar, le signore si scambiano confidenze urlando dai balconi. Più o meno al centro della piazzetta, sull’uscio del suo negozio, ci aspetta Salvatore. Ai suoi fianchi, come colonne, i suoi angeli custodi, i poliziotti della scorta che lo accompagnano in ogni suo spostamento.

Salvatore Castelluccio è un parrucchiere napoletano di 45 anni, diventato “famoso” perché 2 anni fa ha deciso di dire no alla camorra, rifiutandosi di pagare il pizzo e denunciando i suoi aguzzini. Da allora insegue scampoli di normalità inciampando continuamente nella dura realtà: i testimoni di camorra non l’hanno più, una normalità.

Lo abbiamo incontrato per dare voce e forza alla sua storia, perché non vada in cancrena nei vicoli del dimenticatoio.

Il suo racconto parte così: “La storia nasce dal fatto che in questa zona il fenomeno dell’estorsione è sempre esistito. All’inizio venivano a chiedere piccole quote o finte lotterie e tu magari per quieto vivere contribuivi e andavi avanti, poi col tempo, forse perché hanno visto che il negozio funzionava, mi hanno fatto una richiesta di 2mila euro al mese. Al che ho rifiutato e ho denunciato. Questo è successo ad agosto del 2015. Hanno fatto questa richiesta, li ho denunciati e da lì è successo tutto. Sono stato minacciato di morte, dopo una settimana mi hanno messo la scorta e sono quasi 2 anni che ce l’ho”.

Il peccato originale, però, potrebbe risiedere in uno sgarro fatto a un esponente di un clan. E la camorra, si sa, sceglie personalmente la modalità di redenzione: “Loro per un periodo mi hanno imposto di prendere una ragazza a lavorare qua per imparare il mestiere, io l’ho presa ma li ho avvertiti all’inizio: se sbaglia deve capire che ha sbagliato. Questa ragazza è stata un anno, guardava tutto, sapeva come andava l’attività, sapeva che potevo pagare, poi l’ho mandata via perché ad ogni discussione arrivava il boss del quartiere. Gli ho detto «Scusa ma fammi capire, lavora la ragazza o lavori tu?». Rispose che non gli stava bene che la sgridassi, e allora dissi «Prenditi la ragazza e portatela». Da allora è scattato tutto”.

Salvatore ricorda con estrema chiarezza quei momenti. Ce ne parla in maniera naturale, con gli occhi un po’ lucidi e la voce arrabbiata, ma con tanta consapevolezza. La sua vita e quella della sua famiglia hanno dovuto rallentare bruscamente, adeguandosi al passo della paura, dei controlli, dell’ansia che attanaglia e che non ti lascia mai solo: Mia figlia non va più a scuola, ha paura, mio figlio l’ho mandato a Pisa e sta facendo l’accademia di parrucchiere là. Mia moglie in due anni è scesa si e no con me in macchina 4 volte, non esce più. E le minacce continuano, due settimane fa hanno bussato giù al palazzo, mi volevano, non hanno detto chi erano e hanno detto che sarebbero ripassati verso le 9 di sera”.

Le istituzioni, però, latitano. Presenze-assenze, arrivano con mille promesse e se ne vanno così come sono arrivate: senza fare niente. “Lo Stato ti abbandona in tutti i sensi, ti prende in giro. Io denuncio e nessuno delle istituzioni viene e mi dice che ci sono questi problemi se denunci, perché di problemi ce ne sono. Il sindaco di Napoli, che è venuto in campagna elettorale, si è sbilanciato dicendosi di mettersi in moto per trovarmi un bene del patrimonio del Comune per farmi spostare da questa zona, ma non si è mai più sentito. Sai quante volte l’ho contattato, ma non ha mai fatto niente”.

E in tutta questa situazione c’è un grande paradosso: Salvatore potrebbe essere un testimone di giustizia ma, a parte la scorta, non gli vengono riconosciuti altri privilegi previsti dallo status. “Questo status di testimone di giustizia, che dovrei avere con tutte le minacce che ho subito e quello che ho fatto, non mi è stato ancora dato. Quando lo ottieni puoi avere agevolazioni: un impiego pubblico nella tua città, un sussidio se non puoi andare avanti, una casa se non puoi pagare una ‘pigione’. Io da due anni non ho avuto niente. All’inizio, quando fai la denuncia, si avvicinano centinaia di persone, di tutti i tipi: ma per loro sei un prodotto, ti portano in giro, ti fanno uscire in televisione, poi passato il momento ti lasciano andare. Non è normale, in Italia siamo 81 testimoni di giustizia. Se lo Stato volesse sistemarci, sai in quanto lo farebbe?”.

