Morte Cristina Alongi, il fratello: “Il sindaco disse di averci chiamati, non è vero”

L’incuria e la negligenza comunale, causarono la morte di Cristina Alongi, donna di 44 anni e mamma di una bambina di 9 anni. Cristina venne schiacciata mentre era alla guida della sua autovettura da un pino secolare. Un tragedia che risale al 2013 e solo dopo 5 anni di sentenze sono state emesse le condanne. A pagare per questa triste vicenda l’agronoma del Comune di Napoli e il vigile del fuoco che ricevette la segnalazione, condannati a un anno e quattro mesi per omicidio colposo. 

In una lunga intervista rilasciata a Il Napolista, Elio, il fratello di Cristina, ha commentato la vicenda. Già dalle prime battute l’uomo ha dichiarato di essere soddisfatto delle condanne inflitte, anche se la dinamica che ha anticipato la morte di Cristina è davvero assurda.

L’unico tra gli imputati ad essere stato assolto è un altro vigile urbano, quello al quale il primo vigile, che ricevette la segnalazione dal titolare di un bar, si rivolse dopo aver ricevuto la segnalazione stessa. Una comunicazione sì effettuata, ma su un foglietto volante: Trovo sconvolgente che la polizia urbana funzioni con un centralinista che non ha un tasto per passare la chiamata alla sala operativa, ma si deve alzare, scrivere un fogliettino di carta tipo pizzeria e lasciarlo sul tavolo, perché gli altri stanno al telefono e non ti degnano nemmeno di uno sguardo e, alla fine della giornata, quello che avanza si butta, nessuno si accorge se c’è stata una telefonata più importante”.

Eppure nonostante la gravità dell’accaduto, la famiglia non ha mai ricevuto le scuse dal Comune: “All’epoca dell’incidente il sindaco dichiarò di aver contattato la famiglia Alongi, ma non ha contattato né me, né mio fratello e nemmeno mio padre, che nel frattempo è morto di dolore. Nessuno è mai venuto a parlare con noi. L’unica cosa che abbiamo avuto fu una corona di fiori al funerale, che tra l’altro non è mai arrivata perché fu subito buttata da qualcuno dei nostri amici o degli amici di Cristina”.

Ma nonostante il tempo sia passato, la rabbia per quella tragedia evitabile, resta:L’incazzatura non passa mai. Ti arriva sempre di nuovo addosso. Sono passati cinque anni, credo di essere ben preparato, con le spalle forti, eppure ogni volta che cadono alberi, arrivano sentenze o che ho appuntamento con l’avvocato, mi intossico di nuovo e torno a casa dalle bambine troppo nervoso. Ogni tanto mia moglie ed io pensiamo di andarcene da questa città: non si resiste più“.

E purtroppo spesso gli capita di passare davanti a quel maledetto posto: “Tento di evitare di passarci ma è impossibile, ci si passa per forza per andare al Vomero. Non vado al cimitero e vado là a portare dei fiori in qualche ricorrenza particolare, sotto l’alberello che gli abitanti del quartiere hanno piantato in suo ricordo. Meglio là che al cimitero”.

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