La Napoli di una volta: quando per comprare il pane serviva una tessera!

Uno dei periodi storici più traumatici che Napoli ha dovuto affrontare è stata la seconda guerra mondiale. Non cambiò solo le vite dei soldati al fronte, ma influì su tutti gli aspetti della vita civile. Le nazioni belligeranti dovettero ben presto intervenire sul libero mercato interno cercando di razionalizzare le risorse alimentari e non. Le esigenze dell’esercito erano la priorità e tutti i risparmi erano destinati alle spese di guerra. I primi a risentire di queste ristrettezze furono quindi i civili. Il governo per ridurre gli sprechi intervenne sulla distribuzione di tutti i prodotti in commercio introducendo una tessera o carta annonaria. Pasta, farina, olio, sale, tutto fu tesserato perfino e soprattutto il pane.

Una tessera annonaria

Ma come funzionava questa tessera? Era un foglio nominativo con tanti tagliandi numerati, uno per settimana o per giorno, distinto per ogni genere alimentare. Il negoziante registrava le prenotazioni con i tagliandi dei suoi clienti, mese per mese, e in base al numero di tagliandi poteva acquistare la quantità di merce corrispondente. Le registrazioni erano valide solo se il venditore vi apponeva la propria firma. Le date in cui si poteva andare dal commerciante a ritirare i beni prenotati erano rese pubbliche tramite manifesti e trafiletti sui giornali. Il Comune preparava periodicamente tante carte annonarie, quanti erano i suoi cittadini, e poi le distribuiva ai domicili.

Le dosi acquistabili erano definite e uguali per tutti. Per esempio la razione giornaliera di pane per persona era di 200 grammi nel 1941 e di 150 grammi nel 1942. Ma se erano difficili le condizioni per i cittadini che compravano, ugualmente lo erano per coloro che producevano. Infatti,  i panettieri, dal 1941, poterono introdurre il 20% di patate nella produzione del pane. Inoltre dal 1942 fu vietato vendere il pane raffermo extra-tessera poiché doveva essere diviso solo tra i clienti che regolarmente esibivano la carta annonaria.

Una scena di “Napoli Milionaria”

Dopo poco che furono messe in circolazione queste tessere, ne iniziarono a girare anche di false. Ma non fu l’unica conseguenza della loro introduzione. Se da una parte il popolo ne creava di contraffatte, dall’altra i prezzi bloccati per legge portarono i commercianti a vendere illegalmente i proprio prodotti. Esponenti della malavita locale li compravano per poi contrabbandarli e garantire, a prezzi superiori, generi alimentari che non si trovavano. Nacque così un mercato parallelo a quello ufficiale, detto mercato nero. L’affannosa ricerca di derrate alimentari portava molti cittadini a dirigersi verso la campagna dove era possibile comprare prodotti direttamente dai contadini. A questa usanza è legata una tragedia in cui morirono circa cinquecento persone. Nel 1944, infatti, un treno merci diretto da Napoli a Potenza, si bloccò sotto un tunnel dove a causa dei gas tossici i passeggeri morirono asfissiati. Questo evento noto come ildisastro di Balvano” fu possibile proprio per il sovraccarico di passeggeri campani clandestini che affollavano i vagoni.

I cittadini ritrovarono la speranza con l’arrivo degli alleati anche se, nel secondo dopoguerra, l’illegalità e il contrabbando continuarono a essere dilaganti. La crisi economica ed esistenziale vissuta dai napoletani, e non solo, fu magistralmente raccontata da uno dei più celebri attori del Novecento, Eduardo de Filippo, che con la sua “Napoli Milionaria” racchiuse le difficoltà di quel periodo storico in un’unica frase: “Ha da passà ‘a nuttata”.

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