Salvatore è un fiume in piena. Mentre racconta, sul suo volto compare una smorfia: è un mezzo sorriso e quasi ci commuove. Poi continuiamo ad ascoltarlo: De Magistris mi ha deluso al massimo, io sto in guerra e sto da solo. Lui mi diceva di fargli un progetto di centro sociale. Io ti devo fare un progetto di centro sociale? Io devo lavorare, non devo aprire un’onlus. Il patrimonio del Comune è immenso, se vogliono darti un bene pure a basso costo di fitto, te lo danno tranquillamente, ma non vogliono proprio fare niente.

“Meno male che il sindaco è un ex magistrato, dovrebbe capire certe cose! Noi stiamo aspettando ancora la sua proposta, che ha fatto 3-4 mesi fa, ma poi non si è visto né sentito. Mi hanno fatto vedere dei beni confiscati (che io comunque non posso avere) in mezzo alla campagna: ma io devo andare a cogliere i pomodori o fare i capelli? Io mi sono messo in gioco, ci ho messo la faccia e pure la vita, ma il resto dove sta? De Magistris viene qua e mi dice noi non dobbiamo perdere, ma noi chi? Tu cosa perdi? Qua l’unico a perdere sono io. Tu lo stipendio lo prendi tutti i mesi, io no”.

Purtroppo nessuno ha aiutato concretamente Salvatore, che ha scavalcato anche le semplici istituzioni comunali, arrivando ad incontrare personalmente il ministro Alfano. Anche in questo, caso, però, solo fumo: “Il mio caso lo conosce tutta Italia. Sapete Alfano che mi ha detto? Mi ha guardato e mi ha detto ‘io ti conosco, tu sei il parrucchiere di Napoli’, io gli chiesi ‘come mi chiamo’? Lui rispose ‘dai facciamoci una foto’. Quelli non sanno niente, fanno vedere, poi al momento si fanno la foto e basta”.

Nessuno dei commercianti a lui vicini ha appoggiato la sua decisione. Tutti negano di essere in scacco alla camorra: “Loro dicono che in questa zona il fenomeno non esiste, invece esiste eccome, e io ne sono la testimonianza”.

Dopo la denuncia e l’attivazione della scorta, in tanti hanno boicottato il suo negozio: “Ho perso il 70% della clientela. Avevo 8 dipendenti, tutte inquadrate, ora ne ho solo 2. Oggi ti ritrovi che non lavori, non paghi le tasse, non paghi i contributi, sto diventando io il disonesto”.

Paura, omertà e diffidenza, reazioni in parte comprensibili, ma la guerra non si vince uno contro mille. E questo Salvatore lo sa. È solo e stanco: “Oggi non ho stimoli, questo è un lavoro artigianale, devi creare, e quando viene a mancarti la fantasia non riesci più a lavorare come prima. All’Asl mi hanno dato il 30% di invalidità a livello mentale, soffro di ansia, non riesco a stare nei luoghi chiusi. Non mi hanno ucciso ma mi hanno ucciso economicamente. Ho perso gli amici, ho perso le cose più care”.

Nonostante tutto, però, Salvatore non ha rimorsi né rimpianti. La sua scelta non è il frutto di un impulso avventato, ma del risveglio di una coscienza onesta che non accetta l’ingiustizia nella sua forma più insopportabile: “Lo rifarei perché mi sento una persona perbene”.

Il suo racconto finisce qui, ma di cose da dire ne avrebbe ancora tante. Gli chiediamo come sia possibile, per un uomo, un marito e un padre come lui, convivere con il terrore e l’incertezza, guardandosi sempre le spalle, incapace di guardare al domani. Lui ci ha risposto che “qualcun altro, più debole, più ansioso, sarebbe già morto”.

Noi abbiamo annuito, ci siamo anche sentiti quel “qualcuno”.

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Poi gli abbiamo stretto la mano, chiedendogli di non mollare e lo abbiamo lasciato lì, nel suo negozio che prima era un via vai di gente e oggi è una stanza semivuota. Usciamo e poco più avanti, da una panchina, si alza uno degli uomini della sua scorta e lo raggiunge. Ci allontaniamo e guardiamo indietro un’ultima volta: i bambini continuano a giocare, le signore a spettegolare, gli uomini a chiacchierare. Al centro della piazzetta, Salvatore, con le sue guardie del corpo, ci osserva mentre scompariamo dietro l’angolo.

Leggete la sua storia e meditate tutti: nessun uomo merita di sentirsi così solo in mezzo a tutta questa gente.

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