Tsunami Napoli 1343: così lo Stromboli scatenò l’inferno d’acqua raccontato da Petrarca

Acque rombanti sotto i piedi. Tuoni nel cielo, confusi al fragore dei crolli; chilometri di coste ingoiati dalla funesta Madre Terra. La notte del 25 novembre 1343 a Napoli e nel resto dell’Italia meridionale fu più buia del solito, oscurata da uno tsunami di proporzioni bibliche.

Lo stesso Francesco Petrarca, all’epoca residente all’ombra del Vesuvio in qualità di ambasciatore per Papa Clemente VI, nella lettera Ad Iohannem de Columna (contenuta nel quinto libro delle “Epistole familiares”) ricorda grandi città vescovili ancora fiorenti in epoca imperiale, poi abbandonate, svuotate, ingoiate dalla spiaggia, dal fango, dai detriti fluviali. Non solo Napoli, dunque, ma tutto il Sud Italia fu vittima dalla furia della terra e del mare, inondato da un fenomeno “universale”, che mostrò la potenza della natura “per tutto il mare Tirreno e per l’Adriatico”.

Oggi, grazie ad una ricerca condotta dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), in collaborazione con l’Università di Modena-Reggio Emilia e Urbino, l’Istituto di studi del Mediterraneo antico del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), la City University of New York, l’American Numismatic Society e l’Associazione Preistoria Attuale, si è potuto risalire all’artefice di tale tsunami.

Sarebbe stato, infatti, il crollo del fianco nord-occidentale del vulcano Stromboli a scatenare l’inferno d’acqua sull’allora Regno di Napoli. Evento che avrebbe comportato anche lo stesso spopolamento dell’isola, fino ad allora importante crocevia per i commerci navali mediterranei.

Secondo i ricercatori, inoltre, lo tsunami del 1343 sarebbe stato solo uno (il più potente) dei tre provocati dallo Stromboli tra il XIV e il XV secolo. Ciò sarebbe dimostrato  dalle tre trincee scavate nella zona settentrionale dell’isola da archeologi e vulcanologi: lunghe circa 80 metri e profonde due, esse hanno riportato alla luce tre strati sabbiosi contenenti grossi ciottoli di spiaggia, trascinati a terra dalle onde del maremoto. I campionamenti, le analisi chimiche dei materiali e le datazioni da carbonio 14 hanno quindi permesso di stabilire un’inequivocabile relazione tra quegli strati e i ritrovamenti archeologici, che testimoniano il rapido abbandono dell’isola a seguito degli tsunami.

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