Fabrizio De André: “Napoli è la mia patria morale. L’unico posto dove potrei vivere”

Fabrizio De André è stato uno dei più grandi compositori, scrittori e cantautori italiani. Nato a Genova il 18 febbraio del 1940 era noto col soprannome di “Faber” e in quasi quarant’anni di carriera artistica ha inciso tredici album più alcuni singoli.

Le sue canzoni raccontano storie di emarginati sociali, ribelli, prostitute e sono da sempre considerate vere e proprie poesie, tanto da essere state inserite in varie antologie scolastiche di letteratura. Legato profondamente alla sua Genova, amava molto Napoli, tanto da spingerlo spesso a cantare in lingua napoletana e a scrivere la canzone “Don Raffaè“, una chiara denuncia della critica situazione delle carceri italiane negli anni ottanta e della sottomissione dello Stato al potere delle organizzazioni malavitose.

“Non sapevo nemmeno io come e perché – raccontava De Andrè – ma impazzivo per Bovio e Di Giacomo. Poi scoprii che la mamma del mio amatissimo Brassens era figlia di napoletani, e che nelle ballate di quello che rimane il mio primo maestro indiscusso, alcuni studiosi avevano ritrovato echi della melodia campana”. E inoltre: “È la mia patria morale. Dopo Genova e la Sardegna è forse l’unico posto dove potrei vivere. Per la sua cultura, la sua canzone, la sua asimmetria… Per Murolo, Eduardo, Croce e De Sica”

In un’intervista a Pietro Cesare, leader di una delle numerosissime tribute band di De André, nel raccontare il dolore della perdita subita con la sua morte, avvenuta l’11 gennaio 1999, fa un paragone con il film di Troisi, “Il Postino”, quando Mario (Trosi) scrive una lettera all’amico lontano Neruda (Noiret): “Carissimo don Pablo, è Mario, siete partito io pensavo che vi eravate portato tutte le cose belle con voi. Invece adesso lo so, ho capito che mi avete lasciato qualcosa“. Infatti è così, De Andrè ci ha lasciati un’eredità artistica imponente attraverso la quale vivrà per sempre. Poi continua spiegando il legame del cantautore a Napoli: “De André era un grande estimatore della canzone napoletana classica; la conosceva e l’amava profondamente. Se ne ritrovava innamorato e ammirato in particolar modo per Libero Bovio e Salvatore Di Giacomo“. Entrato fin da piccolo in contatto con la lingua napoletana tanto da assorbirne suoni, accenti, vocaboli e costruzioni linguistiche e preferirla a
qualsiasi altra lingua mediterranea. I dischi del padre di musica napoletana, la sua formazione dedita al teatro di Eduardo e a Benedetto Croce, le similitudini di Napoli e di Genova sono alla base di quest’amore per la nostra terra.

Anche il figlio Cristiano, in un’intervista di qualche anno fa rilasciata alla Repubblica.it, raccontava del legame di suo padre con la città partenopea: “Io ci vengo raramente, ma mi piace tantissimo, si respira quel sentimento di anarchia che piaceva tanto anche a mio padre: è una città che si muove, quando vengo mi sento a casa, come se fossi a Genova…“.

De André non è stato mai di moda. E infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di Fabrizio restano“, Nicola Piovani.

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