Ciccio Cappuccio: il camorrista che rivoluzionò la criminalità a Napoli

Guappo di fine Ottocento

Napoli – Non sempre, a Napoli, i camorristi sono stati visti come criminali. Nel periodo post unitario lo Stato nel meridione era o assente o considerato un avversario. Senza contare il ruolo che proprio i camorristi ebbero nell’unificazione d’Italia. Di conseguenza il popolo doveva affidarsi a chi effettivamente deteneva il potere in città, nonostante fossero figure poco raccomandabili come i camorristi. Anzi, spesso le loro gesta, pur se fatti criminosi, venivano elogiate e trasformate in vere e proprie leggende. Ciccio Cappuccio, nato nella prima metà dell’Ottocento, fu uno dei più noti camorristi del tempo.

Nacque nel 1842 nell’Imbreccata, nel cuore del quartiere Vicaria, luogo al tempo molto malfamato. Il padre gestiva una piccola bettola, ma, in realtà, la famiglia Cappuccio aveva il controllo sull’intera zona da più di un secolo. Non stupisce, quindi, che Ciccio si diede presto alla malavita. Non sappiamo l’origine del soprannome di “‘O Signorino” con cui divenne noto. Conobbe però presto il carcere ed, infatti, fu lì che nacque la sua leggenda.

Si racconta che mentre era recluso alcuni camorristi andarono da lui per chiedere “olio per la lampada”: questa era un’usanza molto comune nelle carceri, un modo per affermare controllo sui nuovi arrivati. Ciccio però si ribellò a questa estorsione e da solo lottò contro dodici carcerati per affermare la sua indipendenza.

Uscito dal carcere entrò in contatto con Salvatore De Crescenzo, allora a capo della camorra napoletana e che durante il processo dell’Unità d’Italia fu nominato capo della Guardia Cittadina da Liborio Romano, che tradì Francesco II per passare alla causa garibaldina. Nel 1869, entrambi vennero arrestati insieme ad altri 80 camorristi, ma Ciccio venne rilasciato un mese dopo, mentre De Crescenzo rimase in prigione. Per questo motivo molti sostengono che l’arresto non fu altro che un piano architettato da Cappuccio per prendere il posto del vecchio capo.

Divenuto capo, Ciccio si trasferì nel quartiere San Ferdinando, in via Nardones, ed aprì una bottega dove vendeva crusca e carrube. L’esercizio, ovviamente, era solo una copertura: la crusca e le carrube venivano acquistate principalmente per nutrire i cavalli e quindi, in questo modo, il boss poteva controllare meglio i cocchieri, sui quali esercitava già una forte influenza.

Ciccio Cappuccio rivoluzionò il volto della camorra per sempre: fu il primo, infatti, a dividere Napoli per distretti, affidando ciascuno di essi ad un uomo di sua fiducia che lo amministrasse come proprio. Dopo di lui, solo Raffaele Cutolo, un secolo dopo, introdusse una rivoluzione altrettanto forte nella malavita organizzata.

A un certo punto, però, ‘O Signorino decise di ritirarsi dall’azione. Il Mattino del tempo raccontava che a convincere il boss a ritirarsi fu un’aggressione avvenuta all’interno della sua bottega, forse per una questione amorosa: un proiettile venne esploso contro di lui e gli sfiorò il cranio. Questo avrebbe convinto Ciccio Cappuccio a ritirarsi a vita privata, ma non gli tolse l’autorità: in molti continuavano a recarsi da lui per chiedere consiglio e ricevere favori.

Morì il 6 dicembre del 1892, a soli 50 anni, con un attacco di cuore mentre cenava. I funerali furono fastosissimi, degni di una carica istituzionale, ed il Mattino dedicò un lunghissimo articolo al boss in cui si raccontavano le sue gesta più famose e si descriveva come un camorrista d’altri tempi.

Questo un estratto dell’articolo per dimostrare quanto, al tempo, il camorrista fosse stimato come persona e come punto di riferimento:

“La notizia della sua morte ha messo, veramente, la costernazione in quanti son napoletani che ricordano i fasti della camorra di un tempo, i tipi più temuti e più fieri di questi eroi del marciapiede che dànno ancora, con la semplice loro presenza, entusiasmi così vergini e così impetuosi ai piccoli palatini ed agli aspiranti alla mala vita. Ciccio Cappuccio, che da parecchi anni aveva completamente abbandonate le comitive facinorose, che viveva lontano da tutti i suoi compagni ed ammiratori d’una volta, era pur sempre rispettato e temuto, e conservava intatto il suo fatale prestigio di capo-camorrista e di persona sprezzante di ogni genere di pericolo. Simpaticissimo, pieno di forme, rispettoso, ossequente, egli s’ingegnava d’attenuare l’espressione fiera del suo occhio grigio, con la dolcezza e la mansuetudine dell’uomo che si sente forte e fermamente convinto che nulla al mondo potrebbe opporsi alla sua volontà.”

Fonti: articolo completo del Mattino del 6 dicembre 1892

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